Marino Magliani. Un “detective” in Riviera troppo distratto dai blog letterari

[Pubblico questo pezzo per gentile richiesta di Marino Magliani. FK]

di Giovanni Choukhadarian

Prima di tutto, chiarire gli equivoci: Marino Magliani non è un romanziere. La sua vocazione è quella del racconto orale e, in questo, non ha forse rivali in Italia. Nessuno come lui riesce a infilare storie una nell’altra, in apparenza sconnesse l’una dall’altra, all’atto però convincenti e senza dubbio autentiche.
Dev’essere questo tratto genuino che convinse Giuseppe Conte a redigere una breve nota di copertina per L’estate dopo Marengo (Philobiblon,2003), romanzo d’esordio dello scrittore. Da allora Magliani, residente in Olanda, ha prodotto altri quattro libri e un gran numero di interventi su riviste e sul web, suo scellerato luogo letterario d’elezione.
Questo libro (La tana degli Alberibelli, Longanesi, pagg. 330, euro 18), spregevolmente titolato, presenta un intreccio quasi semplice.
Vi si narra infatti di un Jan Martin Van der Linden, cognome da sprinter belga anni Settanta affibbiato a un olandese che lavora per l’Ue. L’uomo è spedito in Italia per indagare su presunte malversazioni di fondi strutturali europei. Siccome Magliani è uomo ligure di Ponente, è nella Liguria di Ponente che avvengono i fatti, e in particolare attorno a due porti: quello di Santaleula e quello di Oriana (sembrano quelli di Porto Maurizio e Imperia). Van der Linden svolge l’indagine sotto le mentite spoglie di un archeologo in cerca di resti della battaglia di Marengo, ma viene presto scoperto da forze misteriose ma non troppo che prendono a spiarlo.
Da qui in poi la faccenda si complica. Muore Pangloss, collaboratore in loco dell’olandese, muoiono diversi dei personaggi in scena, l’investigatore si scopre interessato anche a certi fatti nascosti della Resistenza, compare l’entroterra ponentino e costà una Loredana dal fascino indistinto eppure non privo di forza; e altro, tanto altro ancora. Uno scrittore più scaltro di Magliani trarrebbe da questo materiale almeno una tetralogia. Magliani no: a lui interessa raccontare ciò che davvero deve raccontare, come se non gli bastasse il tempo e certe cose andassero dette tutte e subito. Da bravo narratore orale, lo scrittore di Dolcedo (provincia di Imperia) impiega allora fattori di coesione testuale piuttosto facili: nomi propri di persona, modalità di racconto, addirittura toponimi. La geografia immaginaria dei luoghi e dei nomi di battesimo è quella di Francesco Biamonti, d’altronde più volte citato in corso di racconto e poi evocato anche per l’uso frequente della sinestesia nelle descrizioni di territori e paesaggi.
Per converso, nel libro figurano dati e capienze sui due porti oggetto delle indagini – e qui il riferimento intertestuale è a certi instant book pubblicati negli ultimi anni riguardo alla presunta cementificazione della costa ligure.
In sintesi: Marino Magliani vuole, anzi deve raccontare tutto, senza se e senza ma; e insieme ha un concetto alto della scrittura e dell’appartenenza a una comunità di scrittori più o meno riconosciuti. Se Magliani non tenesse tanto ai giudizi di merito di blog come Nazione Indiana o teorici come quelli del famigerato Newitalianepic, i suoi risultati sarebbero uguali, se non forse migliori. Siccome così non è, La tana degli Alberibelli resta un romanzo di buone promesse però inconchiuso per eccesso di pretese. Racconti e basta, gentile Magliani: e non curi le valutazioni impressionistiche di chi, non sapendo appunto raccontare, si prova a giudicare.

(Pubblicato su Il giornale)

51 pensieri su “Marino Magliani. Un “detective” in Riviera troppo distratto dai blog letterari

  1. Questo è uno dei pochissimi libri che, arrivato all’ultima pagina, mi hanno fatto desiderare che ce ne fossero altre seicento. Non è neanche (almeno per me) questione di intreccio, di problematiche, di materia trattata: Marino ha la sua poetica nella profondissima tristezza esistenziale dell’entroterra ligure (uso la parola “tristezza” perché “angoscia” in ligure ha un significato particolare) e ne sa parlare come nessun altro, dipingendo spiagge, uliveti abbandonati, paesini disabitati. Poi ha “bisogno” di uno spunto (come le speculazioni edilizie o i misteri sepolti ma ancora vivi della guerra civile), ma si tratta solo di agganci, scogli che attirano la sua attenzione e gli danno modo di espandere la sua vena lirica in forma di stupore e paura di fronte al mistero del significato della vita, dell’esistere. Grande!

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  2. Grazie Franz. Perché chiedere che venga pubblicato un pezzo dove ti fanno a pezzi? Perché é giusto che sia cosí, dei miei libri su questo blog sono sempre state dette cose fin troppo belle, ed é giusto che appaia anche il resto. Ho la fortuna di scrivere libri che mi piace scrivere, e ho la fortuna che vengano apprezzati dal mio agente e dal mio editore, dai lettori in genere,
    persino da critici riconosciuti, molto stimati. Mi dispiacerebbe leggere che un critico che mi segue da tempo facesse a pezzi il mio libro, ma farebbe parte del gioco, certo mi dispiacerebbe di piú se facesse a pezzi la mia figura. E il recensore, qui, ha tentato di fare esattamente questo, ha calpestato la mia dignitá, quella della mia identitá di romanziere, perché questo sono. non sono altro.
    Bastava dire che ero un pessimo
    romanziere e non sarebbe stata la stessa cosa. Dire che la mia vocazione é quella del racconto orale e che in tale settore sarei anche bravo é una caramella per bocche senza denti, per ultimo la caramella
    la devi schiacciare. Da chi ha saputo il recensore che la mia vocazione é quella del racconto orale? io non ho mai perso un attimo con lui, non gli ho mai raccontato nulla. Parecchi anni fa mi chiese lui stesso di poter presentare un mio libro
    alla fiera di Imperia, con la persona che avevo scelto come relatore ci guardammo e alla fine dicemmo va bene. L’anno scorso in una cittadina, credo la cittadina natale del recensore, mi doveva presentare un poeta e buon scrittore di quei posti, poi diede forfait
    per un’influenza e manco farlo apposta quella sera mi ritrovai il recensore al tavolo. 8 autori su dieci quella sera si sarebbero alzati e se ne sarebbero andati, un paio l’avrebbero fatto non prima di dirgli pubblicamente cosa pensavano. Uno sarebbe andato oltre. Io pensai che sarebbe stato molto giusto dire al recensore di accomodarsi tra il pubblico, e avrei dovuto farlo certo, a chi piace ferire, era lí che voleva rappresentarsi e c’era il sindaco, un buon pubblico, avevano fatto tanto. Al termine parecchie persone mi chiesero scusa. Alcuni dissero che si era trattata della presentazione piú irreale a cui
    fossero capitati perché in pratica non mi aveva
    lasciato parlare, mi faceva una domanda e mi interrompeva dopo due istanti, dicendomi che partivo da lontano, che dovevo rispondere in due parole, che ci giravo attorno, mi incalzava, mettendomi a tacere,
    provava a parlare di un altro scrittore lí presente e altre cose. Ora io son uno che parla
    da solo tutto il giorno, qui in questa stanza, se esco e vado
    qui dietro al mare, se davanti alla gente mi si blocca ogni minuto mi blocco io poi, perdo il filo, non funziona. E allora la mia domanda é perché si é tanto bassi di soglia e si fanno queste figure meschine,
    perché il veleno, le malignitá, parlare di un libro che non si ha letto, dire che a un certo punto muore Pangloss mentre
    é la prima cosa che succede, solo che dalla quarta di copertina sembra che avvenga a metá libro. Usare quei termini, spregevolmente titolato, suvvia,
    recensore, mi faccia ridere ancora, e mi saluti la mia terra, le mie palme e la spuma e gli scogli e chi con lei trova il tempo per parlare delle mie storie.

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  3. a me sembra distratta la recensione, per vari motivi, tra cui:
    la presenza di Marino nei blog letterari è molto parsimoniosa, quindi è difficile che lo distolga da alcunché;
    è un romanziere che viene dalla gavetta dura della vita, come De Luca, il che lo accredita meglio di tanti scrittori da laboratorio.
    qualche altro motivo lo lascio a chi verrà dopo di me.

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  4. Il libro di Marino è un pretesto, un diversivo. I bersagli polemici sono altri, appena menzionati. Il che è doppiamente, molteplicemente meschino: perché mettere in mezzo un autore, usando l’uscita di un suo libro in modo strumentale? Perché usare una “recensione” come scudo? Si attacchi esplicitamente quel che si vuole attaccare. Frontali. Diretti. Schietti. Si scriva un pezzo che sia espressamente contro NI o il “famigerato” NIE, senza tirare per la giacca Magliani. Fuori gli attributi.

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  5. Secondo me questa è una recensione che crolla su se stessa, Marino. “Non ti curar di lor, ma guarda e passa”, citando babbo Dante.

    Un caro saluto,
    Giovanni

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  6. Intanto un saluto a tutti.
    Il libro di Marino l’ho letto. Ne ho scritto. Ne scrivero’.
    E’ un testo in cui emerge la denuncia politica. Si, perché la bella Liguria é anche questo, una terra minacciata dalla speculazione e da un potere che poi tanto occulto non é. Marino ha raccontato. E lo ha fatto bene, nel suo stile, con la sua sensibilità di uomo e di scrittore.
    Il problema é che “La Tana” é un libro scomodo. Politicamente scomodo. E il recensore su “Il Giornale” ha trovato il terreno fertile per pubblicare un certo tipo di pezzo. Mettendoci una firma da “difensore” di certi ambienti più che di “recensore”. Una recensione positiva avrebbe avuto spazio? Che poi se la prenda con NI e tutto il resto mi pare evidente che é un pretesto. Per dire altro che forse non ha detto o non ha avuto il coraggio di dire. Per un attacco politico non é necessaria solo una buona cultura letteraria. Ma il coraggio. Lo stesso coraggio che ha avuto Magliani. E chi conosce e segue Marino sa bene che non é certo un blogger scatenato , tantomeno un cantastorie. Per demolire un libro o chi lo scrive ci vuole lealtà, coraggio, professionalità, e quel sentirsi persone LIBERE.

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  7. Ciao, Marino, concordo con tutto quanto è stato qui detto, non mi ripeto, se non nell’esortazione: non ti curar di lor… solo che qui non si tratta di ignavia, magari, ma di molto peggio.

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  8. Solo una considerazione generale, non ho letto il libro in questione, quindi volevo soltanto dire che sì, non si deve mai recensire l’autore ma solo l’Opera, anche perché ogni Opera (del medesimo scrittore) può essere diversa e quindi criticamente approcciabile in modo diverso o totalmente diverso, il bersaglio non dovrebbe essere lo scrittore (e nemmeno l’opera se con bersaglio si intende un luogo/oggetto strettamente localizzato contro il quale “sfogarsi”) vedi recenti deprecabili esempi (babsi j.) in cui la tendenza era di parlare di persone, non di scrittori o di oggetti narrativi, ma di persone in quanto scriventi. Scrivere pubblicamente non da alcun diritto di essere messi alla gogna ma di ricevere un giudizio soggettivi e critico con gli strumenti propri della critica. Solo una considerazione generale perchè non so nulla nè del libro, nè del recensore e nè dello scrittore.

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  9. Io non riesco mandar giù ‘sta cosa:
    “suo scellerato luogo letterario d’elezione…”
    Come se Marino si slilinquisse e si perdesse per il web come uno sciocco.
    Qui dietro c’è altro, forse una vendetta, “pan mal mastjà” come diceva mia nonna, o, che so io, solo ottusità.
    E poi Marino è altra persona e ci vuol altro per liquidare un suo libro così!

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  10. L’ultimo libro di Marino ce l’ho qui, da leggere con calma, perchè ho amato molto gli altri e me lo voglio godere. Conosco il recensito e il recensore, persone molto diverse e però entrambe di valore. Nella recensione del Meister io non vedo questo malanimo: c’è molto apprezzamento per quella che lui considera l’autentica vocazione di Magliani, e un richiamo a una interiorità che gli pare più consona all’autore. C’è attenzione, non spregio.
    Io ho recensito con una stroncatura Hitler di Genna, che pure è scrittore che adoro, proprio perchè quel libro mi aveva deluso, come invece il precedente e il seguente mi hanno esaltato. Non trovo che sia un’operazione scorretta: non è peggio profondersi sempre e solo in lodi sperticate, e mettere sempre il silenziatore alle critiche, per farsi tutti e sempre amici?

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  11. Ciao Valter,
    ricordo bene la tua stroncatura usci’ sulla pagina da me curata. Molto corretta direi. Che non lasciava spazi a strumentalizzazioni o ad altri intendimenti. Non é infatti un paragone che regge.
    Scusami ma più che una puntualizzazione é per dire che il tuo pezzo su Genna é l’esempio di cio’ che dicevo prima: lealtà, professionalità, libertà e chiarezza.
    Un caro saluto
    stefania

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  12. Questa recensione (sic!) è parziale e ipotetica, poiché tira in ballo questioni, o almeno ritenute tali dal recensore, che con l’opera di Marino nulla hanno a che vedere.

    Spero che sia malafede, altrimenti la conclusione dell’articolo

    “e non curi le valutazioni impressionistiche di chi, non sapendo appunto raccontare, si prova a giudicare.”

    denuncia un tipico esempio di transfert…

    f.s.

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  13. Le critiche, anche e specie quelle negative, possono, a volte, aiutare a crescere.

    A volte, poi, può accadere che talune affermazioni volutamente dette, ad arte, per sminuire o denigrare, sortiscano l’effetto contrario. Due esempi?

    1)”MARINO MAGLIANI NON E’ UN ROMANZIERE.LA SUA VOCAZIONE E’ QUELLA DEL RACCONTO ORALE…” Affermazioni che, nel contesto in cui sono inserite, colpiscono e, immagino, feriscano l’autore… Ma, a onore del vero (storiografico e filologico), è bene ricordare al recensore e al recensito, che se è vero, come risulta dalle più recenti e avanzate scoperte della filologia, che la tradizione occidentale o orale omerica, nasca da lingue parlate (e dialettali), e che le cantiche venivano recitate e tramandate oralmente, non ci sarebbe proprio motivo nè luogo ad avocare ad una ‘vocazione orale’… Altro esempio più concreto e vicino mi è offerto da Tonino Guerra: il recensore de ‘Il Giornale’, sembra non essere informato sul fatto che la prima, grande, innovativa opera del poeta romagnolo (che con Pasolini contribuì a riformulare una tradizione dialettale – romagnola l’uno, friulana l’altro -) ‘I scarabòcc’, presenta una analoga e affascinante origine; si tratta di poesie in rima declamate da Guerra ai compagni di prigionia a Troisdorf, durante la Seconda Guerra Mondiale, e solo fortunosamente trascritte da un commilitone che gliele recapiterà a Liberazione avvenuta…Per non dire poi del caso finitimo del manoscritto marradese de ‘Il più lungo giorno’ di Dino Campana, smarrito da Ardengo Soffici nel 1913, e ritrovato solo nel 1971 ( la notizia del ritrovamento fu data da Mario Luzi il 7 giugno c.a. sulle pagine de “Il corriere della sera” ) a pubblicazione ormai avvenuta della sua totale riscrittura ‘a memoria’ di ‘Canti orfici'(1914)… esempi questi, tra i tanti, per dire che non ci sarebbe nulla da eccepire su una ‘presunta’ vocazione orale del racconto…

    2)”UNO SCRITTORE PIU’ SCALTRO DI MAGLIANI TRARREBBE DA QUESTO MATERIALE ALMENO UNA TETRALOGIA.MAGLIANI NO: A LUI INTERESSA RACCONTARE CIO’ CHE DAVVERO DEVE RACCONTARE,COME SE NON GLI BASTASSE IL TEMPO E CERTE COSE ANDREBBERO DETTE TUTTE E SUBITO”… A questo passaggio, tutta la malafede del recensore è evidente, come, con evidenza cristallina, suo malgrado, riesce a focalizzare una indubbia qualità del recensito: se infatti intendiamo la comune attitudine alla ‘scaltrezza’ di certi autori che ‘hanno trovato la formula’ per sfornare libri seriali, dalle parole del recensore emerge tutta la buonafede del Magliani, a non approfittare della materia e dei motivi in suo possesso, licenziandoli in una unica opera…

    Molti altri rilievi si potrebbero tentare, ma forse non è necessario. Necessario ritengo invece il rilevare da parte del recensore l’uso strumentale che fa di altri autori, semplicemente, ad arte, nominandoli, e rilevandone una qualche fantomatica negatività riverberantesi sul romanzo di Maggiani: penso a Biamonti, ad esempio, citato molto strumentalmente e in maniera irrelata. E pure a Conte, che tra le molte pecche deve avere pure quella(inqualificabile, immagino) di aver firmato una ‘breve nota di copertina’ di un libro precedente del Maggiani…

    Altri elementi interessanti alla questione mi vengono offerti dalle parole di WUMING 1, che allude alla pretestuosità della “recensione” che intende scagliarsi contro ben altri obiettivi polemici… La cosa la ignoro, certo è che Giovanni Coukadarian accenna con una certa stizzosità polemica ad alcuni blogs presenti nella rete e al fatto che Magliani sia sul “web, suo scellerato luogo d’elezione…”… Stendo un velo pietoso sul piglio moralistico come sul fatto che i anoni recensori vengano abbondantemente tradìti… un accenno, fuoriluogo, alla ‘pratica della sinestesia’, unica figura e elemento di retorica addotto, e che ci sta come potrebbe starci una ‘pratica dell’usura’, o una ‘pratica onanista’.

    Comunque sia, l’ esercizio recensorio almeno per quel che mi riguarda e compete, ha sortito come unico effetto una amplificazione di curiosità che mi porterà in tempi brevi ad acquistare il libro di Maggiani (che, detto per inciso, non conosco, e che leggerò volentieri). Un caro saluto a tutti

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  14. Mi scuso se in un paio di occasioni ho scritto Maggiani in luogo di Magliani ( valga comunque quale buon auspicio).

    anoni recensori, è un refuso, e sta per ‘canoni recensori’.

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  15. Potrebbe essere una semplice sensazione, ma ci trovo pure un filino di invidia. E se proprio vogliamo cercare il pelo nell’uovo, che con la letteratura, la poesia e lo spirito non c’entra nulla, il recensore non sa neppure che Imperia è nata dalla fusione, avvenuta nel 1923, di Porto Maurizio e Oneglia. E per quanto riguarda “la presunta cementificazione” basta guardare i dati ufficiali per capire che tanto “presunta” non è. Ma non viveva in Liguria, in provincia di Imperia, il recensore?!
    “Fuori gli attributi” scrive wuming1. Bisogna averli per tirarli fuori.
    By the way, per quel che possa valere: ho letto il romanzo di Magliani e mi è piaciuto.

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  16. Caro Marino,
    non ho letto il tuo libro e mi dispiace. Tuttavia trovo inutile quella recensione, mi sembra scritta da uno che non ha capito bene di chi e di che cosa stava parlando. Quello che scrive nel blog Stefania Nardini mi sembra molto interessante, sarebbe da approfondire. Sono contenta che ne scriverà ancora. Sono solidale.So che se uno scrive romanzi, non può che continuare a farlo. E sono sicura che è quello che farai. Buon lavoro. Con affetto
    Luigia

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  17. Un po’ di umana pietas, prego!

    Il recensore è afflitto/affetto da parecchi problemi nell’esposizione “orale”. Nel tempo che fu [ e fui *presente* all’evento che segnò – traumatizzandolo inesorabilmente – il poveropovero recensore ] fu: da passare SOTTO SILENZIO. Ché il recensore decise di recitare [ ? ] poesia durante un reading. E taccio il resoconto/racconto/commento “orale” dei “fortunatissimi” fruitori della di lui performance.

    Abbraccio Magliani – inchinandomi e levandomi il cappello.
    [ e appendo al chiodo – fisso – recensore e recensione. Pietà e compassione per chi parola/paupula tanto per. ]

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  18. Marino sarai vendicato
    dalla vera giustizia del
    critico qualificato:-)
    e poi dove è uscita qyella recensione? Su Il giornale?
    cioè su un foglio peggiore della carta igienica…

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  19. Non ho letto gli ultimi due lavori di Marino Magliani: ma gli altri sì, e posso dire che sono ottimi. Che Marino sia cambiato solo perché passato a Longanesi? Mi sembra difficile per quanto tutto è possibile. Ma la mano sul fuoco ce l’ha metto per tutto quello che Marino Magliani ha scritto prima di passare al nuovo editore.

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  20. E’ una recensione scritta con quello stile di stampo brillante-provocatorio che caratterizza Ch. che, come ho letto altre volte, ha in spregio supremo siti come NI, o la NIE ecc. per cui ne ha approfittato, diciamo, per buttare dentro qualche battuta in proposito. Non mi scandalizzo per espressioni tipo “scellerato” perché non ha l’accezione letterale, ma è appunto un termine di tipo ironico-da-bar, tipo “lo spregevole personaggio” (che non è in questo testo), che non è da intendersi come tale, ma è espressione affettuosa-da-bar ecc. Per capirci, Guccini e molti emiliani di quella generazione parlano così.

    Proprio per questo trovo incredibile che, uno che concepisce e attua questo tipo di intervento sulla scrittura, non capisca – o non accetti – interventi che fanno altri. Per esempio, ricordo sempre di Ch. una stroncatura dello stile di Paolo Nori (che a me piace molto) perché non abbastanza letterario e, se non ricordo male per l’appunto orale. Non capisce l’intervento che Magliani fa sulla scrittura, che è uno degli aspetti più interessanti di questo libro, e che per me per esempio è oggetto di studio. Proprio da un punto di vista tecnico intendo. Innesta espressioni del parlato, forse del dialetto, sulla scrittura, senza mai scadere nel dialettismo, proprio come fa Fenoglio col piemontese. Inoltre fonde la narrazione pura degli eventi e dei personaggi con brevi, veloci ed efficaci trasformazioni nelle descrizioni dei luoghi, ma come se fossero i luoghi stessi che narrano se stessi, in un ritmo diffuso e intermittente. Marino Magliani mi sembra diventato un maestro in questo stile, che qui viene confuso con “orale”.

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  21. Ho letto tutti i libri di Marino. Dunque lo conosco bene. Dire che non e’ un romanziere e che la sua vocazione e’ quella del racconto orale non e’ solo offensivo, ma semplicemente falso. In piu’ questo e’ senza dubbio il suo romanzo migliore, quello che riesce a coniugare in maniera perfetta la storia, lo stile, la denuncia. Tutto il resto e’ folklore.

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  22. Io leggo il Chouka da diversi anni, e mi rammarico ogni volta del fatto che, pur possedendo gli strumenti di analisi per dire qualcosa di approfondito sui testi che critica, finisca poi sempre per baloccarsi con chiacchiere da bar, come se stesse parlando con degli amici sul lungomare ligure mentre sorseggia un drink. Si vede che a lui piace questa immagine da Gianni Clerici della critica, ma francamente io, quando apro la pagina culturale di un quotidiano o de L’Indice, mi aspetto qualcosa di diverso dal bavardage letterario. Ad ogni modo, e vista la sua “carriera”, temo di appartenere a una minoranza del tutto ininfluente.

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  23. Questo nuovo romanzo di Marino Magliani è sul mio comodino. Non l’ho ancora letto, ma lo farò presto perché ne ho sentito parlare molto bene. Stefania Nardini scrive: “è un testo in cui emerge la denuncia politica”.
    Mi piacerebbe saperne di più.
    Annuncio che Marino sarò presto ospite di Letteratitudine.

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  24. Comunque, giusto per contribuire ulteriormente alla riflessione, i giornali sono fatti dai responsabili delle pagine. E secondo me un giornale che passa una recensione di questo genere non si distingue in eleganza e professionalità. Questo per dire come in Italia l’informazione anche di grandi quotidiani sia veramente caduta in basso. E ripeto non perché debbano essere vietate le stroncature, anzi, sulla mia pagina libri non ne mancano e non ne mancheranno, ma c’é sempre lo stile che fa parte della deontologia di chi fa comunicazione. Perché chi pubblica su un giornale ha la stessa responsabilità di un chirurgo in sala operatoria. Ma forse l’esempio non calza visto cio’ che accade negli ospedali….
    Un saluto
    stefania

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  25. Condivido quanto detto nei precedenti interventi. Anche secondo me “La tana degli Alberibelli” è il migliore romanzo che Marino abbia scritto, il segno evidente di una tradizione narrativa ligure di confine, che si ricollega a Calvino e Biamonti, e la rilegge con uno spirito di ricerca e umiltà davvero ammirevole. I rimandi e le citazioni dei suoi precedenti romanzi si colgono, eccome, e creano un unico tessuto che affascina il lettore, lo coinvolge, contribuendo alla creazione di un grande romanzo civile, attento alla realtà in evoluzione, con toni misurati, per nulla polemici, ma con un’intelligenza nel saper leggere questi recenti anni liguri con uno stile, una leggerezza, e una profondità del tutto assenti nell’articolo pubblicato da “Il Giornale”.
    E’ davvero triste riscontrare come, a differenza di quanto avviene in altre regioni, invece di incoraggiare la narrativa ligure, la si “demolisca” con argomentazioni risibili usando la ribalta nazionale per motivi incomprensibili.
    Che la “Tana” sia un romanzo scomodo, cara Stefania, sono d’accordissimo, ma ciò non è dovuto solo alle questioni portuali di Santaleula, bensì anche alle omertà dei partigiani, ai regolamenti di conti post-Resistenza non testimoniati dai manuali storiografici ufficiali, alle atmosfere di un entroterra pieno di misteri, ad un tessuto umano e territoriale che suscita profonde emozioni, come quelle che sa ben evocare con pagine meritevoli di tante, tantissime, riletture, Marino Magliani. Da un narratore e vero romanziere come Marino ho imparato tantissimo, e continuo ad imparare. Chi crede di sapere tutto, e di giudicare senza adeguata ponderazione, rifugiandosi in concetti e slogan fuoricampo (cosa c’entra la NIE con la Tana, ad esempio? Su questo WM1 ha straragione), non solo mi lascia l’amaro in bocca, ma anzi mi spinge a leggere ed apprezzare di più questa felice sorpresa, questa vera evoluzione che è il nuovo romanzo di Marino Magliani.

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  26. @Ed:

    E me lo annuncia così? Con un link pubblico? Senza avvertirmi? Senza suspance? Senza concedermi il tempo per prepararmi psicologicamente? Non ho mai potuto applaudire “dal vivo” Carmelo Bene né Demetrio Stratos né Sir Olivier…
    E ora? Ora ho perso. Lei mi comunica che ho perso l’ennesima sublime esperienza sensoriale? Con che cuore calpesta così il mio giovane miocardio [ già parecchio provato ]?

    Cosparso il mio capo di cenere di Chesterfield, meditavo un taglio delle vene per mondare il mio sangue immondo – ma qualcosa, gentile Ed, ha fermato la lama: era la voce del regista. Quell’ingrato ha fermato il sacrificio della giovane Dama perché “non è la parte scritta per me”. Non è il mio ruolo. Le risulta sia un’affermata critica teatrale? Al massimo sono un’affamata attrice teatrale. Pure: il *gioco* lo conosco bene. E all’alloro di chi “perverte le parole” – preferisco loro. I Pantera.

    Almost every day
    I see the same face
    On broken picture tube
    It fits the attitude
    If you could see yourself
    You put you on a shelf
    Your verbal masturbate
    Promise to nauseate
    Today I’ll play the part of non-parent

    ***

    If you crossed me
    I’d shake your hand like a man
    Not a god

    ***

    In turn
    You’re making us
    Fucking hostile
    We stand alone

    My best growls to Marino Magliano!
    [ STAND AND FIGHT! ]

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  27. @Ed:

    P.s. Sarebbe così cortese da riportarmi notizie e/o rivolgersi a me, dandomi del Lei?
    Lei sa [ lo sa? Se non lo sa, lo sappia! ] – tollero poco il “tu” gerarchico. Buio in sala.

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  28. sergio, vacci piano con i paragoni(” Si vede che a lui piace questa immagine da Gianni Clerici della critica”). Gianni Clerici è infatti ottimo giornalista y hombre vertical.

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  29. Marino, direi che, dopotutto, va bene così: meglio essere considerati che ignorati. Almeno su questo litblog, cosa che non sempre succede.
    Auguri per la pubblicazione.

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  30. Non ho letto il libro di Magliani.
    Ho tra i miei libri da leggere Quella notte a Dolcedo.
    Ho letto questa recensione, ora, qui.
    Riconosco giuste alcune osservazioni dei commenti precedenti.
    Ho assistito ad un paio di sue presentazioni, e ho trovato lo stile di Choukhadarian arguto e profondo e non banale.
    Leggendo i commenti, però ho visto un crescendo…quasi come se prorompessero risentimenti non più contenibili, e l’accanimento che si lamenta nei confronti di Magliani ora non si esita a praticarlo nei confronti di Choukhadarian, tirando fuori di tutto.
    Mi fa specie in un posto chiamato La poesia e lo spirito.
    Un posto nel quale ci sono tante persone che ho avuto modo di conoscere personalmente, e apprezzo tantissimo.
    Io non sono nessuno qua dentro, solo una che ogni tanto passa e legge.

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  31. a Tiptop
    A me sembra che gli interventi si siano soffermati sul contenuto della recensione, sul concetto di stroncatura, e valore della stessa rispetto ad un determinato prodotto. E non mi pare si sia fatto riferimento agli aspetti individuali e personali del recensore (che peraltro conosco), non certamente da parte mia.
    Il punto nodale è quello di capire il perchè di una siffatta reazione giornalistica, di fronte a quello che – a mio modestissimo parere – rappresenta uno dei romanzi più significativi del 2009.
    Perchè se il recensore fosse intervenuto con un’analisi compiuta, motivata, con una pars destruens articolata e che andava al cuore della struttura e del contenuto del romanzo, non c’erano problemi, anzi!
    Poichè invece l’articolo rappresenta l’esempio chiaro e distinto di come NON si deve recensire un libro, soprattutto in un quotidiano nazionale, con tradizione pluridecennale, fondato e già diretto per lunghissimi anni da Indro Montanelli, e che ha ospitato firme prestigiose come Guido Piovene, R.A. Segre, Egisto Corradi, Mario Cervi e, in epoca più recente, Giuseppe Conte e Tullio Avoledo, il dibattito si rendeva necessario.
    Qui in gioco non è tanto la solidarietà a Marino, di fronte a questo coacervo di insulti, quanto invece il modo di recensire che, francamente, all’interno della cartella e mezza commissionata all’autore dell’articolo si risolve in un’elencazione di luoghi comuni, banalità e slogan che lasciano interdetto il lettore. E questo vale a prescindere che la “vittima designata” sia il romanzo di Magliani.
    A me spiace profondamente quanto accaduto, perchè conosco sia l’autore del romanzo sia l’autore dell’articolo. Quest’ultimo ha anche presentato, liberamente e con spirito di amicizia, il mio primo romanzo in diverse località del ponente ligure. Però credo che sia importante non solo assumere posizioni di rottura, anche coraggiose, anche scomodo (e mi riferisco al recensore), ma altresì porsi in dialogo e confronto reciproco per capire quali sono i veri problemi, i veri difetti che stanno alla base del romanzo di Magliani. Se il lavoro di riscritture, revisioni, editing, ripensamenti, di crescita nella costruzione degli intrecci sia ritenuto dal recensore ancora insufficiente.
    Per me non è così. In questo romanzo ho trovato un Magliani decisamente più maturato, che ha fatto passi in avanti più che notevoli. E che merita di essere letto.
    Spero di essere stato chiaro. Grazie.

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  32. Non so che dire, questa è stata la mia sensazione leggendo, che i toni tendessero a trascendere. Non da parte di tutti. Ho scritto, che riconoscevo giuste alcune osservazioni, (ovviamente di carattere generale, non avendo ancora letto Magliani), l’uso di espressioni e termini un po’ azzardati, che scuotono, tipo scellerato, ecco, non tutte le sedi sono opportune per esser giocoliere delle parole, come Choukhadarian sa ben fare.

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  33. a me questa cosa che il signor Magliani chieda al signor Krauspenhaar di pubblicare il pezzo apparso su questo giornale, mi ha venire in mente un bambino che corre da sua mamma a dirgli “mi ha piacchiato, mi ha picchiato!!!”.

    leggo poco, ultimamente vado a letto cotto, non ho mai letto niente del signor Magliani quindi non posso dire niente ma non mi sembra una cosa così massacrante questa recensione, certo sarebbe stato meglio un giornalista che parlava entusiasticamente, lo si sarebbe potuto bene inserire nelle recensioni-referenze sul proprio sito personale.

    e poi, scusate, ma dobbiamo essere tutti bravi et buoni et belli?
    essere tutti amici di merende?
    anche in un posto fatto di gente che scrive (e poi anche qui: c’è chi scrive per diletto e chi scrive per la pagnotta) ci deve essere questa specie di…..mah, non so nemmeno come definirla….e poi, da ignorante dico anche: ma possibile che chi fa arte si debba ritenere intoccabile?

    facciamo che i libri, le storie contenute nei libri, sono come i profumi?
    Quel che piace a uno non piace a qualcun altro: e a chi non è piaciuto, perché, perché non lo può dire?

    Volete discutere la forma?
    Fatelo pure voi che è il vostro mestiere.
    Nel mio campo ci si arrabatta per cose molto ma molto più faticose di questa.

    Ad ognuno il suo, ovviamente.

    saluti.

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  34. ad Andrea Bosco

    Mi scusi, signor Bosco. Ma forse lei è il “vero” Andrea Bosco, cioè il curatore della rubrica culturale dedicata ai libri, ospitata nei TGR Lombardia della RAI?
    Grazie.

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  35. Non sapevo, no, non sono quel signore (che per altro non conosco) e chiedo scusa se ho ingenerato un equivoco.

    Il mio è un alias, molto attinente al verde così come quasi (quasi) tutti i miel alias.

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  36. La ringrazio. Da ragazzino, infatti, seguivo regolarmente la rubrica del “vero” Andrea Bosco sul TG3.

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  37. Ringrazio tutti e Andrea Bosco che mi dá l’opportunitá di tornare.
    Sono redattore di La poesia e lo spirito, solitamente pubblico a mio nome i pezzi che propongo.
    Ultimamente ho difficoltá con Word press, in breve sono imbranatoski, e allora chiedo a Krauspenhaar o Centofanti, o ad altri, di farlo per me. Sono gentili e lo fanno. Finora.
    Laddove chiedo che si dica che é su mia richiesta, mi consentirai Andrea che é
    proprio per sbarazzare il campo
    dagli equivoci. Sono io che mi espongo. E decido di farlo semplicemente perché é giusto che il pezzo vada nel contenitore “scellerato” che é la rete, che il recensore mi assegna.
    Tutto lí.
    E’giusto dire che un mio libro non é piaciuto? Perbacco.
    E’ giusto dire che non sono un romanziere? Secondo me no, questo lo contesto. perché questo sono io. nel bene e nel male.
    E’giusto dire che sono probabilmente il piú grande raccontatore in Italia? macché, é ridicolo. Ho incontrato rare
    volte il recensore, ne menziono un paio nel mio commento, il 2,
    in nessun caso ho mai raccontato nulla al recensore. Da chi ha saputo che sono un raccontatore? Che mi ridia la dignitá di romanziere e bastoni il mio libro, perché cosí dev’essere.
    Nessun lamento dunque Andrea, chi scrive libri sa che scende
    in campo e deve accettare.
    Chi fa il pane, accetta che gli
    si che dica che il pane é buono
    o no, ma non che non é un panettiere. A cosa serve dirgli non sei un panettiere ma in compenso hai il piú bel furgone sulla piazza?

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  38. Egregio Achille, ho scoperto che siamo nati lo stesso giorno.
    Questo mi ha sbalordito, ma non è che sia fondamentale. Chissà quanta gente al mondo è nata il nove di marzo. Son solo divertenti coincidenze.

    Egregio Magliani,
    che dire? Ci sono anche fornai che sono tali da generarazioni e che magari sbagliano (o azzeccano al primo colpo) certe strane miscele e il loro pane piace a certa clientela. Anche se come paragone mi sembra alquanto riduttivo e banale (nel senso che è tutto, tutto relativo a questo mondo, com’è facile e logico, anche, pensare).
    Siam sempre lì.
    Il recensore Choukhadarian, probabilmente, non è uomo-recensore per tutte le stagioni.

    E, come accade per pochissime persone al mondo, non si tratta di uomo “medio” che debba piacere a tutti e ad ogni costo (cosa sempre più frequente nella nostra società: il voler piacere mediamente ad un tot).

    Anche questo è lasciato al pubblico che sta lì, vede, ascolta, parla.

    Però dai, i “massacri” lasciamoli a luoghi-persone più sfortunati di noi, questo non mi sembra tanto il caso.

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  39. Certamente, lei Bosco, l’ha detto. Ci sono fornai che nel bene e nel male sono fornai,
    e tuttalpiú gli si puó chiedere
    di far altro. Riduciamola dunque a questo se preferisce.
    Va bene?
    Che poi il recensore non lo sia
    per tutte le stagioni, sa, i vecchi dei portici in Liguria mi dicono le stagioni non ci sono mica piú.
    Sul piacere son di nuovo d’accordo, quello che lei definisce uno che non si tratta di uomo medio, puó non piacere a tutti i costi, e poi basta che uno piaccia alle donne mi creda.
    Quanto ai massacri, quando si parla di un recensore che massacra, si dice cosí, mica per mancare di rispetto ai veri massacri che purtroppo ci sono. Anche se mi attribuisce una parola che non ricordo d’averla usata, mi son riletto e non l’ho proprio trovata, ma posso sbagliarmi.

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  40. @Bosco
    A me personalmente non era dispiaciuto il fatto che il pezzo di Choukadarian giudicasse negativamente alcune cose del libro di Magliani. Primo perché non ho ancora letto il libro, e secondo perché io sono a favore delle stroncature, credo che se ne scrivano troppo poche e che uno dei motivi per cui oggi quasi nessuno legge più le recensioni dipenda proprio dal tono pressoché unanimente elogiativo che si riscontra sulle pagine culturali. Il pezzo di Choukadarian non mi era piaciuto semplicemente perché non è una recensione, sono solo chiacchiere da bar, bavardage culturale. E mi rattrista molto che la critica che va per la maggiore, quella che presidia stabilmente le terze pagine, si sia ridotta in questi termini. O fa dello scandalismo gratuito, con giochini di parole e slogan a effetto(vedi Serino), o è urlata, da fan che insulta od esalta (e poco sopra c’è un perfetto esempio di questo nel pezzo di Massimiliano Parente su Moresco), oppure è chiacchiericcio insulso, battutine da bar sul lungomare, come questa di Choukadarian. Sono i degni eredi di D’Orrico, tutte le sfumature del bee-jay. Le analisi serie e approfondite, a prescindere dal fatto che giudichino bene o male n testo, sono sempre meno e sempre più ghettizzate.

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  41. Magliani, le donne passano.
    I libri e le recensioni, invece, restano.

    Sul termine “massacro”, vero, ma non so perché mi risuonava come una eco nella testa.

    Qui tira forte vento, è notte e fa freddo.
    Ho la cena cinese che mi ruga, non ci sono più tanto abituato.
    I vetri rimbalzano e mi faccio un solitario sul portatile.
    Penso già a lunedì ed ai miei piccoli disastri quotidiani, all’ora che stanotte la legge mi ruberà al sonno.

    Sono solo un piccolo uomo un po’ noioso, anche, ma a cui piace leggere – talvolta.

    (infatti adesso mi faccio qualche pagina dei TACCUINI – Gli anni di Jules e Jim di Henri-Pierre Roché Ed. Adelphi).

    Buonanotte.

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  42. ero giá in posto che si chiama
    il domani, quando hai scritto Andrea. Posso darti del tu? Facciamo sempre in tempo a rioensarci…
    Le donne purtroppo passano sí,
    alcuni libri restano, anche alcune recensioni, non tutte.
    Non so di quale vento tu mi parli, ma il vento lo conosco, vivo sul Mar del Nord. I vetro che rimbalzano mi ricordano la mia casetta in Liguria, finestre senza vetri doppi.
    Buone letture.

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  43. Sono in Liguria, a pochi chilometri da dove sei nato, Marino, in mezzo ci sono solo due creste.
    E piove forte, boiafaus.
    Qui a due metri passa via Cascione,
    il nome di quel partigiano di cui dicesti tu.
    Più sotto, poi, vicino alla chiesa vecchia di San Pietro c’è una lapide malandata, scolorita messa su dal P.C.I tanti anni fa, ricorda 10 martiri della Resistenza, ci sono dei cognomi che conosco, ben tre Ardissone.
    Cadono, rotolano le arance amare giù per
    il sentiero/ruscello e una gallina le guarda immobile.
    MarioB.
    ciau

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  44. … pensa che mi pareva una buona recensione.
    I miracoli della relatività “pubblicativa”, via, chiamiamola così.

    Comunque ho letto reazioni esagerate alla recensione… boh.
    Devo veramente essere abituato a deu gran calci nel culo, se a me è parso un buffetto di buon augurio.

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  45. Di un giornalista che scrive di “presunta cementificazione” in Liguria non direi che è un recensore di mer** ma direi che è una persona che è, nella megliore delle ipotesi, al servizio di quelli che la Liguria hanno devastato e continuano a devastare. Nella peggiore delle ipotesi invece è solo uno lacché, o aspirante tale, che si muove goffo e ridicolo fra le tavole imbandite dei potenti cercando di racimolare qualche briciola.

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  46. A distanza di tempo mi ritrovo a fare un passo indietro.
    Ho sbagliato.
    Mi trovo costretto, seppure a malincuore, a rivedere il mio punto di vista sul “signore” autore dell’articolo apparso a suo tempo su Il Giornale.
    Ho preso un grosso abbaglio.
    Per capire certe cose bisogna entrarci dentro fino al collo, purtroppo o per fortuna (ma visto che lo starci dentro fino al collo mi ha dato l’opportunità di capire la persona, direi che è stata una fortuna).
    Pur non condividendo il sistema del “per favore posta tu per me” che risulta allo stato attuale la cosa meno sgradevole in assoluto, ritengo di aver cambiato totalmente opinione sul suddetto “autore” di cui a nulla vale il grande bagaglio culturale se non è in grado di trovare una sua dignitosa collocazione in questo mondo.
    La cultura fine a sè stessa non significa nulla.

    E sono altrettanto d’accordo con Giovanna S.

    grazie,
    saluti….

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