Marino Magliani, “La tana degli Alberibelli”

Recensione di Alberto Pezzini

Marino Magliani, “La tana degli Alberibelli” – ed. Longanesi, 2009 – pagg. 329 – euro 18,00

Parlare, o scrivere di Marino Magliani, è semplice. Uomo è di alba, o di tramonto, ma anche di sera. E’ un uomo complicato. Perché nella sua estrema semplicità possiede cento anime. Tutte chiare, sbozzate alla luce del mare, senza complicazioni. Ha fatto di tutto nella vita. Quello che non smette di fare, è lo scrittore. Oggi molte persone scrivono. Più di quanti non leggano. E’ un refrain assurdo ma vero. Magliani non è un accademico, ma probabilmente ha dentro il sangue della letteratura alta. Quella che non ha bisogno di trasfusioni. O ce l’hai, oppure no. Non ci sono alternative. Per questo la sua voce, all’inizio, è stata percepita poco in termini commerciali. Forse perché il timbro era eccessivamente letterario. E la gente fa fatica a leggere di letteratura senza una patina che sia congegnata per vendere. Magliani non è mai stato un venditore di se stesso. Perché ha un’ispirazione troppo naturale per potere essere gestita in una direzione di pura vendita.
A volte però la vita ti fa degli scherzi speciali. Ti regala quello che non ti aspetti. A volte la vita è quello che ti capita quando hai altri programmi, come diceva John Lennon. Nel suo nuovo romanzo, “La tana degli Alberibelli”, Marino Magliani ci regala una deviazione anche nella previsione delle vendite. Magliani, questa volta, senza tradire sé stesso né il suo registro malinconico con garbo, ha scritto un libro destinato a vendere alquanto. Ne sono certo.
La trama è complicata, ma lo stile leggero, come vetro trasparente. La lingua sa di Liguria: si vedono le campagne, il mare che brilla, l’aria tersa di certe mattine in cui la Corsica è più di un fantasma. Il plot è una macchina vorace. Il lettore è preso al lazo fin dal primo capitolo e non sente stanchezza.
C’è una storia antica di partigiani. Una donna che tradisce, una sorta di presenza misteriosa, due partigiani, una morte. Un porto che sta nascendo, un debito mai pagato con una storia contemporanea non ancora risolta in tutte le coscienze. Una malinconia leggera. Ma il di più è altro. Magliani ha distillato una lingua unica. E’ una musica semplice, una lingua senza asperità, dove il lavoro di limatura non è nulla, se lo si pensa per chi ha un dono naturale. Magliani ha una Liguria interiore che non ha perduto in Olanda. Si è quasi affinata. E’ divenuta più sottile, e più rimbombante dentro di lui. Sembra che il filo con cui è legato al mare di Imperia, per esempio, non sia un filo esile, o fragile. E’ un filo di acciaio, uno di quei fili di ragno con cui le vigne si legano al bastonetto come con l’acciaio. Solo che stavolta la lingua ha trovato uno sbocco nuovo, più ampio anche dal punto di vista della riuscita narrativa. Ha trovato un punto in cui incanalarsi naturalmente. E così è nato una sorta di giallo che giallo non è. E’ un libro misterioso, ecco, dove conta di più il non detto che quanto si dice apertamente. Solo che una certa malìa ha preso Magliani e gli ha fatto scrivere delle pagine imprendibili, all’apparenza. In realtà, ti frega più la natura ipnotica che quanto lo scrittore voglia dirci di vecchie lotte partigiane. Gli odi, ed i debiti dei partigiani, sono un volano. Molto fa l’aggancio con la realtà attuale, e la costruzione di un porto è un’occasione ghiotta per compiere molte letture in controluce. Solo che il lettore si sente a volte perso in questo gioco di incastri. Ce ne sono molti, e sono sempre divisi a metà tra uno spionistico elegante ed il letterario. C’è il sospetto che la Liguria di Biamonti abbia dato alla luce una sorta di nuovo genere. Magliani è convinto di avere scritto un libro come gli altri suoi precedenti. Dove antichi odii, e passioni mai consumate, fanno sì che la vita abbia sempre un senso di mai perfetta finitudine. Sembra che le pagine di Magliani, i suoi personaggi, le sue storie e le vite che fa vivere non siano mai terminate. Il dolore ha sempre fame del domani, nei suoi romanzi. Però stavolta il dolore è anche fiamma da bruciare per la curiosità. Perché il dolore è una passione umana, o forse universale, organica agli esseri viventi. Magliani ha ricevuto in dono due doni:la scrittura e un senso antico, atarassico, del dolore. Lo sa far rivivere distillandolo e facendolo appassire senza patire. Riesce a relegarlo dentro personaggi che, se hanno sofferto, non mostrano di aver perduto né speranza né voglia di ricordarsene. Ecco perché era così difficile, prima di oggi, confrontarsi con un romanzo alla Magliani. Perché lì dentro c’era traccia umana troppo spessa. Lì il dolore a Magliani sembrava non costare nulla, tanto ne aveva.
Con questo libro, invece, sembra che la dimensione sia diventata quella della sofferenza, che il soffrire allo stato puro sia diventato più capace di gestirsi: il dolore sembra essere stato “incolonnato”.
Il romanzo ha delle morti che sembrano poco chiare. Questo perché l’intreccio è molto intricato. Solo che alla fine quell’intrico, quel nido così perfido di sentimenti che scottano sulla pelle come una dannata ferita da guerra diventa il mezzo per ottenere uno schiarimento finale veramente liberatorio. E’ come quando si tiene il respiro tanto dentro e tanto rattenuto da sprigionare poi quasi un soffio di libertà, quando si mollano i polmoni.
Magliani in questo caso è “furbo”. Lascia, ogni tanto, dei segnali, alla fine di qualche capitolo. Sono dei piccoli pezzi di plot, delle briciole lasciate in giro, per dare una dritta precisa al lettore. Facendo così, e non essendo mai chiaro nelle indicazioni, il romanzo si tinge di un’aria generale di mistero. Tanto impercettibile quanto efficace. E’ quell’aria che rende più di morti e cadaveri massacrati a colpi di falce da un serial killer. E’ la stessa differenza tra una donna nuda alla luce meridiana ed una coscia che saetta sotto una gonna dentro una calza autoreggente.
E’ un giallo ligure che vola alto. Il bello è che del giallo forse non ha nulla. Ma il lettore è catturato dal libro come se fosse, in effetti, un giallo. Tenete presente che la malìa dura per quasi tutto il volume, ponderoso come un bell’ulivo di costa ma scritto in caratteri attraenti. Come la lingua di Magliani. Su questo punto va spesa ancora una parola e poi si chiude.
Vi dicevo prima del dono di Magliani. Uno è la scrittura. Non creata a scuola, né in accademici laboratori. Marino ha il dono di sentire da lontano, quando scrive. Non è che senta voci lontane o di persone perdute. Perché ogni scrittore è aedo di se stesso e di quanto la vita gli doni. No. Marino Magliani è un sensitivo delle parole liguri. E’ un uomo al quale sembra che il mare abbia trasmesso il dono della chiarezza dell’acqua. Le parole gli vengono giù come al mare quando le onde ti arrivano ai piedi e ci vedi attraverso. Se pensate che anche in Olanda una delle mete interiori di Magliani è una lunga passeggiata sulla sabbia davanti al Mare del Nord, non mi prenderete per pazzo. Ci sono esseri umani che hanno un po’ di mare misto a sangue. Come le sirene. Possiedono il verbo umano, ma la rotondità delle parole, la loro forza impressiva viene dal mare, da un mondo dove i tradimenti non si possono fare, perché l’acqua li fa vedere subito e li smaga naturalmente. Marino Magliani è così. Sirena ligure che canta dalle sabbie del nord, ha un orecchio da sirena, ed è incapace di tradire. Ecco perché sa scrivere così chiaro, ed ecco perché si è meritato un romanzo così. Bello come il mare e semplice come i liguri di una volta. Perché le parole, a volte, non servono. Ma certi romanzi, quando li hai presi in mano, non te li puoi più dimenticare. I marinai lo sanno. E Magliani di nome si chiama Marino.
P.S.: La chiusa del libro sembra un fotogramma alla Ingrid Bergman e vale – da sola – un film intero.

7 pensieri su “Marino Magliani, “La tana degli Alberibelli”

  1. Trovo questa recensione interessantee ben scritta, con varie condivisioni; è vero che “Il bello è che del giallo forse non ha nulla. Ma il lettore è catturato dal libro come se fosse, in effetti, un giallo. Tenete presente che la malìa dura per quasi tutto il volume, ponderoso come un bell’ulivo di costa ma scritto in caratteri attraenti.”

    Mi è piaciuto anche “Marino Magliani, è semplice. Uomo è di alba, o di tramonto, ma anche di sera. E’ un uomo complicato.”

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  2. Alberto è riuscito a cogliere delle sfumature importanti del lavoro e del carattere di Marino come autore. Ancora una volta ha messo il dito dove un’opera ci tocca, nella pancia e nel cuore.

    Giovanni A.

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  3. Marino/sirena mi giunge nuovo, però è bello a suo modo.
    E’ una buona recensione che ha afferrato parecchio del mondo, del modo di comunicare di Marino.
    Trovo giustissimo l’accenno allo stile di Marino che lipperlì ti sembra semplice, liscio, naturale invece è un distillato, un prodotto di un lungo lavoro di decantazione, testi che ti prendono per vie traverse.
    E’ come lui prendesse su, prima, per uno di quei suoi sentieri invisibili tra forre e fasce, e poi emergesse al sole dell’opera compiuta offerta a noi come un bel raccolto/racconto di olive mature.

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  4. belìn alberto, dopo questa recensione cosa potrò dire a genova, la prossima settimana, del libro di marino? saccheggerò a man bassa, salvo dissentire su due punti (per il resto mi entusiasma): 1) anche se non ho ancora finito di leggerlo, secondo me questo è un puro, straordinario esempio di noir mediterraneo, non solo perché è noir ed è mediterraneo, ma soprattutto perché è profondamente politico (come Montalban, Izzo e Carlotto, per capirci)
    2)belìn belìn belìn, magari mi sbaglio e davvero alludevi alla Ingrid sul finale che non ho letto ancora, ma temo si tratti di Ingmar, o no? Hasta la victoria siempre, companeros. Bruno Morchio

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