Olocausto domestico

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di Luca Mastrantonio (http://tritone52.wordpress.com/2009/03/25/silvia-plath/)

Maledizione o vizio esistenziale? Al confronto, persino i Kennedy sembrano una famiglia normale. Un po’ sfortunata, ma nella norma, cioè infelice come anche quelle più fortunate finiscono per essere, come tutte le famiglie normali di Anna Karenina. Ogni famiglia ha un suo dramma nascosto. Ma quello di Plath-Hughes è sconcertante, scandaloso, quasi un olocausto familiare.

Dove il ruolo di carnefice, secondo i biografi e soprattutto le biografe, spetta di diritto all’adultero poeta laureato, l’inglese Ted Hughes, un serial killer dell’anima che uccide le sue vittime inducendole al suicidio, con il tradimento o con l’annientamento, dando a una la colpa della morte dell’altra, costringendo una a vivere nella bara dell’altra.

L’ultimo capitolo di questo macabro poema, è stato scritto ieri, con lo stile del necrologio. E una strana coincidenza: la ricorrenza del giorno in cui la figlia di Sylvia Plath, Frida, ha voluto venisse pubblicata, sul Times, la notizia che annunciava la morte del fratello, Nicholas Hughes, avvenuta il 16 marzo scorso, a meno di 50 anni. Si è impiccato, al culmine di un periodo di depressione che gli aveva fatto lasciare l’insegnamento, la cattedra di biologia marina e oceanografica, in Alaska. La morte di Nick non c’entra nulla con quella della madre, hanno detto al Times alcuni amici di famiglia. Frida ha ricordato la brillante carriera in biologia evolutiva del fratello. Una passione dice, quella per il mondo naturale, che era molto presente nell’opera di nostro padre», Ted.

Il Times ha pubblicato la notizia in prima pagina con una fotografia in bianco e nero della Plath con in braccio il figlio neonato. Nick non aveva neanche un anno, infatti, quando la madre si tolse la vita, a 31 anni, nel ‘63, mettendo la testa dentro il forno, sigillando con degli asciugamani bagnati la porta dei bambini, Nick e Frida, di tre anni quest’ultima. Accortezza che non avrà la seconda moglie di Hughes, Assia Wevill – che era la donna di un altro poeta -, in un suicidio fotocopia, con un’aggravante, però. Si ucciderà sempre con il gas della cucina, provocando anche la morte della figlia, Alexandra Tatiana Eloise, soprannominata Shura, di soli 4 anni, la bambina avuta da Ted che, però, farà sempre sentire Assia, anche lei scrittrice, un’estranea e una nullità. Ai figli di Sylvia, invece, lascia un messaggio pieno di affetto.

Ecco la coincidenza: la notizia della morte di Nick, data dalla sorella Frida, la figlia della Plath, esce lo stesso giorno del suicidio della seconda compagna del padre, Ted, il 23 marzo del 1969. Suicidio cui la donna viene spinta dopo aver vissuto all’ombra della Plath, per ossessione in parte indotta da Ted. Lei, d’altronde, era stata la causa della rottura tra Ted e Sylvia, che in una poesia parla di lei, la donna che al telefono si finge un uomo per non insospettire, in Parole sentite, per caso, al telefono, dove ricorda la telefonata di Assia alla casa degli Hughes che provocò la rottura definitiva del matrimonio della Plath: «… che cosa sono queste parole, queste parole?/ Cadono con un plop fangoso./ Oh dio, come farò a pulire il tavolino del telefono?/ (…)Ora la stanza sibila. Lo strumento ritira il suo tentacolo./ Ma la poltiglia che ha deposto cola nel mio cuore. È fertile./ Imbuto di sozzura, imbuto di sozzura – ….». Sembrano storie di disperazione suburbana, alla Revolutionary road, e invece è la goccia che fa traboccare il vaso di Pandora di una mitica coppia della cultura anglo-americana.

Con le sue poesie confessionali e la visceralità spirituale della scrittura, vissuta come una religione, dopo il suicidio domestico, la Plath diventa l’icona poetica delle femministe, che mettono sotto accusa il marito, Ted Hughes, il poeta laureato che aveva conosciuto a Cambridge, al primo bacio lei si ferì un labbro, e sposato nel 1956. Diventerà la bestia nera che ha spinto al suicidio le sue due donne, a causa dei continui tradimenti verso la prima e per l’annichilimento della seconda. Il poeta ha raccontato il suo dramma esistenziale nell’opera poetica Lettere di compleanno, apparsa poco prima della sua morte nel 1998, una lettura che fa pendant con il romanzo autobiografico della Plath, La campana di vetro, del ‘63, pubblicato con lo pseudonimo di Victoria Lucas, diario di una depressione domestica. Lui distrugggerà parte dei suoi diari e controllerà le pubblicazioni postume, assieme alla madre di Sylvia, fino a quando il testimone passerà in mano ai figli. Frida e Nick.

Sul piano della produzione editoriale, i critici ancora oggi discutono quanto Hughes abbia influenzato la poesia della Plath. E Nicholas sembra conteso anche in questa tenzone poetica. A lui, neonato, dedicò un componimento la madre, raccolto postumo in Ariel, si intitola Nick e il candeliere (Nick and the Candlestick), dove canta il bambino del granaio, della stalla (You are the baby in the barn), mentre anni dopo, il padre, dirà che i suoi occhi sono «diventati umidi gioielli».

Di Assia, quasi non c’è traccia nella vita di Ted, nella sua produzione pubblica e privata, fino al ‘95. In Lettere del Compleanno c’è una poesia che racconta l’incontro di Hughes e Assia, dove l’autore si assolve da qualsiasi responsabilità e parla del destino come l’unico artefice di tanta distruzione. Il ruolo di fragile paguro costretto a vivere nel guscio della Plath che in questa storia spetta ad Assia, è raccontato in A Lover of Unreason, (Un’amante Irragionevole), di cui parla Daniela Raimondi in un recente articolo (su http://www.sylviaplath.altervista.org/Wevill.htm). Dove Ted appare sempre più come un irragionevole essere umano. Rivolgendosi a Sylvia spiega così l’inizio della sua storia con Assia: «Non la trovammo noi – fu lei che ci trovò./ Ci scovò a fiuto. Il Destino che portava/ ci scovò/ e ci riunì, ingredienti inerti/ per il suo esperimento./ La Favola che portava/ requisì te, me e lei,/ marionette per la sua rappresentazione». Lettere di compleanno, dedicato ai figli, è stato un best-seller e nel 1999 ha vinto il Whitbread Book of the Year award. Il premio l’ha ritirato Frida, non Nick.

8 pensieri su “Olocausto domestico

  1. Vale la pena di scrivere, di vivere (se ormai ci sei) di morire …di essere stati Hughes e Sylvia e non so cos’altro ancora, nonostante chi ti pesa un tanto al chilo o…a spanne!

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  2. E se questo non fosse un Olocausto, ma semplicemente il l’indomabile corso dell’esistenza, della vita. La nostra, la tua. La mia vita?

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  3. “Alle volte una corbelleria basta a decidere lo stato di un uomo per tutta la vita”. Ma per lui il corso dell’esistenza non era qualcosa di indomabile assurdo. C’era un disegno non immediatamente conoscibile, che svelava le sue ragioni con il tempo, già e oltre l’esistenza umana.
    Il dolore, le passioni, le malattie, l’irrazionale formano a tratti un groviglio indistricabile, reso tale anche dalle nostre azioni ed influenze, alle quali assistiamo a volte impotenti.
    In ogni dolore pur grande che sia, si può vedere un riscatto, un lascito che riecheggia nel tempo.

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  4. Da un’incursione un po’ indebita nel bel post di Fausto Raso “Corbellerie”. Ma una citazione di Manzoni apre sempre itinerari.

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  5. Non curiosità insistita, nella tragedia di queste esistenze che sembra non avere fine, ma la consapevolezza di quanto non si sia estranei a tali vicende, alle miserie e fragilità che sono in ognuno di noi, coi suoi nodi oscuri e indistricabili che, forse, sono solo depotenziati e meglio controllati, da noi, senza troppi meriti.

    Grazie, Ennio.

    Giovanni

    C’è anche questa splendida poesia di Daniela Raimondi, sul suo blog http://danielaraimondi.splinder.com/post/20147705/Circolo+Polare+artico

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  6. Bell’articolo, davvero. Mi emoziono ogni volta che si parla di Ted Hughes e Sylvia Plath, una coppia di poeti e artisti fuori dal comune.
    Vorrei fare però una precisazione: Ted Hughes non sposò mai Assia Wevill, che rimase per più di 6 anni al suo fianco. La seconda moglie di Hughes fu Carol Orchard, la sua vedova. Se Assia Wevill fosse diventata “Assia Hughes” non si sarebbe mai suicidata, di questo ne sono convinta.
    Un’ultima cosa: spero vivamente che escano anche in Italia le Lettere di Ted Hughes, pubblicate alla fine del 2007. Un capolavoro,come lo furono i diari di Sylvia Plath. Sarebbero un giusto tributo anche per Nicholas.

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  7. Pingback: Lettere di compleanno – Ted Hughes #SylviaPlath #Poesia – 50 libri in un anno

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