Il lungo sonno – di Eva Carriego #1

orangebum

da “Carnefici” Magnum Edizioni

Una mattina qualunque di molti anni fa liberai un amore prigioniero da quindici anni. Lo conobbi per telefono, gli chiesi un appuntamento per valutare un immobile della mia agenzia. Credo d’essere stata vittima di uno dei pochi casi d’innamoramento via cavo. O almeno lo suppongo: se esiste una letteratura più vasta in tal senso, io non ne sono a conoscenza.
Allora avevo trent’anni, belli e in carriera; mi occupavo di vendere case di lusso ad altri rampanti in tutto simili a me. Sul modello dei nostri omologhi che negli States si facevano chiamare yuppies, avevamo fatto del lavoro la nostra unica religione, e una casa che rispecchiasse adeguatamente la nostra realizzazione sociale ed economica era indispensabile per il nostro benessere interiore. Quest’ultimo sembrava essere strettamente dipendente da quello esteriore, che ci preoccupavamo di esibire con dispendio di mezzi e di energie: una casa grande, bella e in centro era il maggior indicatore del nostro successo perché di maggior impatto visivo rispetto a un’auto di grossa cilindrata, viaggi all’estero o capi d’abbigliamento firmati. Tanto più la casa era grande e situata nel centro della città, maggiormente colpiva l’occhio del viandante suscitandone l’ammirazione, e ciò avrebbe messo a tacere per qualche tempo il nostro narcisismo, che a quei tempi riuscivamo imbrigliare a stento.
La voce di lui mi giunse dall’altro capo del filo, virile e calda, le parole sicure. Gli diedi appuntamento in un caffè a qualche centinaio di metri di distanza dalla casa che avrebbe dovuto valutare e che già aveva tre potenziali acquirenti, i quali si apprestavano a disputarsela all’arma bianca.
Era una casa la cui architettura rispettava quella originale, con la corte interna e con un arancio antico che ancora dava frutti, sebbene rinsecchiti, e si estendeva in altezza fino al primo piano. Immersa nel centro storico della città dove le strade lastricate a sampietrini ancora non avevano conosciuto il grigiore qualunque dell’asfalto, sorgeva nel cuore di un quartiere che molti decenni prima era stato abitato da pastori ricchi, e conservava la sua struttura originale.
Al piano terra c’erano le stalle: conficcati nelle mura esterne potevano ancora apprezzarsi gli anelli di metallo vecchio a cui i servi pastori legavano al tramonto gli asinelli stanchi, di ritorno dall’aver accudito le greggi. Quegli anelli di metallo entusiasmavano i giovani professionisti di successo, che avrebbero certamente raso al suolo l’interno dell’antica casa, il cui pian terreno sarebbe stato trasformato in un ampio garage per ospitare automobili di cilindrate diverse. Ma la struttura esterna della casa, con i suoi vecchi muri di granito chiaro pugnalati a intervalli regolari da quegli anelli di metallo vecchio, quella sarebbe stata risparmiata e addirittura valorizzata, ché il rinnovamento nella continuità, negli anni Ottanta, faceva molto cool, denotando sensibilità e disponibilità economica. Qualità, queste, che spesso viaggiano insieme enfatizzandosi l’un l’altra.
Certamente gli agguerriti acquirenti erano convinti che conservare l’architettura originale delle case e rispettare l’integrazione di queste con le strutture circostanti fosse urbanisticamente corretto, ma ancor più erano consapevoli che l’armonia di abitazioni integrate con un ambiente caratteristico e particolare ne avrebbe aumentato il valore immobiliare.
Comunque, all’appuntamento si presentò un uomo di vent’anni più vecchio di me, così alto da camminare piegato in avanti. Aveva cinquant’anni ma ne dimostrava di più: aveva quel tipo di maturità serena e virile come di chi si appresta a navigare finalmente nelle acque calme della vita, e lo fa senza rimpianti del tempo trascorso tra i marosi della giovinezza e con la certezza di vivere un futuro che ancora molto ha da offrire. Mi venne in mente, a sentirlo parlare in termini tecnici di calpestii e infissi con quella voce profonda e tenera al tavolino di un caffè, Massimo Girotti che beveva un tè dozzinale decantandone le qualità e attribuendo subliminalmente il suo maturo fascino alla forza dei nervi distesi che la bevanda gli procurava dopo diverse somministrazioni quotidiane. Massimo Girotti io me lo ricordo bene, aveva l’occhio ceruleo e sicuro dell’ingegner Alberto Ferrara, ladrone via cavo del mio cuore.
Senza che lui sapesse fui subito sua, nella maniera che maggiormente temevo: ebbe la mia anima senza presentarmi ricevuta di ritorno. Non me la presentò per un motivo che credevo, fino ad allora, avesse scarsissime possibilità di verificarsi: non si accorse nemmeno di essere divenuto in un attimo il fortunato proprietario del mio amore.
Si stabilì però tra noi una sorta d’amicizia cameratesca, e divenne uno dei consulenti dell’agenzia di proprietà della mia famiglia. Spesso i miei lo invitavano a cena; in effetti la sua età era più vicina a quella dei miei genitori che alla mia. Lui arrivava sempre con Mara, la sua moglie bella ed eterea, come lo sono le bionde naturali non artatamente mechate in età matura all’uopo d’addolcire i contorni del volto che tristemente ed inesorabilmente vanno via via sfumando. Avvolta di un visone color miele e di una nuvola di profumo lieve e aristocratico come lei, Mara Ferrara portava lieta il cognome di lui e se ne caleva bellamente delle donne più giovani che difendevano il loro cognome e il loro diritto al lavoro con ogni mezzo: lei, di professione, faceva la moglie dell’ingegnere ricco e di questo era oltremodo soddisfatta. Perché Mara Ferrara non affermava se stessa in posti di lavoro competitivi, defatiganti e squallidi per rivendicare la sua identità di donna e di essere umano: dotata d’intelligenza sottile e senso dell’umorismo, aveva scelto oculatamente di condurre la vita della donna ricca e felice. Non appena conobbe Alberto Ferrara se ne innamorò, abbandonò gli studi universitari e lo sposò, accingendosi a vivere una vita di viaggiatrice instancabile, curiosa e senza prole al seguito.
Lui sorseggiava il suo aperitivo in attesa che mio padre portasse in tavola le bistecche al sangue cotte al barbecue, e parlava catalizzando l’attenzione di tutti: era brillante, divertente, canzonatorio ma mai volgare. Lei si divideva tra gli ospiti e gli altri invitati col suo calice di martini, sempre lo stesso e sempre riempito a metà, scambiando battute lievi e mostrando interesse per chiunque le rivolgesse la parola. Entrambi indiscutibilmente piacevoli, divennero parte della famiglia.
Non provai mai gelosia o ostilità nei confronti di Mara, mi dicevo che il suo vantaggio, ovvero lo sfasamento generazionale che esisteva tra noi e che le aveva dato la fantastica opportunità di diventare la compagna dell’uomo che amavo, non era colpa sua; così come io non avevo colpa d’esser nata un paio di decenni di ritardo, caso che mi aveva precluso per sempre la fortuna e la grazia dell’amore. E il mio, per somma disgrazia, sembrava essere innamorato della moglie e fedele come una pernice in cattività.
Presto la complicità tra me e Alberto divenne totale. Prese a dirmi, durante le nostre confidenze, ciò che non raccontava neanche alla moglie: ero diventata, mio malgrado, il suo migliore amico. Avrei dovuto capirlo quando parlandomi di Mara in modo affettuosamente critico mi disse con aria complice “Sai come sono le donne…”, nemmeno fossi stata il suo compagno storico di doppio, subito dopo la gara, negli spogliatoi del tennis club.
Per quindici anni, dal momento in cui lo incontrai, ho avuto uomini sempre più giovani di me, e lui per quindici anni ascoltò le mie confidenze e rideva con me, come se fossi stata la sua sorellina minore scavezzacollo. Nessuno dei miei giovani amanti aveva la sua voce, e nemmeno il suo odore: era questo che non riuscivo ad accettare. Non mi è mai mancata la figura paterna, mio padre è sempre stato presente per me e i miei fratelli, e io addirittura scelsi di lavorare con lui. Mi venne subito meno l’ipotesi di un innamoramento succedaneo di figura paterna assente. Io, Alberto, volevo proprio scoparmelo, e non per capriccio o reazione alla sua totale indifferenza sentimentale nei miei confronti o perché in lui cercavo una figura paterna, ma per il semplice motivo che l’amavo. Mi chiedo ancora, a volte, se il suo odore lo sentissi solo io, per quell’inspiegabile alchimia biochimica che ti congela la vita con un innamoramento che non sente ragioni.
All’improvviso, un giorno mi sembrò di leggere nei suoi occhi chiari qualcosa che non avevo mai notato prima. Una donna capisce quando un uomo la guarda con occhi nuovi; o meglio, lo capisce quasi sempre. Così, la mattina che decisi di cambiare la mia vita liberando un amore ormai vecchio di quindici anni che reclamava a gran voce il suo diritto di vedere la luce, arrivai nel suo studio inaspettatamente, senza nemmeno una telefonata che mi annunciasse.
La segretaria gentile mi introdusse nel suo studio, lui beveva il suo caffè e fu contento di vedermi. Non appena fummo soli mi chinai in avanti con il palmo delle mani piantato sulla scrivania.
– Ti amo dal primo momento che ti ho visto, posso ricordarmi perfino come eri vestito.
La tazzina volò dalle sue mani sul piano di radica imbrattando le sue carte.
Mi guardò come se mi vedesse per la prima volta. La sua prima reazione fu di sorpresa, poi di rabbia.
– Perché mi fai questo? Perché vuoi rovinare quest’amicizia? – mi disse, quasi sottovoce.
Non sono un tipo che si arrende facilmente.
Improvvisamente, senza rendermene conto, presi a parlare e a muovermi come Reeva Shane, l’eroina sentimentale e moderatamente troia della pluridecennale soap-opera “Sentieri”. Pensai che le mie visite pomeridiane alla mamma, in collegamento quotidiano con la sua eroina, mi sarebbero tornate utili.
– Voglio fare l’amore con te, qui e subito -, dissi scuotendo la mia folta capigliatura rosso naturale e senza il minimo senso del ridicolo.
E dicendo questo mi levai il soprabito di pelle nera mostrando un abito aderente a sottoveste di tessuto detto “pelle d’angelo”, se possibile ancor più nero. Mi ero convinta che il nero fosse il colore della perdizione, quanto mai adeguato all’arrembaggio che immaginavo senza ombra di dubbio vincente.
Lui si levò dalla sedia, e le sue parole mi convinsero che la stragrande maggioranza dell’audience televisiva maschile non guarda le soap operas neanche a casa di mammà.
– Esci immediatamente di qui. Non voglio vederti più -, così mi disse.

[La seconda ed ultima parte domani alla stessa ora. Immagine: Franz Krauspenhaar – OrangeBum]

10 pensieri su “Il lungo sonno – di Eva Carriego #1

  1. Che strano, Franz, anch’io sono stato “assomigliato”, non molto tempo fa, a Massimo Girotti… ma, ahimè, non da una donna, solo da un amico giornalista che non mi vedeva da tempo. Però, che ci sia ancora speranza?

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  2. Bello!
    Macondo, ma cosa vuoi fare lanciando queste esche? 🙂
    Non mi ricordo mai se Massimo Girotti è Terence Hill o quell’altro più alto. Ma sono belli tutti e due.

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  3. Massimo Girotti, defunto pochi anni fa,
    fu davvero un ottimo attore, di gran bella presenza,
    nonché padre di Mario Girotti detto Terence Hill,
    un po’ meno bravo, però…. bravo:-))

    MarioB.

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  4. @ lambertibocconi,
    nessuna esca, ero solo stupito dalle coincidenze (se a ciò aggiungi poi che il mio nome rima con “Alberto”…)
    PS: il Massimo Girotti è quello, tra l’altro, del viscontiano “Ossessione” (1943)

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  5. Mario Girotti detto Terence Hill…
    Mi rcordo una cena di un lustro fa dove chiacchieravo ad un bar con due ragazzi convinti che terence hill fosse americano 😀
    So ragazzi eheheh 🙂

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