Luigia Sorrentino: la poesia che abita il corpo e la mente

luigia-sorrentino

di Alessandro Moscè

 

Luigia Sorrentino è nata a Napoli e vive a Roma. La sua prima raccolta di poesie si intitola C’è un padre (Manni, Lecce 2003), alla quale è seguita la plaquette La cattedrale (Il Ragazzo Innocuo, Milano 2008) e alcuni testi comparsi su “Almanacco dello Specchio 2008” (Mondadori, Milano). E’ giornalista a Rai News 24. Attrice della Bottega Teatrale di Firenze di Vittorio Gassman, ha preso parte a diversi spettacoli di prosa, a film per la televisione e a cortometraggi.

Già con l’inaugurale raccolta poetica pubblicata da Manni nel 2003 (C’è un padre), Luigia Sorrentino aveva dimostrato immediatamente la varietà dei temi e delle linee portanti di una poetica sospesa tra affetti familiari soffusi e ritorni a “discussioni mute”, a rovelli e abbandoni, con gesti affermativi e negazioni subitanee. Ruggero Cappuccio, nella postfazione a C’è un padre, scrisse: “E’ certo che la fisicità tagliente delle terre, delle arie, dei liquidi fuocosi, dove la Sorrentino ha trascorso la sua infanzia, adolescenza e prima giovinezza, devono averle insegnato che lì il paesaggio e lo sfondo sono tutt’uno con gli uomini…”. Luigia Sorrentino scrive una poesia tesa, con una propensione a creare metafore e una difesa dall’assedio del tempo che stringe. Ma è soprattutto l’amore a scompaginare i piani e ad essere salvaguardato frugando nelle pieghe dell’anima contemporanea. Come da Ogni cosa del fiume (testi pubblicati nell’“Almanacco dello Specchio 2008” di Mondadori), il fiume, o un altro oggetto qualsiasi, risulta un pretesto, un mezzo per sentire “l’asse del cuore”, per riconsegnare un suono interiore che vibra e “abita” il proprio corpo e la propria mente. Un connubio, “corpo-mente”, che si può leggere in versi come schegge, come propulsioni incontrollabili (“ho raccolto il tuo corpo tra le braccia / dove sei stato? / hai avuto diversi anni / la strada, l’esilio, / la casa temuta / verso la luna dei vent’anni”). Luigia Sorrentino si rivolge ad un tu, ad una persona che riempie la propria identità, il proprio incedere, “il dolore che ha attaccato il mondo”. E negli interrogativi che si dipanano, l’amore si rigenera tra dubbi e attese, tra immagini rapsodiche e una sintassi che non tende all’esplicito, ma a rivelare messaggi subliminali. Una pluralità di situazioni si innerva sul terreno del dialogo sottinteso anche con se stessi (“Il cuore pompa e rigetta / nella mano il battito si espande / la corrente spinta / sopra la cavità naturale della bocca / la costola a occhi chiusi / tra la stanza e la musica”). La domanda capitale è riconfermata anche nella plaquette La cattedrale edita da Il Ragazzo Innocuo (Milano 2008). Una domanda esistenziale con al centro la donna che cerca una sponda, una circolarità dell’io che si confronta, che con naturalezza e disinvoltura immagina e lievita il passato, come potesse tornare ad affacciarsi da un angolo nascosto ma ancora illuminato (“intorno a questo altrove / fin dall’infanzia / occhi di grandi in ogni fondo / entrano in qualcosa di ignoto / verso il loro dentro denso”). O ancora: “poi vedi la luce fondere il volto / e il volto scostarsi dalla luce / e vedi la luce cadere / sul mosaico dorato”. Poesia al femminile, ma non solo. Poesia della coerenza, poesia esistenziale, mai artefatta o preda di solipsismi e autorefenzialità. Luigia Sorrentino raccoglie un’eredità novecentesca che rende eterno un mondo, che illustra le sfumature delle cose, il correlativo oggettivo tra interno ed esterno, il paragone tra un’individualità e un’amplificazione onnicomprensive. Il suo opus non è irrelato, ma allacciato ad un bene supremo, ad una demistificazione dell’horror vacui. La poesia è un primigenio impulso, una comunicazione straniante e allo stesso tempo ritrovante (gli ossimori appartengono a Luigia Sorrentino). Le metafore e gli accostamenti sono la migliore qualità espressa dalla poetessa romana: “come un male sdraiato / nelle pieghe del mondo / sogno di uscire con il giorno / e di incontrare quei semplici / quando eravamo / quel vento che non riesco a pronunciare”. Un vento che soffia lontano, che attraversa tempi e spazi, quell’“animale umano”, quel desiderio di rivitalizzare istanti che precipitano nel dimenticatoio. Ma un padre, il Padre, accoglie l’amore senza indugio, senza lesinare una reciprocità (“ma quando ti inginocchi e preghi / anche tu preghi il padre tuo / a lui che ascolta, chiedi / se muore lui, sei tu che muori / dio delle strade e dei crocevia // da quelle braccia siamo caduti / a quelle braccia siamo ritornati”. E’ sempre il tu senza nome ad erompere nella scena. Il tu profetico che permette di entrare nella dimensione confessionale, autentica. Un tu che come un prisma ha più facce e che non scompare, trasposto in virtù di un cerimoniale d’incontro. Tutto il problema della vita è rompere la propria solitudine, il comunicare con gli altri, diceva Cesare Pavese. La poesia di Luigia Sorrentino va in questa direzione.

 

Recensione uscita il 31 gennaio 2009 su “L’Azione”, Periodico di Arte e Letteratura, pag. 15 in: “Prospettiva”, a cura di Alessandro Moscè

18 pensieri su “Luigia Sorrentino: la poesia che abita il corpo e la mente

  1. carmine vitale

    incontrare i versi di Luigia è stato come una rivelazione
    ho seguito il suo lavoro con una particolare attenzione
    c’è sempre una nota alta superiore alla vibrazione che aacompagna il cammino delle sue splendide parole
    una poetessa da ammirare
    da leggere
    grazie
    c.

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  2. luigia sorrentino

    Grazie a Carmine e a Sergio. Il cammino verso la poesia è lungo, complesso, ma è un’esperienza di grande arricchimento, per chi la scrive naturalmente, ma anche per chi si avvicina alla parola poetica come lettore. Per questo vi ringrazio di cuore, per questo “avvicinamento”, per questo cammino che percorriamo insieme. Grazie. Luigia

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  3. Vera D'Atri

    ho avuto il piacere di incontrare tempo fa Luigia e la sua poesia.Un regalo insperato per chi come me si appassiona a ciò che dà voce e luce al nostro oscuro
    interiore.
    Nei suoi versi c’è la lenta conquista dell’ignoto.
    Brava Luigia

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  4. veronica de laurentiis

    Sei meravigliosa, amica mia continua a scrivere parole che parlano della vita, dell’amore, delle nuvole che passano nel nostro cuore.
    Tvtb love Veronica de Laurentiis

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  5. ciro iengo

    Il profumo dalla pelle con il vento, attraverso il mare si è scritto sulla carta. Continua a “scriverti” nei versi trasportando il profumo della rosa in te incarnata.
    Ciro Iengo

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  6. paolarenzetti

    “una poesia tesa” e sofferta, se vuol dire andare, spingersi oltre…cercare, dove quel “fiume” sono ostacoli riconosciuti e rimossi, ma anche identità a cui ricongiungersi.
    Fisicità tagliente…fuoco: impressioni, quelle della terra, divenute respiri, che ti lasciano andare.

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  7. fabrizio fantoni

    Seguo da tempo la poesia di Luigia Sorrentino e ritengo di poter definire la sua opera “poesia della rivelazione”: una poesia, cioè, che diviene specchio di una condizione interiore.
    Con un linguaggio fortemente analogico-simbolico, Luigia riesce a mettere in nome le emozioni attraverso oggetti, luoghi, situazioni, denunandoli dai loro significati comuni fino a raggiungere una lingua che rende indefinito lo spazio in cui si muove la poesia.
    Fabrizio Fantoni

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  8. luigia sorrentino

    Grazie ad Alex, che è “scivolato” nella mia poesia con la sua antica lingua, il basco, appunto, che mi ha offerto l’opportunità di confrontarmi con la tradizione e l’ospitalità del popolo basco fino a condurmi a visitare la sua bellissima terra. Grazie a Vera D’Atri, amica e poetessa incantata dalla bellezza della “terra mia”. Una terra immersa in una natura primordiale – terra d’iniziazione – . Grazie a Ciro Iengo, amico di Ercolano – incarnazione umana del Vesuvio – da sempre impegnato nella divulgazione del patrimonio monumentale e artistico della sua città. Grazie a Stefania Nardini, per la sua pazienza, a Paola Renzetti, donna dalla straordinaria sensibilità poetica. Grazie a Veronica, “donna delle donne”, “donna del cuore”, per tutti i momenti vissuti insieme, amica carissima: con il suo romanzo autobiografico “Rivoglio la mia vita” (ed. E/O) mi ha condotto “dentro” il dolore di tutte le donne e “fuori” dal dolore di tutte le donne.
    Infine, un grazie particolare al critico Fabrizio Fantoni, straordinario lettore prima che critico, concentrato nella diffusione della parola dei poeti. Di persone così non ce ne sono molte. Per questo apprezzo tanto le sue parole, che si estendono in territori a noi stessi sconosciuti.
    Grazie.
    Luigia Sorrentino

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  9. Salvatore

    Cara Luigia,
    questa è stata una occasione per rileggere e riascoltare i tuoi versi da “C’è un padre”.
    Mi piace riproporti quello che Gianna ed io scrivemmo su http://www.vesuvioweb.com pubblicando alcune tue liriche.
    Il ricordo di tuo Padre e della nostra terra è, nonostante tutto, sempre vivo in noi.
    La Poesia di Luigia Sorrentino
    Dalla raccolta di poesia “C’è un padre”, di Luigia Sorrentino (Manni, 2003) sono tratti i versi che seguono. La dedica è al padre ma ci piace interpretarla come dedica al suo paese natio. Ricordi di un tempo lontano, non vissuto direttamente ma vivo nelle parole e nei racconti paterni. Il padre e il suo paese vissuti nella memoria di parole, fatti ed espressioni locali.
    Scendeva bene ha in sé tutta la forza espressiva di momenti sereni in liete compagnie, senza bisogno di ulteriori aggettivazioni. E così espressioni come ma non ci facevi niente, per dire non ci riuscivi mai, hanno la forza evocativa di un lessico familiare che gelosamente
    conserviamo.
    La poesia dei suoi versi nasce da questo penetrare continuo nella memoria della sua familiarità, della sua infanzia, col richiamo improvviso di parole ascoltate e impresse nella mente come tappe dell’esistenza. Il Padre e la Madre Terra, in un richiamo alternante di affetti familiari e luogo dell’infanzia. La cannòla, le patate novelle, scarperianno, sono i bagliori subliminali che accendono il ricordo di una realtà vissuta nei racconti e amata come propria.
    Non solo gioia affettuosa ma anche lampi di tristezza per eventi tragici che coinvolsero, in anni lontani, i giovani di allora (anche i genitori furono giovani) e che infrangono la serena aria di tempi felici, quelli di una volta:
    li stavano carrianno
    a uno a uno sopra un camion…
    La desolazione di quei giorni che non aveva risparmiato il padre:
    chiuso in uno stipo a muro
    rimanesti solo…
    Nelle parole dell’autrice la chiave di lettura dei suoi versi:
    “La lacrima di Cristo, il Nome del Padre, Colui che “porta la croce” (mentre la Madre porta la vita….) …. ma Lacrima Christi, è anche il nome di quel famoso vino del Vesuvio, “quello che scende bene” e che si prende l’amore per questa terra, la terra del padre, il paese… un vino che riporta il dolore della guerra, che si perde nel racconto, al racconto si confonde, e raccontando-raccontando, la sofferenza si attenua, diventa meraviglia del vissuto, dell’essere arrivati fino a qui, fino ad oggi! Quest’uomo che combatte con la propria terra, è simbolo di rassegnazione, ma anche di forza e di speranza”.
    G.DF-S.A.

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  10. luigia sorrentino

    Carissimi Salvatore e Gianna, cara Rosalba
    cari Vesuviani
    grazie per avermi restituito con le vostre parole le nostre comuni origini.
    La poesia ricordata da Salvatore, Lacrima Christi, è scritta sulle lacrime della mia terra – le pendici del Vesuvio – là dove l’infinito è uno spazio profondissimo del cuore.
    Un abbraccio caro
    Luigia

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  11. luigia sorrentino

    Carissimo Umberto,
    Ora che la terra trema, tremo con la terra e non sono… più nulla. Sto in silenzio, e sento questo urlo profondissimo… E piango con il canto della terra.
    Grazie per le tue belle parole.
    Luigia

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  12. paola riviello

    Ho letto
    la tua poesia é profonda, toccante, intensa, vibrante. Mi piace molto
    Francesco non si sbagliava
    grazie
    paola

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