Yoga e preghiera cristiana

Introduzione

di Marco Guzzi

Il bisogno crescente di una nuova vita spirituale

Se mi si chiedesse di che cosa abbia maggiormente bisogno l’uomo di oggi, direi subito di una nuova vita interiore. Oggi più che mai, con la velocità e le potenzialità crescenti delle comunicazioni telematiche, diventa indispensabile conquistare spazi di silenzio e di pace, un baricentro spirituale. Stiamo favorendo la crescita di esseri umani tecnicamente molto dotati, ma emotivamente immaturi, psichicamente labili, e spiritualmente atrofizzati. I nostri ragazzi a tredici anni già costruiscono il loro blog e scaricano i loro video su You-Tube, ma la loro capacità di concentrarsi su un libro descresce e le loro menti sembrano muoversi alla velocità dei links e riprodurre così dentro di sé la stessa frammentarietà del linguaggio di Internet.
Depressione, disagio, e angoscia ne derivano ineluttabilmente.

La donna e l’uomo del XXI secolo, educati fin da bambini all’attività mentale propria del computer, per sua natura pericolosamente incline ad una navigazione caotica e senza rotte, dovranno necessariamente apprendere meglio come funziona la nostra mente, per disattivarne o almeno rallentarne i vortici angosciosi, e per ritrovare la lucidità della quiete interiore, ogni volta che vorranno staccare lo sguardo dal web.
La vita spirituale, perciò, intesa in senso molto lato, laico e trans-confessionale, come esperienza della nostra interiorità, e la tecnica, intesa come espressione del nostro continuo “fare mondo”, creando linguaggi, dovranno presto coniugarsi in modi nuovi, per la stessa sopravvivenza della nostra specie.

Già oggi si diffondono molteplici esperienze di meditazione e di preghiera nei nostri paesi occidentali, che mettono a confronto la tradizione cristiana con quelle orientali, yogiche e buddistiche in modo preminente, usufruendo anche delle grandi acquisizioni della psicologia del profondo.

Da parte cristiana però assistiamo molte volte o a condanne senza appello delle pratiche orientali, ritenute inassimilabili alla preghiera cristiana, oppure a troppo disinvolte identificazioni e assimilazioni, che confondono esperienze spirituali diverse, perdendo lo specifico “dialogico” della contemplazione cristiana.

Il problema, dal punto di vista cristiano-occidentale, mi sembra invece proprio quello di come sia possibile integrare alcune pratiche orientali come strumenti di preparazione alla preghiera cristiana, come d’altronde precisa molto bene lo stesso Magistero cattolico nel documento Orationis formas, pubblicato nel 1989 dalla Congregazione per la dottrina della fede, e firmato dall’allora cardinale Ratzinger: “autentiche pratiche di meditazione provenienti dall’oriente cristiano e dalle grandi religioni non cristiane, che esercitano un’attrattiva sull’uomo di oggi diviso e disorientato, possono costituire un mezzo adatto per aiutare l’orante a stare davanti a Dio interiormente disteso, anche in mezzo alle sollecitazioni esterne”(28).

Questo lavoro di integrazione, che il tempo ci richiede, è possibile però solo se da una parte conosciamo a fondo e pratichiamo la nostra tradizione spirituale, e dall’altra siamo sufficientemente umili da andare ad imparare ciò che le altre tradizioni possono insegnarci.
Due qualità che purtroppo si trovano difficilmente insieme nelle stesse persone.

Integrare lo Yoga nell’Occidente cristiano

Questo libro nasce in questa prospettiva dialogica e deriva da un incontro reale.
L’Istituto Internazionale di Ricerche Yoga mi chiese di tenere alcune conferenze all’interno dei loro seminari annuali di approfondimento ad Assisi nel 2005 e a Fognano nel 2006. Questo Istituto sorge intorno all’insegnamento di Gérard Blitz (1912-1990), uno straordinario personaggio che ha saputo elaborare uno Yoga del tutto laico e moderno, pur nella fedeltà alla migliore tradizione yogica, essendo stato allievo di uno dei più famosi yogin del XX secolo, Krishnamacharya. Io stesso seguo da più di dieci anni questa scuola, sotto la guida di Giulia Gambrosier, allieva diretta di Blitz. I miei studi e le mie ricerche pratiche intorno all’hinduismo, che iniziarono già verso la fine degli anni ’70, hanno trovato così proprio nello spirito di Blitz, così alieno da ogni orientalismo di maniera, così pragmatico ed essenziale (non a caso Blitz fu anche ordinato monaco zen dal maestro Taisen Deshimaru), un luogo ideale per proseguire e approfondirsi. Gérard Blitz infatti, un belga, ebreo da parte di padre e cattolico da parte di madre, è un uomo decisamente occidentale e moderno, che nella sua vita è stato, tra le tante cose, campione di nuoto, valoroso combattente della resistenza, e ideatore dei famosi Club Mediterranée, e proprio per questo si apre, nella seconda metà del secolo scorso, alle discipline e alle sapienze orientali.

Il dialogo che segue cioè non è tra estranei, ma tra persone che possiedono una base comune. Ed inoltre questo dialogo è essenzialmente un confronto tra pratiche: tra la pratica yogica e la pratica di meditazione e preghiera cristiana che tentiamo di sviluppare nei Gruppi di liberazione interiore “Darsi pace” che conduco da oltre dieci anni. Non troverete perciò nessuna descrizione di posture yogiche, né alcun approfondimento teorico su Patanjali o sulle Upanishad o sulla Bhagavad Gita. Né troverete confronti meramente concettuali tra l’unione con l’Assoluto ricercata dallo yoga e quella con il Dio di Gesù che il cristiano anela a raggiungere. Moltissime sono ormai le pubblicazioni di questo genere, è inutile aggiungerne altre, e poi mi sembra che oggi siamo un po’ tutti stanchi di tanta teoria, e affamati soltanto di percorsi semplici e concreti di liberazione. Io desideravo perciò soltanto mettere a confronto due pratiche per come si possono integrare nell’esperienza di un credente cristiano, di un occidentale del XXI secolo.

La mia prospettiva è perciò essenzialmente storica: non ritengo possibile, in altri termini, alcun confronto o riflessione seria sulle pratiche spirituali che non tenga conto della concretezza direi dei corpi dei praticanti. I nostri corpi infatti non sono affatto metastorici, e il corpo complessivo (fisico, emotivo, verbale-culturale) di un italiano del 2009 non è affatto identico al corpo di un indiano del mille o del XV secolo. Troppo spesso nei corsi di yoga, al contrario, ma anche nei gruppi e nei movimenti cristiani, manca questa consapevolezza della storicità intrinseca della stessa spiritualità. Ma anche le forme in cui gli esseri umani esprimono la loro ricerca dell’Assoluto, anche le pratiche spirituali sono sempre ben datate, possiedono cioè una determinazione storica precisa e ineluttabile. La spiritualità è in tal senso simile all’arte, al pensiero filosofico, e alla scienza: sviluppa forme sempre nuove, mentre altre si esauriscono e muoiono. La riproposizione acritica di forme di spiritualità di altri tempi e di altri luoghi porta perciò ad incarnare figure culturalmente fiacche e a forme inconsapevoli di neo-fondamentalismo, alla marginalità culturale e a pericolose tentazioni di fuga dai propri problemi reali.

La vita spirituale e le prassi di liberazione

In questo libro si parte dalla consapevolezza che stiamo vivendo un periodo assolutamente unico nella storia del pianeta Terra. Ed è proprio oggi, in questa fase cruciale e decisiva, che la tradizione cristiano-occidentale, travagliata da una crisi culturale e spirituale senza precedenti, si trova ad interagire e a confrontarsi con le grandi sapienze orientali. Questo incontro è cioè un fatto inedito e provvidenziale, e ci apre ad esiti imprevedibili, in quanto l’integrazione è un atto creativo, non un confronto tra entità statiche e immutabili, quanto piuttosto una coniugazione che trasforma entrambe le parti, in vista di una nascita, di una umanità nuova che sta faticosamente emergendo dalla crisi di tutte le culture e di tutte le tradizioni millenarie della terra.

Questa prospettiva radicalmente storica, che cala anche la ricerca spirituale nel travaglio dei corpi e delle loro biografie, in quanto conosce una verità che si dà solo come incarnazione linguistica, a sua volta non è un punto di vista neutro, ma deriva dalla rivelazione ebraico-cristiana. Così come radicalmente messianica, e quindi occidentale e “moderna”, è la prospettiva di una nuova figura di umanità che sta emergendo dalla consumazione e trans-figurazione di tutte le figure identitarie della terra. Ma questa radice, questo schema archetipico, questo orizzonte di senso si apre nel dialogo ad imprevedibili arricchimenti e mutamenti: questo significa infatti integrare: aprire la propria identità alle trasformazioni e alle dilatazioni che l’altro apporterà in noi divenendo parte di noi.

Da quanto abbiamo detto dovrebbe inoltre risultare chiaro che quando parliamo dell’esigenza di una nuova vita spirituale per l’umanità del XXI secolo non ci riferiamo a pratiche interiori astratte e separate dalla realtà storica dei nostri paesi e dei nostri popoli. Ricostruire una vita spirituale oggi significa al contrario radicarla su solidi basamenti teorici, che abbiano dentro di sé la forza della tradizione filosofica, psicologica, artistica, scientifica, e teologica occidentale. Solo così le pratiche spirituali in senso stretto, e cioè la meditazione e la preghiera, saranno per davvero efficaci, perché contemporanee e ben integrate nella nostra vita di tardo-moderni, che si trovano a vivere in questa fase drammatica, in cui ci si sta rivelando il senso stesso dell’intera epoca moderna. Altrimenti si rischia di creare, come abbiamo già detto, aree di fuga da sé, potenzialmente dis-integranti, e caratterizzate da un inconsapevole semplicismo fondamentalistico, acritico e premoderno.

La nuova spiritualità, di cui questo libro vorrebbe essere una sorta di introduzione, è fatta cioè di approfondimento culturale quanto di meditazione, di studio quanto di preghiera, di autoconoscimento psicologico quanto di azione liberatrice. Tutte queste sono pratiche, ed essenzialmente pratiche di liberazione, perché questo è il compito della nuova umanità che sta emergendo in noi: proseguire i processi di liberazione avviati con la modernità, radicandoli però nei processi di liberazione interiore dalle illusioni del nostro falso sé, coniugare cioè ad un nuovo livello esperienza spirituale e prassi storiche, spiritualità e politica, visione e rivoluzione.

 

Marco Guzzi, Yoga e preghiera cristiana, Edizioni Paoline, 2009.

32 pensieri su “Yoga e preghiera cristiana

  1. Ottimo, una spiritualità macdonald apri e gusta, un po’ di palestra, un po’ di saggezza orientale, un po’ di internet.
    Siccome il mondo è avviato alla completa secolarizzazione inventiamoci la religione laica ma con effetti benefici sul nostro umore, e con il bollino blu cristiano; prendiamo quello che più ci aggrada dalle religioni di tutto il mondo, frulliamo tutto insieme e serviamo questo brodino sincretista, magari distribuito liturgicamente on line.
    Non c’è bisogno di nessuna “nuova spiritualità”, la spiritualità, per un cristiano è l’acquisizione dello Spirito Santo, la terza persona della Trinità, questo avviene con i mezzi propri della Chiesa di Cristo ed è la stessa dei primi apostoli.
    Non ci sarebbe neppure bisogno di dirlo se non ci fosse un pregresso, tutto occidentale e moderno, di disprezzo e condanna del diverso e delle altre religioni, ma se la chiesa occidentale ha perso il senso del sacro e del mistero, così come ha dimenticato i modi della preghiera interiore, è anche naturale che qualcuno vada a cercare al di fuori dell’ovile delle “tecniche” da utilizzare per una indefinibile realizzazione di se.
    Anche questo in fondo esce dallo stesso cappello.
    Scusa Fabrizio, ma trovo che ci sia una grande confusione nella teoria qui presentata e poco di realmente cristiano, questo post fa a pugni con quello di Piero Citati, che si immergeva nel solco autentico della nostra tradizione.

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  2. Marco, come si dice, ha l’età, e si difenderà da solo, Mario.
    qui ospitiamo tutte le opinioni.
    io non sono per le tecniche: credo che il fondamento sia l’esperienza incandescente dell’amore di Dio.

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  3. Carissimo Pandiani,
    io non vedo alcuna confusione di piani, né tantomeno alcuna semplificazione sincretistica.

    Cito di nuovo il testo redatto da Ratzinger e che tuttora esprime il Magistero cattolico sull’argomento, e anche la mia personale posizione:
    “autentiche pratiche di meditazione provenienti dall’oriente cristiano e dalle grandi religioni non cristiane, che esercitano un’attrattiva sull’uomo di oggi diviso e disorientato, possono costituire un mezzo adatto per aiutare l’orante a stare davanti a Dio interiormente disteso, anche in mezzo alle sollecitazioni esterne”( Orationis formas n.28).

    Perché spingerci subito all’insulto e alla denigrazione generica?
    Se trovi nel mio testo punti controversi indicameli con precisione, con affetto, e con serenità evangeliche, ed io proverò a risponderti.

    Non è l’amore, e proprio per chi non la pensa come noi, l’unica prova di un contatto reale con quello Spirito Santo che invochi?

    Dobbiamo ricordare inoltre che sul rapporto tra spiritualità orientali e cristianesimo abbiamo già riflessioni molto accurate: da Panikkar a De Lubac, da Lassalle a Le Saux, in cui nessuno sfuma le differenze, valorizzando al contempo le affinità, in base allo spirito del Concilio.

    La spiritualità cristiana è poi sempre stata molto aperta agli influssi esterni.
    Basti pensare che l’intero impianto teologico è di origine pagana: Platone e Aristotele.
    Perché oggi temere il confronto con il Buddha o con Patanjali?
    Scarsezza di fede? Scarsezza di pensiero?
    Forse entrambi.

    In quanto alle tecniche, nessuno sostiene la loro onnipotenza, né la sostituibilità dell’azione dello Spirito.
    Nessuno. Nemmeno gli yogin, per i quali l’intera disciplina yogica è solo “purvanga”, e cioè preparazione all’unione, opera gratuita di Dio.
    Le tecniche sono solo linguaggi, attraverso i quali ci si dispone all’azione della grazia.
    La Chiesa, in tal senso, ha sempre ideato tecniche: dal Rosario alla Via Crucis, dalla Lectio divina agli Esercizi di Ignazio.
    Anche qui: perché tanta paura e tanta aggressività?
    Stiamo solo cercando nuovi linguaggi, in cui lo Spirito possa esprimersi oggi nei nostri corpi, nelle nostre parole, con la sua forza di novità, che nasce proprio dal suo essere sempre Se Stesso, sempre vivo, parlante in noi anche Adesso.

    E anche qui siamo in pieno accordo con il Magistero.
    Nel documento “Gesù Cristo portatore dell’acqua viva”, redatto dai Pontifici Consigli della Cultura e per il Dialogo Interreligioso leggiamo:
    “I grandi ordini religiosi possiedono forti tradizioni di meditazione e di spiritualità che potrebbero essere messe a disposizione mediante corsi da seguire o periodi da trascorrere nelle loro case. In parte questo è già stato fatto, ma occorre fare di più. Aiutare le persone nella loro ricerca spirituale, offrendo loro TECNICHE collaudate ed esperienze di preghiera autentica” (6.2).
    Questo cerchiamo di fare nei Gruppi che conduco da oltre dieci anni, e questo mi capita di insegnare all’Università Lateranense o in quella Salesiana.

    E’ lo Spirito che crea le sue tecniche: oggi come sempre.

    Auguri di vivere esperienze sempre più forti e vive del Dio che unisce, che illumina, e che affratella.

    Marco Guzzi

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  4. Mi colpisce molto il tono sovreccitato di Mario Pandiani, in cui fatico a ritrovare gli elementi evangelici di cui si professa autentico paladino: dov’è l’amore che il Signore ci chiede anche nei confronti dei nemici? Dove la delicatezza che ci suggerisce nella correzione fraterna? Personalmente sono cattolico, vado a messa tutti i giorni e dopo la funzione mi trattengo una decina di minuti applicando le tecniche di meditazione che eleborano antiche sapienze orientali. Non considero la pratica meditativa, di per sè, preghiera cristiana, ma un semplice supporto per poter godere della gioia della comunione senza il disturbo molesto della mente, dei pensieri che interferiscono, di inutili parole. Solo il contatto intimo con il Signore. Da quando applico questa tecnica, il rapporto con il Signore – depurato di tanto rumore di fondo – mi sembra più diretto. Sicuramente più vero. Debbo per questo sentirmi eretico o cristiano mc donald?

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  5. io sono aperta ad ogni disciplina che, come lo yoga, può aiutare a ritrovare la calma e l’equilibrio giusti per ascoltarsi…ma trovo che la bibbia soddisfi ampiamente qualsiasi bisogno in questo campo.

    🙂

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  6. Caro Marco, mi sono lasciato prendere la mano e mi sono comportato impulsivamente, vorrei assicurarti che non c’è nessun giudizio sulle persone che cercano queste vie, ma resta da parte mia un dissenso profondo per questo modo di condurre una ricerca spirituale.
    Io sono arrivato al cristianesimo facendo un giro molto largo e molto lungo, ed è per il profondo rispetto che nutro per ogni religione, che non condivido quello che non riesco a non considerare sincretismo, cioè il mescolare pratiche che appartengono a strade molto differenti fra loro.
    Mia moglie è buddista zen e questo non ci impedisce di vivere insieme con amore e reciproca attenzione e di crescere i nostri figli nel rispetto reciproco, (Anche se loro un po’ ci marciano su questa “divaricazione” di fede), ho carissimi amici musulmani, ebrei, buddisti, agnostici e persino qualcuno che bestemmia di tanto in tanto, nessuno di loro lo considero un nemico, ma quando dicono qualcosa che non mi piace non lo nascondo per amore e magari li mando anche a stendere, io non credo che gli appartenenti ad altre fedi siano dei “nemici da amare”, semplicemente non li vedo come dei nemici.
    Quello che mi ha sempre colpito profondamente nella pratica spirituale delle religioni orientali è la profonda coerenza, l’attenzione alla forma che non è mai formalismo ma esperienza, e il rispetto per la tradizione come è stata tramandata dalle origini con il costante sforzo di conservarla e ritrasmetterla viva, così come è stata ricevuta, a chi verrà dopo.
    Io sono ortodosso e dunque il magistero papale come le istanze del concilio vaticano secondo rappresentano, per me, la continuità con quel pensiero che ha causato lo scisma della chiesa unica, dunque non le accetto come verità, ma non faccio guerre per questo, solo dissento ed essendo un peccatore lo faccio a volte, o spesso, in modo sbagliato.
    Vedi, lo Yoga non è una tecnica, è una Via, il fatto che venga usato in molteplici modi; come ginnastica del benessere, come metodo di concentrazione per migliorare le proprie qualità psicofisiche o il proprio studio o per integrare una pratica religiosa che ha perso molto della sua disciplina originaria, non ne fa qualcosa di diverso da quello che è, cioè un mezzo di realizzazione indu, nato e sviluppato nel seno della tradizione indu, (anche se nella sua parte più interiore, quella più prossima al termine del cammino, supera le determinazioni formali, così dice l’Advaita Vedanta almeno).
    E’ seducente, affascinante e forse un cammino spirituale elevatissimo, ma non è quello cristiano, per lo meno non lo è mai stato fino agli ultimi decenni in occidente.
    Io credo che se qualcuno rispetta e ama veramente le manifestazioni spirituali e religiose di tutto il mondo, farebbe bene a partire dalla propria e scoprire nel seno della propria tradizione quello che gli capita di guardare con desiderio, giustificato, onesto, nelle altre, in questo modo compie un’opera di amore e di verità.
    Se invece di leggere i veda o gli yogasutra si leggesse San Dionigi l’Aeropagita, o la Filocalia si avrebbe una migliore comprensione e della propria fede e delle altre.
    Non serve quindi che mi spieghi perchè lo yoga è bello e profondo o quanto assomiglia all’esperienza della preghiera di Ignazio di Loyola, il mondo è stato creato da Dio, dunque è pieno di bellezza, ma come non approvo che si mangino ciliege a Natale, neanche condivido che si preghi Gesù diversamente da come ci ha insegnato lui e gli Apostoli e i Padri dopo di lui.
    Ma sono poi i frutti che faranno riconoscere l’albero e per il momento è un fico sterile che ti scrive queste cose.
    Perdonatemi ancora l’intemperanza e buona Pasqua a tutti

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  7. Ci vorrebbe anche un po’ piu’ di pragmatismo. Su molti temi il magistero di Gesù si riduce a poche frasi suscettibili di innumerevoli interpretazioni. Il Vangelo indica delle “linee guida” ma i dettagli sono tutt’altro che definiti e forse impossibili da definire, come dimostra, nei secoli, il proliferare di Chiese Cristiane e di dispute teologiche.

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  8. Intervengo su questo tema, molto affascinanti, segnalandovi dei link che mi paiono decisamente interessanti, e che evidenziano approcci cristiani alla preghiera in forma meditativa, tesa ad escudere le interferenze dell’eccesso di pensiero razionale: gran parte di queste riflessioni sono portate avanti da frati benedettini e/o trappisti americani.
    http://www.kyrie.com/cp
    http://www.contemplativeoutreach.org/site/PageServer
    http://www.youtube.com/watch?v=v6BVvGQS-wc (e altri video simili su padre David Steindl-Rast)
    http://en.wikipedia.org/wiki/The_Cloud_of_Unknowing (dove si fa riferimento alle origini medievali di questa forma di approccio spirituale cristiano)

    Un caro saluto,
    Giovanni A.

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  9. Grazie carissimo Giovanni di queste preziose indicazioni.

    I territori della spiritualità sono in grande fermento, e ciò che conta, come dice anche Mario, sono i frutti.
    Ciò che vediamo nei nostri Gruppi sono tante persone che scoprono la preghiera, o che riscoprono una preghiera davvero profonda.
    Ho svolto un corso di due anni per soli frati/sacerdoti, ed essi, dopo pochi mesi di meditazione, si stupivano di scoprire quanto rumore mentale ci fosse nelle loro preghiere ordinarie.
    Per chi avesse curiosità sussiste un sito dei nostri gruppi:
    http://www.darsipace.it

    E frutti di questo tipo sono ormai tantissimi, in tutto il mondo.
    In Italia indicherei i gruppi e i libri di P. Gentili (barnabita), di p. Schnoeller (cappuccino), di p. Mazzocchi (saveriano), e di p. Ballester (gesuita).
    In particolare, Mario, ti consiglierei (avendo tua moglie buddhista) di dare un’occhiata al lavoro di Luciano Mazzocchi, che da decenni coniuga in modo delicato e profondo lo Zen con l’Eucaristia.

    Se poi lo Zen o lo Yoga siano hinduismo e buddhismo in senso stretto, oppure pratiche integrabili in altre tradizioni, è proprio il tema di questa ricerca comune, è in fondo la questione da affrontare e su cui migliaia di persone (sia cristiane che hindu e buddhiste) si stanno impegnando da decenni, e su cui sussiste ormai una bibliografia imponente e serissima, fatta di esperienze concrete e radicali.
    Non si risolve cioè con una presa di posizione aprioristica e dogmatica, che si illuda di chiudere un argomento che in realtà non si è nemmeno incominciato a comprendere nella sua vastità.

    Nel mio libro provo a mostrare, sulla scia di una tradizione yogica occidentale, che è quella di Blitz, e da cristiano praticante, che lo yoga non è strettamente connesso con l’hinduismo, ma può diventare uno strumento preparatorio per la preghiera cristiana.

    A queste domande d’altronde, che ci occuperanno per tutto il prossimo secolo, sarà solo un amoroso dialogo a rispondere, un dialogo fatto tra persone curiose e aperte, profondamente radicate nella propria tradizione e proprio per questo libere di imparare anche dalle altre.

    Il grande teologo cattolico Romano Guardini scriveva: “Forse Buddha sarà l’ultimo col quale il Cristianesimo dovrà confrontarsi. Ancora nessuno ha approfondito la sua importanza per i cristiani. Forse Cristo non ha avuto soltanto un precursore proveniente dall’Antico Testamento, Giovanni, l’ultimo dei profeti, ma anche uno fiorito nel cuore della cultura antica, Socrate, ed un terzo che rappresenta in Oriente il supremo vertice dell’acquisizione e del trascendimento religioso, Buddha”.

    Che libertà! Che respiro ampio!
    E’ il Signore della storia, è Cristo che ci sta facendo conoscere le grandi tradizioni spirituali, che ci sta facendo riconoscere tra di noi.
    E’ un evento provvidenziale, non casuale.
    Tutte le ricchezze spirituali della terra confluiscono.
    Grande è i lavoro che ci aspetta.

    Anche la lettura della Bibbia (lo dico per Carla) si arricchisce di tempo in tempo, e migliaia di persone ci testimoniano che le pratiche meditative orientali le hanno aiutate anche ad entrare in una lettura spirituale delle Scritture.
    Rinvio per questo in particolare al libro interessantissimo di un gesuita giapponese:
    Kakichi Kadowaki, Lo Zen e la Bibbia.

    Tanti affettuosi auguri di respirare sempre più intensamente quello Spirito di Dio che soffia dove vuole, e spesso da dove meno ce lo aspetteremmo.

    Marco Guzzi

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  10. Per esempio, chi è malato, sofferente nel corpo potrebbe avere gli stessi benefici di chi è sano, se praticasse un tipo di meditazione orientale? Se no, non sarebbe un’ingiustizia? Alcuni avrebbero una vicinanza col Signore facile, altri l’avrebbero con la sofferenza; da più parti però si dice che la sofferenza ha una ragione, e soprattutto con l’esempio della croce, e oltre all’esempio di Gesù c’è quello dei martiri e degli innocenti. Senza tralasciare il fatto che anche la sofferenza psichica fa parte di noi e non è così facile da scavalcare. Non si corre il rischio di fare una disparità di trattamento tra alcuni, i favoriti dalla meditazione, e gli altri?

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  11. Qualunque esercizio di concentrazione da benefici, non è su questo che si discute, trovo molto più vicina alla mia esperienza la domanda di Carolo; si potrebbe dire, e trovo in questo conferma nelle parole di Madre Sincletica, Eremita del deserto egiziano dei primi secoli, che la sofferenza e la malattia prendono il posto dell’ascesi.
    La cosa più importante per un cristiano è il Corpo di Cristo e la partecipazione alla sua vita, sofferenza e gloria, ogni tecnica che non partecipi misticamente di questa presenza sacramentale, quindi interna alla Chiesa, intimamente connessa all’insegnamento cristiano, può avere effetti psicofisici notevoli, ma dove e in quale Parola troviamo la certezza che ci sia anche una partecipazione spirituale? io questo non lo so, quello che so è che essere cristiani significa appartenere totalmente a Cristo e a lui solo, tutto quello che avviene al di fuori di questa esperienza mistica non ho la presunzione di giudicarlo, in un senso o nell’altro, di ogni “spiritualità” che incontro mi chiedo; è di Cristo? e se non è di Cristo, di chi è?.
    Nel Racconto di un pellegrino russo si incontrano due figure; il pellegrino che entra nella profondità della preghiera del cuore, (che è una tradizione apostolica), e un uomo la cui esperienza spirituale è la lettura di un solo capitolo dei Vangeli ogni giorno, esperienza che non solo l’ha condotto fuori dal baratro dell’etilismo, ma che lo ha portato ad un livello spirituale pari a quello dell’ascetico pellegrino.
    Il risultato è lo stesso, e questo sbalordisce sulle prime il pellegrino, che vuole sapere di questa esperienza, che trova meraviglia nella salvezza di un fratello.
    Io credo che si possa trovare il significato di questo incontro, (tra due esperienze così diverse in un’unica verità), nel fatto che è la presenza di Gesù Cristo che trasforma le anime e non il tipo di disciplina che si segue.
    Entrambi quegli uomini hanno incontrato Gesù e partecipano del suo corpo, sono accesi del suo amore e questo fatto è totale.
    Gesù non ci chiede di perfezionare le possibilità della nostra mente, ma di aprire a lui, senza condizioni, il nostro cuore, questo lo si può fare anche dal letto di un ospedale, anche senza cercare in tutti gli angoli del pianeta le discipline di meditazione più sottili, la vita spirituale è una terapia spirituale e la guarigione è conformarsi al Corpo di Cristo.

    A proposito di Zen e Cristianesimo, visto, Marco, che mi sono servito di un riferimento così personale, è proprio vedendo nella pratica quotidiana l’una e l’altra strada, che posso assicurarti che non riesco a vederci punti in comune.
    Anche se la nostra pratica ha migliorato sensibilmente, dal punto di vista della serenità reciproca, il nostro rapporto, ci sono alcuni aspetti della meditazione Zen che non potrei mai assimilare alla preghiera cristiana, (e lo stesso dice Aura della mia religione rispetto alla sua), a meno che si voglia manipolare e trasformare quella pratica in qualcosa di totalmente diverso e fare lo stesso con la mia.
    Non si tratta di chiusura dogmatica, umanamente accettiamo tutto e tutti, ma lo Sposo è uno, le pecore riconoscono il loro pastore, e se siamo in Gesù Cristo lui è in noi e anche il Padre che è in lui sarà in noi, siamo un popolo di sacerdoti, la preghiera cristiana è sacerdotale e sacramentale, non useresti la cerimonia del the per consacrare l’Eucarestia, e allora perchè pensi di usare altre preghiere e altre pratiche per avvicinarti a chi ti ha dato il suo corpo per farlo?
    perchè pensi che la preghiera sia separata dal corpo liturgico della chiesa, tanto da poterla sostituire con preghiere di altri corpi, che hanno forse più braccia e più teste, o che sono vuoto e vacuità?

    Naturalmente non voglio convincere nessuno, ma un dubbio mi sento di porlo.
    Buona pasqua

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  12. Grazie a Marco per i suggerimenti bibliografici. Personalmente, sono cristiano, e sento il sacramento dell’Eucaristia e l’unione con l’Amore il fondamento unico di tutto. Ritengo però che le vie per avvicinarsi a questa unione siano misteriose, e concordo con Fabrizio nel dire che, stante la fonte originaria, va bene qualsiasi tecnica. Però l’importante è considerare – o ritrovare – questa fonte dentro di noi, non solo fuori. Un prete, nella mia zona a Firenze, un’omelia ha più o meno detto: “Che ci venite a fare in chiesa, se Dio non lo incontrate dentro di voi?” Ora, le modalità di questo incontro, credo – ma mi pare che lo dicesse anche Karol Wojtyla – sono assolutamente personali. Da qui l’assoluta opportunità del richiamo alla filosofia socratica, al “gnothi sautòn”, “conosci te stesso”, perché in ultima analisi credo che il nostro incontro con Dio lo realizziamo nella scintilla intima del nostro cuore, nella nostra vocazione spontanea, quello (e chi) che veramente amiamo perché lo amiamo, e non per convenienza, calcolo, assuefazione od opportunità sociale.

    Bello poter scambiare queste idee.

    A presto,
    Giovanni A.

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  13. Carissimi, sì, è davvero bello riflettere insieme su come avvicinarci alla bellezza e alla beatitudine di Dio e alla perfezione dell’umanità divina di Cristo.

    Anche per me “la realtà è Cristo” (Col 2,17), e tutta la mia vita ruota da sempre intorno al mistero dell’Incarnazione della Parola.
    In fondo non ho scritto di altro, né in poesia né in prosa.
    E sono pure nato il 25 di marzo…

    Ma Cristo è più grande di ciò che ne sappiamo.
    E proprio in quanto è la Realtà, il suo Corpo è spontaneamente inclusivo, non escludente: assimila, trasforma, porta a compimento, non rigetta.
    E poi lo riconosciamo operante in noi solo dai frutti: chi ama è in Dio, e chi non ama, e magari fa la comunione tutti i giorni (come Pinochet), non è in Dio.

    Ora io sostengo soltanto che OGGI, per comprendere e vivere il mistero di Cristo, per renderlo attivo in noi più integralmente, possiamo, non dobbiamo, ma è possibile servirci anche delle sapienze orientali, come della sapienza psicologica, d’altronde.

    Io vedo nei nostri Gruppi crescere la pace, la gioia, la fede in Cristo, la libertà interiore, la disponibilità all’amore e alla comprensione, anche attraverso un serio e prolungato lavoro di autoconoscimento psicologico, che dipani i morsi delle antiche ferite familiari.

    Per quanto riguarda il dolore e la meditazione, essi non sono affatto in antitesi.
    E’ molto importante che noi cristiani non avanziamo critiche superficiali a queste tradizioni millenarie.
    Davvero pensiamo che una pratica che dura da 2500 anni non abbia affrontato il tema della sofferenza nella stessa pratica? del dolore che guarisce?
    Un grande maestro zen del XX secolo, Yamada-Roshi, diceva ai suoi allievi: “quando voi gioite gioisce l’universo. Quando voi soffrite, allora è l’universo a soffrire”.

    Il cristiano del XXI secolo è chiamato a diventare un mistico, diceva Rahner.
    Ebbene l’esperienza spirituale cristiana consiste nel vivere il mistero pasquale/battesimale: morire (con Cristo) per vivere in pienezza (in Cristo).
    Le tecniche orientali ci aiutano a sperimentare meglio la prima fase, il morire, lo spegnimento del nostro ego e di tutte le sue illusioni di possesso concettuale della verità.
    Sono, almeno per me, preparazione alla preghiera, non sostituzione, né commistione: semplice preparazione, svuotamento delle arroganze, anche teologiche, dell’ego.

    Così come, ad esempio, lo studio obbligatorio della filosofia nella formazione dei presbiteri.
    Nessuno si sogna di dire che studiare Platone confonda la nostra fede.
    Anzi la approfondisce.
    Così una buona educazione meditativa e un buon lavoro psicologico approfondiscono la fede.
    Ovviamente se c’è…
    Questa per me non è solo una teoria, ma un’esperienza quotidiana, confermata ormai da centinaia di persone in tutta Italia.
    E nel mondo da infinite esperienze analoghe in ogni continente.

    Rallegriamoci, allora, ed esultiamo: il Signore sta facendo nuove meraviglie, non abbiamo proprio niente da temere.
    L’Oriente viene a ricordarci la serietà del morire iniziatico, dello spegnimento dell’ego, del vero silenzio; affinchè in questa purezza mariana la Parola si faccia carne.

    Auguri. Marco Guzzi

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  14. Una cosa o due:
    ho praticato yoga per 15 anni, anche con maestri indiani, uno dei quali bravissimo.
    Ho letto una quantità di libri su spiritualita & filosofie orientali.
    Mi rimane sempre in testa la frase di una antica scrittura indù: Esistono 84.000 yoga…..
    Oppure quella frase di un maestro zen: Ognuno ha il suo zen. C’è gente che pratica yoga da anni e non sa cosa sono i chakra e ne nega l’esistenza, c’è chi ci basa tutta la sua pratica, c’è chi fa kundalini yoga altri che non sanno cosa essa sia Kundalini, chi fa solo Hata Yoga, che dice sapere cosa sono i Kriya, chi dice che un maestro gli ha rivelato nascostamente un kriya segreto, chi manifesta a pochi adepti figure geometriche Yantra come essenze del mondo, con poteri magici, chi recita 108 mila mantra, chi no, chi al potere dei mantra non crede affatto. Alcuni yogin non si possono vedere, tra loro, e si picchiano quando si incontrano.
    Insomma lo Yoga non è univoco, ce ne sono davvero 84.000 e forse molti di più.
    Io credo, per esperienza, che l”unione con l’Assoluto” non sia stato mentale univoco, tant’è vero che, in una scrittura indiana vengono elencati 12 stadi di samadhi.
    (con tutto ciò l’Assoluto dei cristiani sicuramente non è quello degli indiani), per di più io credo che la cosiddetta “Unione con l’Assoluto” non sia che un’unione profonda con sè stessi, ovvero uno stato mentale privilegiato, rarissimo a conseguirsi, in cui cessano le “vritti” le perturbazioni mentali, cioè il nirvana qui e ora, su questa terra, non altrove.

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  15. Carissimo, mi verrebbe da dire che le cose non sono poi tanto diverse nel cristianesimo…
    anzi forse esistono milioni di cristianesimi, basti pensare alla storia degli ultimi secoli, ma anche ad un qualunque Consiglio Pastorale di parrocchia…

    ma forse è anche questo il bello: la verità si dà a noi umani in tanti modi, si incarna nelle nostre psicologie, storie, carni, si diversifica, eppure resta Una Sola….

    Auguri. Marco Guzzi

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  16. Va bene tutto, se non contraddice il vangelo, tutto ciò che c’è nel vangelo, in cui si parla di una porta e da quella soltanto entra il Pastore delle pecore, e che dice che chiunque modificherà anche il minimo dei precetti sarà considerato minimo nel regno dei cieli.
    Di altre finestre o porte non parla anche se oggi sembrano essere innumeri anzi ne parla ma dice che da lì entrano i lupi travestiti da agnelli, la chiesa, quindi la sua forma peculiare è la porta, anche la porta per entrare in se stessi, che poi è il termine della ricerca, non la premessa, mi sembra.

    Non dimentichiamo, nell’excursus globale delle tecniche, l’Islam che dice che tutto il mondo è muslim, o la tradizione ebraica che dice che il popolo eletto è uno solo, per par condicio.
    Ognuno fa la sua strada, ma io personalmente mi porrei la questione di confrontarmi anche con il rigore che Cristo ha insegnato, oltre che con la sua misericordia di cui abbiamo sempre bisogno, le opportunità spirituali non dovrebbero portarci ad un opportunismo spirituale, la Casa di Dio e la porta del Cielo sono un luogo terribile, anche questo è scritto.
    Buona risurrezione a tutti

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  17. – Rallegriamoci, allora, ed esultiamo: il Signore sta facendo nuove meraviglie, non abbiamo proprio niente da temere.

    Questo entusiasmo mi fa simpatia! 🙂

    – la Casa di Dio e la porta del Cielo sono un luogo terribile, anche questo è scritto

    Allora tutti brandiscono in aria rotoli di papiro, tavolette di legno, pezzi di cuoio, liste di tela; e si spingono l’un l’altro.

    I CERINZIANI: Abbiamo il Vangelo degli Ebrei!
    I MARCIONITI: Il Vangelo del Signore!
    I MARCOSIANI: Il Vangelo di Eva!
    GLI ENCRATITI: Il Vangelo di Tommaso!
    I CAINITI: Il Vangelo di Giuda!
    BASILIDE: Il trattato dell’anima!
    MANETE: La profezia di Barcuf!

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  18. Mi sono ricordato del modo di intendere il corpo da parte di due grandi scrittori: Tolstoj, Il Padrone e il Lavorante; Flaubert, La Leggenda di San Giuliano Ospitaliere.
    E anche di Gesù che nell’orto del Getsemani “suda sangue”, e, prima ancora, piange di dolore con le sorelle di Lazzaro.

    A cosa serve questo corpo?

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  19. Carissimi,
    non so chi abbia ragione e non lo voglio nemmeno sapere…..So solo che più ci si apre verso l’infinito e si cerca il ricongiungimento con la fonte originaria di tutto il creato …più ci si accorge che siamo parte di una cosa sola. Quindi più ci si eleva, qualsiasi sia la strada, più cessano i conflitti tra tecniche, fedi, religioni, razze e ci apre a una comprensione e un amore verso i nostri simili incondizionato. Sono felice di poter entrare con la stessa disinvoltura in una Chiesa, in un tempio buddista, o in una sinagoga…perchè alla fine il tempio è in ognuno di noi se lo sappiamo trovare….
    Ho visto semplici contadini con un livello di coscienza molto alto e con una luce particolare negli occhi…persone semplici, che mi hanno aperto il cuore con un loro semplice sguardo.
    E persone colte e intelligenti che si battono ancora su questioni come “la via giusta da seguire” come si parlasse di squadre di calcio.
    Ma tra coscienza e intelligenza c’è un divario enorme…..

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  20. (Da http://www.vatican.va)

    GIOVANNI PAOLO II

    UDIENZA GENERALE

    Mercoledì, 8 luglio 1987

    1. “Abbà, Padre mio”: tutto ciò che abbiamo detto nella precedente catechesi ci permette di penetrare più profondamente nell’unico ed eccezionale rapporto del Figlio col Padre, che trova la sua espressione nei Vangeli, sia nei Sinottici, sia in Giovanni, e in tutto il Nuovo Testamento. Se nel Vangelo di Giovanni sono più numerosi i passi che mettono in rilievo questo rapporto (si potrebbe dire “in prima persona”), nei Sinottici (Mt e Lc) si trova però la frase, che sembra contenere la chiave di questa questione: “Nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare” (Mt 11, 27 e Lc 10, 22).

    Il Figlio, dunque, rivela il Padre come Colui che lo “conosce” e lo ha mandato come Figlio per “parlare” agli uomini per mezzo suo (cf. Eb 1, 2) in modo ulteriore e definitivo. Anzi: proprio questo Figlio unigenito il Padre “ha dato” per la salvezza del mondo, affinché l’uomo in lui e per mezzo di lui raggiunga la vita eterna (cf. Gv 3, 16).

    2. Molte volte, ma specialmente durante l’ultima cena, Gesù insiste nel far conoscere ai suoi discepoli di essere unito al Padre con un legame di particolare appartenenza. “Tutte le cose mie sono tue e tutte le cose tue sono mie” (Gv 17, 10) dice nella preghiera sacerdotale, accomiatandosi dagli apostoli per andare alla sua passione. E chiede allora l’unità per i suoi discepoli attuali e futuri con parole che mettono in risalto il rapporto di tale unione e “comunione”, con quella esistente solo tra il Padre e il Figlio. Domanda infatti: “Che tutti siano una sola cosa. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato. E la gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, perché siano come noi una cosa sola. Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità e il mondo sappia che tu mi hai mandato e li hai amati come hai amato me” (Gv 17, 21-23).

    3. Pregando per l’unità dei suoi discepoli e testimoni, Gesù nello stesso tempo rivela quale unità, quale “comunione” esista tra lui e il Padre: il Padre è “nel” Figlio e il Figlio “nel” Padre. Questa particolare “immanenza”, la reciproca compenetrazione – espressione della comunione delle persone – rivela la misura della reciproca appartenenza e l’intimità della reciproca relazione del Padre e del Figlio. Gesù la spiega affermando: “Tutte le cose mie sono tue e tutte le cose tue sono mie” (Gv 17, 10). È una relazione di reciproco possesso nell’unità di essenza, e nello stesso tempo è una relazione di dono. Difatti Gesù dice: “Ora essi sanno che tutte le cose che mi hai dato vengono da te” (Gv 17, 7).

    4. Si possono cogliere nel Vangelo di Giovanni i segni dell’attenzione, della meraviglia e del raccoglimento con cui gli apostoli ascoltarono queste parole di Gesù nel cenacolo a Gerusalemme alla vigilia degli eventi pasquali. Ma la verità della preghiera sacerdotale era stata in qualche modo da lui espressa pubblicamente già in antecedenza nel giorno della solennità della dedicazione del tempio. Alla sfida dei convenuti: “Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente” Gesù risponde: “Ve l’ho detto e non credete; le opere che io compio nel nome del Padre mio, queste mi danno testimonianza”. In seguito Gesù afferma che coloro che lo ascoltano e credono, appartengono al suo ovile in forza di un dono del Padre: “Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco . . . Il Padre mio che me le ha date è più grande di tutti e nessuno può rapirle dalla mano del Padre mio. Io e il Padre siamo una cosa sola” (Gv 10, 24-30).

    5. La reazione degli avversari in questo caso è violenta: “I Giudei portarono di nuovo delle pietre per lapidarlo”. A Gesù che domanda per quali opere provenienti dal Padre, e da lui compiute lo vogliono lapidare, essi rispondono: “Per la bestemmia e perché tu, che sei uomo, ti fai Dio”. La risposta di Gesù è inequivocabile: “Se non compio le opere del Padre mio, non credetemi; ma se le compio, anche se non volete credere a me, credete almeno alle opere, perché sappiate e conosciate che il Padre è in me e io nel Padre” (cf. Gv 10, 31-38).

    6. Notiamo bene il significato di questo punto cruciale della vita e della rivelazione di Cristo. La verità sul particolare legame, sulla particolare unità che esiste tra il Figlio e il Padre, incontra l’opposizione dei Giudei: Se tu sei il Figlio nel senso che risulta dalle tue parole, allora tu, essendo uomo, ti fai Dio. In tal caso tu pronunci la più grande bestemmia. Gli ascoltatori dunque hanno compreso il senso delle parole di Gesù di Nazaret: come Figlio egli è “Dio da Dio” – “della stessa sostanza del Padre” -, ma proprio per questo non le hanno accettate, e anzi le hanno respinte nel modo più assoluto, con tutta fermezza. Anche se nel conflitto di quel momento non si giunge alla lapidazione (cf. Gv 10, 39), tuttavia all’indomani della preghiera sacerdotale nel cenacolo Gesù sarà messo a morte sulla croce. E i Giudei presenti grideranno: “Se tu sei Figlio di Dio, scendi dalla croce” (Mt 27, 40), e commenteranno con scherno: “Ha confidato in Dio; lo liberi lui ora, se gli vuole bene. Ha detto infatti: sono Figlio di Dio!” (Mt 27, 42-43).

    7. Anche nell’ora del Calvario Gesù afferma l’unità col Padre. Come leggiamo nella Lettera agli Ebrei: “Pur essendo figlio, imparò l’obbedienza dalle cose che patì” (Eb 5, 8). Ma questa “obbedienza fino alla morte” (cf. Fil 2, 8) era l’ulteriore e definitiva espressione dell’intimità della sua unione col Padre. Infatti, secondo il testo di Marco, durante l’agonia in croce “Gesù gridò . . . “Eloi, Eloi, lamà sabactani?”, che significa: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mc 15, 34). Questo grido – anche se le parole svelano il senso dell’abbandono provato nella sua psicologia di uomo sofferente per noi – era l’espressione della più intima unione del Figlio con il Padre nell’adempimento del suo mandato: “Ho compiuto l’opera che mi ha dato da fare” (cf. Gv 17, 4). In quel momento l’unità del Figlio col Padre si manifestò con una definitiva profondità divino-umana nel mistero della redenzione del mondo.

    8. Ancora nel cenacolo Gesù dice agli apostoli: “Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se conoscete me, conoscerete anche il Padre” . . . Gli disse Filippo: “Signore, mostraci il Padre e ci basta”. Gli rispose Gesù: “Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto (vede) me ha visto (vede) il Padre . . . Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me?” (Gv 14, 6-10).

    “Chi vede me, vede il Padre”. Il Nuovo Testamento è tutto solcato dalla luce di questa verità evangelica. Il Figlio è “irradiazione della sua (del Padre) gloria”, è “impronta della sua sostanza” (Eb 1, 3). È “immagine del Dio invisibile” (Col 1,15). È l’epifania di Dio. Quando si fece uomo, assumendo “la condizione di servo” e “facendosi obbediente fino alla morte” (cf. Fil 2,7-8), nello stesso tempo divenne per tutti coloro che l’hanno ascoltato “la via”: la via al Padre, col quale è “la Verità e la Vita” (Gv 14, 6). Nella faticosa ascesa per essere conformi all’immagine di Cristo, i credenti in lui, come dice san Paolo, “rivestono l’uomo nuovo . . .”, e “si rinnovano, per una piena conoscenza di Dio” (cf. Col 3, 10) secondo l’immagine di Colui che è “modello”. Questo è il solido fondamento della speranza cristiana.

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  21. Penso che al giorno d’oggi, in una società allo sbando sopratutto per quel che riguarda il benessere interiore, sia assolutamente importante toccare il cuore della gente attraverso esempi concreti o esperienze personali. Mi riferisco ad esempio a figure carismatiche che incarnano pienamente con la loro vita il messaggio che professano. Oppure a esperienze mistiche personali che possono passare, perchè no, anche attraverso cose come la meditazione.Io ad esempio medito pur riconoscendomi profondamente cristiana. La bibbia è un libro bellissimo, la tengo accanto al mio letto….ma il messaggio che porta pur essendo vero rimane per lo più incomprensibile per la maggior parte della gente. Rispondere a quesiti spirituali con le parole della bibbia a volte vuol dire rimandare tutto ancora ad un livello molto mentale. Ma l’accesso ai misteri non è mentale….ecco il grande successo di discipline orientali che ti portano all’esperienza diretta al contatto personale con qualcosa di intangibile e meraviglioso; che ti trasforma. Se solo l’uomo imparasse ad unire le forze invece che a farsi la guerra come è sempre stato, forse cambierebbe qualcosa. Chissà veramente se Cristo avrebbe approvato tutto questo prevaricarsi…..

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  22. Dire le cose non è prevaricare. Il mio difetto è quello di non entrare in punta di piedi in casa d’altri, e questo me l’hanno già fatto notare. Tu, Maria, vedi una partita di calcio tra due squadre, però a me non pare sia così. Comunque mi scuso se non sono entrato in punta di piedi. Non sono un buon cristiano, so però, per merito di qualche approfondimento che mi piace fare, che Dio ce lo rivela Gesù, e per questo penso che non c’è bisogno, come invece mi pare dica tu, che andiamo a cercare nell’alto dei cieli, cosa che tra l’altro non mi pare intendesse l’autore dell’articolo. Sicuramente però la mia conoscenza non mi permette di andare oltre, e chiedo scusa di nuovo, ma Gesù è risorto, perché allora andare a cercare lontano con la meditazione, quando è presente nel mondo, vicino a noi? Ripeto che sono un pessimo cristiano, e se lo dico è perché lo so da me, perché non è facile in mezzo alle cose del mondo essere un buon cristiano; farò allora più attenzione prima di commentare e mi ricorderò – spero – di entrare nei post in punta di piedi. Grazie.

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  23. Alla fine del XIII secolo in Francia venne pubblicata l’enciclopedia di Diderot e D’alembert, circa negli stessi anni venne pubblicata a Venezia l’enciclopedia della preghiera del cuore; la Filocalìa.
    Vi sono raccolti gli scritti di coloro ai quali “il Figlio ha voluto rivelare” la strada per giungere alla presenza di Dio, alla fusione con lui, quella che sola può essere chiamata propriamente Teologia.
    E’ una vera enciclopedia, che raccoglie il metodo mistico dei Padri antichi e meno antichi, che hanno percorso la stessa via, universale e personale.
    E’ spesso semplice e pragmatica, altre volte l’approssimazione per esprimere l’inesprimibile dell’esperienza mistica è un po’ più complessa, (anche paradossale, per evitare forse che ci si costruisca un’idea di Dio che diventi un idolo), ma sostanzialmente un testo che chiunque può leggere.
    Io credo che si debba almeno avvicinare questo patrimonio spirituale, che in occidente prende la polvere, prima di avventurarsi in esotiche e forse nebulose avventure nelle discipline psicofisiche estirpate dalle loro sedi naturali.
    Poi, ognuno faccia le sue scelte, ma prima di cercare oltremare, proviamo a guardare sotto il letto o sotto la credenza della cucina.

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  24. Per Mario Pandiani
    Ma cos’è che ti spaventa così tanto delle tecniche orientali? Ti sei chiesto perchè ne hai tanta paura? Eppure i grandi della Chiesa non si sono mai tirati indietro quando c’era da contaminarsi con le altre forme di sapienza. Non ne aveva paura San Paolo che ci dice esplicitamente di prendere il buono che c’è in ogni esperienza altrui e scartarne il peggio. Non ne avevano i Padri della Chiesa, che non hanno esitato a saccheggiare il pensiero di due pagani (Aristotele e Platone) per costruire l’edificio della teologia cristiana. E il grande Maurizio Ricci, il gesuita che conquistò la Cina coniugando il confucianesimo con il cristianesimo. Non ne avevano colossi della fede come San Ignazio di Lojola (che attingeva le tecniche dalla tradizione esoterica del Rinascimento e dalla mistica islamica), nè San Giovanni della Croce. Citi giustamente la filocalia: ma di chi è la responsabilità se una delle rare tecniche di avvicinamento a un dialogo profondo con il Signore è, come dici, sotto la polvere? Come mai la filocalia è più conosciuta e praticata nel mondo esoterico che nelle parrocchie? Non pensi, ancora una volta, che è la paura della mistica, dei silenzi insostenibili dall’ego, a rendere così poco viva tanta pratica di preghiera tra i cattolici?
    Francamente fatico a capire tanto puntuto terrore da santa inquisizione: qui si sta semplicemente dicendo, volete pregare davvero, volete adorare il Cristo senza pensare alle telefonate da fare, alla litigata col capufficio o a cosa comprare per cena? Una piccola tecnica, legata al respiro e al battito del cuore (chiamala filocalia o zen o meditazione buddista o quello che ti pare), basta che ti aiuti a concentrare la mente su quel momento di sacro presente: davvero pensi che sia cosa sgradita a Dio?
    Finora, da tutte le tue risposte, mi sembra che giri intorno alle questioni e non rispondi a questa semplice, banale domanda.

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  25. Secondo me c’è questo rischio. Non si può isolare uno spicchio di benessere e poi tornare nella vita di tutti i giorni tra telefonino e agenda. Queste tecniche se sono rivolte a tutti sono rischiose perché io posso credere di elevarmi ma invece sto solo ascoltando il mio ego.
    Scusate ero entrato nella “disputa” solo per dire due cose e adesso mi tolgo.

    Carolo / Nerone

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  26. Non mi spaventano le tecniche orientali, mi spaventano i supermarket dello spirito, che poi spaventare non è la parola giusta.
    Sono d’accordo con te Massimo, la mistica e il silenzio sono ciò di cui si nota l’assenza nel mondo cattolico, (fatte le opportune eccezioni), non so bene cosa ci facciano negli ambienti esoterici con la filocalia, ma so cosa se ne è sempre fatto nel mondo ortodosso, si è usata per imparare a pregare come pregavano gli apostoli e i padri.
    Il mondo ortodosso non ha conosciuto la triste e lunga vergogna dell’inquisizione, e conosce bene l’oppressione e la persecuzione, se consideri la violenza che ha subito nei secoli ti sarà più facile capire perchè ha trovato nell’ortodossia, cioè nella corretta pratica della fede, la forza che gli ha permesso di non soccombere da un lato e di non cedere alla secolarizzazione dall’altro (fatte le opportune eccezioni).
    Per noi l’immagine di Gesù, la sua icona, è pari al Credo e ad altre verità irrinunciabili della fede cristiana, le posizioni e i modi della preghiera sono descritti nelle icone oltre che nell’insegnamento dei padri e hanno valore liturgico, così come non si fanno le preghiere eucaristiche con parole proprie o di altre religioni, non preghiamo con le tecniche e modi di altre religioni.
    Tutto questo però non è una sclerosi, un attaccamento formale al dettato tradizionale, (non sarebbero rimasti che pochi e sparuti conciliaboli di tradizionalisti incartapecoriti), ma esperienza viva e ogni giorno rinnovata e confermata nella pratica.
    Ora io non so esattamente cosa significhi in ambito cattolico essere cristiano, le strade e le posizioni contrastanti sono legione, ma non è questo che ha predicato San Paolo, quanto a Platone e Aristotele è più corretto dire che la chiesa delle origini ha ereditato un vocabolario, ma le idee dei due grandi filosofi pagani differiscono alquanto dalla fede cristiana, anche se in certe espressioni troviamo un’apparente somiglianza, l’idea, ad esempio che ci sia uno spirito luminoso e buono e un corpo tenebroso e malvagio è incompatibile con quanto insegnano le scritture, ma sarebbe un discorso lungo.
    Conosciamo bene anche un altro fatto importante, che la chiesa ha patito nella pelle dei fedeli, cioè che ogni innovazione e cambiamento, dogmatico o pratico, rispetto alla forma che si è data nei primi concili ecumenici, ha prodotto divisioni e sofferenze, fino ai giorni nostri.
    Per questo ho rilevato nell’abitudine di costruirsi una religione “fai da te” un certo disagio, mediamente nessuno di noi ha una mente libera e cristallina e la tendenza dell’anima di quello che San Paolo chiama “l’uomo vecchio” è di trovarsi modi nuovi e vie inusuali che non lo mettano in discussione ma che invece, alla fine, assecondano le sue inclinazioni e debolezze.
    Questo però lo riferisco a tutti, la più pura ortodossia può essere vanificata da una sola tentazione e, come nell’icona di San Giovanni Climaco, anche chi è ad un gradino dal paradiso può precipitare nell’inferno.
    Sai cosa dicono i padri della preghiera di Gesù; “Signore Gesù Cristo, Pietà di Me”, ripetuta incessantemente nella preghiera esicasta? che è divisa in due parti, nella prima, dicono, c’è tutto il vangelo e nella seconda, tutto ciò di cui l’uomo ha bisogno, per questo è regolata sull’inspirazione la prima e sull’espirazione la seconda, i due moti del respiro in queste parole trovano un senso ben più profondo della loro semplice funzione fisiologica.
    Un caro saluto
    Mario

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  27. Carissimi, permettetemi ancora due o tre precisazioni:

    il libro che ho pubblicato interpreta le tecniche orientali come possibili preparazioni alla preghiera cristiana, sulla scia di esperienze ormai consolidate;

    qui non c’è perciò alcun supermarket spirituale, ma un dialogo rispettoso e profondo tra tradizioni millenarie, senza mai annacquare la propria identità (a questo punto non posso che suggerirvi di leggere tutto il libro per comprendere meglio questa posizione…);

    nella mia vita ho studiato e approfondito i classici della spiritualità cristiana, sia orientale che occidentale, dalle origini fino a oggi, con amore e grande e continuo apprendimento; questo non toglie nulla all’arricchimento che viene da altre tradizioni;

    sulle chiese ortodosse non minimizzerei le loro crisi, la loro rissosità e incapacità di unione. Il teologo ortodosso Olivier Clément scrive: “La Chiesa ortodossa, malgrado gli sforzi di Costantinopoli, appare così de facto come una confederazione di patriarcati tra i quali la sfiducia e la rivalità hanno spesso la meglio sull’aiuto reciproco”.
    Non è un segno di spiritualità cristiana molto viva e profonda…

    Tutti dobbiamo convertirci e riformarci.
    Se con il Rosario o la preghiera del cuore ci santifichiamao, troviamo la nostra pace in Cristo, siamo felici con nostra moglie, e impariamo a pregare per i nostri nemici, bene così, alleluja.
    Se per raggiungere questi stessi scopi spirituali ci può aiutare una preparazione yogica alla preghiera o un buon lavoro psicologico sulle nostre rigidezze difensive, bene così, alleluja.

    Con affetto. Marco Guzzi

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  28. Ti ringrazio Marco di esserti occupato di tematiche così interessanti e spero di trovare il tuo libro in libreria per acquistarlo.
    Forse tutto il nocciolo della questione gira su due aspetti:
    -da una parte c’è il concetto classico di FEDE, ossia “fidarsi” di quello che è scritto nelle scritture sacre e di tutto quello che ci dice di fare la religione.Non dico che sia errato, le religioni hanno avuto un ruolo importante: quello di preservare antiche verità e di educare l’uomo al bene. Ma da qui’ sappiamo tutti che gli i quattro vangeli canonici sono stati selezionati dal concilio di Nicea da uomini di potere. In reltà ne esistevano molti di più. Allora chi a deciso per chi? Per non parlare delle traduzioni o delle interpretazioni stesse dei passi della bibbia….insomma è rischioso arroccarsi su posizioni confermate da antichi testi perchè per me è ancora tutto un mondo da scoprire…..
    -dall’altra un bisogno dell’uomo moderno di sperimentare e di andare a cercare la verità. Questo significa un mettersi continuamente in discussione e essere aperto a ricevere anche da tradizioni diverse; capire che in reltà siamo piccoli di fronte ai grandi misteri e non abbiamo altro che da imparare. Questo umiltà e apertura, questo fare il vuoto per farsi “coppa dello spirito” per me è un aspetto che ti permette di crescere. Chi si arrocca su convizioni legate al “sentito dire” si autolimita….In questo caso si parla di un concetto di Fede legato più allo stupore, alla meraviglia, all’accorgersi. Credo che la religione abbia poco a che vedere con il singolo individuo…..ognuno deve fare lo sforzo per elevarsi.
    Penso che sia arrivato il momento di riscoprire Cristo in maniera diversa; ognuno nel proprio cuore. Ne abbiamo abbastanza delle prediche della domenica. C’è il bisogno di riappropriarci di una ritualità ricca di significato, di una partecipazione emotiva all’eucarestia come probabilmente era anticamente.
    Per capire queste cose purtroppo ho dovuto fare dei grandi giri pindarici….perchè pensavo che la religione cristiana non potesse darmi le risposte che cercavo.In realtà ero io che dovevo andare in luoghi della terra e tradizioni diverse per capire meglio anche la mia religione d’origine. Religione che purtroppo nei secoli si era svuotata dei significati originari e era diventata un grande strumento di potere…..

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  29. La preghiera del cuore non la conosco, eppure ho un’educazione cattolica; so che nel cuore nessuno può leggere, nemmeno gli angeli, perché solo Dio sa cosa c’è nel cuore dell’uomo. Certe volte ho avuto voglia di dire le cose perché mi sembrava giusto dirle, perché pensavo che gli altri non le vedessero nella maniera giusta; tuttavia ora penso che non mi riguarda, perché non so cosa c’è nel cuore di chi scrive e di chi legge, nemmeno so cosa c’è nel mio cuore, pertanto non posso fare altro che sperare che, io e gli altri, noi possiamo aprirci ad una parola vera di conforto, e continuare ad aver fede nella giustizia di chi conosce il nostro cuore meglio di noi stessi.

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