«Femmina De Luxe», di Elisabetta Bucciarelli [Edizioni PerdisaPop]

bucciarellifemminadi Gaja Cenciarelli ed Enrico Gregori

L’idea di una recensione scritta a quattro mani non è peregrina quanto può sembrare a prima vista: abbiamo entrambi assistito alla presentazione romana del romanzo di Elisabetta Bucciarelli, abbiamo conosciuto di persona l’autrice, abbiamo ascoltato il dibattito che ne è seguito – interessante come capita di rado in occasioni del genere.
Ci siamo poi confrontati sul contenuto del libro – e anche sulla forma: elemento importante e da non trascurare. Il formato della collana è in un certo senso vincolante per la lunghezza del romanzo. Ci sono intrecci e personaggi cui ci si affeziona e che si vorrebbe non ci abbandonassero tanto presto. Succede proprio così con Femmina De Luxe, centoventotto pagine dense di umanità nell’accezione più positiva del termine.
Sesso, cibo, la “perfezione” dei corpi: questi sono gli argomenti cardine del romanzo di Elisabetta Bucciarelli. Una storia che è una telecamera ad alta definizione, e che l’autrice utilizza sapientemente per scavare nelle pieghe più oscure dell’animo umano. Perché le dicotomie tra dentro e fuori, tra pieno e vuoto, tra apparenza e sostanza sono i puntelli dell’intreccio. Uno iato che sembra incolmabile.
Olga fa la guardarobiera alla Scala. Vuole un uomo per fare sesso. Olga è irrimediabilmente grassa. Per Olga cibo e sesso (solo per Olga?) sono inscindibili.
«Aveva sempre fame. Fame a ogni ora, fame di qualsiasi cosa. Doveva addentare, mordere, gustare, divorare, assaporare. In ogni momento della sua esistenza pensava al cibo. In continuazione. Sempre. Il solo tormento che, una volta in azione, la portava all’estasi. Da Gattullo a divorare paste ripiene, da Rachelli mitiche brioche, da Marchesi, supremo cioccolato. Tutte le specie, tutte le gradazioni. Dal bianco latte al nero fondente, amaro, che scrocchia sotto i denti. Cliente d’eccezione, non l’unica, ma tra i migliori. E via da lì si fiondava leggiadra e gaudente con le endorfine ai massimi, nel primo negozio di mutande e reggiseni. Così, per dare un’occhiata, per guardare se qualcosa di nuovo per lei fosse arrivato. Con il tempo si era guadagnata la simpatia delle anoressiche senza tette dietro al bancone. Idrovora di cibo e coordinati. Da lì partiva un altro tormento. La caccia all’uomo. Quel giorno l’aveva visto camminare sull’altro marciapiede. Stralunato e incurvato. L’aveva guardato con cupidigia, come si fa con un supplì, aveva aspettato che il suo sguardo si accorgesse di lei. E quando l’uomo, stupito e stranito l’aveva intercettata si era aperto in un sorriso, aveva risucchiato la sigaretta e le aveva fatto un cenno del capo. Come un sì. Così lei l’aveva vissuto. Non le accadeva spesso. Non le accadeva mai. Si era fermata, lo aveva immobilizzato con gli occhi e saltellando baldanzosa lo aveva raggiunto vedendolo dolce e salato al tempo stesso».
Olga, che mai nessuno chiama al telefono, che non ha mai avuto un uomo in vita sua, conosce Cavallo Lesso, un ex tossico, curvo e stralunato, che suona il jazz. E conosce anche il Pazzo dell’Arte, la cui attività preferita è quella di imbrattare cabine telefoniche di escrementi. Olga si piace grassa, ma gli unici uomini che la prendono in considerazione sono due “scarti” della società.
All’estremo opposto – sotto il punto di vista prettamente fisico – di Olga c’è Marta. Bella, un fisico quasi perfetto (solo un lieve accumulo di adipe sui fianchi) dolce: fisioterapista. Il suo corpo – è fondamentale notare che Marta è solo un corpo, in questa storia che la vede protagonista – viene ritrovato sporco di cemento, sdraiato tra i laterizi del cantiere delle ex Varesine. L’ultimo affronto alla bellezza: Marta non è che immondizia. La sintesi dell’imperfezione e della lordura.
Chiamata a indagare sulla morte di questa splendida ragazza è l’ispettore Maria Dolores Vergani, una donna forte e dolente, laureata in psicologia e alle prese con la richiesta di trasferimento del suo collaboratore più stretto – l’agente Mauro Marra, innamorato di lei. Sotto questo aspetto la Vergani è la personificazione del no. Marra, invece, è (fin troppo) orientato verso il sì: una Molly Bloom declinata al maschile.
«È perché sei un poliziotto che continui a cercare altro all’infinito. Ti sei già sposato due volte. Hai da poco una nuova relazione. Aumenta le responsabilità, impegnati di più, vedrai che l’orizzonte si rischiara. Anche le cose che rinunci ad avere provocano emozioni forti. A volte anche più forti, credimi», dice la Vergani a Marra. Che pensa: «Le attese generano mostri. Quelle emotive guai seri». Una frase che costituisce, in un certo senso, la summa di Femmina De Luxe.
Chi tira le fila delle aspettative di chi aspira a un corpo perfetto? Chi fa della bellezza un traguardo da conquistare a tutti i costi?
«Le femmine hanno valore solo se sono di lusso, vuoti a perdere quando disattendono le aspettattive». Parole di una donna.
Il desiderio di Olga e di Marta è lo stesso: vivere con la consapevolezza di essere giuste, accettate; sentirsi immerse nel mondo e nel suo continuo fluire. Annullare la distanza tra se stesse e la gente. Olga accumula strati di grasso quasi a voler colmare l’abisso che la separa dalla vita – e qui si torna allo iato cui accennavamo poc’anzi -, Marta toglie carne perché le sembra di soffocare, oppressa da un’esistenza determinata da un corpo in cui non si riconosce. Due modi diversi per ottenere lo stesso risultato. Un’altra dicotomia irrisolta che culminerà in un finale drammatico per entrambe.
C’è, in Femmina De Luxe, una straziante malinconia che insiste in ogni pagina. È come una carezza triste, una sorta di addio ripetuto, un sussurro rassegnato. Merito di uno stile che veste la storia alla perfezione. Merito dell’accurato evitamento di ridondanze lessicali. Eppure Elisabetta Bucciarelli riesce ad assestare pugni che stordiscono proprio in virtù di questa sua capacità: le frasi a effetto – per contrasto – sono ancora più devastanti, risaltano come la ferita aperta su una pelle perfetta.
«A una ragazza senza padre, manomessa, senza la parola si poteva fare anche questo».
I personaggi di Femmina sono tutti esseri umani sulla quale la vita è passata lasciando segni che la maggior parte di loro vorrebbe a ogni costo cancellare. L’assenza, dunque: d’altra parte cos’è la (illusoria) perfezione se non l’assenza di difetti?

Femmina De Luxe
Elisabetta Bucciarelli
PerdisaPop
128 pagine, 9 euro.

29 pensieri su “«Femmina De Luxe», di Elisabetta Bucciarelli [Edizioni PerdisaPop]

  1. Grazie Gaja e grazie Enrico. E grazie all’ideatore e ai redattori di questo blog per avermi ospitata. E a chi passerà un po’ del suo tempo con le parole che avete riservato a Femmina ;o)
    Buona giornata, davvero.
    Elisabetta

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  2. a me sta cosa del cibo a tutte le ore, della olga, ocomesichiama, mi fa trillare un campanello, la mia gaja!
    leggerò: con due padrini come il greg e la gaja, lo sa la liz (che c’ha il cognome del mio primo -buonanima- istruttore di equitazione) che va a nozze?
    bella recensione, belle quelle quattro mani bene-dette (le bacio!): del libro dirò.
    [una domanda: non è che a leggere di ciccia si rischia di scambiare la vita con il punto vita?]

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  3. @Cristina: è un esperimento che abbiamo voluto tentare in via del tutto eccezionale… per un libro eccezionale. Per un’amica e una “scrivente”, come le piace definirsi, che entrambi amiamo.

    @MissLiz: tu meriti questo e altro.

    @Ale: ammetto che l’idea è geniale, è vero! ma, come spesso avviene, la genialità è nella semplicità. In fondo è stato “semplice” pensare che il libro di Elisabetta Bucciarelli dovesse essere esaminato sotto più punti di vista, e quali migliori osservatori che un uomo e una donna? A ogni modo non saprei individuare le parti scritte da Greg e quelle scritte da me. Ne abbiamo parlato, abbiamo redatto una serie di punti da approfondire, e ciascuno di noi ha dato il proprio contributo. Penso che il risultato sia armonico abbastanza da non lasciar intravedere le imbastiture, se così vogliamo chiamarle… (baci, ale).

    @Lucy: è tutto merito del romanzo di Elisabetta. Noi ci siamo limitati a sottolineare la densità e l’intensità dei temi, dell’intreccio e dello stile.

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  4. Gaja-Gregori: grazie per questa recensione al quadrato. Per quadri/per giri di vite
    [ il corpo è sempre: canale comunicativo ], per Olga, per Marta, per la Santa, per la Signora. Per l’eterna fame [ senza misura, sia eccesso sia difetto ]. Per le carenze e le compensazioni. [ La bulimia è la stessa: siano razioni siano relazioni ].

    Ringrazio Elisabetta che elementa/alimenta – per pagine che presto [ mi ] sazieranno.

    Chiara

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  5. Chiara, aspettavo di incontrati, da qualche parte, bene che sia qui.
    Posso dire che scrivi con il corpo, anche tu?
    E.

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  6. Anch’io, Elisabetta, aspetto di incontrarmi [ di solito mi scontro ] – ma devo a La Poesia e Lo Spirito “incontri” e “riscontri” di luce. E tu ne sei lucente esempio. Lux prima che (de)Luxe. Non posso non amare il tuo libro [ e ho fame: di leggerlo! ]. Puoi dire che scrivo con il corpo e che il corpo mi scrive – ed è quanto di più vero. Ed è tutto. Quello che voglio.
    E per questo: ti ringrazio. Sono certa che la mia scrittura morirà con me – come il capitano con la sua nave. Non (mi) basta assomigliare alla pagina. Esserne parte, carne, fiato, derma.

    Un abbraccio che sia: trionfo per la tua Femmina, per tutto il tuo.

    A presto – in questo e altri spazi

    Chiara

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  7. Ho letto tante cose del LaBuccia Bucciarelli, è molto brava, e lo si vede anche dal breve brano incluso quassù; ricco di precisione nei vocaboli scelti, nel colore degli stessi, che fa presa col ritmo del periodare.
    Ottimi i recensori che hanno tentato un via davvero difficile ottenendo un testo armonioso, senza stacchi o spacchi.

    Bravissimi tutti!

    MarioB.

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  8. Mario: ti ringrazio io anche a nome di Greg.
    Quanto a Elisabetta, la sua bravura, come hai giustamente sottolineato tu, si commenta da sola.

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  9. “Il racconto crudele è diventato principio di realtà”. Scrive Pennac nel Paradiso degli orchi e qualche pagina dopo afferma che “la peggior mostruosità è sempre figlia di una bambinata”. Ci rivestiamo di nero, di Noir, per crescere o continuare a restare bambini ma informati e consapevoli che trasformarci in qualcosa di ripugnante è facile. Leggerò sicuramente il libro, incuriosita da Olga, Marta e Maria Dolores (Grazie che ci rappresentano?)

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  10. Dunque…. il mio intervento verterà su quella che mi pare essere la grande assenza di questo dibattito nato dalla recensione che attendevo da qualche giorno e che non mi ha delusa nella sua precisione: il MASCHIO. Non intendo l’essere umano di specie maschile, ma semplicemente l’essere vivente. Perché qui ci dobbiamo fermare. Si è parlato di estetica, di donne belle e meno belle, di ricerca di affermazione che necessariamente passa attraverso un appagamento sessuale o sensuale, di valorizzazione del sé. Ed è per questo che non si può prescindere dall’altra presenza, più o meno manifesta anche in questa pagina: quella del maschio. Perché il monte delle delusioni femminili, delle problematiche, delle ricerche spasmodiche passa da lì, tanto o poco che sia. Soprattutto passano da lì la delusione e la disillusione, la frantumazione delle aspettative. Ora, tutto questo io credo che vada ricondotto a un grande fraintendimento iniziale: quello che il maschio decida di fare del male, di ferire, di offendere, di governare, e molte altre cose… così la donna si angoscia nel cercare una spiegazione che non trova, si uccide di recriminazioni, di sensazioni fallimentari, di timori.
    Io credo che tutto sia invece molto più semplice: loro non ci arrivano. Dicono e fanno cose di cui non comprendono la portata, le conseguenze vere. Vivono di boutade e di semplificazioni. Non hanno mai sviluppato una certa sensibilità che invece è ciò che ha spinto la donna verso certe elaborazioni, che poi diventano problematiche concrete.
    Quando uno – giusto per fare un esempio sopra a tutti – per mollarti più agevolmente ti fa vedere la foto della sua presunta ex fidanzata dicendo che nei suoi pensieri c’è ancora lei, nemmeno lontanamente concepisce il retaggio che un gesto del genere porta con sé… In questo preciso istante avviene lo scontro tra due mondi.
    Uno di questi mondi lo viviamo sulla pelle, l’altro ce lo dobbiamo trascinare come una zavorra.
    E qui mi fermo, che già ho lastricato mezza pagina….
    P.

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  11. Rispondo sempre a io a nome di entrambi:

    @Miriam: sì, leggilo. Merita moltissimo.

    @Paola: è bello avere amiche che sanno esprimersi. Mi permettono di risparmiare digitate sulla tastiera. Infatti mi limito a dire: sottoscrivo anche le virgole!!!

    @Akio: che piacere! grazie infinite. Un abbraccio!

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  12. Già… Akio grazie del passaggio. Paola, già sai che ho dedicato pagine a questo argomento. Arriveranno presto.
    Miriam, felice di leggerti anche qui.
    buona giornata a tutti
    E

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  13. Gregori, non dimenticar che la recensione non è farina del tuo sacco, o almeno non del tutto…. Attenzione ad avventurarsi in queste valutazioni-boomerang….

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  14. al di là delle battute, una recensione a 4 mani è (almeno per me) rivoluzionaria. Come ha spiegato Gaja, però, queste righe in merito al libro di Elisabetta sono nate da un’occasione, ossia il trovarci lì alla presentazione e poi a cena insieme con l’autrice, paola pioppi e altre persone. Credo che se avessimo concertato “a tavolino” una recensione, non ne sarebbe venuto fuori alcunchè di buono, o almeno io non credo che sarei stato capace di esprimermi. In questa dimensione, invece, non ho fatto altro che riportare le mie impressioni “a caldo” avute durante la presentazione. Poi, ovviamente, Gaja ha razionalizzato e cucito il tutto inserendo le sue opinioni. Naturalmente il collante è l’apprezzamento di entrambi nei confronti di “femmina de luxe”, romanzo “piccolo” dalle potenzialità enormi.

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  15. complimenti per la recensione!

    il libro fa male, mette angoscia, è qualcosa che appartiene all’autrice e lei è brava e onesta nel trasferire questo impasto sulla pagina. se un libro picchia così duro nei punti sensibili e lo fa così bene, con una prosa così “di nervi”, è un ottimo libro. grazie “senora”!

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  16. caro SignorFranz, mi macavi proprio tu qui. Grazie del tuo segno che so essere solco, a volte. E cicatrice, altre. E che sei bravo e che ti voglio bene lo sai. Grazie. Femmina mi fa/mi è male. Hai colto/raccolto una verità.

    Tup…Enrichetto, so che sei “di cuore”/deccore, e sua maestà Gajezza non avrà fatto fatica a scrivere con te e con te decidere. Quella sera me la ricorderò, gli occhi vostri e l’affetto. E anche chi non sapeva cosa fosse un supplì…

    abbraccio
    Liz

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