Vivalascuola. Anche noi non denunciamo

Se dovesse passare nel ddl sulla sicurezza (vedi commenti qui e qui) l’obbligo di denuncia dei clandestini da parte di chi svolge funzioni pubbliche anche noi insegnanti ci troveremmo in questa condizione. Avremmo così non solo immigrati che non si faranno curare ma anche bambini che non si presenteranno più a scuola o che non ci entreranno mai. Talmente aberrante da sembrare impossibile ma in questi mesi di cose impossibili divenute legge dello Stato ne abbiamo viste fin troppe ed è meglio che fin da ora il mondo della scuola gridi forte e chiaro: ANCHE NOI NON DENUNCIAMO! Assurdo è che lo apprendiamo attraverso un documento di parlamentari del pdl e non dall’opposizione. Un ultimo pensiero per il Presidente della Repubblica: caro Presidente non penserà di apporre la propria firma anche a questo provvedimento! (Manuela)

Nuove resistenze interculturali
di Marilena Salvarezza

Di intercultura una minoranza di “addetti ai lavori”, in ambito formativo e culturale (studiosi, professori universitari, Organizzazioni non governative (ONG) ha molto parlato e scritto in questi anni, in Italia e in Europa e anche in altre aree del pianeta (per esempio America del Nord e America latina).

In Italia dagli anni ’80 del ventesimo secolo, quando sono cominciati i flussi migratori, fino ad anni recenti c’è stato un susseguirsi di prese di posizioni in ambito scolastico (attraverso documenti ufficiali, circolari) spesso condivisibili ma con andamento piuttosto ondivago, cosi come ondivaghe erano le politiche migratorie.

Durante il governo Prodi con ministro della Pubblica istruzione Giuseppe Fioroni, sembrava che la scuola imboccasse una strada più conseguente, che facesse tesoro di tutte le esperienze positive realizzate negli anni. Un documento (giugno 2007) dell’allora neonato Osservatorio nazionale per l’integrazione degli alunni stranieri e per l’educazione interculturale tracciava le linee guida per “la via italiana all’intercultura” individuando la prospettiva interculturale nella promozione del dialogo e del confronto tra le culture per tutti gli alunni e a tutti i livelli: insegnamento, curricoli, didattica, disciplina, relazioni, vita della classe. “Scegliere l’ottica interculturale significa, quindi, non limitarsi a mere strategie di integrazione degli alunni immigrati, né a misure compensatorie di carattere speciale. Si tratta, invece, di assumere la diversità come paradigma dell’identità stessa della scuola nel pluralismo, come occasione per aprire l’intero sistema a tutte le differenze (di provenienza, genere, livello sociale, storia scolastica).

Affermazioni di nemmeno due anni fa che, ahinoi, dati i nuovi indirizzi di politica scolastica (e non solo), sembrano ormai lacerti di altre ere culturali. Lo stesso Osservatorio per l’integrazione è un morto insepolto.

Dunque, da una parte, in molti ambiti di sapere (pedagogia, filosofia, antropologia, psicologia) si sono sviluppati paradigmi che considerano l’alterità comunque costitutiva dell’identità; in altri (genetica, biologia) si sono confutate in modo definitivo pseudo teorie razziali; per molte discipline scolastiche (storia, geografia, educazione letteraria) sono stati proposti modelli (ad esempio quello della world history) e canoni che rivedono le discipline in un’ottica mondiale, ma tutto questo resta confinato a pochi addetti ai lavori, non diventa pensiero comune né nella società né nella scuola.

Anzi a livello sociale, in modo inconsapevole per i più, vengono veicolate e si impongono le cosiddette teorie “neo razziali” che non potendo più far leva su una presunta gerarchia genetica dei popoli, si appellano a una presunta fissità delle culture, considerate impermeabili e immodificabili, sebbene la storia di ognuno ne sia una vivente smentita.

Le politiche dominanti e le strategie comunicative conseguenti sono volte ad attribuire comportamenti devianti a presunte caratteristiche culturali di interi popoli: “rumeni”, albanesi, rom…

In ambito scolastico sono state ridotte drasticamente le risorse per progetti inclusivi che richiedevano competenze specifiche (per esempio mediatori culturali e linguistici, esperti esterni ecc); si propongono classi separate, per “meglio preparare l’integrazione” (evidente ossimoro). Classi “separate” per degli utenti un po’ immaginari, dei neo arrivati “puri”, totalmente digiuni di lingua italiana. La realtà, come ben sappiamo, è molto più composita: tra seconde generazioni “dell’immigrazione”, ragazzi che vivono in Italia da anni pur non essendo nati qui, l’unico dato certo è che vi è un aumento costante e progressivo in tutti gli ordini di scuola (dai 70.657 dell’a.s. 1997/ 8 ai 574.133 del 2007/2008) degli alunni con cittadinanza non italiana (d’altra parte non ce l’hanno nemmeno quelli nati qui, visto il vigente ius sanguinis). Del resto sono considerati “non italiani” anche i rom che invece nella maggioranza la cittadinanza ce l’hanno e vi sono allievi e adulti (ahimé anche politici) “italiani purosangue” che avrebbero urgente bisogno di sostegno nell’apprendimento della lingua e della cultura italiane. Vi sono ormai scuole dove addirittura c’è una maggioranza di allievi “biculturali” e che rischiano di diventare scuole ghetto, mentre potrebbero essere laboratori per una scuola in cui eccellenza e inclusività si sostanziano a vicenda. Ogni ricerca esistente in ambito linguistico arriva alla conclusione, se mai ce ne fosse bisogno, che la lingua si impara meglio nel contesto della classe, in cui si realizza anche uno scambio emotivo e relazionale che dovrebbe a sua volta essere oggetto di attenzione e di costruzione da parte dei docenti.

Dunque nell’educazione formale abbiamo nel migliore dei casi un modello di integrazione assimilazionista (facciamo uno sforzo per “accogliere bene gli stranieri” e diamo loro velocemente strumenti linguistici perché possano inserirsi nei programmi e nella vita della classe senza causare troppi scompigli) e nel peggiore addirittura meccanismi espliciti di esclusione. Protocolli d’accoglienza e modelli di insegnamento dell’italiano lingua 2 sembrano da anni i due assi portanti del modello assimilazionistico. Sotteso ad esso vi sono questi postulati: l’integrazione è a senso unico; è “lo straniero” che attraverso la lingua deve “incorporarsi” nella cultura d’accoglienza. Peraltro spesso l’insegnamento dell’italiano lingua 2 manca anche di un modello efficace, che nasca dalla ricerca glottodidattica. Così non si distingue tra lingua della comunicazione e lingua dello studio, non si conoscono “i tempi giusti” dell’apprendimento linguistico e le metodologie più efficaci, non si tiene conto delle lingue che i ragazzi già parlano come di una risorsa. Anche in questo caso andando contro l’evidenza di tutte le ricerche che mostrano come il modello più efficace sia “l’acculturazione selettiva”, vale a dire la possibilità per ognuno che appartenga a più culture di prendere da ciascuna ciò che reputa più efficace per la sua crescita individuale e sociale.

Nella società gli indirizzi politici dominanti, supportati dai modelli interpretativi e comunicativi costruiti dai mass media facendo leva su emozioni primarie, inducono paure mixofobiche, da cui non sono certo immuni gli allievi. Allievi che non di rado manifestano menefreghismo (“a me che mi frega se in Africa non hanno acqua”) o rifiuto (“gli immigrati rubano il lavoro agli italiani e sono delinquenti e stupratori”), mutuando opinioni familiari e umori collettivi.

A livello sociale si tende a leggere l’elevarsi delle tensioni derivanti dagli squilibri socio economici globali in termini di “scontro di civiltà”. Così ingiustizie che nascono prevalentemente dal contrapporsi di ricchezza/povertà, potere/esclusione, godimento/esclusione di diritti, in regime di non ridistribuzione di risorse e/o di lotta per le risorse, vengono tradotti in questioni di identità, religione, valori “diversi”. Una società quindi che scarica le sue mancanze sui deboli, che crea i “non cittadini” su cui possano essere deviate le tensioni, che alimenta le forme di privilegio o il tentativo di mantenere lo status quo degli “autoctoni” messo in discussione da una crisi strutturale, creando scientemente forme di esclusione, dove la paura e il conflitto prendono il posto della coesione. Ogni riferimento all’uguaglianza è considerato scandaloso, e invece diventa un mantra il concetto di meritocrazia. Che non è ben chiaro cosa significhi: infatti, sembrerebbe evidente che il merito si afferma a partire da uguali opportunità di base.

Per gli insegnanti, le associazioni, gli operatori ed educatori che propongono un modello di scuola diversa, che pure vi sono (e hanno dato segni di esistenza contro la pseudo riforma “Gelmonti”), che cosa resta in questo contesto di davvero fattibile, perché l’intercultura non sia un astratto proclama di gruppi minoritari, non sia solo oggetto di “esperienze di nicchia” e perché il loro lavoro possa anche avere una ricaduta anche in condizioni socio-politiche non favorevoli? Vale a dire come ci si può attrezzare per “un’efficace resistenza?”

E’ un dibattito che ci coinvolge tutti, ma possiamo indicare alcune direzioni: intanto occorre riflettere su una trasformazione della professionalità dei docenti e anche sulle forme di passaggio “del testimone”; infatti, nella scuola c’è un grande ricambio generazionale e sta scomparendo una tipologia di insegnanti formatisi nei fermenti sociali degli anni Settanta, ancora capaci di rimettersi in discussione. Si tratta di trovare forme (in alcuni casi già esistenti) in cui si saldino memoria ed esperienza a energie nuove. Si tratta anche di dare supporto culturale e materiale agli insegnanti stretti tra un carico sempre crescente di richieste spesso contraddittorie e una diffusa demotivazione. Si tratta di mantenere vivi ambiti di ricerca e proposta, di continuare a cercare strade per dimostrare in concreto che “un’altra scuola e un’altra società” sono possibili.

* * *

Il 6 aprile a Milano un interessante convegno sull’intercultura qui.

* * *

L’ultima del ministro qui.

Non siamo spie, non siamo razzisti: un appello qui.

Essere “alunni stranieri” in Italia qui.

Materiali su accoglienza/integrazione qui.

Materiali per l’educazione interculturale qui.

Una analisi della mozione Cota qui.

Sull’on. Cota a Ottoemezzo qui.

Lettera di Arcangela Mastromarco all’on. Cota qui.

Una riflessione di Aluisi Tosolini sulle “radici comuni” qui.

Spazi per l’intercultura in rete qui e qui.

Assistenza medica e legale per immigrati a Milano qui.

Appello per tutelare la registrazione della nascita del minore qui.

Appello: la salute è uguale per tutti qui.

* * *

Appello contro la legge Aprea.

Una sintesi dei provvedimenti del Governo sulla scuola qui.

Spazi in rete sulla scuola qui.

Cosa fanno gli insegnanti: vedi qui e qui.

4 pensieri su “Vivalascuola. Anche noi non denunciamo

  1. Tema che tocca tutti noi docenti da vicino e sul quale occorre riflettere, per approntare tutte le strategie di difesa contro leggi assurde e razziste, che di fatto, calpestan i diritti dei bambini e non solo di quelli immigrati.
    Grazie per tutti i link che avete messo a disposizione.
    Per fortuna nella mia scuola, l’intercultura è un tema assai sentito e il dg, promuove costantemente progetti di integrazione e conoscenze di culture diverse dalle nostre. Io stessa, nell’ambito dell’infanzia, ho promosso un progetto d’intercultura che sicuramente, ha costituito per i bambini, un momento da vivere positivamente e costruittivamente. Mi sarebbe piaciuto scrivere qualcosa a tal proposito, ma impegni di varia natura, non me lo hanno consentito.
    Ringrazio Giorgio Morale per i temi che propone ed i validissimi interventi, che appaiono su questo spazio web.
    Insegnante Eufemia, scuola infanzia Settimo Mil.se

    "Mi piace"

  2. Grazie, c’è davvero da essere senza parole. Anche per i 300 morti nel Canale di Sicilia.

    Eufemia, quando avrai modo di scrivere, saremo felici di leggere anche delle belle notizie sul tuo lavoro, anzi ti esorto a farlo, abbiamo molto bisogno di begli esempi.

    "Mi piace"

  3. E’ davvero indegno che un popolo di migranti quale è il nostro non ricordi la sua storia e pratichi agli altri ciò che ha conosciuto sulla sua pelle.A cosa serve IM-PARARE? PARARE il culo e andare in scena con la faccia mascherata? Ma da cosa?ferni

    "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.