Il rigore

di Giovanni Agnoloni

Victor Pavlovič, numero 10 di una squadra giovanile di Lubiana, si preparava a tirare il calcio di rigore che avrebbe potuto decidere il campionato. Era lo spareggio, che si svolgeva in un campo sterrato alla periferia della città.
La gente era accalcata sulla tribunetta disposta vicino alla striscia del centrocampo, e sul terreno di gioco era sceso un silenzio surreale. Victor sentiva la presenza dei suoi compagni, già pronti oltre il limite dell’area, per raccogliere un’eventuale respinta del portiere o del palo. Gli avversari sembravano esausti, ma, nonostante le numerose assenze di giocatori importanti, erano riusciti a difendere il pareggio per tutti e novanta i minuti. Solo Victor aveva colpito due volte la traversa, e poi c’erano state innumerevoli altre occasioni per segnare, ma tutte fallite.
Fino a quell’attacco al penultimo minuto, quando la punta della sua squadra era entrata in area di prepotenza ed era stato atterrato dal difensore centrale.
Allora Victor si era sentito una tonnellata sulle spalle.
Sapeva che era una grandissima opportunità, ma toccava a lui concretizzarla: era il rigorista della squadra. Negli allenamenti riusciva a fare nove centri su dieci, e così non c’era dubbio su chi dovesse tirare le massime punizioni. Eppure, nell’arco del campionato ne aveva trasformate solo tre, perché gli arbitri non li avevano aiutati molto. E una volta aveva sbagliato. Allora non se l’era presa molto, perché in quella partita stavano già vincendo 3-0, e quell’errore – palla alta sopra la traversa – non poteva significare nulla. Ma oggi la situazione era ben diversa. Un errore, oggi, avrebbe voluto dire andare ai supplementari, dove tutto può succedere.
Posò la palla sul dischetto, quasi invisibile per l’usura del campo. Poi fece i rituali tre passi indietro. Non amava prendere troppa rincorsa.
Alzò la testa e guardò il portiere. Era fermo esattamente a metà tra i due pali, chinato in avanti e pronto a tuffarsi. Chissà cosa gli stava passando per la testa. Victor aveva sempre pensato che, se avesse potuto scegliere, avrebbe voluto essere lui il portiere, in occasione dei calci di rigore. Un portiere aveva tutto da guadagnare e niente da perdere. Ma per un attaccante un rigore parato è un rigore sbagliato, mentre un gol dal dischetto è il minimo che ci si possa aspettare.
L’arbitro stava dicendo qualcosa ai giocatori avversari, che a quanto pare non ne volevano sapere di stare fuori dal limite dell’area. Poi Victor lo vide andare verso il centro, dove tra qualche secondo avrebbe fischiato.
Non aveva idea di dove tirare. A destra, a sinistra del portiere? Alto, basso, centrale? Forse era meglio andare a testa bassa e sparar forte. Ma sapeva che era sbagliato, perché poteva buttarla fuori di nuovo. E per la stessa ragione pensò che non fosse il caso di mirare alto. Avrebbe dovuto cercare l’angolino basso e, visto che era mancino, la soluzione più naturale sarebbe stata quella di incrociare il tiro, mirando alla sinistra del portiere.
Aveva appena finito di formulare mentalmente la sua decisione, quando l’arbitro fischiò.
All’improvviso fu tranquillo. Qualcosa del genere gli era capitato a scuola, in occasione degli esami di maturità. Tutta la paura di prima, una volta che era arrivato sul punto di entrare nella stanza dell’orale, era improvvisamente svanita. Come ora, davanti ad una porta che, da piccola che gli era sembrata all’inizio, si stava allargando, man mano ritrovava fiducia in se stesso.
Si piegò leggermente sul fianco destro, per darsi lo slancio necessario per tirare. Non avrebbe interrotto la rincorsa o fatto finte. Niente bluff. Se era più bravo, l’avrebbe messa dentro.
I passi furono appesantiti dal terreno pesante, e l’impatto col pallone gli diede una sensazione graffiante, perché sulla superficie di cuoio c’era del terriccio. Il tiro prese un effetto a uscire, ma il portiere aveva intuito la direzione e si era tuffato. Fino all’ultimo Victor temette che la palla uscisse, o che incontrasse le sue mani. Lo spazio tra queste e il palo era sempre più stretto, mentre la palla volava e il rigorista cercava di frenare lo slancio della rincorsa.
Poi una delle due tifoserie esultò.

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