Creative writing? (Annotazioni sulle scuole di scrittura creativa)

di Alfio Squillaci

Quando leggiamo che lo scrittore Raymond Carver si dedicò per un certo periodo della propria vita – tra esperienze molto americane di lavori precari in portinerie e lavori porta a porta – ad insegnare in scuole di creative writing (scrittura creativa) , cosa dobbiamo pensare? Sappiamo che Carver fu un grande estimatore di Anton Cechov, che in qualche modo assunse nella propria arte e nello strumento letterario prescelto – il racconto più o meno breve – lo “sguardo”, le atmosfere, il tono, il colore, l’ispirazione del grande scrittore russo, ciò che in un solo termine e in seguito venne chiamato “minimalismo”. E ci chiediamo: Carver insegnava tutto ciò nelle sue lezioni di “creative writing”? Insegnava cioè come “spontaneamente” e per un atto di pura mimesi in genere si apprende l’arte dello scrivere? E la domanda che ci poniamo diventa pertanto questa: si può apprendere e/o insegnare l’arte della scrittura “creativa”?

Gli americani fanno bene ad aggiungere quell’aggettivo qualificativo, “creative”, perché di manuali di scrittura, commerciale ad esempio, sono piene le edicole delle stazioni. E tuttavia gli americani, che della “scienza” dell’how do it (“come farlo” o manualistica) sono degli entusiasti propagatori planetari, non hanno arretrato davanti all’ipotesi della trasmissibilità non solo di una tecnica, ma di un’arte. Certo, loro potrebbero controbattere che dal punto di vista dei codici retorici sia la scrittura commerciale che quella creativa esibiscono proprie specificità, anch’esse codificabili tuttavia, dunque sottoponibili a didassi, una volta che ne “isoli” i codici. E per tale ragione, qualsiasi arte si risolve in una tecnica.

Un critico più che caustico della società e della mentalità americane come Dwight Macdonald, americano anch’egli ma di forti ispirazioni europee, sbertucciò l’howtoism, com’egli lo chiamava, in un saggio ormai dimenticato per la “Partisan Review” e poi raccolto nel volume Against the American Grain (trad. it. di Domenico Tarizzo, Controamerica, Rizzoli, Milano 1969). Macdonald metteva in connessione questa mania dei propri connazionali con la storia americana argomentando che «il nostro passato di frontiera e il nostro presente industrializzato ci spingono entrambi verso la tecnica, a capire “come” piuttosto che a capire “perché”». E infieriva con umorismo acre sull’howtoism fisso e fesso di chi scrive i manuali su “Come godersela”, o “Come riempire le giornate”, per concludere che «un’esistenza completamente professionalizzata, ché tale sarebbe il risultato se si sfruttasse appieno la letteratura howto, sarebbe mostruosa», sorprendendosi nello scoprire «quante cose uno ha saputo fare senza essere consapevole del fatto che ci voleva una preparazione specifica».

È chiaro che sia l’howtoism che il creative writing (sicuramente una forma di howtoism di alto livello), obbediscono all’istanza culturale di fondo della civiltà americana ( quell’american grain contro cui polemizzava Macdonald) poggiante sul pragmatismo e l’empirismo. Cioè i pilastri di una civilizzazione culturale verso cui molti superciliosi europei storcono le labbra, ma che è quella entro i cui confini nolens volens ci muoviamo un po’ tutti nel mondo civilizzato, compreso io che su un computer, “pensato” in America e in “americano”, sto scrivendo. Un postulato di tale civiltà afferma il fiducioso principio della trasmissibilità di tutte le nozioni e di tutti i saperi, dal livello high brow a quello low brow, e così facendo, opera un consapevole “abbassamento stilistico” di tutto ciò che per molti esteti sopraffini è comunicazione privilegiata, inattingibile, sublime… Insomma nulla è davvero così irresistibile ai colpi di maglio dell’onesto e basso-mimetico pragmatismo americano. Nulla è così irraggiungibile che non si possa spezzettare, e farne dei bocconcini per le menti meno attrezzate: anche l’Arte, anche la Scrittura Creativa.

Le obiezioni europee di fronte alla pretesa americana di insegnare a scrivere (o a diventare scrittori?) sono vecchie e consolidate. Perché, riconosciamolo, l’obiettivo è temerario. Si tratta di insegnare dopotutto un’attività spirituale come se fosse un mestiere, e non una vocazione sorgiva e irripetibile.

A Immanuel Kant si deve una pagina illuminante su un argomento analogo che però torna utile al nostro discorso.

« Tutti si accordano nel riconoscere che il genio è da mettere in opposizione assoluta con lo spirito d’imitazione. Ora, poiché l’apprendere non è altro che imitare, la più grande facilità ad apprendere, la più grande capacità, come tale, non può fare le veci del genio. Se anche qualcuno pensa o immagina da sé, e non si limita a comprendere semplicemente ciò che gli altri hanno pensato, ma inventa qualche cosa nel campo dell’arte e della scienza, tuttavia non si ha una buona ragione per chiamare una tale mente (spesso grande) un genio (in opposizione a chi, non potendo fare altro che apprendere e imitare, è detto un pappagallo); perché appunto tutto ciò che egli fa, avrebbe potuto impararlo, giungervi per la via naturale della ricerca e della riflessione secondo le regole, e non specificamente diverso da ciò che si può conseguire con la diligenza e l’imitazione. Così, tutto ciò che Newton ha esposto nella sua immortale opera dei principi della filosofia naturale, per quanto a scoprirlo sia stata necessaria una grande mente, si può bene imparare; ma non si può imparare a poetare genialmente, per quanto possano essere minuti i precetti della poetica, ed eccellenti i modelli. La ragione è questa, che Newton avrebbe potuto, non solo a se stesso, ma ad ogni altro, rendere visibili ed additare precisamente all’imitazione tutti i suoi passi, dai primi elementi della geometria fino alle grandi e profonde scoperte; ma nessuno Omero e Wieland potrebbe mostrare come si siano prodotte e combinate nella sua testa le sue idee, ricche di fantasia e dense di pensiero, perché non lo sa egli stesso, e non può quindi insegnarlo agli altri». (corsivi miei, Immanuel Kant, Critica del giudizio, Bari, Laterza, 1974, pp, 167-168)

Questa visione dell’artista che crea come in trance, immemore e perciò incapace di ripercorrere i propri passi, e di mostrarli agli altri, di insegnarli, risente di una concezione secolare tutta incentrata sulla visione dell’artista- genio più che artigiano, demiurgo più che artiere, che crea dal nulla, ispirato direttamente dalle Muse o dagli Dei, o “da uno spirto che in cor forte mi rugge”e non magari da qualche manuale di retorica o di Ars poetica.

Edgar Allan Poe – un altro americano- interrogato sui procedimenti che lo avevano assistito nella creazione della poesia “Il Corvo”, rispose che per l’un per cento era da attribuire all’inspiration e al novantonove per cento alla transpiration, alla fatica , al labor improbus che omnia vincit come diceva Virgilio.

Dai tempi di Coleridge (si veda Biographia literaria) o di Flaubert (il quale amava ripetere il motto di Buffon: le génie n’est qu’une longue patience), l’artista moderno, contrariamente a quello che pensava Kant, è più che conscio dei procedimenti della propria arte.

Ora, nell’arte narrativa c’è sicuramente una tecnica tanto complessa quanto invariata. Nessun’ arte quanto il racconto infatti è rimasta immutata nei secoli. L’arte del narrare non ha fatto nessun progresso dai tempi di Omero. Tutto è conosciuto, quanto ai suoi elementi compositivi e strutturali, dai primi esordi dell’arte del narrare: il discorso indiretto libero, l’analessi come la prolessi, la mise en abîme o lo stesso monologo interiore come anche qualsiasi altra astuzia letteraria (si veda l’espediente del “manoscritto ritrovato” che Umberto Eco ruba a Manzoni che ruba a Cervantes), compresa la sciattezza dei verbi allocutivi che fanno tanto minimalismo in Carver ma che erano la norma in uno scrittore come Defoe (che usava quasi solo says, dice)

Difficile pertanto rispondere alla domanda di che cos’è che fa di Madame Bovary un capolavoro, facile invece intuire che cos’ è che fa di esso un romanzo. Ricostruire i suoi elementi costitutivi e strutturali non dovrebbe essere difficile anche a un lettore sbadato o inconsapevole. È perciò possibile procedere a ritroso nella ricostruzione della tecnica del romanzo, estrarne dei principi e insegnarla. Insomma è facile insegnare a scrivere un romanzo, per nulla a diventare un romanziere.

Sulla base di queste acquisizioni onestamente trattate in forma howtoism (con lo stesso spirito fiducioso e un tantino sciocco di questa manualistica) una buona scuola di creative writing potrebbe aiutare uno scrittore vocato ad accorciare i tempi di apprendistato non certo a vedere meglio in se stesso ( e trovarsi). E già sarebbe tanto se uno scrittore vocato alla fine dei corsi (che pare costino quanto una seduta di psicoanalisi) non perdesse se stesso.

Queste obiezioni scherzose valgono soprattutto per la prosa d’eccezione, quella dei Flaubert e dei Musil, quella che ci dà i capolavori e non solo i romanzi. Per la quality fiction, invece, una scuola di scrittura creativa sarebbe quasi raccomandabile. Troppi scrittori, sceneggiatori, giallisti pasticciano non poco con la vecchia e nobile arte narrativa. Una buona scuola potrebbe loro insegnare come condurre un dialogo, sbozzare una scena, sfumare un’ellissi, sbobinare un intrigo, tagliare una trama, o anche un uso sapiente dei verbi allocutivi o infine un’aggettivazione espressiva ed appropriata.

Credo che queste scuole potrebbero rendere un buon servizio se si limitassero paradossalmente a insegnare a “scrivere bene” e non a “scrivere”. Ricordiamo che Flaubert si lamentava di Balzac, e scrisse in una lettera non appena seppe della sua morte: «Quale scrittore sarebbe stato se avesse saputo scrivere!». Flaubert intendeva dire però «…se avesse saputo scrivere “bene”». Ossia come scriveva lui, piegando la prosa alle regole del verso poetico. Noi sappiamo però che proprio la scrittura di grana grossa di Balzac, rispetto a quella flaubertiana, la sua scrittura “sporca” (agnizioni ad ogni pagina, travestimenti rocamboleschi dei suoi personaggi), il carattere dilatato e “romanzesco” dell’insieme della sua opera sono ancora irresistibili e affascinanti per noi lettori e ci rendono tanto amabile la sua figura di scrittore. Un Balzac che per puro caso fosse andato a scuola di creative writing di Flaubert sarebbe stato ucciso in culla o nella migliore delle ipotesi avremmo avuto un pessimo Flaubert.

Insomma in una scuola di creative writing si può insegnare a “scrivere bene” a chi paradossalmente non sa “scrivere” (chi non ha nulla o poco da dire); mentre insegnare a “scrivere bene” non ha alcun senso per chi sa scrivere (Dostoevskij, Tolstoj e Balzac NON scrivevano “bene”). Insomma in una scuola di creative writing tutto si può insegnare e imparare fuorché l’originalità, il temperamento, lo stile di un artista.

E comunque sia occorre ben rammentare che un conto è imparare le mosse del tango e un conto è… ballare il tango.

29 pensieri su “Creative writing? (Annotazioni sulle scuole di scrittura creativa)

  1. Beh, credo che sia molto utile, se uno scrive già di suo, riflettere sulle tecniche di scrittura, scambiare opinioni con qualche “esperto” (o collega) sulla costruzione di un testo, sulla sua struttura, ecc. Io, però, preferirei farlo conversando con l’interlocutore in un bar, o in un luogo meno impegnativo e più gradevole di un’aula di scrittura, come si conversa di calcio, di donne, ecc. Ma mi pare una cosa per loro “naturale”, un va-da-sé che gli statunitensi (tanto per evitare la sineddoche della parte per il tutto) abbiano inventato le scuole di scrittura dove si insegna la tecnica. Perché la grandezza culturale degli S.U.A. è nata collegata con la loro superiorità tecnologica. Infatti, la cultura statunitense primeggia in arti come il cinema, la musica per dir così “tecnologica”, ecc., mentre sulle altre arti come la letteratura ce la giochiamo testa a testa con loro. In Europa si è iniziato con carta e penna &d’oca), con pennello e tela, con matita e spartito musicale. Gli S.U.A. invece hanno “sfondato” quando la tecnologia ha dato una mano alle arti. E i loro pragmatismo ed empirismo originari sono proseguiti in altre forme.

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  2. le scuole di scrittura invece servono – non foss’altro che per far capire a chi le frequenta se è il caso di continuare a scrivere – poi forse Squillaci non lo sa ma le sue osservazioni di carattere didattico Carver le ha anche pubblicate e non sono affatto stupide…inoltre le scuole di scrittura possono servire a insegnare a chi scrive che esistono anche l’ortografia e la grammatica e che non vanno trascurate in nome della creatività…

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  3. Le scuole in generale servono ad inflazionare un’arte, elevano il livello medio mettendo più persone in condizione di simulare l’arte assemblando elementi “creativi”, di cui è piena la letteratura, passata sui tavoli autoptici, fatta a brandelli, ma non è in grado di esprimere nulla di più, anzi porta ad un esaurimento rapido temi e situazioni letterarie rendendo stanco ed obsoleto ogni contesto e storia.
    Per me è merda, e migliore è la scuola peggio saranno i risultati sul lungo tempo, salvo rare eccezioni.
    Lo stesso vale per qualunque scuola professionale artistica, riempie il settore di cui si occupa di esperti senza esperienza con un livello tecnico che seleziona, esclude e minimizza talenti che potrebbero maturare con gli inevitabili casi e intoppi di una vita che soli rendono sincera l’espressione artistica.
    Nel bellissimo film “Rebetiko”, in cui si narra la vita della famosa cantante greco anatolica Marika Ninou, La giovane viene invitata a cantare e alla sua ritrosia, al suo timore circa le proprie capacità, le risponde il violinista; Il dolore ce l’hai, allora non pensare e canta.
    Per quanto riguarda la tecnica, dovrebbe essere sufficiente una preparazione scolastica e un autentico amore per la lingua a garantire la padronanza del mezzo, la scrittura poi insegna molte cose, se nasce dalla vita.

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  4. A nessuno viene in mente che bisogna anche imparare a leggere? Non mi pare d’aver visto scuole di quel genere, ma mi sbaglio di sicuro.

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  5. @Panella
    Mi pare di averlo detto. Le scuole di scrittura servono come “scuole”, a evitare gli errori, sia di “struttura” che di “scrittura”. Quanto al “creative”…

    @Choukhadarian
    Quello di fondare una scuola di “lettura creativa” era una vecchia suggestione di George Steiner, espressa in “Passions impunies” (Gallimard, Paris 1997) «je caresse la vision d’écoles des lecture créatrice…» e aggiungeva l’impossibilità di una lettura totale e finale di un’opera: «une lecture formellement et substantivement complète, exahaustive, finale. Ce n’est qu’à l’heure messianique (…) que le poème sera totalement compris, qu’il n’y aura la clarté finale de son interprétation. Jusque-là, toute lecture bien faite reste provisoire et tangentielle».

    @tutti gli interventi
    grazie per l’attenzione

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  6. Ha ragione il Meister, imparare a leggere.
    A me quello che ha insegnato di più a leggere è il Bachelard dei libri sull’immaginazione poetica. Grande scuola di lettura.

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  7. Bell’articolo!

    A me è venuto da ridere, scusa Panella, quando ho letto:
    “…servire a insegnare a chi scrive che esistono anche l’ortografia e la grammatica e…”
    Ma per ‘ste cose non esistono già le scuole dell’obbligo?
    Cioè uno dovrebbe sborsarsi ‘na vagonata di svanziche, palanche, pecunia, sghei pe’ imparare che ‘perché’ si scrive con l’àccent acù?

    Giusto imparare a leggere, a scegliere, a ricordare grandi libri, i dimenticati, i fondamenti!
    Esistono (per fortuna) in Italia gruppi di lettori che si ritrovano per discutere e commentare, e cioè lo trovo ottimo, e costa zero .

    Poi mi domando: Ma perché assumere Carver a modello?
    Io credo che ciò sia dovuto all’apparentemente facile, semplice sua struttura narrativa e linguistica.(E forse perché i docenti erano, anche, un po’ ignoranti)

    Mi sono domandato inutilmente, tanto per star con un gran ‘mericano: perchè non usare i racconti di Bernard Malamud quali modelli?
    Mah….

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  8. Alfio, grazie per il riferimento steineriano (uno da seguire soventissimo, tranne quando si mette a fare l’esegeta della Scrittura)

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  9. Per gli errori di ortografia ecc. serve la scuola media ed è gratis, invece le scuole cosiddette creative servono a livellare a sprangate eventuali non capacità o a livellare capacità e imbrigliarle allo scannatoio della “media ponderata” oppure per esibire il certificatino oppure per fare carriera nel mondo dell’editoria, oh, certo, magari aiutano ma aiutano solo chi è GIA’ bravo e chi è già uno scrittore, non fanno di un non scrittore uno scrittore.

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  10. Carver ha scritto dei racconti memorabili e non è sua la colpa se qualche deficiente ha coniato il termine minimalismo e si è creato un sottogenere, Landolfi ne ha scritti di ancor più belli e non ha fondato nessuna conventicola, entrambi non sono usciti da scuole di scrittura creativa, la tecnica che serviva loro l’hanno semplicemente trovata nei loro studi e pazientemente affinata per piegarla al loro intento narrativo.
    La democratizzazione tecnocratica delle scuole è di segno opposto, capisco però Carver che avendo trovato nella scrittura un sostegno fondamentale ad una vita strascicata abbia voluto aiutare altri derelitti sulla sua stessa via, ma ha sbagliato mira, ho letto i suoi interventi scolastici e direi che si autofraintende, un autore è pessimo quando parla della sua arte, specialmente quando è sincero come Carver lo è

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  11. Non dimentichiamo che il “minimalismo” di Carver che ci è stato tramandato venne creato ad arte dal suo famoso editor, di cui mi sfugge il nome. Il “vero” Carver era molto diverso.
    Un saluto ad Alfio, di cui ho ripreso il post.

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  12. Anni fa, ma neanche tanto, ho organizzato un laboratorio di scrittura narrativa per l’Istituto italiano di Amsterdam e la Libreria Bonardi.
    I docenti, Giulio Mozzi e Giorgio Vasta, un’esperienza molto buona per la trentina di studenti, e per me, che ho imparato moltissimo.
    Si puó insegnare a scrivere meglio ( lasciamo perdere la grammatica per favore ), si puó?
    Secondo me si, faccio un esempio che un critico usó magistralmente per parlare di un libro di Biamonti. Guardare
    e vedere. Due cose diverse. La prima é invenzione, la seconda
    é un calcolo. La prima creativa,
    la seconda scientifica.
    Da un corso di scrittura narrativa non ci si puó aspettare di imparare a guardare, ma a vedere sí.

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  13. “To see / To bleed / Cannot be taught”

    parola di Pantera.

    E tutto si condensa/si concentra/si condivide nella chiusa: “un conto è imparare le mosse del tango e un conto è… ballare il tango”. Il duende non si compra.

    Grazie Alfio

    Chiara

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  14. Bah, d’accordissimo sul fatto che le scuole di scrittura creativa non servono a nulla. Cioè, servono per entrare nel giro e scoprire i canali da percorre per pubblicare; quello sì.
    E’ come se qualcuno (c’è chi l’ha fatto!) si inventasse una scuola per insegnare a giocare a poker; fatemi un favore, presentatemi tutti gli allievi DANAROSI della scuola, che almeno la smetto di fare lo zingaro da un Casinò all’altro per guadagnarmi la pagnotta 🙂

    Blackjack.

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  15. PS: va benissimo anche il maestro DANAROSO. Ma come sapete tutti, difficilemnte i maestri sono danarosi, altrimenti non farebbero i mastri. Non vi pare?

    Blackjack.

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  16. Balck Jack, so di giocatori amanti della Martingala, tu sicuramente sai cosa intendo per martingala, e amanti della posta selvaggia alla roulette in modo da diventare il banco e il casinó il giocatore, con la
    necessaria complicitá del croupier. E’ un metodo, se c’é
    l’alleanza del croupier anche truffa, ma funziona. anche con la scrittura bisogna truffare,
    non sei d’accordo? si aggirano ostacoli, si scavalcano, si mente, anche a se stessi, non parlo mica del pubblicare, che c’entra, pubblicare é una cosa a parte, é come spendere i soldi che hai vinto al tavolo verde, lo fai dopo e vanno via e non te ne accorgi.

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  17. Secondo me bisogna capire le vere ragioni per le quali uno decide di frequentare un corso di scrittura creativa, e, in secondo luogo, essere certi dell’onestà di chi insegna.

    Credo che qualsiasi corso di scrittura creativa non possa che essere anche, se non soprattutto, un corso di lettura creativa. Non ho mai preso parte a corsi di questo tipo ma mi è capitato di leggere spesso materiali raccolti ex post, o da allievi, o dai docenti stessi. Guardate per esempio qui: http://vibrisse.wordpress.com/2009/03/20/chi-e-il-narratore-2005/, una sorta di sbobinatura di Toni La Malfa di una lezione di Giulio Mozzi. Io non so se dopo questa lezione i partecipanti al corso abbiano “imparato a scrivere”, ma immagino che, se non erano degli imbecilli, e avevano chiare le ragioni del loro stare lì, ne siano usciti arricchiti e consapevoli. Ecco. La Consapevolezza (capacità di comprendere e dominare ciò che si legge e ciò che si scirve) mi sembra un obiettivo che un corso di scrittura creativa sia onestamente in grado di dare.
    Non mi sembra poco.
    Ezio

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  18. Le tecniche di scrittura creativa servono a una categoria di scrittori soltanto: quelli che le insegnano (e ci campano). La letteratura non proviene dalle tecniche di scrittura creativa, proviene dalla vita. Per essere scrittore devi avere qualcosa da dire. Anzi, non basta neanche. Per essere scrittore devi avere un tormento che ti porti appresso per tutta l’esistenza. Una malattia che non perdona. La scrittura creativa puo’ produrre al massimo un Paolo Giordano. E schiere di scrittori falliti: la letteratura e’ un’altra cosa.

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  19. come mai i miei commenti non arrivano? io li lascio sulla lista wordpress collegata a questo thread ma vedo che qui non sono riprodotti…

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  20. “La letteratura non proviene dalle tecniche di scrittura creativa, proviene dalla vita. Per essere scrittore devi avere qualcosa da dire. Anzi, non basta neanche. Per essere scrittore devi avere un tormento che ti porti appresso per tutta l’esistenza. Una malattia che non perdona. La scrittura creativa puo’ produrre al massimo un Paolo Giordano”

    Perfettamente d’accordo con ogni vocabolo e ogni concetto espresso dal collegamento fra i vocaboli.

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  21. “non mi piace insegnare scrittura creativa. Ci sono due settimane di roba che puoi insegnare a uno che non ha ancora scritto cinquanta racconti e sta ancora imparando. Poi diventa solo questione di gestire le diverse opinioni soggettive degli studenti sul problema di come dire la verità vs obliterare il proprio ego” David foster wallace

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  22. “Ecco. La Consapevolezza (capacità di comprendere e dominare ciò che si legge e ciò che si scirve) mi sembra un obiettivo che un corso di scrittura creativa sia onestamente in grado di dare.
    Non mi sembra poco.”
    Io leggo e scrivo solo ciò che è in grado di dominarmi e travolgermi, quello che posso dominare mi annoia, la comprensione è onestamente un abuso pretenderla in molti casi.
    Amo D.F.W.

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  23. Marino, cavolo! La Martingala è la madre dei perdenti. 🙂

    La truffa al Casinò, cui probabilmente accennavi parlando di Croupier, penso che si riferisca al ‘piccolo problema’ scoperto al Casinò di Sanremo qualche anno fa; epperò con la Martingala non c’entrava nulla, lì il ‘trucco’ era diverso e troppo lungo da spiegare qui. Poi, un professionista non gioca mai alla Roulette; con quella passi il tempo, se hai soldi da buttare, e vai a cuccare qualche signorina 😉 Lì non mancano mai.

    Poi, se non ho interpretato male il tuo commento, paragoni il Croupier allo ‘scrittore’ che gestisce i corsi di scrittura creativa nei quali lo scrittore/croupier dovrebbe trasmettere e trasferire la sua conoscenza. Mmmmmm, non mi pare un paragone appropriato per un paio di motivi semplicissimi:
    1) il Croupier non può insegnarti a giocare, ma solo a barare
    2) non lo può fare perché non è mai stato un giocatore serio e la conoscenza che si porta appresso è ‘da regole’ e metodologie di base; inutile per qualunque tavolo serio.

    Sul resto del tuo commento, fatte salve le premesse precedenti, sono più che d’accordo: la scrittura deve essere truffa, invenzione, menzogna, fantasia. Non riesco a immaginare uno scrittore che non riunisca almeno 3 di queste caratteristiche (magari cementandole con un minimo di grammatica). Epperò sono caratteristiche che difficilmente qualcuno ti può insegnare, a differenza della grammatica accompagnata da un briciolo di regole tecniche. Così come nessuno ti può insegnare a non amare il denaro e ad avere la coscienza/incoscienza sufficiente per trattarlo come un mezzo e non come un fine.

    L’unico modo per diventare un professionista.

    Blackjack.

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