la prima volta

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“Da piccolo inviai una lettera a Gino Bartali. Ma per paura che non mi rispondesse, non scrissi il mio indirizzo. Astuzia ‘sveviana’ per proteggermi da un’eventuale delusione ”. Claudio Magris sul Venerdì di Repubblica del 27/3/2009

Io l’indirizzo del mittente l’avevo scritto. Sono sicuro. A caratteri cubitali, pure. La grafia magari sarà stata tremante o incerta come poteva essere quella di un bambino della prima elementare, ma l’indirizzo c’era. Era quello di una casa popolare dove vivevamo compressi, ma felici: 6 in 90 mq, con le poltrone del minuscolo salotto che si trasformavano la sera in letti. Poltrone double face, in tutti i sensi: durante il giorno feticci che si potevano mostrare quale testimonianza dell’agognato raggiungimento di un decoroso trantran piccolo-borghese, dall’altra involucri scomodi e disagevoli, rompischiena che dovevano contenere corpi che sempre più si facevano ingombranti e adulti.

Io, misero suddito, minima ombra sperduta nella più lontana delle lontananze dal sole imperiale, avevo scritto alla grande Inter di H(elenio) H(errera) chiedendo una foto della squadra con relativi autografi e un pallone di cuoio. In quell’annus domini 1965, un pallone di cuoio era la misura aurea della felicità massima concessa ad un bambino che vedeva i suoi palloni di gomma bucarsi con assiduità assassina e quasi quotidiana.
Mi sa che per un anno intero ( o quasi) ho aspettato il postino. Tutte le volte che gridava il nostro cognome( chissà perché lo gridava tanto forte da farlo risuonare in tutto l’androne: non esistevano i campanelli all’epoca?) sentivo le mani sudare ed il cuore che mi balzava in gola. Aprivo la porta correndo e lui, dalla sua borsa di cuoio marrone, non tirava mai fuori quell’enorme pacco nerazzurro con dentro un pallone e relativi autografi ( così mi immaginavo, sognante, il bicromatico packaging adeguato al dono che sarebbe dovuto arrivare); invece la cartolina di uno zio emigrato in Francia, il catalogo della Postal Market, Famiglia Cristiana, la bolletta della luce,…

Sono sicuro che quella è stata la mia prima volta. Da lì è nato il mio rapporto sfiduciario e cinico con il mondo. A differenza di Magris, io l’indirizzo avevo mandato e la mia lettera scritta al mondo era caduta nel nulla. Trovavo che c’era in tutto questo una stortura evidente ed immedicabile. Sentivo oscuramente che si era aperta una frattura, una cesura, una ferita non rimarginabile che non prevedeva nessuna forma di consolazione o d’oblio.

Sono sicuro che nella vita di ognuno c’è stata sempre una prima volta come questa. Prima, pensavamo che il mondo fosse una specie di presepe colorato e pieno di luci dove noi stavamo al posto di Gesù bambino; pensavamo che tutto ci sarebbe stato concesso e dovuto, che la vita sarebbe stata  una festa mobile e perenne. (Più o meno come in quella curiosa leggenda che spiega la costruzione del Teatro Amazonas a Manaus, quello di Fitzcarraldo, tanto per intenderci. Sembra che quell’edificio tanto bizzarro rispetto al contesto sia arrivato nel cuore della foresta amazzonica come un’astronave piombata dal cielo solo per far consumare le sue orge da un principe indio dell’epoca della colonizzazione portoghese: infatti,solo lì, tra stucchi ed ori, riusciva ad avere le sue erezioni). Invece, da quella volta in poi, ci siamo resi conto che il mondo non è una festa di gala in cui siamo l’ospite d’onore. In sovrappiù, le lettere spedite, anche quelle che recano a chiare lettere l’indicazione del mittente, spesso non ricevono risposta.

Per evitare delusioni, fare come Magris: meglio non mettere l’indirizzo, la prossima volta-vita.

4 pensieri su “la prima volta

  1. A me invece è arrivata. Senza le firme, senza il pallone. Avevo chiesto (mio padre aveva chiesto) solo la fotografia, e la fotografia arrivò. Era, credo, il 1966,
    Bisogna sapere accontentarsi.. 😉
    (questo non è servito, pochi anni dopo, a farmi diventare un acceso tifoso della Roma)
    Ezio

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  2. Ecco,sì, bella storia co’ ‘na sua filosofia.
    Io, per esempio, da piccolo non ho scritto a nessuno, tanto sapevo che erano troppo sopra di me, quelli lì, invece ho sgraffignato l’autografo di Galli e Annovazzi.
    Poi da più grande sono diventato cretino, infatti a ventunanni ho scritto a Le Corbusier che volevo andare a lavorare nel suo studio.
    Mi ha risposto il suo segretario che di proposte così ne aveva tante, allora sono rimasto a casa a macerarmi e fare il fesso.
    Però l’anno dopo ho scritto a Calvino Italo e lui dopo due settimane mi ha riposto co’ la macchina da scrivere, sì, ‘na bella paginetta, già.
    Allora rispondevano, anche Primo Levi, lui, il grande.
    Adesso gli scalzacani si danno le arie, il flit, e non rispondono più anche se sono dei fusi completi, però magari uno ha bisogno anche degli scalzacani, delle volte, succede.
    Mi scrivo da solo, adesso.

    MarioB.

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  3. Mi e’ piaciuto. Non solo per una questione di stile ma anche di affinita’ elettive. Insomma e’ un pezzo in cui mi sono riconosciuto, anche se in realta’ le mie lettere cominciai a scriverle da grande (perche’ da bambino pregavo soltanto, e quel che e’ peggio non Gesu’ ma Valentino Mazzola).
    La lettera piu’ stramba che io ricordi la scrissi quando avevo vent’anni. Era indirizzata al sultano del Brunei, l’uomo piu’ ricco del mondo. Poiche’ il Brunei non aveva una squadra di calcio, pensai che il sultano sarebbe stato ben felice di assumermi come allenatore della nazionale per le partite di qualificazione ai mondiali del 1986. Il mio indirizzo era in bella evidenza sul retro della busta e anche nel foglio interno. Pero’ niente, nessuna risposta. A volte penso che si sia trattato di un disguido postale. Che un giorno la risposta arrivera’, come certe vecchie lettere di soldati italiani morti in Russia o internati nei campi di concentramento tedeschi. Ogni giovedi, quando chiamo mia madre in Italia, la prima domanda non e’ “come stai?”, ma “e’ arrivata una lettera dal Brunei?”

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