Vivalascuola. Insegnare letteratura

Il 5% della popolazione adulta in età di lavoro (16-65 anni) versa in una condizione di totale analfabetismo, il 33% è da definirsi semianalfabeta, un ulteriore 33% è a rischio di ripiombare in tale condizione, solo un po’ meno del 20% mostra di possedere ‘gli strumenti minimi indispensabili per orientarsi in una società contemporanea’. L’analfabetismo è funzionale al controllo delle masse.

Programmare al triennio superiore con Todorov
di Lucia Olini

“Quando mi chiedo perché amo la letteratura, mi viene spontaneo rispondere: perché mi aiuta a vivere… la letteratura amplia il nostro universo, ci stimola a immaginare altri modi di concepirlo e di organizzarlo. Siamo tutti fatti di ciò che ci donano gli altri: in primo luogo i nostri genitori e poi quelli che ci stanno accanto; la letteratura apre all’infinito questa possibilità d’interazione con gli altri e ci arricchisce, perciò, infinitamente. Ci procura sensazioni insostituibili, tali per cui il mondo reale diventa più ricco di significato e più bello” (T. Todorov, La letteratura in pericolo).

Letteratura per educare alla cittadinanza responsabile
La riapertura dell’anno scolastico è stata dominata dalle ventate propagandistiche di un ritorno all’ordine e alla disciplina, che, nonostante nasconda nella sostanza un drastico ridimensionamento delle risorse destinate alla scuola, sembra riscuotere il consenso dell’opinione pubblica, affascinata dalle nostalgie per un passato stranamente vagheggiato sempre come idilliaco, e mai ricostruito criticamente nella sua articolazione di luci ed ombre. Impossibile raccogliere e prendere in considerazione tutto ciò che negli ultimi mesi è stato scritto, predicato, confutato, sulla scuola e sulla sua crisi. La costante della maggior parte degli interventi sui media nazionali è che tutti coloro che parlano della scuola, esprimendo giudizi e proponendo pseudo-riforme o rimedi risolutivi, della scuola reale con ogni probabilità conoscono pochissimo, e quel pochissimo, spesso, in via indiretta.

Di fronte a questo desolante scenario, per chi nella scuola vive e si impegna quotidianamente, affrontando le fatiche di un lavoro splendido, ma anche, ahimé, ingrato, è anche troppo facile indignarsi e arroccarsi nella propria posizione di professionista incompreso e misconosciuto. Più interessante aprire un confronto sulle questioni, concettuali e didattiche, che quotidianamente affrontiamo nell’organizzare il nostro lavoro. Questo per dare al dibattito un contributo all’insegna della concretezza.
Il punto di vista di noi insegnanti di letteratura può risultare pertinente anche a leggere ed affrontare questo confuso momento della nostra vita nazionale. Tutti noi siamo persuasi del valore formativo della letteratura per educare non solo alla conoscenza di sé ma anche alla cittadinanza responsabile; al di là di questo valore generale provo ad enucleare qualche interrogativo operativo su cui mi trovo a riflettere ad inizio d’anno.

Come insegnare letteratura?
Che cosa può significare insegnare letteratura e storia della letteratura dopo la fine dello storicismo?

Entro quali binari deve correre il canone che ognuno di noi si costruisce, posto che ormai siamo fuori dalla prospettiva desanctisiana di letteratura e vita nazionale?

D’accordo tutti sulla centralità del testo, ma quali metodologie adottare, tentati e affascinati da molteplici sirene (tutte in grado di garantire esiti interessanti), tra impianto storico-letterario, percorsi per generi, tematologia, analisi, ecc.?

La letteratura parla anche alle emozioni, e la scuola ha anche il compito di educare l’affettività; la letteratura è anche il territorio della creatività, e la scuola dovrebbe stimolare anche la creatività, ma affettività e creatività sono indispensabili anche in territori in apparenza assai lontani dai nostri come quelli della ricerca scientifica; allora quali relazioni è possibile intessere con gli altri ambiti disciplinari e come?

Ancora: qual è il bagaglio di saperi imprescindibili che uno studente dovrebbe possedere all’uscita dalla scuola superiore? Quali autori far leggere, oltre al percorso curriculare ordinario?

È necessario costruire strutture sistematiche, schemi di pensiero entro i quali collocare le conoscenze? E come?

Come vanno riviste, alla luce dei fluttuanti ed incerti confini dei saperi e delle condizioni specifiche dei discenti attuali, le competenze da affidare al biennio e al triennio?

In un quadro normativo e politico che poco aiuta a far luce sulle questioni con le quali ci confrontiamo quotidianamente, mi pare che il punto critico sia costituito proprio dal triennio. Per il biennio, come per la secondaria di primo grado, le indicazioni nazionali, per quanto discutibili e migliorabili, tracciano una linea. Il triennio invece è ancora un limbo. La ricerca didattica non langue di certo, molte vie innovative vengono sperimentate. Il contributo degli insegnanti è patrimonio importante. Ricordo solo, in tema, la relazione Carotti Sclarandis al Congresso ADI SD di Roma del settembre 2007 (La storia letteraria nella didattica del triennio, in “Chichibio” 47): le autrici propongono strategie, alla luce di una riflessione approfondita sulla didattica della letteratura nell’Italia postunitaria.

Spesso le strade esperite da insegnanti avveduti e competenti, che si interrogano sulla didattica, vengono mortificate da un’immagine stereotipata, moralistica e vetusta di storia letteraria, che sembra dominare nell’opinione comune, e che purtroppo ultimamente è tornata in auge anche sui media, sulla scia del recupero un po’ nostalgico di cui si diceva poc’anzi.

Congedata a giugno scorso una quinta, mi trovo ora a ricominciare un ciclo con la terza, dunque a rimeditare anche più attentamente che negli anni intermedi la programmazione, che va fatta per l’itinerario triennale. L’attuale contesto non facilita una risposta ai tanti interrogativi.

Formare il buon “lettore comune”
Trovo qualche spunto nell’agile libro di Todorov, La letteratura in pericolo (Garzanti, Milano 2008), lettura piacevole nonché di qualche consolazione. Todorov muove dalla constatazione della sostanziale aridità nella quale versa l’insegnamento scolastico della letteratura in Francia, dipingendo una situazione probabilmente differente dalla nostra, tanto che, mentre noi affrontiamo la crisi delle facoltà scientifiche, pare che oltralpe il problema sia invece un drastico calo delle iscrizioni alle facoltà umanistiche. Non mancano tuttavia in questa disamina aspetti pertinenti anche alla situazione di casa nostra.

L’insegnamento della letteratura nella scuola francese, ma anche la stessa scrittura letteraria, spiega lo studioso, è irrigidito entro una sterile terna di atteggiamenti esasperati: formalismo, nichilismo, solipsismo. Il formalismo sovrappone alla ricerca del senso del testo gli apparati di analisi di derivazione strutturalista, partendo dal presupposto che la letteratura abbia per oggetto non il mondo o la vita, ma se stessa. Il nichilismo cede ad una relazione col mondo, ma per rappresentarne esclusivamente gli aspetti negativi e violenti, che soli rivelano la verità della condizione umana. Il solipsismo, eccezione del nichilismo, consiste nel rifugio in un atteggiamento narcisistico, secondo il quale, a fronte dell’orrore del mondo, solo il sé sarebbe oggetto di interesse letterario.

Nei capitoli successivi lo studioso delinea sinteticamente ma con efficacia una storia della relazione della letteratura con la realtà, individuando nella provocazione di Nietzsche il momento decisivo di rottura, che apre le stagioni contraddittorie e turbinose del Novecento. La nostra condizione pare per certi versi essere quella degli scampati ad un naufragio: dopo l’attraversamento dei conflitti e delle rivoluzioni del secolo passato, nella povertà del panorama attuale, quale ricerca di senso è possibile per lo studio e l’insegnamento della letteratura? La strada che Todorov pare suggerire va nella direzione di un rinnovata consapevolezza della relazione profonda tra la letteratura e la realtà.

Il docente del triennio avverte una responsabilità forte: non dobbiamo preparare degli specialisti; il nostro obiettivo dovrebbe essere piuttosto quello di formare il buon “lettore comune”, quello che, per dirla con Todorov, “continuando a cercare nelle opere che legge come dare un senso alla propria vita, ha ragione rispetto a insegnanti, critici e scrittori quando gli dicono che la letteratura parla solo di sé, o che insegna solo a disperare” (p. 66).

La letteratura è un sapere “democratico”, nel senso che è accessibile a tutti: «L’idiota di Dostoevskij può essere letto e compreso da moltissimi lettori, di epoche e culture assai diverse; un commento filosofico dello stesso romanzo o sulla sua tematica sarebbe accessibile solo a pochi, abituati a frequentare testi simili» (p. 67).

Proprio all’interno di questa distinzione tra quelli che definirei diversi modi del sapere si accampa la nostra responsabilità e il nostro compito che consiste anzitutto nell’interiorizzare ciò che abbiamo appreso all’università fino a renderlo uno «strumento invisibile» di fonte agli allievi.

L’unica conoscenza che genera amore per l’uomo
Credo che sia questa la sfida da cogliere: insegnare letteratura non significa solo trasmettere un sapere, ma rendere il nostro sapere strumento della ricerca di senso altrui. Il nostro insegnamento non può essere efficace se non si propone un orientamento etico: la centralità del testo, se ben intesa, significa accostarsi al testo come ad una sorgente perennemente rinnovabile di rappresentazioni del mondo, da indagare con rispetto, e non facendone la palestra di esercizi di bravura. Per questo la centralità del testo genera la centralità del lettore; per questo anche il lettore giovane, ingenuo e poco attrezzato può e deve essere guidato ad un impegno interpretativo e riflessivo. Leggere un libro significa costruire una relazione personale col testo, collegarlo alla propria vita: gli strumenti della scomposizione e dell’analisi non sono il fine, ma il mezzo.

In una bellissima pagina de La lingua salvata, Canetti ricorda le serate passate con la madre a discutere delle letture comuni: «Non mi è più possibile riportare quei discorsi nei particolari, perché in buona parte io stesso sono fatto di quei discorsi. Se esiste una sostanza intellettuale che si riceve nei primi anni, alla quale ci si riporta poi sempre e dalla quale non ci si libera mai più, per me quella sostanza è lì. […] Da allora, da quando avevo dieci anni, è per me una sorta di articolo di fede credere che sono fatto di molte persone, della cui presenza in me non mi rendo assolutamente conto. Credo che siano loro a decidere ciò che mi attira o mi respinge negli uomini e nelle donne che mi capita di incontrare. Sono stati il pane e il sale della mia prima età. Sono la vera vita segreta del mio spirito” (E. Canetti, La lingua salvata, Adelphi 2001, p. 123).

Torno così anche a Todorov, per il quale la letteratura è un “incontro” con altri individui; dunque non una astratta conoscenza del mondo, ma, una conoscenza declinata attraverso la vita reale e sofferta del personaggio. L’unica conoscenza che genera amore per l’uomo.

Non ho risposto agli interrogativi che mi sono posta in apertura: non trovo ricette facili, né scorciatoie efficaci, ma credo che il timone della nostra navigazione vada tenuto orientato su alcune ineludibili mete, culturali ed etiche. L’attenzione alla ricerca di senso è una di queste: davvero la finalità dello studio letterario a scuola può essere un’occasione di formazione umanistica e politica, se si tratta non di introdurre qualche discutibile tecnicismo, o, ancor meno, di entrare con gli studenti in un museo delle cere, quanto piuttosto di offrire agli adolescenti gli strumenti perché si costruiscano come donne e uomini consapevoli della ricchezza e della complessità del mondo, indisponibili dunque alle semplificazioni che generano violenza.
(da “Chichibio”, 49, settembre-ottobre 2008)

* * *

Studiare letteratura per comprendere l’uomo e il mondo
di Tzvetan Todorov

In ogni materia scolastica l’insegnante è messo davanti a una scelta così fondamentale che il più delle volte gli sfugge. Potremmo formularla in questi termini, semplificando un po’: insegniamo un sapere che riguarda la materia stessa o il suo oggetto? E dunque, nel nostro caso: studiamo in primo luogo i metodi d’analisi, che illustriamo ricorrendo a opere di varie genere, oppure studiamo opere ritenute fondamentali, utilizzando i metodi più diversi? Dove sta lo scopo e dove il mezzo? Che cos’è obbligatorio e cosa rimane facoltativo?…

… In classe, per la maggior parte del tempo, l’insegnante di lettere non può accontentarsi d’insegnare, come esigono le direttive ufficiali, e generi e i registri, le diverse forme del significato e gli effetti dell’argomentazione, la metafora e la metonimia, la focalizzazione interna ed esterna… Egli studia anche le opere….

Capisco che alcuni insegnanti di liceo siano contenti di questa evoluzione… sanno che il loro compito è insegnare le “sei funzioni di Jakobson” e i “sei attanti di Greimas”, l’analessi e la prolessi e via dicendo. Sarà anche molto più facile, in un secondo tempo, verificare se gli studenti hanno imparato la lezione. Ma nel cambio ci abbiamo davvero guadagnato?

… se in fisica è ignorante chi non conosce la legge di gravità, in francese lo è chi non ha letto Les fleurs du mal. Si può scommettere che Rousseau, Stendhal e Proust verranno ancora ricordati dai lettori molto tempo dopo che saranno stati dimenticati i nomi dei teorici attuali o le loro elaborazioni concettuali, e dimostriamo una certa mancanza d’umiltà quando insegniamo le nostre teorie riguardo alle opere piuttosto che le opere stesse. Sono sicuro che riportare l’insegnamento letterario sui testi risponderebbe anche al desiderio nascosto della maggior parte degli stessi insegnanti, che hanno scelto il loro mestiere perché amano la letteratura, perché il significato e la bellezza delle opere li emozionano e non v’è alcun motivo per cui debbano soffocare questa pulsione…

… può essere utile che l’allievo conosca avvenimenti relativi alla storia letteraria o alcuni principi tratti dall’analisi strutturale. Comunque sia, in nessun caso lo studio di questi mezzi deve sostituirsi a quello del significato, che è il fine… Non bisogna dare ascolto agli spiriti manichei: non è necessario scegliere tra il ritorno alla vecchia scuola di paese, in cui tutti i bambini indossano il grembiule grigio, e il modernismo a oltranza…

… È necessario interrogarsi sulla finalità ultima delle opere che riteniamo degne di essere studiate. In linea generale il lettore non specialista, oggi come un tempo,… legge le opere… per trovare in esse un significato che gli consenta di comprendere meglio l’uomo e il mondo, per scoprire una bellezza che arricchisca la sua esistenza; così facendo, riesce a capire meglio se stesso. La conoscenza della letteratura non è fine a se stessa, ma rappresenta una delle vie maestre che conducono alla realizzazione di ciascuno…

… La letteratura può molto. Può tenderci la mano quando siamo profondamente depressi, condurci verso gli essere umani che ci circondano, farci comprendere il mondo e aiutarci a vivere. Non vuole essere un modo per curare lo spirito; tuttavia, come rivelazione del mondo, può anche, cammin facendo, trasformarci nel profondo. La letteratura ha un ruolo vitale da giocare, ma può ricoprirlo solo se viene presa nell’accezione ampia e pregnante che è prevalsa in Europa fino alla fine del XIX secolo e che oggi è stata messa da parte, mentre sta trionfando una concezione assurdamente ristretta. Il lettore comune, continuando a cercare nelle opere che legge come dare un senso alla propria vita, ha ragione rispetto a insegnanti, critici e scrittori quando gli dicono che la letteratura parla solo di sé, o che insegna solo a disperare. Se non avesse ragione, la lettura sarebbe condannata a sparire nel giro di breve tempo.

… lo scrittore non formula una tesi, ma stimola il lettore a farlo: propone e non impone, lasciandolo così libero e al tempo stesso invitandolo a essere maggiormente partecipe. Con un utilizzo evocativo delle parole, con il ricorso alle storie, agli esempi, ai casi particolari, l’opera letteraria produce un turbamento dei sensi, mette in modto il nostro apparato di d’interpretazione simbolica, risveglia le nostre capacità di associazione e provoca un movimento le cui onde d’urto proseguono a lungo dopo l’impatto iniziale…

… La letteratura ha un ruolo particolare da svolgere: a differenza dei discorsi religiosi, morali o politici, non formula un sistema di precetti; per questo motivo sfugge alle censure che vengono esercitate sulle tesi formulate a chiare lettere. Le verità spiacevoli – per il genere umano al quale apparteniamo e per noi stessi – hanno più opportunità di essere ascoltate in un testo di letteratura che in un’opera filosofica o scientifica…

… Come la filosofia e le scienze umane, la letteratura è pensiero e conoscenza del mondo psichico e sociale in cui viviamo. La realtà che la letteratura vuole conoscere è semplicemente (ma, al tempo stesso, non vi è nulla di più complesso) l’esperienza umana. Per questo motivo si può affermare che Dante o Cervantes ci insegnano sulla condizione umana quanto i più grandi sociologi o psicologi e che non esiste alcuna incompatibilità tra la prima e la seconda forma di sapere…

… il ruolo del critico è trasformare significato e pensiero nel linguaggio comune del suo tempo – e poco importa sapere con quali mezzi giunge allo scopo. L’uomo e l’opera, la storia e la struttura sono tutti ben accetti!
(da Tzvetan Todorov, La letteratura in pericolo)

* * *

Un dibattito tra Tzvetan Todorov e François Bégaudeau qui.

Romano Luperini: “Insegnare a dare senso a un testo significa insegnare a dare un senso alla vita” qui.

Paolo Mazzocchini: “La migliore comprensione dell’uomo e del mondo” qui.

Materiali in rete sull’insegnamento della letteratura qui.

Testi di riferimento sull’argomento e indirizzi di siti utili qui.

* * *

Intanto, ultime dalla scuola: confermati i tagli, blocco assunzioni nell’università, sicurezza a rischio qui , qui, qui, qui.

Dal Governo: i soliti pasticci.

E nel Paese? Si legge poco.

* * *

Appello contro la legge Aprea.

Una sintesi dei provvedimenti del Governo sulla scuola qui.

Spazi in rete sulla scuola qui.

Cosa fanno gli insegnanti: vedi qui e qui.

10 pensieri su “Vivalascuola. Insegnare letteratura

  1. “… La letteratura può molto. Può tenderci la mano quando siamo profondamente depressi, condurci verso gli essere umani che ci circondano, farci comprendere il mondo e aiutarci a vivere. Non vuole essere un modo per curare lo spirito; tuttavia, come rivelazione del mondo, può anche, cammin facendo, trasformarci nel profondo.”

    Mi è capitato ultimamente di parlare con persone sui 30/35 anni che non facevano che vantarsi di non aver mai letto un libro dopo la scuola. Parlano e si atteggiano in modo televisivo. La conversazione è sui programmi vari e i reality.

    Grazie del post, parecchio interessante.

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  2. A proposito della affermazione in esergo, oggi mi pare che il processo di causa-effetto tra analfabetismo e controllo delle masse, sia mediato da un altro aspetto tecnologico funzionale – anche per la sua natura altra rispetto alla parola scritta – all’analfabetismo, ossia la fabbrica delle immagini di massa, di cui il prototipo è la televisione. Difatti è l’analfabetismo supportato, alimentato e coltivato televisivamente funzionale al controllo delle masse. Oramai è da tempo che chi controlla la televisione controlla anche la vita sociale, risultati elettorali compresi.
    Ora, le letteratura non ha mai cambiato (né ha intenzione di cambiare) il mondo sostituendosi all’educazione (in senso lato) e alla prassi politica, ma tra i nuovi requisiti che mi piacerebbero essere richiesti al cittadino per l’accesso alle urne, includerei il numero di libri letti in un anno. Però, che dire del fatto che colui che oggi controlla analfabetismo-televisioni-vita sociale ecc. è anche un grande editore?

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  3. Finalmente un po’ d’aria. Il testo di Todorov dovrebbe fare da faro nelle scuole di ogni ordine e grado. La letteratura non è parallela alla vita, non è divertimento, o tecnicismo, e nemmeno pratica da anime elette, ovviamente non ha nulla che vedere con la precettistica morale, né con la sociologia, è semplicemente parte della vita. Se la scuola la trattasse col rispetto dovuto alle cose vive, non saremmo al day after che stiamo vivendo. I ragazzi lo sanno e capiscono subito se il tapino che hanno davanti puzza o meno di morto vivente. Del resto virtù propria degli zombie è quella di contagiare: cose, testi, uomini ed emozioni, cioè l’universo mondo. Quante dissezioni-putrefazioni ci stiamo giocando nelle tristemente note “analisi del testo”? Conosco ex studenti che sono stati allenati per un intero triennio a svolgere corrette analisi del testo, sempre addestrati dalla traccia-archetipica ministeriale. Non credo ricordino nulla di quegli autori e di quelle opere. Chissà se tutta quella ginnastica ha mai fatto scattare qualcosa in loro? Magari la repulsa, anche questo è un effetto di cui tener conto.

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  4. questo bellissimo post si riallaccia all’interrogativo posto qui qualche giorno fa da s. golisch sul tema “a che serve la poesia?”. nella prassi scolastica la bella invenzione delle tracce d’esame tip. A, B (x4), C, D, ha ammazzato definitivamente la possibilità di leggere e parlare di letteratura a scuola. addestrare i ragazzi, come è loro diritto, a svolgere decentemente un tema, che non ha più nulla del “tema”, porta via una valanga di tempo che sarebbe più proficuo dedicare alla lettura e all'”ascolto”. gli studenti hanno imparato a finalizzare, ancor più che in passato, lo studio di quanto c’è di più gratuito e “inutile” al mondo al voto, alla prassi scrittoria. paradossalmente scrivono di letteratura e altra umanità sempre peggio: frastornati dalle immagini, peraltro cariche di idiozie, non sanno più esprimere sull’asse lineare, cioè nello sviluppo necessario alla riflessione, un pensiero coerente che denoti il “gusto” con il quale hanno affrontato e assimilato le letture. le stesse, per soprammercato, sono destinate ad essere dimenticate in breve perché si sono trasformate da finalità in mezzo. per quanto mi è possibile cerco di liberare il lavoro sul testo da tutte queste mostruose superfetazioni. uso le varie impostazioni critiche per quello che valgono tenendo sempre la barra puntata sul “senso”, sul messaggio. ragionare, che so, sul punto di vista non può essere solo un ridicolo accumulo di definizioni (grado zero, focalizzazione interna e bla bla), ma un momento di comprensione che consenta di percepire “quel” messaggio, formulato dall’autore in un dato modo, e non in un altro, per rendermi partecipe di un brandello di una qualche realtà che gli stava a cuore. quando riesci a sconfiggere il malefico influsso della scatola dei sogni a colori, quando uno studente ti chiede un’indicazione di lettura, o scopri che tu hai letto un paio di capitoli e lui vuole leggersi il romanzo intero o tutta la raccolta di poesie di un autore, credo che allora senti di aver fatto qualcosa di buono. chissenefrega se il “tema” non conterrà tutte le figure retoriche richieste dal punto 2.analisi. conta che c’è un lettore volontario in più. hai salvato un pezzetto di letteratura e contribuito a rendere più consapevole un ragazzo, un cittadino. quando scoprono che leggere non serve a niente, ma è magnifico: ok, va tutto bene. avanti, barra a dritta, alla via così.

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  5. Lucy ha detto con parole splendide quello che ognuno di noi cela dentro la propria inconsolabile “rabbia”. Tra l’altro va ribadito con forza che la letteratura, sotto qualsiasi angolo o latitudine la si voglia mettere, rimane sempre “sovversiva”. Qualche alunno lo capisce e, buon per lui, come dice Lucy, ne rimane “avvelenato” per sempre. Ce ne vorrebbero a iosa di questi “farmaci”

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  6. Ringrazio quelli che sono intervenuti per gli interessanti commenti: è evidente che quando si uniscono due passioni, quella per l’insegnamento e quella per la materia insegnata, la scuola esercita al meglio la sua funzione.

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  7. @ Macondo: a quel prof andrebbe alla grande se si mettesse a insegnare nel tempo libero, e per il resto mettesse su una osteria-tavola calda. Pare che roba del genere non vada mai in crisi. E poi la cucina è creativa. Lo sapete quanto pagano gli esperti “esterni” negli istituti alberghieri?

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  8. @ alex cartoni,
    o magari può metter su un’impresucola di pulizia con quattro lavoratori in nero (ops…). Visto a “Report” quanto pagano le imprese di pulizia cui hanno appaltato le pulizie degli edifici scolastici?

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