Erri

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Fra due ore viene da noi Erri De Luca. La tentazione è sempre quella: dargli i miei libri, chiedergli di entrare in redazione, parlargli di noi. Dopo un po’ prevale la saggezza, l’antica attitudine all’ascolto. Di me bambino non ricordo parole: solo quelle degli altri. M’incantavano, gli altri. La pelikan macchiata di Vincenzo Cerere; la maestra Battistoni; gli occhi azzurri della Persighetti. Il mondo era vero perché c’era l’altro. Oggi, la malattia è quella dell’io: i miei libri, le mie azioni, i miei progetti. Comprendo meglio l’impronunciabile nome dell’Onnipotente: Eyeh asher eyeh, Io sono colui che c’è. Che c’è per te. Dio non esiste senza l’altro. Senza la pelikan di Vincenzo Cerere; senza la faccia da schiaffi di Lele Tuccimei. Dovremmo tornare alle elementari per capire che cos’è l’amore. Sentire l’odore delle uova che la maestra Spina faceva colorare a Pasqua.
Tra due ore viene Erri. Gli chiederò se ricorda qualcuna delle sue parole di bambino.

18 pensieri su “Erri

  1. “gli altri sognan se stessi e tu sogni di loro”: il sogno è pazzesco ma è proprio un pazzo a sognarlo?
    Un abbraccio,
    Roberto

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  2. che mondo straordinariamente silenzioso sarebbe quello in cui tutti guarissimo dalla malattia dell’io e ci ponessimo all’ascolto dell’altro: un meraviglioso paradiso fatto solo di sguardi.

    bellissima pagina, fabry

    F&R

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  3. “Oggi, la malattia è quella dell’io: i miei libri, le mie azioni, i miei progetti.”

    parole sante fabrizio, soprattutto oggi, soprattutto in un blog di scrittura.

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  4. se è vero che dopo una certa età ognuno ha la faccia che si merita, cioè che si è costruita, beh, De Luca dev’essere proprio bravo. Grazie Fabry, che dici con poche parole cose che fanno pensare per molto tempo.
    A proposito, come è andata?

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  5. grazie, amici.
    l’incontro è stato bello: spero che i tecnici del nostro Centro riescano a metterlo su youtube.
    Erri De Luca è un grande: uno dei pochi, forse, a non farsi condizionare dallo star system.
    vale la pena sentirlo parlare.
    un abbraccio
    dal fabry

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  6. “Dio non esiste (…) senza la faccia da schiaffi di…”

    già

    ma che fatica!
    una abbraccio, Fabry

    Mario

    p.s. scrivo dal reparto di lungodegenza degli affetti da egotismo cronico, chissà quando ne uscirò, e se uscirò vivo…

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  7. Che bella iniziativa e mi dispiace davvero non esserci stato. Prima di leggere tutti i suoi libri, ho conosciuto Erri De Luca attraverso la sua prefazione ad un libro di fotografie pubblicato da un mio amico fotoreporter, Mario Boccia. Mario non riusciva a leggere il testo di Erri senza commuoversi. Con Mario ho girato i Balcani io come cooperante lui come fotografo e un giorno con Teresa gli abbiamo proposto di fare un sito internet per raccogliere le sue foto e ricordare le persone, i luoghi e le storie sulle quali spesso siamo “inciampati” nel corso dei nostri viaggi. L’indirizzo del sito è http://www.marioboccia.135.it di seguito riporto la prefazione di Erri De Luca.
    Marco

    “Che comodità, non si deve più andare lontano per incontrare queste figure umane. Oggi ci arrivano dal mare, mai in un porto però, su zattere a motore, con naufragi, inseguimenti, scaraventati in acqua, ignari di nuoto, loro montanari che vedono mare per la prima volta. Costa caro il Mediterraneo, non ci sono mulattiere, ma battelli, stive, capitani rapaci, soldi pagati pure per respirare. Quanto mare sta in attesa in questi occhi che ancora non hanno visto un porto, quanto mare sta destinato loro per separazione dalla terra madre. Nelle fotografie, queste del “91” stanno ancora sulle pietre di sempre, quelle di un confine. Migrano espulsi da un’ostilità all’altra, sono il popolo kurdo, figura esemplare dell’estraneo respinto. In uno dei suoi travasi forzati da un terreno a un altro, qui è da Irak a Turchia, incontra un fotografo, uno di quei tre o quattro che se ne vanno a battere le piste della malora, i tornanti dei popoli in fuga. Mario Boccia è un uomo timido, leale, commosso, incapace di estrarre da sotto la giacca l’apparecchio per rubare un’immagine. Lui è un ospite presso gli altri, non uno scippatore di scatti di sventura. Lui deve stare, sedersi accanto, andare, digiunare insieme, allontanarsi di un miglio per smaltire i bisogni al largo di distanza da donne e bambini. Al confine tra Irak e Turchia si è vergognato della propria urina. E sempre chiede prima, sempre deve ottenere almeno un sì degli occhi, pagando la sua decima di condivisione. Cos’altro può fare un uomo di passaggio? Solo stare un poco accanto, gustare l’impossibile ospitalità del profugo, nomade per diritto internazionale che è un lenzuolo corto e lascia scoperta molta folla all’addiaccio di notti e di confini sempre altrui. Niente è tuo e ti basti la vita. Forse è così per tutti ma poi tocca solo a qualcuno, magari a un popolo intero di sperimentarlo. Mario Boccia sta su queste tracce. Non è difficile seguirle: su sentieri sterrati alzano una polvere di accompagnamento che li segnala al cielo e agli uomini. Sono il pulviscolo di un popolo cometa, ora sta passando sul mare e lascia uno strascico di annegati, di vecchi morti in viaggio di tristezza, di bambini nati di nascosto sotto le gonne. Toccano la Calabria perché la malavita preleva sul loro traffico un biglietto d’ingresso e lo stato civile li rinchiude in una quarantena di appestati. Benvenuta gente del Kurdistan, luogo geografico della vostra fantasia, nazione sconosciuta all’ONU, benvenuta: siamo la prolunga geografica della Turchia, siamo il terminale della vostra espulsione e giochiamo a rimpiattino tra cacciata e asilo. Ne sappiamo di voi non perché Mario Boccia riporta il documento di un vostro spaesamento forzato, ma perché calpestate il sacro suolo turistico delle nostre spiagge. Speriamo che vi troviate male da noi e proseguiate altrove i vostri spostamenti, intanto vi filtriamo a casaccio, vi impacciamo il viaggio. Alcuni di noi sono uomini e vi fanno posto accanto a loro. Sono il resto del popolo che siamo stati.

    Mi congedo dalle fotografie di Mario Boccia chiedendo: ancora. Che lui continui a fare la supplenza generale di noi altri assenti dalle forche caudine del mondo, che ci faccia sapere che uno di noi sta laggiù, un po’ di sentinella, un po’ di scorta ad alzare gli occhi di qualcuno dalla polvere e piantarceli in faccia.”

    Erri De Luca

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  8. “Dovremmo tornare alle elementari per capire che cos’è l’amore. Sentire l’odore delle uova che la maestra Spina faceva colorare a Pasqua”. Fabrizio ha proprio ragione. Ma non si potrebbe tornare ancora più indietro, magari in quella vita prenatale dove eravamo tutti Stanlio & Ollio?
    Proprio qui, se non ricordo male, amore è ancora una parola di cinque lettere, proprio come morte, vita ne ha invece soltanto quattro, tre meno di libertà, sette meno di compassione.
    Un tempo la domenica di resurrezione era chiamata anche Pasqua d’uovo perché la si festeggiava donando e mangiando uova sode colorate.
    L’uovo è il simbolo del Cristo risorto e della speranza nella futura resurrezione dei fedeli in lui, ma un po’ in tutte le tradizioni l’uovo racconta storie di nascita e rinascita ed è il modo più semplice ed universale per rappresentare il rinnovamento della natura. Mangiare un uovo significa augurarsi un buon anno nuovo.
    Nel mito omerico ed orfico della creazione si narra che in principio c’era la notte dalle ali nere che, amata dal vento, depose un uovo d’argento nel grembo dell’oscurità, e che da questo uovo nacque Eros, detto anche Fanes, il primogenito, che mise in moto tutto l’universo.
    In aprile rinasce la natura, rinasce il Cristo, sessantaquattro anni fa in aprile questo paese rinasceva dagli orrori della guerra e dalla tirannide nazifascista. Credo ce ne sia abbastanza per festeggiare con un bell’ovetto e magari anche con quella canzone dei Beatles che faceva così: “Io sono l’uomo delle uova, oh, loro sono gli uomini delle uova. Oh, io sono il tricheco, goo, goo, g’ joob”.

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  9. stammatina in farmacia ho consegnato la ricetta, la gentile farmacista ha preso i medicinali, poi ha riguardato la ricetta: “Mi scusi, è scaduta da più di un mese…”, così dev’essere successo in questo reparto egotici, e non so più quanto tempo fa, mi avevano già dato il foglio di dimissioni, ma devo averlo lasciato scadere senza essere mai uscito da lì…

    ciao Fabry…

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