Il lungo sonno – di Eva Carriego #2

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[Seguito del post di ieri]

Passarono gli anni e lui tenne fede alla sua promessa. Ci incontravamo sporadicamente solo per lavoro, insieme ad altri, e ogni volta il cuore sembrava volermi uscire dal petto per cantargliene quattro, e non restammo mai da soli. Avevo cinquant’anni e gli uomini che volevo, per una settimana o per dei mesi. Non c’era giorno che non pensassi a lui che invecchiava felicemente accanto alla donna bionda e perfetta.
Ci speculavo pure, su queste considerazioni: pensai d’essere la dimostrazione che il solo modo di liberarsi di una tentazione è cedervi. Era pur vero, nel mio caso, che era stata la tentazione a liberarsi di me senza alcun ripensamento, ma l’assunto di base rimaneva: in qualche modo, qualcuno si era liberato di qualcun altro.
Non leggevo solo Wilde, leggevo anche Garcia-Marquez.
Come Florentino Ariza aveva aspettavo senza cedimenti che la fedelissima Fermina Daza gli si concedesse in un amore senile e totale, io avrei aspettato che il mio Alberto Ferrara cedesse alla forza del mio sentimento.
Oh, non ragionavo in questi termini così esplicitamente romantici, me ne sarei vergognata profondamente: ma a posteriori devo ammettere che era questo che speravo fortemente, e lo speravo ogni mattina non appena aprivo gli occhi. Prima o poi, insieme avremmo risalito il fiume quando lui non avrebbe avuto più denti e la mattina avrebbe fumato sul ponte del battello, stringendolo tra le gengive, un sigaro dal fumo azzurro e dolce, e sempre insieme avremmo messo la bandiera della quarantena perché il capitano non facesse scalo in nessun porto e ci conducesse in un viaggio lungo quanto il resto della nostra vita.
Ascoltavo anche i Rolling Stones: mi figuravo, forte dei miei vent’anni di vantaggio, che il tempo fosse dalla mia parte.

Mi svegliai dal lungo sonno delle mie congetture una notte di due anni fa.
Ci trovammo, per un attentato del destino, entrambi al Plaza Hotel a New Orleans durante la settimana del Carnevale, entrambi accompagnati: lui da Mara e io da un funzionario del parlamento europeo con cui avevo una rilassante relazione saltuaria, che si consumava durante i suoi rientri in Italia. Ci eravamo concessi una settimana di vacanza per vivere la festa del Mardì Gras a New Orleans, e scegliemmo il Plaza, a un passo da Bourbon Street.
Ci incontrammo, qualche giorno dopo il nostro arrivo, nella hall dell’albergo, mentre ci stavamo accingendo a raggiungere Bourbon Street. Decidemmo di andare insieme a vivere la notte del Mardì Gras, sembrava che ormai niente lo impedisse: erano passati ormai tanti anni dalla mia performance erotico sentimentale che aveva portato al disastro liquido sulla scrivania di Alberto, e il suo atteggiamento nei miei confronti non sembrava più così formale come negli anni precedenti.
D’altro canto, dal suo modo di fare cordiale e disinvolto, era evidente che Mara non si fosse mai posta il problema del perché l’amicizia tra me e suo marito fosse finita così bruscamente, oppure se l’era posto in modo fugace, giacché l’amicizia tra Alberto e me – così come la sua fine – non aveva cambiato in nulla la sua vita.
La via del peccato tenne fede alla sua fama. Inondata di vita e di umanità colorata, durante il giorno la strada era tutto un via vai caotico di gente, turisti, vagabondi, musicisti, ballerini. Di notte si trasformava nella via degli eccessi, delle maschere, colori, prostitute, omosessuali e musica jazz suonata dalle orchestre di dixieland dei moltissimi locali, alcuni dei quali non dissimili da vere e proprie case di tolleranza. La strada era costeggiata di case a due piani dai poggioli con le ringhiere in ferro battuto arabescato e chiaro, la musica onnipresente, la gente variopinta e i locali aperti tutta la notte.
Dalle case fuorusciva continuamente una fauna multirazziale dal sesso certo e incerto e dai modi oltremodo disinvolti, le donne portavano al collo numerosissime collane di plastica colorata. Mara disse che anche lei avrebbe voluto che uomini sconosciuti le regalassero quell’arcobaleno da mettere al collo, e ridemmo come matte quando capimmo come tale trofeo veniva conquistato. Uomini di ogni età portavano numerosissime collane sull’avambraccio sinistro e con la mano destra le lanciavano al collo delle donne affacciate alle ringhiere di ferro battuto nelle ampie verande dei locali, ma solo dopo che queste, sollevando maglie o sbottonando camicette, mostravano agli entusiasti franchi tiratori di paccottiglia seni ondeggianti di diverse dimensioni e tonicità.
Alcune di queste pettorute, in altri giorni dell’anno evidentemente signore e signorine dabbene, esibivano tante di quelle collane colorate da lasciar supporre che non solo la popolazione maschile del quartiere francese, ma di tutta New Orleans fosse stata messa a parte delle loro grazie. Come ridemmo quella notte, ogni angolo della strada francese era piena di orchestrine improvvisate in cui neri suonavano sassofoni e trombe che sembrava parlassero, e alla fine della strada, laddove si apriva la piazza dove si trova il museo della guerra di Secessione, un’umanità tra la più varia che abbia mai visto: mangiatori di fuoco, maghi con tavolini portatili e candele profumate che per qualche dollaro leggevano la mano, pittori e ritrattisti al lavoro, artisti di strada, mimi e musicisti, processioni di vampiri e streghe che si accingevano al tour notturno presso i cimiteri voodo.
Cenammo in un ristorante che serviva piatti della cucina creola e cajun, specialità ai limiti dell’autocombustione spontanea dai nomi esotici di jambalaya e gumbo, e non avevamo idea di cosa stessimo mangiando, ma accompagnammo il tutto con alcune bottiglie di Lagrein Kretzer rosé, che in qualche modo contribuirono a domare l’incendio. Riuscimmo a riconoscere solo il dessert, banane flambè che non volevano saperne di spegnersi per essere mangiate. Durante la cena si resero necessarie anche diverse bottiglie di acqua minerale San Pellegrino per sedare i numerosi focolai d’incendio tra una portata e l’altra. E’ davvero singolare che in America si beva in tutti i ristoranti un’acqua italiana, mentre in Italia si fa fatica a trovare questa marca perfino nei discount sotto casa.
Alberto non aveva perso smalto con gli anni, e come in ogni occasione conviviale che io ricordi, prese spontaneamente le redini del gruppo e ci fece ridere con le sue battute concettuose ma non volgari. Perfino il mio compagno funzionario subì il fascino di Alberto, e presto presero a parlare come se si conoscessero da sempre.
Alberto propose di proseguire la nottata in uno di quei locali dalle ringhiere arabescate in cui suonava la più famosa orchestrina dixieland della Louisiana, e in cui già si erano esibiti Louis Armstrong, Sidney Bechet, Johnny Dodds, Jelly-Roll Morton e altri grandi. Era un locale davvero piccolo, il pavimento non era piastrellato ma in terra battuta, e nonostante questo risultava in alcuni punti bagnato e scivoloso. Numerose coppie etero e omosessuali ballavano sensualmente al ritmo della musica, mentre altri amanti del jazz ascoltavano rapiti, sorseggiando whisckey americano, seduti su divani bassi che sembravano essere stati trafugati da vecchie automobili di piccola cilindrata.
Ero molto colpita che quel bugigattolo fosse stato testimone di uno dei momenti di più elevata creatività umana, ma nonostante ciò ero poco disposta a sguazzare nelle chiazze umide e scivolose d’origine ignota che costellavano il pavimento. Presi il mio drink e uscii nella veranda. Non appena mi affacciai un gruppo di ragazzi di colore, poco più che adolescenti e conquistati dai miei capelli rossi fiammanti, presero a sventolare le collane di plastica invitandomi a seguire usi e costumi locali. Declinai gentilmente l’invito, e dopo uno scambio di battute scherzose tentarono un accenno di “’o sole mio” e mi gettarono al collo, al primo tentativo, ben tre gioielli di plastica; quindi si perdettero, spintonandosi l’un l’altro, tra la folla. Pensai subito di tornare all’interno del locale per raccontare ai miei compagni di Carnevale che avevo appena compiuto un gesto molto trasgressivo, che quelle collane ne erano la testimonianza. Immaginavo Mara che rideva incredula e contenta, e il mio funzionario incredulo e basta.
Mi accorsi che Alberto mi guardava, immobile nella cornice della porta finestra che separava la veranda dal locale.
Mentre si avvicinava a me portando due drink sorrideva, di un sorriso un po’ ironico: aveva visto come si erano svolti in realtà gli eventi. Mi venne accanto appoggiandosi alla ringhiera voltando le spalle alla strada, e porgendomi un drink prese a canticchiare, anche lui, sull’aria di “o’ sole mio”.
Ridemmo insieme, io mi sentivo quasi felice. Accanto a noi una coppia gay sembrava seriamente impegnata, più che in manifestazioni d’affetto, in veri e propri preliminari: ma quella era la notte del Mardì Gras.
– Sono quasi vent’anni che non mi sorridi, adesso mi offri perfino da bere -, gli dissi, incoraggiata dal suo atteggiamento.
– E’ passato tanto tempo. Credo di averti perdonata, ormai.
– Mi hai perdonato per essermi innamorata di te e per esserlo ancora?
– No, non per questo, lo sai bene. Tu eri giovane, bella, vivace, di successo. Avevi un’intelligenza che potrei definire, a rischio d’irritarti, maschile: eri il mio migliore amico.
– Quindi, questo è successo: io ho cancellato il tuo migliore amico e tu hai cancellato me. Ho una notizia da darti. Il tuo migliore amico non è mai esistito, ero io sotto mentite spoglie; della tua amicizia non mi sarei più accontentata e non m’importava nulla. Era il tuo amore che volevo, allora come adesso.
– Ti prego, Laura: è passato tanto tempo, è una bellissima notte…
– Sono vent’anni che aspetto che tu mi ami, mi hai chiuso in un blocco di ghiaccio affettivo. Se almeno, quel giorno, avessimo fatto l’amore… Forse, dico forse, questa ossessione mi avrebbe, se non abbandonato, dato tregua… Ma no, tu non potevi, fedelissimo alla tua moglie perfetta.
Il viso di Alberto prese improvvisamente un’espressione di sorpresa, che in un attimo si trasformò in ilarità.
– Fedelissimo? È questo, dunque, che pensi?- rise, di una risata bassa e prolungata.
– Io e Mara abbiamo smesso d’esserci fedeli dopo un anno di matrimonio. Stiamo bene insieme, ma non abbiamo mai avuto l’esclusiva sessuale l’uno dell’altra. Non hai mai sospettato della relazione di Mara con tuo padre? Credo sia durata anni e che tua madre ne fosse al corrente, benché fingesse d’ignorarla.
Ebbi un lunghissimo attimo di puro smarrimento. Lui riprese a parlare.
– Ricordi la mattina che venisti nel mio studio, e di Rosy, la mia segretaria? Era efficiente e gentile, quando abbandonò il lavoro per sposarsi mi dispiacque. Quando tu te ne andasti lei pulì la scrivania e lo facemmo là. Non nascondo che questo rese la cosa più eccitante.-, continuò lui.
– Non capisco, ti ho sempre creduto fedelissimo. Io ti raccontavo di tutte le mie avventure. Se ero il tuo migliore amico, perché tu non mi raccontavi delle tue? Cosa t’impediva di farlo?
– Oh, Laura, è così semplice: per me erano episodi di nessuna importanza, non ho mai parlato delle mie storie con nessuno, non le reputavo interessanti. Tu invece sembravi provare piacere a raccontarmi di te, e io provavo piacere ad ascoltarti. Cosa avrebbe cambiato parlarti delle mie amanti? Avevamo tanto da dirci, ma tu hai rovinato tutto
– Io ho rovinato tutto – dissi quasi parlando a me stessa, – io ho rovinato tutto.
– Devo saperlo – continuai, – e dopo tanto tempo hai il dovere di dirmelo: è solo l’amicizia che ci legava che ti ha impedito di fare l’amore con me?
– Laura, ti prego, non ha senso parlare di queste cose così lontane nel tempo… Non oggi, non stanotte, non qui. È meraviglioso ritrovarci insieme dopo tanti anni e parlare come due vecchi amici…
– Cazzo, Alberto, rispondimi subito! Rispondimi!-, gli urlai contro senza più freni inibitori.
Il suo viso divenne inespressivo e prese a parlare lentamente, con quella sua voce straordinaria.
– Stavo bene con te, Laura, e ti volevo davvero bene. Ma non riuscivo a pensare a te come donna, men che meno come amante. Ho diverse amiche e con molte di loro ho avuto delle relazioni. No, non è questo il motivo per cui ti ho respinto in maniera così definitiva. Tu mi amavi, e io non sentivo nulla per te, non sentivo la minima attrazione sessuale nei tuoi confronti. Tu mi dicesti che mi amavi dal primo momento che mi vedesti. Ebbene: io ero certo che non avrei mai potuto amarti ancor prima di vederti. La tua voce, Laura, la tua voce al telefono mi raggelò. La tua voce è metallica, le tue frasi sono spezzate. E il tuo odore, i tuoi profumi, non erano quelli che io mi aspetto in una donna…
Alberto parlava, un po’ gesticolava, come gesticola chi è imbarazzato perché dice di cose che non vorrebbe dire. Teneva il bicchiere con una mano e con l’altra gesticolava, appoggiato sulla ringhiera arabescata, dando le spalle alla strada.

Mi dissi che se io mi ero innamorata di un uomo a causa della sua voce e del suo profumo, perchè lui non avrebbe potuto provare, se non repulsione, almeno indifferenza sessuale nei miei confronti a causa della mia voce e del mio profumo? Ero sempre stata razionale, e mi rendevo conto che le reazioni biochimiche spesso non sono in equilibrio dinamico, e che la nostra procedeva certamente per un solo verso.
Tutto questo mi dicevo, e lo capivo, ma il gelo che mi aveva imprigionato per quasi vent’anni non accennava a sciogliersi.

Lui era molto alto, era seduto sulla guarnizione di sequoia della ringhiera arabescata, e io gli misi entrambe le mani sul petto e lo spinsi con forza giù dalla veranda del secondo piano.
Poi guardai giù per strada, e vidi il suo corpo lungo e dinoccolato, che mi sembrava ancora giovane, con il collo piegato in maniera innaturale. La gente intorno prima si allontanò spaventata, poi si avvicinò per vedere se respirasse ancora.
Presero tutti a sollevare la testa e a indicarmi. La coppia di gay impegnata in effusioni pre-coitali si era fermata, e entrambi mi guardavano inorriditi.
Io sentii ad un tratto che il ghiaccio che mi aveva compressa per lunghi anni in un amore stupido e senza speranze si andava sciogliendo alla velocità della luce, mi sembrava perfino di respirare meglio.

Non importa quello che successe dopo e dove io mi trovi adesso.
So che solo ucciderlo mi avrebbe ripagata del danno dei miei anni perduti, che solo la sua morte mi avrebbe finalmente restituito la libertà.
Da dietro queste sbarre posso assaporare, dopo tanto tempo, la libertà.
Ne posso sentire perfino l’odore, il più bello di tutti.

[Fine. Immagine: Franz Krauspenhaar – Pops of the mouth.]

4 pensieri su “Il lungo sonno – di Eva Carriego #2

  1. E’ decisamente un gran buon racconto, scritto con cura e precisione, per quanto questa seconda parte mi è sembrata meno fluida, brillante della prima; ho immaginato che Laura con l’età si fosse ingessata (e amareggiata) un poco e quindi il suo narrare ne risentisse.
    Ma resta un gran bel lavoro, davvero, perché mi piace più che la storia, in sè, il suo ordine, il procedere per passi, gradi, il cercare di renderci a fondo una mente femminile, in modo analitico.
    E’ tutto un edificio ben costruito che poi sfascia giù,
    ma non si intravede una sconfitta, anzi.

    MarioB.

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  2. Bello, il grande equivoco sulla parola amore da parte di entrambi, anzi di tutti.
    Lei mi ricorda Faye Dunaway in quinto potere, quando racconta di essere stata a letto con il suo psicanalista da giovane, lui le disse; è stata la peggior scopata della mia vita, scopi come un uomo.
    La sapienza disillusa di Alberto riconosce questo aspetto e lo evita accuratamente, ma innesca una ferita profonda, è uno specchio che si frantuma, quando, spiegato, rende la verità glaciale e diventa davvero insopportabile.
    Un ottimo racconto breve, dà tutti gli strumenti per entrare nel suo universo e, naturalmente, permette di inventarsene dei pezzi come ho fatto io.
    Credo che la sensazione di Mario dipenda dall’attesa dovrebbe essere letto tutto d’un fiato, come farebbe Laura, l’interruzione del ritmo ci ha distratti.

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