Walt Whitman

walt_whitman11

da Walt Whitman, Foglie d’erba, Ed. Demetra,  traduzione di Alessandro Quattrone, 1997

*
COME, said my soul,
Such versed for my Body let us write (for we are one),
That should I after death invisibly return,
Or, long, long hence, in other spheres,
There to some group of mates the chant resuming,
(Tallying Earth’s soil, trees, winds, tumultuous waves,)
Ever with pleas’d smile I may keep on,
Ever and ever yet the verses owning – as, first,
I here and now, Signing for Soul and Body, set to them my
name.

Walt Whitman

*
Ascolta, disse la mia anima,
scriviamo per il mio corpo (in fondo siamo una cosa sola)
versi tali
che se, da morto, dovessi invisibilmente tornare sulla terra,
o in altre sfere, lontano, lontano da qui,
e riassumere i canti a qualche gruppo di compagni
(in armonia col suolo, gli alberi, i venti, e con la furia delle onde),
io possa ancora sentire miei questi versi,
per sempre, come adesso che, per la prima volta, io qui segno il mio nome
firmando per l’anima ed il corpo

Walt Whitman

Me Imperturbe

ME imperturbe, standing at ease in Nature,
Master of all or mistress of all, aplomb in the midst of
irrational things,
Imbued as they, passive, receptive, silent as they,
Finding my occupation, poverty, notoriety, foibles,
crimes, less important than I thought,
Me toward the Mexican sea, or in the Mannahatta or
the Tennessee, or far north or inland,
A river man, or a man of the woods or af any farm-life
of these States or of the coast, or the lakes or
Kanada,
Me wherever my life is lived, O to be self-balanced for
contingencies,
To confront night, storms, hunger, ridicule, accidents,
rebuffs, as the trees and animals.

*

Io imperturbabile

Io, imperturbabile, sto bene nella Natura,
padrone di tutto o signora di tutto, sicuro di me nel mezzo
delle cose irrazionali,
permeato come esse, passivo, ricettivo, silenzioso come
esse,
scopro che la mia occupazione, la povertà, la fama, i
punti deboli, i delitti, sono meno importanti di
quanto pensassi,
io, verso il mare dl Messico, o a Mannahatta, o nel
Tennesse, o nell’estremo nord, o nell’interno,
un rivierasco, o un abitante dei boschi, o un fattore in
uno di questi stati, o della costa, o dei laghi, o del Canada,
dovunque io trascorra la mia vita, oh essere equilibrato
in ogni circostanza,
affrontare la notte, le tempeste, la fame, il ridicolo, gli
accidenti, i rifiuti, come fanno le piante e gli
animali.

da ‘Il Canto di me stesso’

50

There is that in me – I do know what it is – but I
know it is in me.

Wrench’d and sweaty – calm and cool then my body
becomes,
I sleep – I sleep long.

I do not know it – it is without name – it is a a word
unsaid,
It is not in any dictionary, utterance, symbol.

Something it swing on more than the earth I swing on,
To it creation is the fiend whose embracing awakes
me.

Perhaps I might tell more. Outlines! I plead for may
brothers and sisters.

Do you see O my brothers and sisters?
it is not chaos or death – it is form, union, paln – it is
eternal lifes – it is Happiness.

*

C’è questo in me – non so che cosa sia – ma so che è in
me

Contorto e sudato – il mio corpo poi diventa calmo e
fresco, ed io dormo – dormo a lungo.

Non lo conosco – non ha un nome – è una parola non
detta,
non si trova in nessun dizionario, in nessun simbolo, in
nessuna espressione.

Qualcosa lo fa oscillare più che la terra dove oscillo io,
la creazione è la sua amica che mi sveglia con un
abbraccio.

Forse potrei dire anche di più. Abbozzi! Io tutelo i miei
fratelli e le mie sorelle.

Vedete, fratelli miei, sorelle mie?
Non è caos, non è morte – è forma, unione, piano, – è
vita eterna – è Felicità

da ‘Calamus’

Here the frailest leaves of me

HERE the frailest leaves of me and yet my strongest
lasting,
Here I shade and hide mu thoughts, I myself do not expose them,
And yt they expose me more than all my other poems.

Qui le più fragili mie foglie

Qui le più fragili mie foglie, e tuttavia quelle che più
forti resisteranno,
qui copro e nascondo i miei pensieri, non voglio
rivelarli,
e tuttavia essi mi rivelano più che tutti gli altri miei
versi.

da ‘Meriggio alla notte stellata’

The mystic Trumpeter

HARK, some wild trumpeter, some strange musician,
Hovering unseen in air, vibrates capricious tunes
tonight.

I hear thee trumpeter, listening alert I catch thy notes,
Now pouring, whirling like a tempest round me,
Now low, subdued, now in the distance lost.

Il mistico suonatore di tromba

Ascoltate, uno sfrenato suonatore di tromba, uno
strano musicante,
si libra invisibile nell’aria. Motivi capricciosi risuonano
stanotte.

Ti odo, suonatore, ascolto attentamente e colgo le tue
note,
che ora si riversano, turbinando come una tempesta
attorno a me,
ora basse, smorzate, ora perdute nella lontananza.

da ‘Canti d’addio’

As the Time Draws Nigh

AS the time draws nigh glooming a cloud,
A dread beyond ofI know not what darkness me.

I shall go forth,
I shall traverse the States awhile, but I cannot tell
whither or how long,
Perhaps soon some day or night while I am singing my
voice will suddenly cease.

O book, O chants! must all then amount to but this?
Must we barely arrive at this beginning of us? – and yet
is enough, O soul;
O soul, we have positively appear’d – that enough.

Ora che il tempo è vicino

Ora che il tempo è vicino, una nuvola cupa,
un terrore mai prima conosciuto mi oscura.

Me ne andrò lontano,
attraverserò gli Stati per qualche tempo, ma non so in
che direzione, né per quanto tempo,
forse presto, un giorno o una notte, mentre starò
cantando, la mia voce all’improvviso cesserà.

Oh libri, oh canti! Infine non sarà che questo
il risultato di tutto?
Dobbiamo arrivare semplicemente a questo inizio di
noi? – E comunque è abbastanza, anima.
Oh anima, di certo siamo apparsi – e questo basta.

The Untold Want

THE untold want by life and land ne’er granted,
Now voyager sail thou forth to seek and find.

Il desiderio inesprimibile

Il desiderio inesprimibile, che mai vita né terra
esaudirono,
ora tu, viaggiatore, salpa e va’ a cercarlo, va’ a trovarlo.

da ‘Granelli di sabbia dei settant’anni

To those Who’ve Fail’d

TO those Who’ve Fail’d, in aspiration vast,
To unnam’d soldiers fallen in front on the lead,
To calm, devoted engineers – to over-ardent travelers –
to pilot on their ships,
To many a lofty song and picture without recognition –
I’d rear laurel-cover’d monument,
High, high above the rest – To all cut off before their
time,
Possess’d by some strange spirit of fire,
Quench’d by an early death.

A quelli che hanno fallito

A quelli che avevano alte aspirazioni, e hanno fallito,
ai militi ignoti caduti in prima fila, combattendo,
ai macchinisti tranquilli e fedeli – ai viaggiatori troppo
ardenti – ai piloti nelle loro navi,
ai numerosi sublimi canti o dipinti mai riconosciuti –
vorrei erigere un monumento tutto coperto
d’alloro,
alto, più alto di ogni altro – a quanti furono falciati
prima del tempo,
posseduti da uno strano spirito di fuoco,
spenti da una morte precoce.

The First Dandelion

SIMPLE and fresh and fair from winter’s close emerging,
As if no artifice of fashion, business, politics, had ever
been,
Forth from its sunny nook of shelter’d grass – innocent
The spring’s first dandelion shows its trustful face.

Il primo soffione

Semplice, fresco e bello, spuntando al morire
dell’inverno,
come non ci fossero mai stati artifici di moda, affari,
politica,
dal suo angolo in mezzo all’erba – innocente,
dorato, calmo come l’aurora,
il primo soffione di primavera ci mostra il suo volto
fiducioso.

14 pensieri su “Walt Whitman

  1. Ma a occhio e croce la traduzione è bruttina.
    Comunque a me interessa il testo in lingua originale.

    Ci sono degli errori di battitura nella traduzione: come “plitica” —> politica

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  2. Walt Whitman è sì vero poeta, concordo, ma posso aggiungere 2 delle mie preferite?

    A uno sconosciuto

    Sconosciuto che passi! Non sai con quanto desiderio ti guardo,
    tu devi essere colui che cercavo, o colei che cercavo,
    mi arriva come da un sogno.
    Certamente ho vissuto in qualche luogo una vita di gioia con te,
    tutto è ricordato, mentre passiamo l’uno vicino all’altro,
    fluido, amorevole, casto, maturo,
    sei cresciuto con me.
    Io ho mangiato e dormito con te, il tuo corpo è diventato qualcosa
    Che non appartiene soltanto a te, ne ha lasciato che il mio diventasse mio soltanto.
    Mi hai dato il piacere dei tuoi occhi, del tuo volto, della tua carne,
    mentre io passo, tu ne prendi in cambio dalla mia barba, dal mio petto, dalle mie mani,
    non devo perderti, devo pensarti quando seggo da solo o veglio la notte da solo
    devo aspettarti, non dubito che ti incontrerò ancora
    e a questo devo badare, di non perderti.

    e

    O CAPITANO! MIO CAPITANO!

    O Capitano! mio Capitano! il nostro viaggio tremendo è finito,
    La nave ha superato ogni tempesta, l’ambito premio è vinto,
    Il porto è vicino, odo le campane, il popolo è esultante,

    Gli occhi seguono la solida chiglia, l’audace e altero vascello;
    Ma o cuore! cuore! cuore!
    O rosse gocce sanguinanti sul ponte
    Dove è disteso il mio Capitano
    Caduto morto, freddato.

    O Capitano! mio Capitano! àlzati e ascolta le campane; àlzati,
    Svetta per te la bandiera, trilla per te la tromba, per te
    I mazzi di fiori, le ghirlande coi nastri, le rive nere di folla,
    Chiamano te, le masse ondeggianti, i volti fissi impazienti,
    Qua Capitano! padre amato!
    Questo braccio sotto il tuo capo!
    É un puro sogno che sul ponte
    Cadesti morto, freddato.

    Ma non risponde il mio Capitano, immobili e bianche le sue labbra,
    Mio padre non sente il mio braccio, non ha più polso e volere;
    La nave è ancorata sana e salva, il viaggio è finito,
    Torna dal viaggio tremendo col premio vinto la nave;
    Rive esultate, e voi squillate, campane!
    Io con passo angosciato cammino sul ponte
    Dove è disteso il mio Capitano
    Caduto morto, freddato.

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  3. Grazie per questi versi. Io non conosco l’inglese,dico soltanto che la lettura di questi testi in lingua italiana mi è molto gradita.

    Se il traduttore è anche poeta, come credo sia, ma potrebbe essere un omonimo, colgo l’occasione per un carissimo saluto. Ciao Alessandro!

    jolanda

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  4. Non conosco il traduttore e il poeta Alessandro Quattrone.
    Però mi farebbe piacere approfondirlo, con delle sue liriche se è possibile.

    In ogni caso ritengo Whitman un grandissimo Poeta e non di facile traduzione, per quanto l’immediatezza poetica tipica di Walt possa indurre in errore.

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  5. Non credo che qualcuno metta in dubbio la poesia di Whitman.

    Oltre all’autore di cui sopra, Alessandro Quattrone ha tradotto diversi autori tra cui Colderige,Baudelaire,Verlaine,Rimbaud,Ovidio,Poe.

    Credo altresì che la conoscenza delle sue liriche non sposti di molto l’approccio con la traduzione.Una traduzione ci convince oppure no.

    Ma Fabrizio,sicuramente meglio di me, saprà dire.

    jolanda

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  6. @ Fabrizio

    Grazie Fabrizio. Pensavo conoscessi Alessandro Quattrone, ma vedo che ne sai quanto me.

    Forse tempo fa ho letto delle traduzioni da Verlaine, nelle vecchie edizioni demetra? Non ricordo con precisione.

    Vedrò di scovare qualche notizia in più su Quattrone.

    @ Jolanda

    Infatti le traduzioni non mi convincono. Dico solo che sono un po’ bruttine. Non dico che siano sbagliate. Il senso è quello dato da Quattrone, ma le sue traduzioni mi restituicono non un Whitman di semplicità evocativa, ma au contraire un Whitman sempliciotto.

    Mi piace

  7. su tutti i giornali lunedì 31 maggio 2010 c’era scritto che Clint Eastwood compie 80 anni. E che Walt Whitman ne compie 191 perché non l’ha scritto nessuno?
    Tanti auguri anche a Walt! Lita Camaioni

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  8. Leggo con molto ritardo questo post, ma desidero comunque fare un omaggio al grande Walt e al suo eccellente traduttore, Alessandro Quattrone, poeta in proprio, coi migliori auguri.

    Augusto

    Whitman e il sogno americano

    In “Camden 1892”, Borges descrive il vecchio Walt Whitman , morente , che giace prostrato e bianco nella sua dignitosa e povera abitazione diCamdem ( fu povero per tutta la sua esistenza) , e noi lo osserviamo , come dietro uno schermo , mentre “stancamente guarda il suo volto nello specchio”, con la mano distrutta dai tremiti del parkinson . Sa che “non è lungi la fine e la sua voce dichiara: /quasi non sono, ma i miei versi ritmano la vita e il suo splendore. Io fui Walt Whitman”.
    E Walt Whitman era l’America, – dirà Pound – con la sua crudezza e il suo fetore enorme. E la cavità nella roccia che rimanda l’eco del suo tempo. Egli cantò l’era cruciale dell’America, egli è stato la voce trionfante . E disgustosa. Orribilmente nauseante. Ma porta a compimento la sua missione fino in fondo. Fu un vero genio , perché ebbe sempre un’esatta visione di che cosa egli rappresentava , di quali fossero le sue funzioni. Sapeva di essere un inizio e non un’opera classicamente compiuta, come dirà nella prefazione ad una delle tante edizioni di “ Leaves of Grass” ( Foglie d’erba):”Questo è il canto che io non vi offro completo, ma che vi accenno appena perché, con robusto esercizio, lo facciate vostro. Io non ho fatto il lavoro, né posso farlo. Siete voi a doverlo compiere e a fare del canto che segue quello che esso è”. Ma prima aveva enunciato con chiarezza la propria tematica: “Fra tutte le nazioni comparse in ogni tempo sulla tera, l’americana ha probabilmente la più ricca natura poetica…Qui è qualcosa nelle azioni degli uomini che corrisponde ai vasti moti del giorno e della notte…I poeti americani dovranno assommare in sé così i vecchi poeti e i nuovi, poiché l’America è la razza delle razze” E’ con lui che nasce il sogno americano, è con lui che nasce la poesia americana, con questo autodidatta, educato ai princìpi della democrazia jeffersoniana, questo illuminista con lo sguardo rivolto a terra, che abbraccia e canta il ‘sogno americano’

    Il verso libero

    Niente è mai veramente perduto, o può essere perduto,
    Ma deve affrontare la terribile esperienza della sanguinosa guerra civile, in cui sarà infermiere efficiente dolente e partecipativo, oltrechè cantore. Un ‘democratico’ co stretto a abbandonare il partito che ha tradito i suoi ideali e che trova nel repubblicano Lincoln una risposta positiva, subito messa alla prova dall’assassinio del presidente ( una delle più belle elegie scritte in morte di un presidente ) , che aveva ristabilito l’unità della nazione. Cresciuto nell’età di Emerson e Thoreau, in un’america agraria che sotto i suoi occhi diventa la terra dei Carnegie e dei Mellon, del capitalismo rampante, e mette alla prova i suoi sogni egualitari.
    Il “free verse”, il verso libero di Whitman – scrive Williams Carlos Williams – era un assalto alla fortezza della poesia in se stessa , una sfida rivolta a tutti i poeti viventi, a spiegare per quali motivi non dovessero anche loro scrivere allo stesso modo. Una sfida che ancora dura , dopo centocinquant’anni , che fa proseliti come Allan Ginsberg: “Dove andiamo , Walt Whitman? Tra un’ora chiudono le porte ? Dove si volge questa sera la tua barba?”
    Walt Whitman ha voluto fare per l’America – dice Pavese – quelli che i vari poeti nazionali hanno fatto nei tempi dei loro popoli, e tutto invasato di quest’idea romantica , che lui per primo ha trapiantato in America,egli vede l’America e il mondo soltanto in funzione del poema che li esprimerà nel secolo XIX e tutto il resto al confronto non conta. Egli vive intensamente solo per questa idea , per questa missione. Egli non fece il poema primitivo che sognava , non fu il dio Pan in persona, né il novello Adamo rinato tra noi, ma scrisse il poema di questo suo sogno. Il Song of Myself ( Io canto me stesso)non è forse affatto poesia , ma una delle più stupefacenti espressioni di energia vitale che siano mai entrate in un libro.
    Io celebro me stesso, io canto me stesso,/ e ciò che io vi presumo devi pure tu presumere
    E in te stesso – gli fa eco Ginsberg – tu celebri l’America, caro vecchio Walt. “Io sfioro il tuo libro e sogno la nostra odissea al super-market e mi sento assurdo. Passeggeremo tutta notte per strade solitarie? O gli alberi aggiungono ombra all’ombra, luci spente nelle case, ci sentiremo soli. Cammineremo sognando la perduta America dell’amore lungo automobili azzurre nei viali, verso casa nel nostro cottage silenzioso? Ah, caro padre, grigio di barba, vecchio solitario maestro di coraggio, che America avesti quando Caronte smise di spingere il suo ferry e tu scendesti su una riva fumosa a guardare la barca scomparire sulle acque nere del Lete?”

    I mille mestieri

    E’ tornano alla mente i suoi canti dei mestieri, i poemi del lavoro quotidiano , le ballata di Boston, i canti democratici , i Rulli di tamburo, l’elegia in morte del presidente Lincoln, e tutta la sua unica vastissima raccolta di poesie , “Foglie d’erba” , quel suo unico libro circolare , in cui , – attraverso lui , questo suo profeta di Long Island , questo carpentiere , tipografo ( stampò il libro a sue spese e lo fece con le sue mani) , questo predicatore , giornalista , straordinario infermiere della guerra di secessione – l’America canta se stessa . E’ un inno appassionato e audace , tumultuoso e veemente, che ha ritmi e cadenze di vasto respiro , tali da esprimere quel senso di libertà assoluta , di comunione con la natura e l’umanità, di esaltazione delle forze fisiche e spirituali dell’uomo ( “Ascolta, disse l’anima, scriviamo per il mio corpo”) , che racconta dell’aquila e della nuvola ambigua, delle ali imperiose e dello spazio istantaneo sorrisi e lampi e lacrime. E sogni , atomo di felicità e lenzuoli funebri , dell’uomo che ode se stesso motore in una nuvola ,torri altissime e spettri di fumo . Questo è anche il libro dell’esplodere dell’eros, della la vita e della morte viste da vicino, in cui nasce una poesia nuova che forse non è poesia , ma è vita , vita profondamente radicata nelle vaste pianure nordamericane da cui ogni singola “foglia d’erba” trae energia, una poesia non poesia intensa , profonda, mistica , che ci dice delle possibilità ideali dell’individuo e del mondo in cui vive , che celebra la divinità della natura umana e il miracolo della realtà quotidiana. Un libro circolare , dicevamo , che era , anche fisicamente, l’autore medesimo, Walt Whitman ( chi tocca questo libro, tocca un uomo) , un libro che egli scrisse vivendo la propria vita , un libro che sarebbe cresciuto parallelamente al suo paese (“Alla lunga, il mondo farà quel che vuole del libro”), anche se allora , appena stampato, (siamo nel 1855, centocinquantasette anni fa) se ne vendettero trenta copie. I critici lo ignorarono. Solo Emerson gli scrisse una lettera entusiasta, ma lo rimproverò poi per averla resa pubblica. Pensate che in quello stesso anno furono invece vendute 50 mila copie di Longfellow, e un milione di copie vendette il signor Thimoty Shy Arthur , autore di storie edificanti e di appelli contro l’uso degli alcoolici.
    Walt fu sempre visto dai contemporanei con fastidio ,sospetto e scandalo (era omosessuale, e il suo linguaggio era costellato di metafore sessuali )

    L’omosessualità

    Ho mangiato e dormito con te, il tuo corpo non è più
    solo tuo né ha lasciato il mio corpo solo mio,
    Mi dai il piacere dei tuoi occhi, del tuo viso, della tua
    carne, passando, in cambio prendi la mia barba, il mio petto, le mie mani.
    Walt ,inoltre, era uno che si presentava senza cravatta e in tenuta da lavoratore, un oratore-poeta che denunciava l’instabilità politica del paese e difendeva gli ideali democratici, ma nell’intimo viveva la crisi dell’isolamento, dell’idea della morte e arrivava a prendere coscienza delle sue tendenze omosessuali e autoerotiche, che riuscì a canalizzare , o meglio a sublimare in sentimenti di fratellanza umana , compassione e comprensione.
    Ma il fastidio e sospetto perdurano a lungo, come aveva previsto Williams: infatti il suo centenario della morte (1992) fu festeggiato in sordina nel suo paese, e solo una esigua parte della critica accademica, pur restando le sue poesie nelle antologie scolastiche, continuò ad occuparsi di lui.
    E nemmeno oggi, a centocinquantasette anni dalla pubblicazione di Leaves of Grass, esattamente il 4 luglio 1855, la Independence day , la festa nazionale degli Stati Uniti questo libro che avrebbe segnato la presa di coscienza della letteratura americana , il poema americano per eccellenza , che segna la nascita della nuova poesia americana , dell’età moderna , uno squillo di tromba che avrebbe echeggiato attraverso l’immenso accampamento dell’America , il libro
    insomma più liberatorio della letteratura americana , che finalmente si svincolava da quella inglese, è pienamente compreso, tenendo comunque conto che l’arte di Whitman non è affatto facile e
    sfugge a troppo precise definizioni.

    Il Grande vecchio

    Questo bardo visionario e inquieto poeta dell’io e della collettività, del presente e della democrazia cosmica e panteista , questo poeta della natura e dei sensi , questo autodidatta che aveva smesso di andare a scuola all’età di 11 anni e aveva fatto tutti i mestieri, incontrò allora ( e anche in parte oggi) l’ostilità degli accademici ,accaniti a guardare con una lente di ingrandimento le tessiture strofiche delle sue odi che andavano guardate invece come strade maestre , distese marine, conglomerati urbani. Dai campi lunghi ai primi piani, dalle montagne rocciose ad una culla dondolante, egli seppe rendere qualsiasi cosa poetica , semplicemente elencandola , come disse Ruben Dario, che l’aveva conosciuto:

    Nel suo paese di ferro vive il grande vecchio,
    il bel patriarca, santo e sereno,
    il corrusco cipiglio, d’olimpico splendore
    comanda e conquista con nobile incanto.

    La sua anima pare specchio dell’infinito
    le sue stanche spalle sono degne di manto,
    come arpa scolpita da una vecchia quercia
    come nuovo profeta canta il suo canto.

    Sacerdote che il divino soffio alimenta

    annuncia nel futuro un tempo migliore
    dice all’aquila: « Vola », e, « Voga » al marinaio

    e « Lavora » al robusto lavoratore,
    così va il poeta sulla sua strada
    con superbo rostro imperiale!

    I sogni i sentimenti i progetti il camiciotto da carpentiere , il verme e la farfalla , la lucciola e le stelle, gli attrezzi degli operai , le carrozze,i battelli i fiumi , le città e i bambini , gli amanti che si abbracciano eil miracolo quotidiano del filo d’erba che si erge verso il cielo in sintonia con l’universo e in contraddizione con tutto ciò che cade e muore , anche se è solo apparenza , perché tutto è un eterno presente e un eterno divenire.

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