L’orologio

orologi

Mi chiedo se il linguaggio rispecchi ancora la persona, o non piuttosto la televisione, che impone un tono, un ritmo, un dizionario tutto suo. Tengo i colloqui in una stanza preceduta da un’etichetta dorata: formatore. La fece mettere don Mario una quindicina d’anni fa. Lì si parla confidenzialmente: il tono di voce è una mano tesa verso l’altro, perché si senta capito. Dal piazzale giungono grida di ragazzi, versi di merli che planano sul tetto dell’edificio a due piani. Le nostre confidenze fanno spazio, non c’è motivo per entrare in concorrenza o accavallarsi. Nel muro antistante la poltrona dove siedo c’è un orologio che procede a fatica: mi ricorda quanto tempo resta, se le nostre parole devono morire di fronte ad altre pronte a raccontarsi, per essere guarite. La formazione è un grembo di silenzio che avvolge i traumi e le speranze di ciascuno, grovigli psicologici e linguistici.  Se rinunciassimo al linguaggio violento che ci assedia, troveremmo i sensi dell’infanzia, i colori del mondo come si formano all’origine, quando l’occhio e l’orecchio reagiscono in modo naturale. Non dimentico il frammento di Siddharta che descrive l’ascolto del barcaiolo misterioso, simile all’albero che accoglie la pioggia. La televisione dovrebbe mettere fra i titoli di testa l’etichetta dorata formatore, come fosse uno stanzino di parole che si fanno spazio, mentre giungono i versi del merlo e le grida dei ragazzi. Qualcosa è cambiato, in questi ultimi decenni, ma sarebbe troppo lungo dire cosa. L’orologio mi ricorda a fatica che il tempo è già scaduto.

(fonte immagine)

(versione audio)

14 pensieri su “L’orologio

  1. l’ascolto è fatto di sguardi. per ascoltare anche il silenzio dell’altro dobbiamo poterlo guardare negli occhi; nessun mezzo tecnologico potrà mai sostituire la presenza senza la quale diventiamo null’altro che vane virtualità evanescenti.
    non per niente nostro Signore ci ha dato un segno tangibile, il pane che spezziamo è Lui, possiamo toccarlo, masticarlo, tenerlo fra le mani.
    ci dovrebbero essere molte più luoghi con etichette dorate e stanze in cui incontrare l’altro al ritmo lento del tempo ritrovato e meno, molte meno, tv.

    bella pagina, fabry

    grazie

    F&R

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  2. Ho una specie di allergia alla televisione. Non ne sono del tutto contenta, perché mi manca una consapevolezza culturale che potrebbe essermi anche utile nel mio lavoro di insegnante: qualche giorno fa i miei ragazzi mi hanno chiesto se avevo visto una certa cosa al festival di Sanremo: impossibile: Sanremo è una delle cose che ho sempre detestato!
    Ma forse dovrei fare qualche sforzo e, a piccole dosi, acculturarmi un po’ …
    L’attenzione al linguaggio è un punto spinoso: lì, credo, si rivela, come scrive Fabrizio, una violenza nascosta, che è presente nella nostra (in?-)civile convivenza.

    Credo ancora molto attuale, purtroppo, il geniale Calvino:
    “Alle volte mi sembra che un’epidemia pestilenziale abbia colpito l’umanità nella facoltà che più la caratterizza, cioè l’uso della parola, una peste del linguaggio che si manifesta come perdita di forza conoscitiva e di immediatezza, come automatismo che tende a livellare l’espressione sulle formule più generiche, anonime astratte, a diluire i significati, a smussare le punte espressive, a spegnere ogni scintilla che sprizzi dallo scontro delle parole con nuove circostanze. Non mi interessa qui chiedermi se le origini di quest’epidemia siano da ricercare nella politica, nell’ideologia, nell’uniformità burocratica, nell’omogeneizzazione dei mass-media, nella diffusione scolastica della media cultura. Quel che mi interessa sono le possibilità di salute. La letteratura (e forse solo la letteratura) può creare degli anticorpi che contrastino l’espandersi della peste del linguaggio.
    Vorrei aggiungere che non è soltanto il linguaggio che mi sembra colpito da questa peste. Anche le immagini, per esempio. Viviamo sotto una pioggia ininterrotta di immagini; i più potenti media non fanno che trasformare il mondo in immagini e moltiplicarlo attraverso una fantasmagoria di giochi di specchi: immagini che in gran parte sono prive della necessità interna che dovrebbe caratterizzare ogni immagine, come forma e come significato, come forza di imporsi all’attenzione, come ricchezza di significati possibili. Gran parte di questa nuvola di immagini si dissolve immediatamente come i sogni che non lasciano traccia nella memoria; ma non si dissolve una sensazione di estraneità e di disagio.
    Ma forse l’inconsistenza non è nelle immagini o nel linguaggio soltanto: è nel mondo.” …
    Esattezza. Lezioni americane.

    Grazie a Fabrizio per queste riflessioni.
    Un saluto a tutti,
    Lucia Olini

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  3. Appunto perché il tempo non scadesse secondo i ritmi imposti dal “sociale”, i rivoluzionari primonovecenteschi sugli orologi ci sparavano.

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  4. La tele-Visione?

    Caro Fabrizio,
    forse sarebbe meglio parlare di Rubriche televisive, Trasmissioni, Films, Viodeo-Clip, Spettacoli scemi, Avanspettacoli da sottoscala, Giochi a Premi per deficienti, false Interviste, Comparsate con Applausi a comando; mettiamoci pure, Internet ed Internos, i comportamenti subdoli infilati nei CD, la Pubblicità ovunque, la Cartellonistica invadente, le immagini Sublimate nascoste nei programmi, la Letteratura spicciola o idiota, i Giornali di Regime, la moda Carnevale, ecc.
    Tutto e di tutto oramai concorre alla demolizione dell’ Homo Sapiens.

    Fabrizio, ci si deve domandare come sia stato possibile che tutti gli uomini del mondo vestono alla stessa maniera, mangiano gli stessi cibi, costruiscono le stesse cose: macchine, grattacieli, satelliti, orologi ecc. vendendoli e svendendoseli reciprocamente, e, tutti turisti in viaggio per il mondo per vedere se stessi con la pelle diversa e fotografandosi davanti ai Templi muti e senza dei.

    Che concorre all’imbarbarimento della cultura mondiale e soggettiva, sul nostro pianeta, è legittimo pensare che hanno concorso molteplici fattori, sentendoci impotenti. Certamente, oltre le menzionate tentazioni, indagare sul motore che controlla questo inquinamento dell’anima e in tutto il mondo, non si discosta molto dall’imputare al capitalismo quale responsabile, il sistema pitagorico presente in ogni settore della vita quotidiana, di ogni singolo cittadino, di una qualsiasi parte del globo, esposti ai bombardamenti ossessivi dei modelli nichilisti che il capitalismo impone in cambio di una paga pingua.

    Il Danaro?… eccolo!

    Questa “unità di misura” dispari, si è imposta in tutte le arti e pensieri dell’uomo.
    Chi lo ha imposto su vasta scala?

    E’ proprio il caso di dire che: “ L’uomo ha venduto al sua anima in cambio del danaro”.

    Questo detto o virtù dei Cattolici che stava alle fondamenta di una società cristiana, fin dagli albori delle catacombe, si è rivelato perfetto! Ora la domanda da porci è: “ come mai la Chiesa si è alleata col Demone Tentatore? Come mai si è capitalizzata?”
    Che i Protestanti sia stati i promotori di questo modello eversivo è arcinoto; che il premio capitalistico sia un premio donato da Dio per i protestanti è un precetto assoluto, ma la Chiesa Cattolica Romana, non avrebbe dovuto combattere questa blasfemia fino alla Morte?

    Il “successo economico” dell’individuo fondato sulla concorrenza, ha degenerato i buon costruttori ed inventori in commercial-capitalisti; è chiaro che questo processo degenera tutto in una sorta di gara spermicida tra gli esseri. E se gli “ovuli premio” sono limitati a pochi e speculativi?
    La sopraffazione per il raggiungimento dello scopo al “successo economico”, e a tutti i costi, ci ha condotto da anni alle primitive leggi delle sopraffazione dell’essere sull’essere: il Cannibalismo sta dietro questa porta ed è il passo successivo se non lo fermiamo in tempo.

    E’ la “dottrina capitalista” di fondo, trasmessa dai Media, l’origine di tutti i nostri problemi sociali, e non lo scatolone “Televisione” Quando si perde di vista il punto “di origine” , ora iniziale della nostra Era d’orata, poi si, diventa difficile o nostalgico imporre il ritorno delle lancette al passato in quanto, se non si sa dove e quando un popolo ha tradito i suoi “principi” e ideali, quel popolo resta senza un DIOs di riferimento, in quanto, non ha più un anima; a questo punto il monoteismo economico avanza come una ruspa livellando tutte le coscienza mondiali, inferocendole.

    Certamente, come asserisci indirettamente, il risultato è una società non più sociale e nemmeno socievole. La legge è costretta a diventa più feroce e punitiva (processo già in atto) perchè vuota di qualsiasi forma spirituale dove al centro della legge ci sia l’Homo Sapiens e la Natura che lo ha generato.

    DIOs è Natura!

    Enea

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  5. a me pare che la pagina di fabrizio tocchi un nodo centrale dell’educazione: il tempo e la presenza attenta. quello che manca oggi, ai giovani ma anche agli adulti, è qualcuno disposto ad ascoltare, qualcuno che doni il proprio tempo, che sa essere limitato
    – “Nel muro antistante la poltrona dove siedo c’è un orologio che procede a fatica: mi ricorda quanto tempo resta, se le nostre parole devono morire di fronte ad altre pronte a raccontarsi, per essere guarite.”-
    ma lo usa come se fosse eterno
    – “L’orologio mi ricorda a fatica che il tempo è già scaduto.” –
    ascoltare nella quiete interiore anche quando il tempo sembra divorarti è il dono più grande che si possa fare a chi deve crescere, e non ho capito ancora quando e se arriverà mai l’ora per qualcuno di non crescere più.

    F&R

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  6. La migliore definizione di denaro che io conosca è il denaro come equivalente generale. Prima il denaro serviva, prevalentemente (non già completamente), a comprare merci. Poi, parallelamente allo “sviluppo” dei paesi ricchi, è servito sempre di più a comprare, oltre che merci, anche cervelli, corpi, sentimenti, idee, coscienze. Fino ad arrivare alla per-versione attuale, in cui forse compra più coscienze che merci. Ma certi recenti avvenimenti storici, come ad esempio la grave crisi Argentina in cui fallì clamorosamente la politica neoliberista imposta dal FMI, ci hanno mostrato come dal denaro, e in sua mancanza, la gente sia passata spontaneamente allo scambio diretto di beni, il trueque, il baratto. Che non è stato un semplice ritorno al passato, ma era arricchito di valori e significati contemporanei. Allora è ipotizzabile (e per me augurabile) che in situazioni di crisi economiche gravi (e quella attuale la è), se gli attuali timonieri non riusciranno a rammendare un sistema allo sfascio (e pare che non abbiano né la statura né il coraggio per porvi seriamente mano), si possa ritornare a forme di scambio più dirette e meno artificiali. Allora anche il tempo sociale sarà diverso, e gli orologi avranno un altro quadrante.

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  7. Certamente molto è cambiato e non potrebbe essere diversamente in un mondo sempre più globalizzato. Il progresso va per la sua strada, nel bene e nel male: inarrestabile!
    Ma io credo che ci sia qualcosa che non cambia mai: è l’anelito dell’uomo a migliorare se stesso. Si tratta di sapere, potere e volere indirizzare opportunamente i propri desideri.
    C’è un linguaggio che noi acquisiamo con la nascita in modo del tutto naturale: è quello affettivo, che è universale. Ciò che ci fa cambiare crescendo, oggi forse più di ieri, è la mole e il tipo dei messaggi che ci vengono dall’esterno.
    E’ importante crearsi un filtro, saper fare una selezione tra tutti gli input che ci arrivano..
    I miei mi hanno sempre insegnato che chi grida più forte è perché non ha, in fondo, nulla da dire. E questo mi sembra applicabile al linguaggio di oggi;da qui la necessità di fare ogni tanto silenzio.
    La poca attitudine a mettersi all’ascolto, fa si che dentro si formi il vuoto.
    E’ questo vuoto che va riempito.
    Quanto è bella l’immagine della voce che nel “…silenzio di una brezza leggera” parla al cuore del profeta Elia!
    Ascoltarsi dentro per ascoltare l’altro
    Quando l’ascolto riesce l’amore c’è, perché è in quel momento che scopro di non poter essere io senza l’altro!
    Forse dovremmo mettere tutti una etichetta sulla nostra porta…

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  8. Ammazzare il tempo è forse l’essenza della commedia, proprio come l’essenza della tragedia è uccidere l’eternità.
    [ Miguel De Cervantes ]

    è sempre tutto *a tempo*, dal tempo, nel tempo. I tempi passati, i tempi futuri. Il tempo massimo, il tempo di arresto, il tempo di clic, il tempo di Quick…
    Tempo che manca, tempo perso, senza tempo.

    E quale scampo? Siamo sempre in tempo: per cambiare l’ora. Per cambiare canale. Spegnere tutto. E ripartire: prima che Crono vomiti – i figli ingoiati.

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  9. Io sono un po’ spaventata da tutto questo…ripenso spesso a quando ero piccola che la televisione era accesa il pomeriggio per vedere i cartoni animati e il resto del tempo si passava con le amiche nei giardinetti a giocare..i ragazzi di oggi sono completamente immersi nel mondo della tecnologia, un mondo che non favorisce il contatto con il mondo reale, il contatto con le persone. Chissà quanti preferiscono leggere un bel libro invece di vedere la televisione. Non sarebbe meglio durante l’ora di cena dopo il telegiornale farsi una bella chiacchierata in famiglia?
    Ti abbraccio Fabry.

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  10. “verrà un giorno in cui ognuno avrà il suo quarto d’ora di celebrità in televisione” (Andy Warhol)

    già… solo un misero quarto d’ora

    un abbraccio, caro “formatore”!

    Mario

    p.s. in casa ho di gran lunga più orologi (9 funzionanti + 6/7 spenti) che schermi (5), ergo…

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