Franco Romanò, L’epoca e i giorni

Sabato 18 aprile 2009 alle ore 18.00 l’Associazione culturale per la formazione e la ricerca (Via Antonello Da Messina, 8, Roma) ospita la presentazione della raccolta poetica L’epoca e i giorni (Viennepierre 2008) di Franco Romanò. Interventi critici di Marcello Carlino, docente di Letteratura italiana alla Sapienza, e di Fabio Pierangeli, docente di Storia del teatro a Tor Vegata. Letture di Mimmo Valente.

Da L’epoca e i giorni, Viennepierre edizioni 2008

Sezione prima: Viatico

Le chiatte che sul Reno e la Mosella
scivolano lente e piatte, sembrano
dire fermati, non andare in fretta,
segui con noi la corrente del fiume
che lente ci porta alla nostra meta:
d’ogni legno conosciamo il peso
come un tempo i cavalli ogni pietra.
……………………………………
Noi lo guardammo insieme tutto questo
l’onda che s’increspa ne porta il segno
reclama a sé lo sguardo, lo trattiene e
schiaccia come quel carico pesante
che una fila di barche porta appresso.
……………………………………….
Oh poterle vedere quelle chiatte
risalire l’opposta direzione
vuote, intatte, pronte ad accogliere
di nuovo il nostro sguardo. Ma l’ansa è
lì che attende un’altra volta, lo scarto
minimo, così sembrava allora, un
semplice passaggio, ma nel salto
dal pontile qualcosa cadde in acqua
………………………………………
Neppure il tempo di voltarsi e già sul
treno che parte in fretta nella calca
delle mani che tremano festose
in mezzo alle bandiere di Franconia
tutto si mischia tutto si cancella,
la stazione toglie il fiume dalla vista
accelera il tempo lineare
corre via il convoglio verso
Coblenza, Mannheim, Mainz, Colonia…

*

Golfi di Liguria

Il mare alzato ad urlo
respinto dalla roccia ma non vinto
che ritenta e si estenua nella corsa
la cui meta non è invadere ma scoglio
mi parve dalla strada
che domina dall’alto mare e terra
poema arcano scritto in altra lingua.

Golfi di Liguria, bonsai marini
merletti e guglie ricamate
sulla veste danzante della terra
parlate a noi coi vostri segni
dell’identica passione.

E se una luce, un punto esiste, dove
il tumulto in armonia si compone
è là quasi all’orizzonte
dove Portovenere e Palmaria,
animali mansueti, si cercano nell’acqua
così come le dita nell’affresco,
ma lasciano fluttuare
l’anello che li lega
come una barca che in libertà si chieda
se il terzo sia la rada o il mare aperto.

*

Luni

Sempre ci partoriva l’Appennino
nella conchiglia verde
aperta fra i giganti e il mare
e ad ogni sosta lievitava dalla terra
una piantagione di pietre;
la città sognante si destava
e insieme a lei il pianto
dei nostri figli diveniva adulto
così che fra le pietre e loro e noi il filo
correva il nesso che tutti lega
nella collana sontuosa del tempo…
Nulla sapevo allora di liguri apuani,
imperatori romani, donne
forti come uomini e uomini
forti come animali.
Doveva cambiare la stagione
e Luni ormai cresciuta
si distaccò da me come i miei figli.

Ora che la ritrovo nella fabula
della giovane vestale
si sgrana la collana nelle sue perle
come una pioggia che nutre la terra
e si vorrebbe allora restare, sognando
di rinascere con loro un’altra volta…
E già appare, in lontananza, la Maremma.

*

Primavere

L’otto di marzo la farfalla stava
sul ciglio di una via di montagna
un po’ languiva, un poco respirava.
Vivere forse non poteva così
fuori stagione, eppure c’era,
apriva il mantello da gran dama
inarcava il dorso, danzava…
Vinto lo stupore lente umana
misurava splendore e trasparenza
mentre il pensiero sorvolava…
…………………………………
D’un tratto la farfalla s’alza e vola,
disegna la rotta del suo andare
ignara e beffarda di chi scava
attaccato come un’ostrica al concetto.
Un sì soltanto poteva seguirla
nel moto frammentario di una lingua
che non sa la geometria.

Oh Icaro sfiancato che ti alzi
ogni mattino e sogni l’orizzonte
ti sia compagno il volo maldestro
di chi nell’ora qualunque cerca un oltre.

*

Inedita e senza titolo

Ho sentito dire che una volta in
Portogallo esisteva un umano misto:
Neanderthal abbracciato a sapiens sapiens.
Sono scettici gli scienziati,
discuteranno all’infinito e armati
di lenti, statistiche e teorie
combatteranno battaglie campali.
Ma quando tutto sarà finito
nel libro delle certezze, loro ritorneranno
là dove accadde quella cosa che a dirla
fa anche un poco ridere:
come fra un cavallo un po’ focoso
e un’asina certa nasce un mulo
e poi finisce tutto.
Eppure loro hanno creduto e l’hanno fatto
in una notte forse senza luna
nella foresta ostile. Con loro
non c’era ancora la parola, ma suoni
strappati al silenzio, gesti strappati alla paura.
Con loro non c’era la parola
la poesia sì e cullava
fuochi e mani, versi futuri, faville
sulla soglia di un limbo animale
in mezzo ai fuochi, alle felci, all’ossidiana.

Nota. La poesia è ispirata dal film La guerra del fuoco di Gèrard Brach, sull’evoluzione che portò alla selezione del tipo umano sapiens sapiens.

*

Prefazione
di Guido Oldani

Certo che, ad ogni rilettura, il lettore si modifica nei confronti del testo, o è quest’ultimo a variarsi in quanto collocato in un’altra situazione successiva di tempo e luogo? Uno dei due, muta, o entrambi? É questa la intrigata sensazione che coglie a leggere i versi espansivi de L’epoca e i giorni, essenziale raccolta, a lungo differita, di Franco Romanò, dopo la primogenitura, toccata nel 1995, alla pur non giovanilissima Le radici immaginarie. Variazioni fra il primo e il secondo libro forse sì. La parlata si fa più rapita di schiarimenti ed essenzialità. Non c’è un testo né un verso in più del necessario. Starei per dire, neppure pausa in più del dovuto. Dunque Romanò, catturato dalla solarità di un suo e non suo sud ed anche un po’ dall’interiorità d’Oriente, rifulge per il senso della scorciatoia della dizione, che è propria della sua nordica narratività che, grazie al cielo, non deve per forza equivalersi con la parabola della Linea Lombarda, sempre negata nei periodi di abbondanza per gli autori implicati, sempre invocata nei frangenti di necessità di salvazione degli stessi. La scrittura di Romanò, certamente apparentata a quella del suo romanzare altrove coevo, si modula secondo una sapienzialità minima, quasi di bisbiglio. Si tratta della temperata oralità del pellegrino del mondo, a volte nella persona dell’io narrante, a volte in quella di un approdato da chissà dove mai; dove il geografico prende la parola nel dialogo fra paesaggio e poeta. Il mondo, come una palla in una reticella, è avvolto da meridiani e paralleli, che sono vie coatte di libertà. E la farfalla è parente di Icaro, all’utopista che sa rinviarsi nel tempo, mentre l’armento muove come le chiatte fluviali, e i passi che rintoccano il tempo, trovano la loro legittimità in quelli che li hanno preceduti, anticipandola a quelli che generazionalmente, verranno. É questa la sobria cantabilità, o anche questa, che Romanò ci tratteggia, mentre insieme abitiamo il paese-mondo, districandone i percorsi, tentando di dirli in brevità, con l’abbreviazione della vitalità, lo scandimento di una metrica naturalmente goduta, sopraggiunta come profitto di questi anni di ricerca, onnipresente assente del poetico fabbricare.

4 pensieri su “Franco Romanò, L’epoca e i giorni

  1. Versi impastati di tradizione poetica novecentesca alta, con richiami, anche, a un certo Ottocento. Credo che l’allusione di “Viatico” alla carducciana “Davanti a San Guido” e, insieme, al “Bateau Ivre” di Rimbaud, sia espressamente voluta dall’autore.

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  2. Molte e vivissime congratulazioni a Franco Romanò per queste belle,dense poesie che non conoscevo e che conosco adesso grazie a “La poesia e lo spirito” che propone sempre testi di alta qualità. Mi affascina in particolare il tema e la sua espressione poetica tradotta in “sapienzialità minima, quasi di bisbiglio”, come afferma Guido Oldani.
    Un caro saluto a Franco, Guido e Fabrizio
    lucetta frisa

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  3. Il libro di Franco Romanò, che ho letto per intero, esplora i sentieri impervi e spesso scivolosi del mito: lo fa con esiti non sempre omogenei, ma con costante, intatta autenticità – a differenza di tanta pseudo-mitopoiesi poetica contemporanea, spesso ripetitiva ed infarcita di facile, “immaginale” retorica dell’archetipo. Un altro grande merito del libro di Romanò è quello di…non scrivere mai “su ordinazione della storia”. Ma questo mio giudizio è….disonesto, in quanto preso di peso dai versi stessi dell’autore, come mi auguro presto leggerete voi stessi. Alessandra Paganardi.

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  4. Completo il messaggio precedente con un’osservazione sulla particolare tonalità che il libro di Romanò, a mio avviso, cerca e trova nel mito: la definirei una – quasi pavesiana – “serietà”. In senso appunto pavesiano, cioè di ritorno negli stessi luoghi, di ri-petizione. Così io l’avverto: mi rendo conto che sintetizzare in due parole non è facile, ma credo che questa sia una delle poche vie ancora valide e possibili per proporre il mito in poesia. Alessandra.

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