I mangiatori di colla

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di Filippo Loro
Illustrazione di Elena Miele


La cucina dei mangiatori di colla sembra una camera operatoria. Risplende di mattonelle candide e di teli verdi; profuma di anestetico alla cannella.
Le finestre schermate permettono alla formidabile luce alogena di suggerire la giusta inclinazione dei bisturi. O dei coltelli, che corrono sul legno consumato, sformato a forza di supportare la carneficina, fra i colpi del batticarne e i sussulti del segaccio.

Un contaminuti trilla mentre la pentola trabocca; ah, gli oggetti sono fenomenali, accarezzano l’identità che crediamo di essere anche da lontano, grazie alla loro immanenza per nulla inanimata.
Odore di ossa bollite, l’olfatto dei mangiatori di colla non rifiuta del tutto questo odore di ossa bollite; le narici pizzicano, anche se si tratta di un odore dolciastro, e loro dovrebbero odiarlo. Ma non ci riescono.

Uno schiocco improvviso, il rumore di mandibole che addentano il vuoto. Nella catena alimentare, fra produttori, consumatori e decompositori, i mangiatori di colla fanno parte di una nuova categoria: la nostra. Noi siamo i riciclatori. Trasformiamo gli scarti di materia organica (morta spesso ammazzata) in qualcosa di appetibile, grazie a processi chimici, fotoritocchi e packaging. Uno scalino in più rispetto ai detritìvori, nella catena alimentare, dove i produttori sono sempre più lontani, e i consumatori – chi l’avrebbe mai detto – dei poveri ingenui.

Il gatto che rubò la coscia d’anatra sporgente dalla padella che giaceva innocente sul fuoco, Chichibio e la gru, il rottweiler che staccò i genitali del padrone giocherellone, il brutto anatroccolo che s’illuse di essere un cigno ma che diventò etilista (che tenerezza).
Le astuzie degli animali sono penose, perciò ci divertiamo a renderli ancora più ridicoli.

Ma le ossa che sobbollono sono una festa, grazie al rollio del coperchio che ha in sé il be-bop di Art Blakey e alle gocce di colla schiumanti sull’acciaio inossidabile – che con le ossa, nonostante il nome, purtroppo non c’entra.

La cucina dei mangiatori di colla respira di conservazione della materia, il tavolo sopporta gomiti stanchi di articolare, sul pavimento giacciono pelli di esseri viventi non meglio identificati e il cibo per cani è tutto chiuso nella credenza, sul ripiano più basso, per non contraddire le gerarchie da grande distribuzione e, nel contempo, salvaguardare quel minimo di amor proprio che ancora, nonostante tutto, si ha.

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