“Se la destra cita Gramsci. Invito alla battaglia culturale” di Davide Nota

 

 

“E ora che abbiamo perso, ci vuole Gramsci”. No, non sono le parole del compagno Paolo Ferrero dal palco del congresso nazionale di Rifondazione comunista, né si tratta di un intervento di Fausto Bertinotti dalle pagine di “Liberazione” a seguito della disfatta elettorale del 13 e 14 aprile 2008.

A scrivere che “ci vuole Gramsci, cioè che è necessario un progetto gramsciano anche nel centrodestra” è Angelo Crespi, attuale consigliere del Ministro dei Beni e delle Attività Culturali Sandro Bondi, già docente di “Storia del giornalismo” presso l’Università Cattolica di Milano e collaboratore dei quotidiani “Il Giornale” e “Il Foglio”.

E’ il 15 aprile del 2006, e l’Unione di Romano Prodi ha da poco (e di poco) vinto le elezioni politiche, alla Camera e al Senato.

Dalle pagine del settimanale di cultura “Il Domenicale”, ideato e finanziato da Marcello Dell’Utri, il direttore Crespi diffonde questa analisi: al centro-destra è mancata “una adeguata politica culturale per creare quel consenso indispensabile per ottenere la rivoluzione liberale che si preconizzava nel 1994 e poi nel 2001 […]. Solo attraverso la cultura può realizzarsi una vera rivoluzione […]”.

Infine, un dichiarato attacco al pluralismo (malattia infantile del centro-destrismo): “Quando si è trattato di scegliere uomini, dare prebende, incardinare esperti nei vari settori della cultura, ci siamo comportati da ingenui liberali”. Traduzione: occorre organizzare un monopolio culturale che tolga ossigeno alla sinistra. Cioè, non più concedere spazi, né patrocini, né incarichi. Parola di Angelo Crespi, e cioè di Marcello Dell’Utri.

Facciamo ora un salto indietro, arrivando al meeting del 2000 di “Comunione e Liberazione”, a Rimini. Ospiti dell’anno: Silvio Berlusconi e Giulio Andreotti. All’interno del meeting viene allestita una mostra anti-risorgimentale dal titolo “Un Tempo da riscrivere: il Risorgimento italiano”.

Attenzione al verbo-chiave: “riscrivere”, perché sarà proprio questo il punto centrale di tutto l’intero programma culturale del centro-destra italiano dell’ultimo decennio. Intellettuali di diverso pensiero politico, da Scalfari a Montanelli, esprimono preoccupazione. Il cenacolo dongiussaniano risponde con rassicurante pacatezza. E cita Gramsci: “Antonio Gramsci, che non era un chierico, sosteneva che il Risorgimento fu borghese e antipopolare” (Da CL una risposta ai laici, di Giancarlo Cesana).

Vero. Che però Gramsci contesti il Risorgimento borghese da comunista, e non da restauratore della monarchia papalina, sono dettagli che per Cesana non contano.

Stacco di camera: torniamo al 2008. Licio Gelli ha (assurdo, vero?) un programma su “Odeon Tv”, dove riformula simpaticamente la storia del Fascismo (“Sono nato fascista e morirò fascista”), loda l’operato della Loggia massonica P2 e consegna pubblicamente il testimone a Silvio Berlusconi: per il completamento del Programma di Rinascita democratica “l’unico che può andare avanti è Silvio Berlusconi”.

Primi ospiti della trasmissione “Venerabile Italia”: Giulio Andreotti e Marcello Dell’Utri. Nomi che tornano…

Ora: accantoniamo momentaneamente questa storia, ed entriamo in una libreria alla ricerca di un bel libro di poesia. Tra le novità editoriali degli ultimi anni vi è certamente la collana di Poesia de “Il Saggiatore”, a cura di Davide Rondoni.

Copertine colorate, titoli attraenti. Si tratta per la precisione di titoli molto interessanti, soprattutto per un lettore “impegnato”, alla ricerca delle pietre miliari della letteratura (chiedo venia per la necessaria banalizzazione) “di sinistra”: alla ricerca cioè di una poesia critica, di contestazione. C’è Arthur Rimbaud, c’è Allen Ginsberg. Inoltre: due antologie dall’evocativo titolo: Subway (Poeti italiani underground) e I disobbedienti (Da Teognide a Pasolini: poeti dell’impegno civile). Li compro tutti quanti.

Ma chi è Davide Rondoni?

Poeta bolognese e giornalista de “L’Avvenire”, milita sin da ragazzo in “Comunione e Liberazione”, fedele allievo di Don Giussani. Opinionista spesso legato alle campagne più ideologiche della destra italiaca, è uomo ultimamente legato al Ministro Sandro Bondi, a cui ha anche regalato, nel 2007, la pubblicazione del terribile libello poetico Perdonare Dio, con sua piuttosto generosa nota prefazionale.

Dopo la vittoria di Berlusconi, alle politiche del 2008, Rondoni approda finalmente al “Tg1”, dove non di rado si possono ascoltare le sue opinioni culturali.

Utilizzando una categoria gramsciana probabilmente cara a Crespi, Rondoni è un intellettuale organico al Popolo delle libertà.

Che senso ha, dunque, una collana di poesia “di sinistra”, a cura di un intellettuale della destra di governo?

Arrivo alla tesi di questo pezzo: in atto è, lo abbiamo visto, un processo di “riscrittura” della Storia d’Italia, dal Risorgimento al Secondo Stato degli anni ’70 (P2, Gladio, servizi deviati), passando naturalmente per la storia del Fascismo e della Resistenza.

Un piano fondamentale di riscrittura e diffusione di una Storia del Novecento in chiave piduista e clerico-fascista (Mussolini, occorre ricordarlo, fu sorretto dalla Loggia massonica P1: la storia del Secondo Stato ha una sua coerenza).

Attiguo a questo processo di “riscrittura” vi è, secondo me, un progetto secondario ma non meno insidioso, che consiste nella “neutralizzazione” delle radici culturali, novecentesche, della Sinistra italiana.

Si vuole cioè minare sin dalle fondamenta l’identità stessa della Sinistra italiana, attraverso una continuativa azione di disinformazione storiografica e dequalificazione terminologica.

Tutte le false notizie diffuse negli ultimi mesi su Gramsci (ucciso dai compagni di Partito, suicidato, anzi no: redento) si inseriscono, disordinatamente, in questo quadro generale, così come in esso si inseriscono tutte le citazioni selvagge e decontestualizzate che la destra opera nei confronti dei testi del marxismo o più semplicemente del pensiero critico tout court del defunto secolo.

Ad esempio: se apriamo l’antologia Subway (Poeti italiani underground) ci troviamo di fronte ad un’antologia poetica del tutto neutrale, nata a seguito di un concorso finalizzato alla distribuzione di opuscoli poetici all’interno delle metropolitane di Milano.

Niente di male, davvero, se non fosse che tutto il vocabolario Beat (Underground, Subway) viene qui consapevolmente depurato da ogni valenza sociale e semanticamente svalutato sino alla neutrale indicazione urbanistica, tanto più che le poetiche qui raccolte sono del tutto eterogenee, con una netta predominanza del tema diaristico-confessionale.

Allo stesso modo I disobbedienti (a cura di Umberto Piersanti, poeta che è solito definirsi “anti-sessantottino”) è un elenco inconcludente (assieme a Pasolini e Ginsberg vi sono Petrarca, Jacopone da Todi, Ezra Pound, Quasimodo…) e in cui il disordine ideologico della selezione sottintende questa chiara valutazione: la disobbedienza non è una prerogativa della sinistra, l’impegno civile è sempre esistito, e l’egemonia della sinistra nel genere “civile” è solamente un accidente storico (che noi stiamo combattendo).

Ma bene, non fossilizziamoci sul piccolo pesce della poesia italiana contemporanea all’interno del mare sconfinato della “cultura di massa”: l’esempio Rondoni valga dunque come parabola.

Pensiamo piuttosto al Ministro dell’Economia Giulio Tremonti, che da due anni a questa parte si è mutato in post-moderno discepolo di Marx. Pensiamo ad un libro come La paura e la speranza, in cui tutte le tesi “No global” contro il mondialismo, il neo-liberismo e la finanziarizzazione dell’economia, vengono strumentalizzate per proporre, infine, una ricetta di destra (elemosine ai poveri, e finanziarie a Confindustria).

“Il re è nudo!” – grida il re.

Oppure pensiamo ai neo-fascisti, che si sono improvvisamente trasformati in militanti di “Casa Pound” e del “Blocco studentesco”. Sono anche loro No-global, il loro simbolo è il lampo nel cerchio dei Centri sociali degli anni ’90, occupano scuole, sono contro il “Capitale”, e intonano “Né rossi né neri…”. Né neri? Ma se fino al 2007…

Va bene, lasciamo perdere i vischiosi tragitti della “trama”. Il ragionamento che faccio è molto semplice: la crisi strutturale sta per esplodere. Il 2009 sarà un anno micidiale. Il vocabolario, la terminologia, la teoria della “lotta al sistema”, devono solidamente stare nelle mani della Destra, e cioè del Palazzo capitalistico, strategicamente alleato (proprio come ai tempi della marcetta su Roma) con gli ambienti più conservatori (e sinistro-fobici) del Vaticano.

Prevenire la rinascita della sinistra, anticipandone tempi e parole d’ordine. Et voila: storia e genesi del nuovo populismo.

Ecco l’operazione in atto: esproprio terminologico, neutralizzazione culturale della sinistra, riscrittura della storia d’Italia.

La notizia, ultima, della conversione di Gramsci (che foss’anche vera non sarebbe minimamente fonte di scandalo) viene strumentalmente presentata da “Corriere della Sera” e “Tg2” come una notizia bomba, addirittura “rivoluzionaria” dal punto di vista della rilettura della cultura politica italiana. Suvvia: si tratta, evidentemente, di una mera operazione mass-mediale di destabilizzazione iconografica.

Insomma: Gramsci, Pasolini, l’anticlericale Rimbaud, e in fondo in fondo anche Carletto Marx: fossero oggi in vita, voterebbero certamente per Berlusconi, o figurerebbero ai convegni di “Comunione e Liberazione”, tra Formigoni e l’agente “Betulla”. Qualcuno di voi ha per caso dei dubbi?

Paradossale, ma probabilmente è proprio questo il messaggio subliminale che vuole essere introdotto nell’inconscio collettivo degli italiani.

Sia chiaro: io non credo che esista un “complotto”. Rondoni ha tutto il diritto di esprimere il proprio pensiero e di svolgere le proprie operazioni culturali, così come non vi è nessun male a ipotizzare un’eventuale conversione religiosa del leader comunista Antonio Gramsci. Sarebbe anzi opportuno porre definitivamente la questione del superamento del dualismo ideologico del Novecento (ma ora non è questo il luogo per sviluppare l’argomento).

Trovo sinceramente comprensibile, razionale ed anche giusto, che da destra si tentino queste operazioni egemoniche. Incomprensibile è piuttosto che la sinistra in Italia non debba mai rendersi conto di niente, o che preferisca (e non ci è dato ancora sapere per quale arcana patologia o fallimentare tatticismo) sempre e soltanto tacere.

Io propongo allora questo: delle tavole rotonde della sinistra culturale. Scrittori, intellettuali, giornalisti, assieme a politici, dirigenti e militanti, “illuminati”: riuniamoci per organizzare una risposta strutturata e di amplio respiro, che coinvolga ed attraversi tutte le diverse forme di comunicazione e di diffusione del pensiero.

Il “Partito degli intellettuali” non può essere ridotto ad una coalizione tecnocratica allo sbando, incapace di rispondere al fascismo di ritorno.

Concludo citando Walter Benjamin, dalle Tesi di filosofia della storia (ora in Angelus Novus): “Il pericolo sovrasta tanto il patrimonio della tradizione quanto coloro che lo ricevono. Esso è lo stesso per entrambi: di ridursi a strumento della classe dominante. In ogni epoca bisogna cercare di strappare la tradizione al conformismo che è in procinto di sopraffarla. Il Messia non viene solo come redentore, ma come vincitore dell’Anticristo. Solo quello storico ha il dono di accendere nel passato la favilla della speranza, che è penetrato dall’idea che anche i morti non saranno al sicuro dal nemico, se egli vince. E questo nemico non ha smesso di vincere.”

 

 

[Questo articolo è già apparso nel blog di Davide Nota, “Carta sporca” il 29 novembre 2008]

17 pensieri su ““Se la destra cita Gramsci. Invito alla battaglia culturale” di Davide Nota

  1. Sono d’accordo, anche se dobbiamo aggiornare le riflessioni con le nuove svolte. Ora non sono perdenti, ma dilagano, e sembrano inarrestabili. Forse lo sono, e la caduta nel pozzo nero del populismo non si fermerà, per cui non hanno più bisogno di ricorrere al bagaglio culturale della sinistra. Perché anche di questo si trattava, oltre al progetto di “riscrivere” la storia: una continuazione del “metodo” fascista dell’opportunismo assoluto, di qualsiasi forma di mimetismo o menzogna pur di ottenere i fini, cioè la conquista del potere (il “me ne frego” in sostanza); per cui va bene Gramsci, va bene l’underground, la democrazia, va bene tutto, qualunque recita, qualunque contraddizione pur di raggiungere l’obiettivo. A questo proposito i maestri furono i cosiddetti ideologi nazisti, che dicevano tutto e il contrario di tutto; erano sgherri al servizio dei grandi capitalisti monopolisti tedeschi e conquistarono il potere con una retorica populista anticapitalista.

    Ma oggi l’obiettivo sembra raggiunto. Stravincono. Non hanno più bisgno di Gramsci.

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  2. Sottoscrivo risottolineando il doloroso furto in blocco del linguaggio e dell’immaginario – o meglio della “immaginazione”, cara parola appunto… E risottolineo quanto sia pericolosa la disattenzione, l’egotismo al quale le sicurezze primarie (lavoro, casa, scuola) non più garantite ci spingono, coltivando in ognuno di noi un devastante oscuramento dei sentimenti dello scandalo e della indignazione e soprattutto della fratellanza (penso al naturale e millenario evento della immigrazione, vissuto da ogni parte come una inedita minaccia). Non più esseri umani solidali e capaci di lavorare alla costruzione di un futuro comune ma monadi ansiose e disorganizzate. Sono grata ad un giovane come Davide Nota per queste riflessioni che ristorano noi che eravamo abituati a un altro mondo, almeno da immaginare…

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  3. Finalmente trovo in un discorso organico quello che ho da alcuni anni cercato di far capire alle persone “di sinistra”, o “di centro-sinistra” o “progressisti” o “democratici” (a seconda dei passi compiuti dal loro partito di riferimento)con cui mi sono trovato a disutere del rapporto tra intellettuali e politica attiva, e ringrazio Davide per aver ricomposto frammenti di un’azione di accerchiamento tanto più efficace quanto più apparentemente confusionaria. L’obiettivo è stato raggiunto proprio quando gli intellettuali comunisti, che non hanno più neanche il coraggio di definirsi tali, hanno accettato di attendere la riscossa sotto i sassi, come le serpi, per paura di avere la testa spiaccicata.
    Intanto, chi fruisce della cultura che noi produciamo ha perso fiducia in quelli che avrebbero dovuto essere “organici” e stare tra la gente, e il risultato è l’appropriazione facile di tali spazi aperti da parte di chi attua una “politica culturale” per abbagliare e non per dire qualcosa di valido.
    Forse andrebbe data una scossa al proprio orgoglio di intellettuali di sinistra, senza riesumare la spocchia che ci aveva allontanati per qualche decennio dal nostro scopo principale. E ben venga la proposta di Davide per una “tavola rotonda del pensiero” (mi scuso per l’immagine, ma serva a dare un’idea). Senza più farci castrare dalle politiche di partito, senza accettare di tacere quando è conveniente farlo. La ricostruzione di un organismo sociale sano, forte della sua identità senza bisogno di smargiassate nazionalistiche, si basa su una condivisione e messa in pratica delle idee.

    mdp

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  4. Il pensiero di Davide Nota, è un pensiero (una visione) condivisibile. Quello che oggi accade a Gamsci è notoriamente già accaduto a Pasolini (depredato e decontestualizzato dalla destra o da CL in anni molto sospetti quali furono, ad esempio gli ‘Ottanta….tanto da divenire il vessillifero di idee retrive o reazionarie, saccheggiato in nome di valori antiabortisti, retrivamente identitari, filogovernativi… e glissando sfacciatamente sulla sua storia e sulla sua natura sessuale…la cosa è accaduta pure a Testori, tanto amato dai cattolici che omettono la sua diversità sessuale) Ma forse è una vecchia storia in cui da sempre, il Novecento insegna, conquiste e pensieri della sinistra vengono fagocitati dalla destra sociale e/o populista.

    Altra questione, e più complessa, è quella di riunirsi attorno a un tavolo : chissà, occorrerebbe chiedere a ogni interpellato cosa intende per sinistra (culturale),visto che mi pare ci sia posto per tutto e per il contrario di tutto…
    Se è una sinistra illuminata, sarà per sua natura antidogmatica, e lo sarà solo se saprà riconoscere anche i propri errori e orrori. Se saprà mettere in questione i propri miti, se saprà ridiscutere il proprio pensiero relativo al potere,e al proprio ombelico, se saprà salvaguardare il suo essere intimamente dissidente…

    Non mi piacciono i fuochi incrociati sugli uomini. Esistono intellettuali da sempre organici alla sinistra, quindi ovvio che vi siano pure a destra. Ciò nondimeno, non è corretto demonizzare… più giusto rispondere con lecite argomentazioni.

    Infine, a onore del vero, ricordo a Davide Nota che Umberto Piersanti non c’entra un fico con la destra. Piersanti ha militato negli anni ‘Sessanta nella sinistra. Era nel Movimento studentesco, ha partecipato, a sinistra, al ’68. E’, tra l’altro uno tra i pochi ad averci consegnato una copiosa serie di versi sul ’68. Era ed è un eretico, si è sempre opposto con valide argomentazioni al dogmatismo e alle categorizzazioni che caratterizzarono quel movimento. Tuttavia, ciò non lo rende oggi (né allora) paladino della destra. E’ stato nel Partito comunista, e fino a poco ha collaborato con le amministrazioni di sinistra della sua città… Il fatto che possa muovere varie critiche depone a suo favore… a meno che non si pensi a una fantomatica sinistra leninista o zdanovista…

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  5. Io invece continuo a star tranquillo. La destra sa solo sbandierare il nome di Gramsci, ma è distante dal contenuto delle sue analisi come la terra la è da Alfa Centauri. Gramsci non è solo l’autore di formulette come l'”intellettuale organico” ecc., ma un attento studioso della realtà socio-economica e culturale del tempo in cui ha vissuto, tempo che per taluni aspetti centrali continua anche oggi. Basta leggerlo, Gramsci, senza fermarsi al suo nome. L’analisi gramsciana è sempre stata indigeribile per la destra (mentre la “sinistra” ha cercato di addolcirla, di addomesticarla) e continuerà a esserlo.

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  6. Credo che però il problema vero, di fondo, non è tanto che la destra cita Gramsci, ma che troppa gente non sa nemmeno chi è Gramsci. E non lo dico per dire, purtroppo.
    In compenso sanno chi è la velina, cosa fa il calciatore, il presentatore…

    Un articolo che ci voleva comunque. Grazie a voi.

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  7. Molto importante quest’invito convinto e circostanziato di Davide Nota alla battaglia culturale. Da qualche tempo è invalsa la paura di dare battaglia. Invece senza di quella, senza una vera e chiara battaglia culturale non si fa politica. Politically correct è, se mal usato , una trappola che porta al livellamento, alla perdita di identità politica e “etica”. Insomma mi ha fatto molto soffrire l’autolesionismo da “Democratic Party”, bisogna essere seri, non scimmiottare e non farsi scimmiottare.
    Più persone dell’età di Davide Nota dovrebbero avere la determinazione che qui lui dimostra.

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  8. la destra cita gramsci come potrebbe citare, che so, julius evola: fa l’istess. tende così al livellamento, unico obiettivo di una politica cul-turale fantasma. so di dire una cosa trita e ritrita: ma di cultura di destra c’è poco o niente: che possa dirsi cultura, intendo. pertanto, in mancanza, si può indifferenziatamente pescare a sinistra, far proprio il pensiero del fondatore del partito comunista (ih, non formalizziamoci, su!), secondo una modalità usa-e-getta. nel gran caldero(li)ne ci può stare di tutto, sono ecumenici, loro. siete voi comunisti ad essere retrogradi (che, da un altro punto di vista, non c’hanno neanche tutti i torti). vulimmese bbène. la destra ha perdonato gramsci e lo può accogliere nel suo materno (serpe in) seno. mi chiedo una volta di più che ci sta a fare questa superflua sinistra. è veramente sinistra, la cosa.

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  9. E’ un mare che travolge. La deriva è iniziata tanto tempo fà: non è solo cattiva coscienza di chi ha qualcosa da nascondere (scheletri nell’armadio della sinistra?), è non aver previsto in tempo le gravi conseguenze. Ognuno ha pensato a mantenere la propria posizione e ora il piccolo orto frana sotto i piedi. E’ una vecchia strategia quella di attaccare ai fianchi ( neutralizzazione della classe operaia) e insieme ai vertici (comprando chi si vende prima o poi – svuotando di significato chi ha generato cultura, idee, aggregazioni), cercando alleanze e compromessi a largo raggio (criminalità compresa).
    Ce n’è da disperare, ma questi tentativi di riscrittura, (come quello che si tenta di fare con la Resistenza), non è detto che vadano a buon fine. Può darsi che l’imponderabile, l’imprevisto abbia alla fine il sopravvento: non tutte le ciambelle riescono col buco.

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  10. L’intellettuale – se e’ onesto – non dovrebbe stare ne’ a destra ne’ a sinistra. Dovrebbe occuparsi dell’analisi dei fatti, e possibilmente proporre delle soluzioni. Poi credo sia chiaro che non si puo’ combattere il sistema restandone al di fuori. Ce lo hanno insegnato, fra gli altri, due intellettuali “disorganici” come Pasolini e Montanelli… Per il resto, abbiamo avuto sessant’anni di egemonia culturale di cui ancora oggi – nel bene e nel male – durano le conseguenze.

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  11. La vera, approfondita e proficua lettura di Gramsci che, a quanto mi risulta, viene fatta attualmente nel mondo, è quella che intellettuali, docenti, militanti sociali fanno nei paesi latinoamericani. Perché oggi è là il laboratorio politico più interessante. Vabbe’, poi qualcuno là legge anche “Impero” di Negri, ma forse questo glielo possiamo perdonare…

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  12. un intellettuale secondo me se è onesto cerca di guardare le cose da un’angolazione precisa, che può mutare nel tempo -condecentemente: voltagabbana si spera astengansi-, che è comunque politica. è onesto che dica come la pensa, è onesto che si schieri. a dante i neadestraneasinistra piacevano meno dei dannati. se propone delle soluzioni, esse avranno sicuramente una coloritura, magari sbiadita: nero fumo, rosso cardinale, azzurro di stoviglia. ed è giusto e umano che abbia le sue inclinazioni politiche. dove fa l’intelluttuale? su marte? è auspicabile che stia dentro la vita di tutti. che s’incavoli come tutti, che soffra come tutti, che, come tutti, speri. mica che se ne stia su una nuvoletta.
    sulla disorganicità di pasolini e montanelli forse si può discutere. il primo oggi se lo spupazzano un po’ tutti, mi chiedo quanti hanno letto i suoi libri, visto i suoi film. è proprio di destra tirare la copertina, peraltro un po’ corta e stortignaccola, dalla propria parte. e intanto, quella “sempia” della sinistra, le si ghiaccia il culo.

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  13. A proposito di Negri non dimentichiamoci gli anni di piombo e il sangue lasciato in nome di una certa cultura… Quello che serve oggi e’ un intellettuale che abbia un approccio scientifico ai problemi. Scientifico non nel senso epistemico ottocentesco ma nel senso in cui sono intesi oggi gli strumenti offerti dalla scienza e le sue metodologie. Non credo che dirsi di destra o di sinistra sia necessario per la ricerca. Al massimo puo’ servire a orientare incarichi e promozioni. Questo vale oggi come valeva nel medioevo. Altro e’ la verita’ acquisita nei limiti di validita’ dei modelli altro e’ la verita’ “assoluta” che fa comodo a una fazione politica. E volenti o nolenti, verita’ “assolute” ce ne sono state e ce ne sono da ambo le parti. Del resto, la complessita’ delle problematiche attuali e’ talmente alta che occorre davvero sedersi attorno a un tavolo e rimboccarsi le maniche. E soprattutto accantonare l’odio e il rancore che ci portiamo appresso da quasi settant’anni. Non ci sono altre vie.

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  14. “Dai loro frutti li riconoscerete”, disse qualcuno un paio di millenni fa. Il problema è che sotto l’albero sono in pochi a guardare, e il tempo sarà pure galantuomo ma…
    Ottimo e salutare intervento, Davide.
    Giovanni

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  15. mi è piaciuto il tono intellettuale di questa ricerca (questo mi ha più colpito: non è un ‘pezzo’ o uno ‘sfogo’ ma una piccola tesi), in cui le parti in gioco sono studiate, non odiate (anche se sarebbe così facile) né vilipese (malgrado le manifeste provocazioni). mi viene da tirare un sospiro di sollievo, da mormorare (incrociando le dita) che forse a sinistra si ricomincia a pensare, dopo anni di nevrastenie e apnea.

    forse il trattamento più duro è stato riservato proprio a umberto piersanti, come fa notare manuel al 5. non conosco la traiettoria del piersanti intellettuale, e credo che qui c’entri solo fino a un certo punto il giudizio di valore sull’antologia in questione. ho il sospetto che la cosa riguardi più una certa delusione che ha scottato i giovani intellettuali, i quali desideravano e si aspettavano di raccogliere il testimone dei ‘padri’, ma si sono presto accorti che qualcosa è saltato (la generazione tra i 30 e i 40, per esempio, che sta rimanendo, o ritornando, a casa) e ora si deve ricominciare a lottare per cose che erano considerate patrimonio nostrano e intoccabile.

    il punto è che mentre la destra mette le mani nel sancta sanctorum della sinistra, questa, negli ultimi anni, si è prodigata per adottare i metodi di marketing & communication dei dirimpettai, coi risultati discutibili che sappiamo. con le sfilate di costumini e le gare di salsa che sono divenute attrazione principale dell’odierna “festa democratica” (l’ex festa dell’unità, per chi non ha avuto il piacere di essere testimone di cotanta metamorfosi). come dice nadia al 7, qualcosa non quadra.

    davide nota propone “tavole rotonde della sinistra culturale” con “scrittori, intellettuali, giornalisti, assieme a politici, dirigenti e militanti, ‘illuminati'” e io sono curiosa, e io voglio stare a vedere: da una parte mi viene da sogghignare a pensare ai soggetti poco raccomandabili che si vanno aggirando nella politica, locale o nazionale che sia (gente incallita, altro che illuminata, diciamoci la verità) – dall’altra mi viene da sperare che si possa cogliere l’occasione per ripensarsi, per ripensare le forme della politica e dell’attivismo, e la loro necessaria relazione con la riflessione.

    una volta joyce lussu girava per i paesi a fare comizi e si rifiutava di parlare finché i compagni non portavano in piazza pure mogli e figlie. oggi (parlo di quello che conosco un poco, la politica locale) raramente ci si chiede dove siano le donne in politica, figuriamoci i precari, gli immigrati e tutti i poveracci che fanno i nuovi poveri ma non il nuovo popolo.
    pare che il popolo ci sia da farlo col cervello. vedremo. o meglio, penseremo.

    un saluto e un grazie a chi è passato e a chi ha scritto qui,
    r

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  16. Grazie a tutti i lettori e a tutti gli intervenuti, e grazie a Renata Morresi per aver rilanciato in rete questo testo, proprio in questi giorni in edicola sulle pagine del mensile “La Voce delle voci”.
    Un caro saluto,
    Davide

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