Stessa grande palma

panoramica

di Alessandro Ansuini

Ho preso lezioni di lettura veloce ed adesso sono capace di leggere Guerra e Pace in venti minuti. Parla della Russia.
Woody Allen

L’attrazione maggiormente eccitante è esercitata da due opposti che non si incontreranno mai.
Andy Warhol

C’è questo schermo collegato a una telecamera che fisso, ecco, o dovrei dire ci sono sedici telecamere su questo schermo ma ne fisso una, sulla quale una mosca si muove ingannandomi la vista. Sembra un gatto che si muove a scatti, scatti velocissimi, questo penso subito, ma poi guardo bene. Un gatto, seppur veloce, non può muoversi così velocemente. È una mosca, o un moscerino. Di seguito la mente in maniera coatta comincia a farmi girare nella testa come un hula hop le parole: marionette e insettini. Marionette e insettini. Marionette e insettini. Lavoro da sette ore ormai. Controllo lo schermo. Sedici telecamere mi informano se qualcuno entra, esce, si sposta. Non si muove nulla. Eccetto una mosca su una telecamera posizionata su un palo a tre metri e quarantacinque d’altezza. Esco fuori, per fumare una sigaretta e respirare un po’ d’aria. Attraversando l’enorme hall mi vedo riflesso nel grande vaso dove orchidee finte piene di polvere piegano tutte il collo verso il basso. Gli innaffiatoi elettrici hanno cominciato il loro cinguettio alle sette e dodici minuti. L’acqua fuoriesce dall’aiuola e invade la strada in alcuni punti. Degli schizzi formano una zampa di gallina esatta. Un aereo passa in alto e io e le persone al suo interno ci fissiamo, senza sapere esattamente chi stiamo guardando. D’altronde loro vedono una moltitudine di lucine mentre io solo due, in fila, altissime. Quindi ritorniamo a ignorarci. Torno dentro e mi risiedo al posto di controllo. La mosca sulla telecamera se n’è andata. Spengo tutte le luci della hall e la osservo divenire vaga e indistinta, i divani sullo sfondo si riducono a piccole chiazze ovoidali nere. Lascio abituare gli occhi e le riaccendo. Tutto si rianima d’una vivida perseveranza, le cose fanno le cose e lo fanno alla grande, sempre con molto distacco. Ho sempre invidiato questa freddezza. Mi metto a pensare a quando, tempo prima, mentre ero incolonnato su un’autostrada in Svizzera, ho cominciato a guardare una pianticella che era cresciuta nelle piccole fessure sul guard rail. Mi chiedo se sia ancora lì. Ipotizzo che qualcosa possa essere accaduto alla pianta e allora mi sposto col pensiero alla grande palma che si trova nel cortile dove sono cresciuto da piccolo. Tornandoci, diversi anni dopo, fui colpito dalla stravagante composizione delle piante che sembravano maldestramente spostate, come se qualcuno avesse messo tutto in disordine. In realtà, da un lato la mia memoria m’ingannava, (da piccoli le cose sembrano infinitamente più grandi) dall’altro qualcosa era effettivamente cambiato. Avevano recintato le aiuole, alcune piante erano cresciute, altre erano state sostituite. La grande palma era ancora là. Per confutare questa mia visione apro google earth e mi posiziono sul cortile dove sono cresciuto da piccolo. Se si zumma abbastanza si riesce a vedere la palma. Questo mi rilassa, e mi ritrovo inconsciamente con il pollice e l’indice che allisciano l’angolo destro del pizzetto. Questo tipo di tic nel linguaggio del corpo, se fatto davanti ad un’altra persona, denota interesse per l’argomento che si sta trattando. Fatto in solitudine mi chiedo cosa significhi, e assieme a questo cosa significhi accavallare una gamba in una stanza piena di persone sconosciute (magari in attesa dal dottore) o farlo in casa da solo. Leggevo un articolo su internet che sosteneva che i poeti componessero le parole, tutte le parole, associando coppiette di lettere a due a due, e la parola coppiette mi aveva fatto sorridere. Immaginavo le lettere tenersi mano nella mano. Non diedi molta importanza all’articolo che forse diceva cose esatte ma totalmente irrilevanti, dal mio punto di vista. Il mio punto di vista tiene conto di pochissime cose, e quelle pochissime non sono affatto fondanti di alcunché. La palma è ancora lì, sullo schermo. Un po’ casualmente un po’ per gioco comincio a muovere il mouse e plano su due o tre strade nei dintorni del cortile dove sono cresciuto. Provo un leggero senso di vertigine. Finché sento qualcosa camminarmi sulla nuca. Ho i capelli rasati, e questo mi permette di avvertire il formicolio. Una mosca mi ronza davanti, mi sbatte ottusamente sulle labbra, in maniera maleducata. Mi sembra di sentire il rumore dell’impatto. Vola nervosamente poggiandomisi ora su un dito, ora compiendo piccole spirali o movimenti zigzaganti fra lo schermo e qualche punto del mio corpo. Finché si poggia sulla tastiera, esattamente fra la G e la H. io respiro, e immagino lo stia facendo anche lei. Posiziono i palmi delle mani aperti all’altezza dell’estremità destra e sinistra della tastiera, dieci centimetri sopra la mosca. Conto tre respiri, domandandomi quanti respiri nel frattempo abbia fatto la mosca, quindi lascio che i palmi si scontrino mentre lei, nel suo volo prevedibile, finisce per capitarci proprio nel mezzo. Dopo lo schiocco di un applauso secco resta il suo corpicino fra la D e la F. Muove ancora una zampina, blandamente. Realizzo che la mosca probabilmente non respira, non ha polmoni, da qualche parte ho letto che non ha neanche un sistema nervoso. In ogni caso ha finito di muoversi. La prendo e la getto nel cestino. Quindi torno a fissare la telecamera dove prima ho visto muoversi una mosca. La telecamera da sull’ingresso, in parte, e in parte sulla strada. Non si muove nulla. Finché compare una macchina, e il cono di luce dei suoi fari anabbaglianti racchiude una porzione di strada per il tempo brevissimo del suo passaggio. Poi tutto torna immobile.

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