Vivalascuola. Un tempo pieno di vita

A iscrizioni chiuse, una bocciatura del modello del maestro unico: sei famiglie su dieci hanno scelto l’orario scolastico delle 30 ore, mentre il 34% chiede le 40 ore. Analizzando le iscrizioni per l’anno scolastico 2009/2010 di un campione di circa 900 scuole rappresentative e distribuite su tutto il territorio nazionale risulta che il 3% ha scelto le 24 ore, il 7% le 27 ore, il 56% le 30 ore, il 34% le 40. E adesso?

Ci vuole tempo
di Donata Glori

Proviamo tutti per un attimo ad aprire la porta di un’aula.

Ci vengono subito incontro bambini e bambine, avidi di sapere, desiderosi di riportare le proprie esperienze, ricchezze e disagi. Portano con sé un mondo complesso, a volte difficile da interpretare, hanno un bisogno enorme di entrare in dialogo tra pari e con adulti capaci che abbiano il tempo di ascoltarli, adulti competenti nella loro costante opera di mediazione, capaci di aiutarli ad ordinare le esperienze. La scuola di tutti i giorni è un continuo laboratorio di apprendimento di consolidati e nuovi linguaggi.

Soffermiamoci ancora a guardare i bambini e le bambine di una qualsiasi classe. Ci appaiono sono molto diversi dalla massa silente che immagina la Gelmini: vediamo subito che c’è chi è veloce nell’apprendimento, intuitivo, chi ha bisogno di provare e riprovare per passaggi progressivi, chi impara osservando gli altri, chi impara in gruppo, chi da solo, chi ha bisogno di essere continuamente rassicurato. Per tutto questo ci vuole tempo.

Per operare da adulti interlocutori ci vuole tempo, ci vuole tempo perché i bambini possano far circolare le idee in modo costruttivo, tempo per apprendere, sbagliare, praticare soluzioni nuove, ragionare, giocare, confrontarsi, conservare le proprie differenze, le proprie rielaborazioni personali, eppure trovare forme di condivisione che procurino ben-essere. È necessario stare bene a scuola, è necessario quando si abita uno stesso luogo e non si è solo ospiti di passaggio. La classe è una piccola polis in cui si può imparare a esercitare la convivenza, a cercare le regole condivise perché scaturite da un provare e riprovare, giocando a sperimentare la democrazia.

La nostra esperienza di maestri e spesso di donne, visto che i maestri sono quasi del tutto maestre, ci dice che il tempo di cura nella crescita di un bambino non è ininfluente, non lo è ritrovare la lentezza, la ripetizione, il mettersi in ascolto e magari cambiare ciò che si era programmato. Ma per fare questo ci vuole tempo.

Ci vuole tempo perché la complessità in cui viviamo, che globalizza valori e aspettative, desideri a volte difficili da controllare, fa nascere, come è accaduto nella scuola in cui lavoro, ma a fiuto sento anche nelle altre scuole, una grande attenzione per il nostro territorio, per le relazioni con la gente che lo abita, per le tradizioni, per la città in tutti i suoi aspetti.

Chi si sofferma ancora sulla soglia di un’aula, di un’aula qualsiasi, potrà sentire che l’aula diventa troppo stretta e allora via alle uscite, a conoscere e sperimentare sul libro aperto della città. Ma neanche di questo noi maestre insieme ai pochi maestri rimasti ci accontentiamo, il localismo di difesa lo avvertiamo subito come un pericolo e allora ancora ci interroghiamo su come l’amore per i propri luoghi, la propria città, può essere la base per l’amore e rispetto per il mondo.

Ma per tutto questo ci vuole tempo e non lo si può affrontare da soli con una classe di più di 30 alunni. L’idea di un maestro unico e autosufficiente è una percezione piuttosto maschile che contraddice la vita, non ha mente e cuore aperti per vedere che il bambino, la bambina, sono perennemente immersi in un mondo di relazione, passano dalla relazione iniziale con la madre fino a una pluralità di figure già piccolissimi nella famiglia, affidati a baby sitter, a nonni, alle insegnanti del nido e subito dopo alle due o più insegnanti della scuola dell’infanzia. Dopo questa pluralità, che so benissimo non essere esente a volte da problemi, i bambini si ritrovano negli anni di massima possibilità intellettiva ed emotiva ad avere un solo insegnante per 5 anni. Ognuno può immaginare le conseguenze affettive, psicologiche e formative che ne potrebbero derivare.

Come insegnanti abbiamo alle spalle un patrimonio che non possiamo buttare: qualcosa che ci fa forti nonostante. Nonostante i continui tagli ai fondi scolastici, a cui hanno partecipato anche i precedenti ministri dell’istruzione Moratti e Fioroni, nonostante una grande quantità di denaro venga dirottato verso le scuole private, nonostante la volontà di ridurre negli studenti le capacità critiche, nonostante l’eliminazione dei docenti facilitatori per alunni di altre culture e lingue, nonostante la riduzione delle ore di sostegno per i disabili, nonostante il declino dei media tradizionali sempre più compiacenti e corresponsabili dell’abbassamento dei livelli culturali, nonostante gli insulti dei ministri e di coloro che la scuola non sanno nemmeno cosa sia, nonostante abbiano costruito un’opinione di disconoscimento e denigrazione di un mestiere oggi affidato quasi esclusivamente alle donne, nonostante gli stipendi più bassi d’Europa, la vera e propria campagna di svuotamento e diffamazione della scuola tutta, la scuola primaria pubblica è riuscita a garantire ai propri alunni standard internazionali di altissima qualità. Ce lo confermano le statistiche internazionali che la pongono al sesto posto nel mondo.

Proprio per questo molti tra gli insegnanti, i genitori e la società civile, continueranno a discutere, a pensare a forme di contrasto civile.

Quando c’è una grande confusione, se non ci si arrende, se non si diventa nichilisti o si spera che la pensione giunga al più presto a liberarci, si sperimentano cose nuove, si apre un dibattito forte, uno spazio di ricerca. È già successo in altri momenti.

Quale nuovo rapporto si apre tra scuola, saperi, società? Con quali forze tessere un patto di cittadinanza inclusivo? E se saremo costrette e costretti a subire i tagli?

Noi docenti continueremo a pensare che il nostro sia un mestiere bellissimo e spingeremo per cambiarla una legge che ci sembra ingiusta. E se nella scuola primaria saremo costretti ad essere maestri unici troveremo forme per aprire le aule, per scambiarci competenze e sapienza con le altre maestre, con tutto il personale della scuola, i genitori, come sta avvenendo in questi giorni. Non subiremo passivamente.

Quello delle maestre in particolare e degli insegnanti in genere non è un mestiere qualsiasi, ha sempre a che fare con la vita, con il futuro, con un coinvolgimento profondo che investe l’essere tutto intero, mette in gioco una visione di mondo. La nostra visione di mondo continueremo a confrontarla con gli altri, anche con coloro che esprimono altre opinioni. Non ne possiamo fare a meno: la formazione delle nuove generazioni è ciò che continueremo, nonostante tutto, ad avere a mente e a cuore.

* * *

Il meraviglioso gioco dell’Alfabeto
di Lisa Racini

Che cos’è l’alfabeto? Un elenco di segni: A B C D E F G H I J K L M N O P Q R S T U V W X Y Z. Segni grafici che permettono il riconoscimento dell’articolazione fonetica delle parole. Per ragioni antichissime, si potrebbe dire –addirittura- ancestrali, la A viene prima di tutte, mentre la N sta fra la M e la O. Che meraviglia! Quasi una magia, una specialissima cabala che ci permette di ricordare il passato, vivere il presente e prevedere il futuro. E ciascuno di noi, nelle Lingue neolatine e anglosassoni, può con ventisei semplici segni fare quasi tutto.

Spesso, invece, si pensa che esse siano soltanto le prime cose da insegnare appena seduti sui banchi di scuola. Poi l’alfabeto sparisce dalla conoscenza, dal sapere, e dalla consapevolezza di avere un meraviglioso strumento per vivere. Altro che in classe prima. All’università dovremmo studiarlo! E per tutte le discipline: umanistiche e scientifiche. Che ci sia alfabeto in una terzina di Dante nessuno lo metterebbe, mai, in dubbio; ma ci chiediamo qualche volta quanto alfabeto c’è nella Matematica? Anche la più lontana dalla Poesia, la Chimica, ha bisogno dell’alfabeto. E nelle Scienze fisiche e naturali? Non si è speso invano Galileo Galilei!

Con gli alunni, fin dalla classe prima, è utilissimo non insegnare immediatamente l’alfabeto. In primo luogo non si impara a leggere e a scrivere ripetendo e trascrivendo decine di volte le lettere A B C, per la semplice ragione che, ad esempio in Italiano, già alla III lettera dell’alfabeto bisognerebbe fare una lezione di glottologia e fonematica sull’uso dell’H, della S anteposta e delle vocali ad essa associate. Per poi arrivare alla più complessa articolazione della G, che, in Italiano, si associa anche alla N e alla L. Per non parlare della L che a seconda della sua evoluzione linguistica (popolare o dotta) si pronuncia in alcune parole liquida e in altre semiliquida o semipalatale (fai tu, caro maestro: per queste questioni oltre al più volte citato T. De Mauro, potresti leggere un po’ di Migliorini o un tanto di Gabrielli, un pizzico di Devoto o una manciata di Dionisotti…, ma se vuoi approfondirne l’aspetto storico e filologico, va benissimo un qb di Bembo o di Trissino…).

Ma nessuno si sogna di fare una cosa simile con bambini appena scolarizzati. Non a caso molti bambini per scrivere “ciao” assemblano “CAO”, per scrivere “Gianni” mettono insieme “GANNI”. Errori ortografici di ‘precisione’: dopo aver sentito per molte volte la cantilena dell’alfabeto dai maestri o dai genitori: A, Bi, Ci… non dovremmo meravigliarci o, addirittura, rimproverarli. In secondo luogo potremmo ritenere l’alfabeto il ‘testo’ più interessante e utile di ogni altro per stare con gli alunni. Come? Giocandoci.

• Col kirigami
• Con la plastilina
• Con il disegno, il colore e il collage
• Con i magneti
• Con le parole: il ‘vecchio’ treno carico di …, e i più ‘difficili’ acrostici
• Con il corpo: due bambini che, in piedi, si toccano la fronte e si reggono con le braccia fanno la A…
• Con il riconoscimento labiale, senza voce
• Con i coretti per le vocali

Poi, finalmente, con la pronuncia e l’uso dello specchio, delle mani e dell’immaginazione. Con lo specchio non vedi soltanto il movimento delle labbra, ma anche se il vetro si ‘appanna’ (vocali). Con le mani puoi sentire se il collo ‘vibra’ (consonanti sonore). Con l’immaginazione puoi andare in fondo alla gola e ‘sentire’ se si chiude (le gutturali), puoi andare a ‘sentire’ se la lingua incontra il palato (palatali) o preme sui denti (dentali), puoi andare ad ‘ascoltare’ se l’alito fischia o striscia (fricative) o se ‘passa’ di lato (liquide). Puoi andare a ‘toccare’ con mano se le labbra si incontrano (labiali)… E poi, tutte le varianti che i bambini sanno trovare benissimo pur non conoscendone il nome tecnico. Infatti di quello non ne abbiamo bisogno per parlare o per leggere o per scrivere…

Ma quando fare questi giochi? Fin da subito: si legge ai bambini una bella fiaba, meglio se conoscono già, se ne scrive alla lavagna (o su un foglio) il Titolo, si estrae dalla propria borsa un bel panetto di plastilina colorata e si dà il compito: ora vi darò un pezzetto di plastilina a testa e modellate la lettera che vi piace di più. Che spettacolo: li vedi così felici di studiare l’alfabeto con CENERENTOLA che quasi non ci credi che stiano studiando…

Il resto, l’ho sperimentato più volte, viene da sé. Soltanto dopo un buon anno di giochi con l’alfabeto, in classe seconda, puoi spiegarne l’uso pratico che se ne fa della sua codificata sequenza: A, B, C, D, E, F, G, H,… per la consultazione di elenchi alfabetici: cominciate dal Registro per le presenze; poi in un altro giorno: leggete con i bambini un brano dal libro di ‘testo’, e come sempre andate a cercare proprio sotto il brano il nome dell’autore e il titolo… Poi, chiedete ai bambini di immaginare di essere in biblioteca: -Come farà il bibliotecario a cercare, fra le migliaia di libri, proprio quel nome o quel titolo?- vi rispondono con immediatezza: -Va dalla P e trova Pinocchio– oppure: -Va da quelli con la C e trova Collodi. Il meraviglioso ‘gioco’ dell’alfabeto, quel giorno, finisce con la scoperta della ‘collocazione’ per Soggetto e per Autori.

Non è magia, è… la magia dell’AlfaBeto. Ma i primi a conoscere bene bene questa magia devono essere i maestri. Altrimenti i giochi con i bambini non funzionano! E fra un esercizio e l’altro, portateli fuori dall’aula. Anche le mele, affinché maturino, hanno bisogno di tempo, sole e vento.

* * *

Un tempo pieno di vita
di Maria Cristina Mecenero

In tempi bui possono succedere miracoli. Più di quanto ci aspettiamo. Ho imparato questa cosa da quando sono maestra. Le donne che accompagnano la crescita di bambine e bambini come madri, educatrici o insegnanti lo sanno bene. Sanno che sintonizzarsi con l’infanzia aiuta ad aprire tutti i sensi e rende più intelligenti. Sanno anche che non viene sempre facile sintonizzarsi, che le influenze, le economie dei mondi che contano agli occhi dei più – quello politico, quello ministeriale, quello del mercato – sottraggono ascolto, pazienza e intelligenza. Bisognerebbe perciò stare attenti alle “mosse” che si fanno: donne, bambine e bambini reagiscono.

Per tutta la settimana non abbiamo avuto luce in classe, causa lavori in corso per la ristrutturazione dell’edificio. La nostra aula spaziosa è troppo buia per far stare le bambine e i bambini ai soliti posti nel banco, in più la mia vista non è più quella di una volta, ho dovuto aiutarmi come potevo. Il primo giorno, per prendere tempo, ho detto: “Mettetevi tutti qua, vicino alla finestra con le sedie, inizieremo dalla lettura”. Intendevo la lettura di un libro che faccio di solito alla fine delle mie ore. Qualcuno ha portato anche quello che aveva scelto dalla biblioteca di classe.
(continua qui)

* * *

Scuole senza soldi, supplenti non pagati, niente per le strutture scolastiche. Mancano soldi per i recuperi, torna il divario sociale e tra Nord e Sud… Italia tra gli ultimi in Europa in spese per l’istruzione. E il governo programma un settembre senza supplenti e cancella la I di Informatica dall’insegnamento. Intanto si avvicina la legge Aprea. La scuola si prepara allo sciopero del 18 marzo.

* * *

A iscrizioni chiuse, bocciato il maestro unico e boom di richieste del tempo pieno a Torino, a Bologna, a Roma, nonostante tagli programmati e disinformazioni ministeriali e nonostante le incertezze organizzative.

Un sondaggio del TG1: il 90% degli italiani boccia il ministro e la sua scuola.

Il valore della compresenza.

Differenza fra un “tempo scuola di 40 ore” e il modello pedagogico del tempo pieno.

Un convegno sul tempo pieno: gli atti.

Materiali su tempo pieno e compresenze.

Senza, cosa si perde.

Un po’ di storia.

* * *

E adesso tocca alle Superiori: per cominciare a parlarne:

Venerdì 6 Marzo ore 17.00
CIRCOLO DELLA STAMPA PALAZZO SERBELLONI Corso Venezia, 16 Milano (MM1 Linea Rossa fermata Palestro)

LA SCUOLA “RIFORMATA”: da Gelmini ad Aprea
Un’analisi per capire come sarà dopo il 2010 la scuola superiore italiana

Intervengono

Giovanna Lo Presti – Docente Associazione Culturale Scuola e Società
Stato giuridico, modalità di formazione iniziale e reclutamento dei docenti

Mario Piemontese – Docente Rete Scuole
Governance delle istituzioni scolastiche

Tulio Carapella – Docente Coordinamento precari
Schema di regolamento licei e tecnici

Rodolfo Rossi – Dirigente Scolastico
Riorganizzazione dei Centri Territoriali permanenti (CTP) per l’educazione degli adulti e dei corsi serali
(CPA)

Natale Alfonso – Docente Associazione Culturale Scuola e Società
La riforma dell’istruzione tecnica e professionale

Coordina
Elisabetta Daina
– Cub Scuola Milano

* * *

Una sintesi dei provvedimenti del Governo sulla scuola qui.

Spazi in rete sulla scuola qui.

Cosa fanno gli insegnanti: vedi qui e qui.

Inoltre ricordo che circola in rete un appello contro il maestro unico e un altro a sostegno della scuola pubblica.

C’è un appello anche per l’università qui.

Un appello di docenti e formatori nel campo dell’educazione linguistica sulla valutazione degli apprendimenti qui.

Un appello per il diritto alle prestazioni sanitarie urgenti agli stranieri (compresi i bambini) qui.

Segnalo anche un appello per il diritto alla tutela della salute per i dipendenti pubblici qui.

Le leggi contestate: la legge 169 (ex dl 137), dl 133, mozione Cota.

3 pensieri su “Vivalascuola. Un tempo pieno di vita

  1. Ottima cosa! Ci speravamo tutti. Nella mia scuola – dove ha insegnato M. Cristina Mecenero , peccato che non siamo riuscite a conoscerci, ma l’ho “conosciuta” nel bellissimo DVD “L’amore che non scordo” – il tempo pieno è stato richiesto da tutte le famiglie, i cui figli andranno in prima il prossimo a.s.

    Grazie a voi per l’attenzione:
    Insegnante infanzia, Eufemia Griffo

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