Elogio del tatto (con divagazioni su Almodovar)

di Marina Torossi Tevini

I sensi nella società dei consumi

Mi sembra che il tatto sia di gran lunga il senso più trascurato da questa società che pure ai sensi fa ampiamente appello. Ma quali sensi? La vista è indubbiamente privilegiata. L’uomo della società dei consumi è un uomo educato a gustare la vita attraverso gli occhi. Deve vedere per poter desiderare, e la società ha tutto l’interesse a far nascere in lui bisogni insoddisfatti. E insoddisfatto è in effetti mentre se ne sta davanti alla televisione guardando donne bellissime che non saranno mai sue, case splendide che non possederà mai, oggetti (automobili cibi beni superflui) che potrà, con qualche sforzo, avere e che, entrati nella sua vita, forse non gli daranno la soddisfazione che quelle immagini accattivanti gli avevano suggerito.

Tutti sappiamo che dietro a ciò c’è un preciso disegno economico. Ci sono sensi più facilmente addomesticabili, e soprattutto più facilmente ingannabili, e altri più indipendenti, come il tatto. Per questo la nostra società lo trascura. Preferisce puntare su qualcos’altro di più facilmente manipolabile: l’udito ad esempio. Anch’esso, come la vista, può essere facilmente vittima di illusioni, e dunque la società sfrutta questa sua caratteristica a proprio vantaggio. Parole o musica enfatizzano i passi di un film, la pubblicità di un detersivo, lo spot di un’automobile. I suoni si insinuano nell’animo con forza pari, o superiore talvolta, alle immagini.

La vista comunque rimane il senso più sollecitato e per così dire riscrive il mondo in base alle sue illusioni, Ingigantita nel non interagire con gli altri sensi riduce spesso l’uomo occidentale a optare per una sensualità riduttiva, lo spinge ad accontentarsi di una sessualità dissociata e solitaria davanti a schermi che proiettano oggetti del desiderio avulsi dalla loro corporeità e concretezza.

La reificazione è un processo abbastanza comune nel nostro mondo, quella che dovrebbe essere una complessa trama di intricati rapporti diventa una banale riduzione oggettuale, e come oggetto l’uomo stesso tende a percepirsi anziché come soggetto senziente, tant’è che il corpo stesso più che strumento per mettersi in contatto con gli altri viene percepito come oggetto da esibire: lisciato gonfiato sgonfiato o coperto di piercing e tatuaggi.

Anche l’olfatto e il gusto vengono talvolta sollecitati, seppure più blandamente, e la nostra società tende a creare nell’uomo desideri artificiali che possano dare a chi li produce un ritorno economico. Il tutto all’insegna di un allontanamento da quella che dovrebbe essere la condizione naturale (la pelle dovrebbe risultare più desiderabile di un profumo, l’odore del pane più appetibile di quello di una brioche etc) Ma tant’è. Solo pervertendo i nostri sensi la società si regge.

Arriviamo al tatto. La nostra società soffre di solitudine, è cosa arcinota, gli uomini isolati nei loro cubi di vetro o di mattoni sono soli e lo sono anche quando se ne stanno assieme agli altri stritolati all’interno di strutture lavorative altamente competitive o frastornati dai divertimenti che la nostra società propone. La famiglia, alternativa alla solitudine da sempre, non sempre risolve e spesso si trasforma in un cappio che limita e annoia. E anche quando l’uomo voglia uscire da questa sua condizione attraverso una strada abbastanza scontata e diffusa, anche lì mi sembra non ci siano molti spazi. I dati sulla prostituzione che mi sono capitati recentemente sott’occhio paradossalmente dimostrano questa tesi. Possono esser solo degli individui davvero disperati quelli che vanno a vomitare velocemente il contenuto dei loro organi genitali all’interno di un foro cloaca collettore in una sola notte di decine (centinaia, stando ai dati di un settimanale) di altri disperati. L’amore fatto in quindici minuti con una prostituta, o con la propria moglie, tutto si dovrebbe chiamare tranne che amore. E’ solo una parodia dell’amore. Molto triste.

Tutti gli stadi della vita umana, tranne forse l’infanzia, per molti sono accompagnati da una dose maggiore o minore di solitudine, ma mi sembra che nelle condizioni estreme, malattia e vecchiaia, questa sia ancora più accentuata. Ricordo il bel film di Almodovar Parla con lei che metteva il dito sull’ipocrisia della nostra società. Accenno brevemente alla trama che a molti sarà nota: un inserviente che s’era occupato per mesi di una ragazza in coma fa all’amore con lei e quando si scopre che la ragazza è incinta l’infermiere viene incarcerato. La ragazza poi, in seguito a questa gravidanza, si risveglia dal coma. Il film è significativo perché osa dire l’indicibile: non intende ovviamente invitare gli infermieri a violentare le pazienti in coma, ma mette l’accento sull’importanza del contatto, sulla positività di una presenza fisica, accompagnata, è logico, da una buona disposizione di spirito(come nel caso dello sventurato infermiere).

L’argomento è molto delicato ed è facile non cogliere il sottile limite al di qua del quale sta il bene e al di là del quale ci sarebbe l’orrore. Almodovar mi sembra ci riesca benissimo.

Alla luce anche delle tristi vicende delle tante Eluane che punteggiano l’Italia e delle discussioni spesso capziose sul tema, mi sembra colga una grande verità. La vita è mistero. Anche, e soprattutto, quando si è in quel limbo tra vita e morte che è il coma. Al di là di questo, a penetrare il sottile velo del mistero può andare solo l’amore, nel senso più ampio e completo del termine.

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