Miserere asfalto (afasie dell’attitudine): 452-552

di Marina Pizzi

*****

452.

la spiga sta sotto l’erta del sale del mare, il salato la brucia lentamente. nei viali malinconici intorno alla stazione si festeggia la giara con l’olio siciliano. in un pezzullo di unghia tutta la paura di entrare dal medico. ho freddo al collo ma la sciarpa l’ho perduta cercando i guanti. otto ore al dì di postazione informatica dal lunedì al venerdì.

453.

i rinnegati del cartone giocano a carte con i baveri alzati e le sciarpe rigirate all’ennesima potenza.

454.

con il male congenito delle persiane che si chiudono e si aprono sempre sullo stesso posto, sto alla scrivania tanto per un posto, un posto stesso e qualsiasi, lugubre anfiteatro del senza rotta.

455.

il complotto del cervello è sempre l’atrio di una casa abbandonata, un apice inverso, in verso.

456.

in una guerra qualsiasi le gimcane vere

457.

più che un amore è una Cuccia e, di questi tempi, va più che bene!

458.

il tuo amore è finito nel piatto insieme ai gusci delle noci, non me ne sono accorta! dopo tanti anni di Cuccia questa la fine di un Amore a suo tempo inconfondibile!

459.

la casa dove si sta nudi è un mistero metropolitano, paesano, sano.

460.

non ho più tempo. le pause e gli addobbi non mi bastano. il basto lo sento tutto, il sacco anche. l’angolo bello della torre d’avorio non l’ho mai conosciuto. sola e basta. l’anfiteatro degli altri e, il mio, è immenso come un granellino di sabbia. io, il lino per il sudario di un dado al gioco dei dadi. Cristo, se esistito, è morto invano.

461.

dove un grande numero di arrivi è la tua fronte

screpolata dall’ira tenuta dalla gioia

462.

le retoriche del remo sgambettano nel nulla

463.

il fuoco del natale quando si urla la luce il freddo l’abbandono.

464.

ardore di pietà quando un penato allo smacco del tramonto sa resistere.

465.

in un caos di addendi ho visto l’apice, l’abisso cruento perfino del ciliegio.

466.

e t’incolli al tedio di tutta una sillaba, una ridanciana similitudine di accatto quando la meraviglia è lo stupore di un sospiro. e ogni giorno c’è chi batte al muro per le sconquassate frottole della breccia. dove arrendersi è un cipresseto di rigoglio, un orgoglio salino quasi una duna materna ancora d’àncora ancora.

467.

la tristezza delle case popolari, agostane o dicembrine, il rendiconto nullo.

468.

sarà andato lontano lo smacco nero questo ridirsi senza senso tra papaveri e girasoli.

469.

la corda nera del tiro alla fune è l’entità dell’identità.

470.

nel vallone è finito il mio costrutto, questo incidente buono di saper leggere le occhiaie di terrore.

471.

l’ingordo malanno che spezza le caviglie, questo dispiacere eroso con la nuca bambina, questa sparenza che dondola lo sguardo. frantumi di una rotta che dà morire.

472.

in un canestro di soqquadri l’appello della primavera. darsene immote. le letargie dei cipressi. le mani in pasta che non sanno fare. il disastro del falò alla marina.

473.

è successo che il sudario si sia reso divertito, è molto raro ma il morente sorrideva, quasi una voglia gli prendesse il volto e la nenia del presente lo infastidiva. è morto di gioia.

474.

non so se ti verrà da piangere con la dea della fortuna chiusa in casa a far da principessa triste, da Cenerentola impotente, quieta per forza senza la zucca. in capo ad uno stornello so di non capire la forza del canto, né la malia del fatuo limbo dove si addestrano i perdenti e le comete mozze.

475.

della patina del sale ho sempre avuto rispetto col naso che si secca per troppa ansia. occorre scantonare l’età che perde le forze. con il consenso delle rime avere un uovo da non intaccare.

476.

è piuttosto avaro il giallo della foce.

477.

il sonno massimo capo di stato

478.

alla lavanderia automatica ho chiuso la mia famiglia

479.

il tatto della cometa darà verdetto nonostante io sia cenere e paesello al germoglio della strada. qui lo studio del filosofo e del poeta avrà lo sfratto, il soldo nella vasca della fontana darà la ruggine votiva, uno scopo ancora. e lo scandalo ripeterà se stesso.

480.

con un permesso ipocrita e cattivo posso uscire dall’ufficio, giro l’angolo con le caviglie pesanti, la gola zuppa di parole non pronunciate tranne la solita bestemmia a fior di labbra. il macellaio sta dentro il mio udito, una lotta con i pugni in tasca. alla catena dell’identità il basto e la lordura di darsene piene di oli di scarto.

481.

la giacca è stata posta in un lapidario, fa mostra di sé è viva nonostante il corpo manchi. il panno ha le pieghe dell’attesa, l’impronta delle braccia e delle spalle. nelle tasche i fogli delle storie. nel taschino un cucciolo di gatto ha trovato marsupio. i bottoni puntuali e le asole di buona sartoria. un refolo e la giacca è in terra, cadavere del vuoto stato.

482.

uno spavento notturno, un’abasia precoce, questo ciò che resta.

483.

mi piacerebbe socchiudere il giaciglio per un mago infallibile, una fata di gran rango potente. apprendere la rotta del nirvana per vanificare la ronda.

484.

in questa erta di commiato

beatitudine e soqquadro.

485.

con un magnete ho tentato di attirare, attrarre, far mio tutto il mondo possibile perfino la porta girevole di un hotel di lusso senza riuscire ad accattivare, attratti, il principe o il guardiano. ma il timbro della fossa l’ho scarabocchiato più volte per renderlo irriconoscibile, potente alla resistenza del vuoto-fossa, partigiano contro il magnete. le pagliuzze dei nidi le ho attirate per sbaglio e me ne vergogno. ma il magnete è potente e non mi obbedisce. ho lanciato il magnete in fondo al mare e l’àncora ha fatto naufragare la nave.

486.

in un lutto di confische e baci vuoti

le libertà del nero.

487.

ricordo un lampo e un tuono che mi sconfissero

librino senza glosse professorali

488.

in un cordolo di senso si fa dolore

qualunque logico arbitro di quiete

489.

sotto la pulsione del cerchio

ho visto l’altalena ripetente

il crollo della nenia la risata

del boia.

490.

mi è finita la giostra mi è finita la lametta

491.

lo spiraglio delle crepe a far da soglia

con la tormenta in corso.

492.

il giorno accovacciato a fingere orizzonte

così s’interra questa malattia

493.

ieri due versi li ho perduti

data la forte stupidità del computer

oggi ne perderò ben di più data la forte stupidità mia.

494.

concedimi un sicario ch’io possa arrendermi

alle braccate doglie alle perdute soglie

495.

con il collo in un anfratto di cenere

le ore del sonno e della veglia.

496.

in una stasi di cipresseta ho visto l’angolo

governato dal virus dell’inedia

497.

con la giornata che piange un’altra aureola

appiattita dal rombo di motori

498.

dal verbo delle bettole s’inerpica

la guerra stanca di badare a sé

499.

in questa perenne sacrestia di non miracolo, l’alunno è ridotto all’asso. alla spaventosa caverna dell’accontentarsi perché altrimenti è peggio. e le leggi del branco gironzolano vittoriose sia a scuola che sul lavoro.

500.

attore di vendetta la mia nascita

gravata sul magistero della spugna

501.

di notte dava la caccia alle marionette

sotto un auspicio di creta

502.

ostacolo a bella posta il tuo rancore

basato su stazioni senza treni

sensato per davvero in retromarcia.

503.

indice d’imbroglio stanno i pianti

e le risate d’indice. tu sorridi

e non sai la gioia di non essere.

504.

accorro sulla cresta del fortilizio

ma non salvo nessuno, anzi

volo nel tonfo.

505.

Oramai da tanti anni sono diventata l’aguzzina di me stessa.

506.

nel vento che sconforta le corolle

viene l’arbitrio di poi le sporule

avverano le nascite.

507.

le teche del silenzio nella verità del nulla

chetano reliquie permettono lo sguardo

nel battistero recidivo equoreo reo.

 

508.

ironie del vuoto quando l’epitaffio

consoli le lucertole sguarnite

509.

le terre del basto

non temono bonifiche

né le feste con le girandole di fuoco,

senza contaminazione stanno basse

forzate sotto il senso delle esequie.

510.

pazienze d’oltremare la trama della stanza

questo spavento alla potenza d’angolo

511.

appena sul distante le ritrosie

delle nuvole che con brevetti

di volo omettono le regole

vedette col tremolio di cuccioli.

512.

veniamo saccheggiati da un tremulo

coniglio un ghiro di fonte il sonno.

513.

nell’ernia della truffa vibra il sole

cattivo quanto l’oasi d’osanna

514.

l’ernia forsennata di rivedere

la nicchia della pace

l’arbitrio della biro che non scrive.

515.

La scritta sotto la statua

si sta sotto prosette di slogan ad enfasi.

nulla si può derubare se non la stessa vita.

tra tramezzi di gente i viottoli umani non portano a nulla,

ma il ciclista piange dalla gioia e per lo stress-trauma della fatica.

a forza di leggere/scrivere libri il cómpito per la vita è venuto meno.

da domani faccio un solenne encomio dell’inerzia, dell’equilibrista,

dello stampatore folle e dell’editore geniale e giusto e onesto.

da oggi mi metto in nicchia e crepo a poco a poco proprio per ristoro.

i migliori anni della nostra vita sono le parole sempre sperdenti, un’aurora dei denti

per il marzapane al cioccolato. chi coccoli il lato del bello è l’unico felice, certo qui non si parla

di creativi mercantili, ma di davanzali di pietà. adesso chiudo e mi metto a dieta per un cantico di stasi.

516.

dentro l’intuito della donna vuota

il cerchio dell’anno senza numero

517.

al chiodo le carcasse dei morti

queste notturne aureole

legate per inedia.

la pratica barbarica delle reliquie

osanna di uno scempio d’àncora

per accattonare nel pio il macabro.

518.

appello di riposo il tuo candore

senza afflizioni un sorso di figura

darsena. rovini in mente la mente.

519.

in un gelo di stoviglia la riunione

di campare. aver fame da malati

è ancora più triste. la veglia conforme

alla lotta ha percussioni e mantice.

il tic della rotta persa sazia la cella.

520.

ordalie plurime verdetti di rime

queste bisacce standard sul tempo

521.

i grandi centri commerciali degl’incroci

proprio come cappelle per pegni di confisca

sparire alla vita dal nucleo del cancro

dal crocicchio di abbandono per questo

abbandono. bandoli d’asce.

522.

la luce delle steppe sa far stare insieme

gironi di perseguitati. addobbi di pece

per la gioia del capostipite, leggasi

il tiranno non unto dal guizzo del

dolore.

523.

darsene di refusi e sogni fusi

524.

la brezza funebre

ha un siluro sulla fronte

una daga al corto della cenere.

525.

le preistorie dell’acciaio furono nidi

526.

con un occhio crudo da far paura al diavolo, si sa-si fa il volo pindarico del coma appena chiusi in un’officina di tomba.

527.

sono nata o vissuta sia al sud che al nord, entrambe le sparenze mi sono nemiche.

528.

ordigno di cratere l’applauso del sole

529.

la mia aureola sta a valle

coperta da una duna di pioggia

530.

discuto il buio con l’arsenale in bocca

531.

a domicilio sul fato della morsa

questa carretta ciclica di zero

532.

nella strofe catastrofica del sale

le genie del numero zero

533.

le forche sezionano comete

per l’addobbo di dee vincenti

per le chele di tempi.

534.

si gioca sottopiano tanto per non retrocedere

al prossimo diluvio della nuca.

535.

il cadavere del pesciolino argentato

argenteo scivolo di giostra.

534.

un orto nella voce il tuo costrutto

invaso dall’intarsio del mortale

disgusto per la fotocopiatrice

errabonda maniera di miniera.

535.

in un sistema di grilli la risposta

per sconsolare la sabbia

di castelli in steli al mare.

Il malato di un morbo famoso

vuole l’acqua del pozzo

non del rubinetto, sa, dice.

536.

erta di schianto apice e veleno

annulli di elemosine guardarti.

537.

Il sangue in palio

il sangue sta nella botte, viene bevuto con gran gusto.

lo storno dei resti del corpo viene lasciato marcire per il disgusto di qualcun altro, di solito uno spretato con la bontà d’interpretare i visceri un attimo prima del marcimento.

appena vi ruzzola una cometa, subito qualcuno c’è che schiamazza ridendo a crepapelle, vanificando la morgue che cerca voce.

intorno al bivacco la voce più svacca e grossa è ascoltata con religioso compiacimento, cibo anfibio tra il bio e il forte logico: non di verità si tratta, sia inteso.

tra la cialda del cielo e l’avamposto del rogo la simultaneità.

l’equilibrista sa stendere ponti, ma la pace proprio non sa arrivare: che serva il peso dei sassi nelle tasche atti all’esca dell’annegamento? dopo un po’ anche tutti i ponti implodono o esplodono.

la ricchezza della gara infoltisce la perfidia del potere o la bonomia, imparziale ipocrita, del colpo di pistola per il via.

i manichei, gli stoici, gli atei, gli agnostici e gli gnostici stimolano giare per ottenere un ottimo olio atto a tutti gli usi simbiotici e terresti e simbolici, oltre non rema il teschio. estirpano, per un verso, trapano per l’altro verso, piantano pali per le affidate-affilate fidanze.

ma non basta, la grondaia comincia ad emettere tesi e antitesi lungo i fili dei panni stesi ad essiccare il rantolo che schiuma, un filo si spezza e penzoloni sega l’appiglio, l’io vermiglio così verminaio.

la lira della rondine si mette a stridere senza accorgersi del desco scovante il vale del chissà come.

538.

generalità del fosso

ore del senza scampo

covo di coriandoli

la pena di essere soli

nati appena ad argine di lira.

mare di alluvioni

visi di disordini

gite nude

affinità del gratis.

in braccio al teschio

la cometa di non farcela

né dal camino né dalla finestra.

frullo ti costeggio lungo

l’avverbio del mare nero

biologico intrico

539.

Sul tram per voce di una migrante:

“lui è un ubriacone, è depresso, ti fa ridere un po’.”

540.

crepare prima di qualunque albeggio,

tristetristetriste tristissima epoca a

capofitto. crepare nel diluvio delle stigmate

nel maremoto delle fitte dentro lo sguardo.

pianse l’odissea del verbo

nell’urto mattutino di sfinire

la notte. sente un artiglio nel diluvio.

si stende sul pavimento per il mal di schiena

pur non essendo pianista. acerbo nella vecchiezza

senza nessun atto di vendemmia.

541.

in ordine al ladrone della notte

sto alla finestra per sedarmi il viso.

542.

qua nell’ampolla il pesciolino

fa capolino per sembrare anfibio

543.

discosta da me quest’intruglio

d’orto, questo falsario che memorizza

cambiali con la foto

stivali con il buco

il loglio valentissimo sul grano.

544.

l’attore in palandrana per poter sopportare

la darsena del globo.

545.

d’imperio morirò come una rissa

546.

di tanto in tanto la penombra straripava

verso le braci apolidi del sogno

sicché la brama maturava in zero.

547.

nella cornucopia della scialuppa

la suburra di stare vivi

di pece il burattino del sangue.

548.

notiziario d’ecatombe la tua nuca

avvistata per amore.

549.

angelo schiantato sentiero atomico

l’angustia della vena sotto il titano

550.

la giovinezza del vuoto

del palmo il manto

la ricchissima favella del dispatrio.

551.

è nata l’olimpiade dell’ermo

pastrano di nebbia

scatola di biscotti.

552.

in un maleficio di steccato

ho visto il caso fustigarsi in fato.

553.

*****

cap113


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