Kebab e Protezione civile, libertà e censura

byoblulogoIn questi giorni si è parecchio parlato, sulla Rete, del caso del video di un giornalista free lance contenente un’intervista ad una sopravvissuta del terremoto abruzzese, censurato misteriosamente da YouTube (qui sotto ne abbiamo pubblicato un altro, certamente più enfatico e schierato, ma di uguale coraggio e correttezza, datatao dicembre 2008).youtube

L’episodio va visto all’interno delle modalità con le quali noi tutti ci rapportiamo al Web, e in modo particolare al connubio, che noi tutti diamo per scontato gratuità/libertà. YouTube uguale spazio libero, o solo spazio gratuito? E se non è libero cos’è?

La cosa singolare è che negli stessi giorni un’altra notizia ha fatto ancor più rapidamente il giro della Rete, ma in questo caso non ha subito alcuna censura. Anzi.

Antefatto numero uno.

Le agenzie battono la notizia di una nuova legge, approvata dalla Regione Lombardia, che vieterebbe ai cittadini che passeggiano, temerari, per le strade di Milano (temerari per via dell’aria che respira e il modo di parcheggiare dei loro concittadini) di delibare in santa pace deambulante kebab, gelati e pizza al taglio.

Io, fra i tanti, mi scandalizzo e prontamente rilancio la notizia (passata pari pari sul Corriere.it e Repubblica.it) all’interno della mia comunità di amici su FaceBook.  Il “tam-tam telematico” (espressione che nei giornali, con una curiosa regressione tecno-culturale, ha preso il posto del “popolo dei fax”) fa il suo corso. Si annunciano proteste e manifestazioni di piazza, anzi, di marciapiede.

Dalla Regione Lombardia fanno sapere che non si tratta di proibire ai milanesi temerari di mangiare passeggiando, ma del divieto, rivolto agli esercenti, di occupare gli spazi davanti ai loro negozi con tavolini, sedie ed ombrelloni (e di obbligarli a chiudere all’una di notte). Ad essere multato sarebbe l’esercente contravvenente e non colui che dovesse essere colto con le mani nell’intruglio piccante a base di carne.

Già il 3 febbraio di quest’anno Formigoni così replicava ai critici del provvedimento:  “A leggere certi articoli, anche autorevolmente firmati, che descrivono la Giunta regionale lombarda e il suo stesso presidente impegnato in una guerra più o meno santa al kebab, vien proprio da chiedersi se non si sia finiti su Scherzi a parte”.

Ora, non si tratta di giudicare se sia una buona cosa oppure no vietare agli esercenti di piazzare davanti alle loro botteghe tavolini di legno o di plastica griffati CocaCola e sedie di resina, o se si tratti di indignarsi di fronte al tentativo maldestro di espellere, surrettiziamente, il kebab (e quindi i suoi rivenditori mediorientali in nome di una politica di repadanizzazione della Lombardia), se ci siano interessi corporativi ,  o liberticidi, perché le proteste non hanno riguardato questi aspetti più o meno gravi o gravissimi, ma proprio il fatto che ai cittadini fosse vietato di mangiare per strada. Ci è cascato anche Riccardo Chiaberge sul Supplemento domenicale del Sole 24 Ore.

Le principali testate italiane hanno riportato, certo, la smentita, ma all’interno di articoli nei quali si continua tuttavia a dar voce alle proteste, che anzi hanno rincarato la dose, sono stati organizzati sit-in e altre giocose manifestazioni (qui Repubblica). Su Facebook c’è stato chi, pur dichiarandosi vegetariano, non vedeva l’ora di brandire un kebab e con la bocca ancora unta andare all’assalto del Palazzo della Regione.

E’ una vecchia tecnica giornalistica. Si riporta la smentita ma è precisamente come se non ci fosse. Sì, lo hanno smentito, d’accordo, ma insomma, lasciateci lavorare, siamo sulla notizia, ormai la guerra è stata dichiarata, che noiosi questi che si mettono in mezzo. Perché volete toglierci il divertimento? Ormai la vulgata è questa, si passerebbe da fastidiosi pignoli a voler a tutti i costi puntualizzare e dissociarsi dal sentire comune. A parte gli interesse strettamente politici, s’intende.

Antefatto numero due.

Claudio Messora, giornalista free-lance (non so sia “giornalista”, poco importa) che dal suo sito ByoBlu ha coperto molto meglio di molti network nazionali la tragedia dell’Aquila con sopralluoghi e interviste tanto sobrie quanto efficaci, pubblica sul suo sito e su YouTube un’intervista a Stefania Pace, una cittadina di Paganica, vicino L’Aquila, che racconta come la notte del terremoto si sia salvata (lei e buona parte dei suoi concittadini) grazie alle segnalazioni di Giampaolo Giuliani, con il quale era in contatto già da alcuni giorni, disattendendo le indicazioni del locale rappresentante della Protezione civile che invitava a non dormire in macchina perché non c’era alcun rischio.

Senza alcuna parola di spiegazione il video è stato rimosso da YouTube dove era caricato per la visualizzazione. Al giornalista è stato anche intimato di non riprovarci più, pena la revoca delle possibilità di caricare video in futuro. Per sempre. (ora visibile, fra i molti profili di utenti, anche su quello di Grillo).

Il video, che in pochi giorni aveva superato le 50.000 visualizzazioni, avrebbe violato alcune “norme della community”. Quali non è dato sapere.

Si può ipotizzare che coloro che si sono sentiti personalmente colpiti dalle parole della signora Pace, hanno segnalato con l’apposito pulsante la presunta violazione, e, ricevute un certo numero di segnalazioni sia scattata la censura. Tuttavia nella pagina delle Norme della Community è scritto che “i video segnalati non vengono automaticamente rimossi dal sistema. Se rimuoviamo un tuo video dopo averlo esaminato, puoi stare certo che l’abbiamo fatto intenzionalmente; prendi quindi molto seriamente il nostro avvertimento”(corsivi miei).

Dunque abbiamo di fronte due tipi di informazione:

–           uno “ufficiale” e uno “indipendente”;

–          uno “autorevole” e uno “libero”.

–          uno sbrigativo e sensazionalistico, uno accurato e di denuncia.

–          uno garantito dalla legge, l’altro vittima della censura.

Quello che si intuisce da questa vicenda è che il controllo delle fonti e l’accuratezza dell’informazione non sono elementi sufficienti, nello spazio libero, a tutelare uno dei diritti fondamentali del cittadino, quello della libertà di stampa. Una delle garanzie principali di uno stato democratico è proprio l’indipendenza degli organi dell’informazione dal potere politico ed economico. Uno si domanda: quale piattaforma migliore della Rete,  libera, accessibile, aperta per raggiungere il più alto grado di soddisfacimento di questo diritto?

Repubblica.it e Corriere.it sono proprietari dello spazio all’interno del quale i loro giornalisti possono scrivere tutte le scemenze che vogliono (salvo rispondere al codice civile e penale).

Sullo spazio “libero” invece questo non è possibile. Lo spazio libero e gratuito ha delle regole che in fondo però non sono regole. Nel senso che non sono né scritte né negoziate (almeno in questo caso: nessuno ha capito quali regole siano state violate: (la testimone è – fino a prova contraria –  persona degna di fede presentata con nome e cognome e una faccia non camuffata; non ci sono violazioni di copyright e non si accusa nessuno di aver compiuto atti contrari alla legge). Lo spazio è tutelato dalla proprietà. Le regole le stabilisce la proprietà e in pratica ciò che si accetta non è tanto la Regola, un Codice, quanto il fatto che la proprietà a casa sua fa ciò che vuole.

La cosa buffa è che tutti noi che scriviamo sui blog e sui social network e pubblichiamo video su YouTube siamo convinti di essere liberi. Ancora più rimarchevole il fatto che la Regola di YouTube è apparentemente il trionfo del controllo democratico: sembrerebbe che chiunque possa zittire chiunque altro. Per non avere noie la proprietà taglia, oscura, cancella. Non c’è che dire: un altro bel paradosso. Se infatti sono gli stessi utenti, con le loro segnalazioni, a proporre la soppressione di un video (ripeto: senza un’apparente ragione) questo non significa “più libertà”, significa totale anarchia legalizzata. E’ come se la folla di utenti di YouTube abbia subito un ammutinamento e gli ammutinati abbiano avuto immediatamente il consenso dell’ammiraglio sterminando a piacimento gli avversari. Un colpo di stato simulato, una truffa. E questo può succedere a chiunque in qualsiasi momento.

La libertà di Internet, senza filtri, è perciò vittima di se stessa e non può difendersi. Perché i meccanismi di controllo e auto-controllo, in questo caso di YouTube, sono teoricamente una garanzia nei confronti di chi consapevolmente abusa della libertà ma, di fatto, diventano meccanismi incontrollabili.

Di fatto il regime di libertà controllata della Rete è un boomerang che non garantisce i deboli e protegge i forti, specialmente nei luoghi di Riferimento (come YouTube o Facebook) che, per proteggersi da ogni possibile controversia, pongono in essere meccanismi cautelativi che prevengono le ordinarie leggi nazionali che da sole dovrebbero fare argine di fronte ad ogni abuso (come la calunnia).

Claudio Messora non può difendersi, non può opporsi, deve solo abbassare la testa, come uno schiavo.

Si dirà: la comunità è più forte dei divieti e ora il video è stato caricato da un numero così alto di utenti da rendere inefficace il primitivo sequestro di YouTube.

La Rete ha fatto Opposizione, mostrando la sua pacifica potenza di fuoco, e Messora ha potuto pubblicare una seconda intervista a Stefania Pace e ringraziare tutte le decine e decine di utenti di YT che hanno ripubblicato sui loro profili l’intervista censurata.

Questa è senz’altro una vendetta della libertà di Internet e una straordinaria garanzia. E’ proprio la forza della “rete”.

La solidarietà della Rete ha, almeno per ora, messo al riparo Messora dalla paura di essere radiato senza saperne neppure la ragione; o andare in esilio, perdendo però ingiustamente la visibilità garantita dal maggiore provider di materiali video esistente al mondo.

Ma questo non è che mi tranquillizzi così tanto. Io mi chiedo: è ancora possibile illuderci che l’equivalenza gratuità/libertà sia sempre valida? Ha senso fidarsi della libertà di accesso alle fonti di informazione, sia come produttori che come utenti? Qual è il nostro spazio all’interno di questo paradosso? esistiamo, ci esprimiamo come probabilmente non è mai successo prima d’ora, ma un clic ci può cancellare, tagliare la parola e la storia – basterebbe che WordPress.com decidesse di vendere l’azienda a  un trust di banche dietro le quali c’è non so che organismo legato ai servizi segreti – che già indirettamente finanziano Facebook, peraltro – e la nostra libertà di espressione dovrà, come minimo, trovarsi un’altra casa.

15 pensieri su “Kebab e Protezione civile, libertà e censura

  1. In società dove il dibattito democratico è incanalato o comunque controllato da poteri politici ed economici d’una forza bulgara, la libertà di espressione è sempre una conquista, non è mai data di per sé. Quindi da parte del cittadino si tratta di vigilare e denunciare. Poi la rete è così frattalica e aperta che riesce s stoppare questi tentativi censori.

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  2. Mi fa piacere che si scopra, finalmente, che la rete è sottoposta sistematicamente a censura: anche da noi. Purtroppo questo tema è trattato in modo ‘scandalistico’ (quando succede il caso eclatante) e non esiste, in Italia, un movimento intellettuale che affronti in modo continuativo e coerente il tema della censura e della privacy su internet. LPELS stessa, traccia indirizzi, annota ingressi, fa statistiche e genera informazioni utilizzabili per studiare chi frequenta questo sito, le sue abitudini, etc… etc… andando anche ad appoggiarsi, almeno in passato, a strutture esterne di analisi del traffico che non sempre adottano politiche ‘chiare’ nella gestione di questi dati.

    Stiamo cavalcando un cavallo che conosciamo poco e gli concediamo troppa fiducia; Macondo, la Cina (e non solo) controlla quasi completamente e senza grande sforzo un numero di internauti superiore a quelli di tutta Europa, pensi che sia un problema così grande far scomparire la ‘frattalità’ presunta della rete? oppure limitare i canali di accesso, in rete, utilizzabili per una determinata notizia? TUTTE le “Major” dell’informatica, senza alcuna eccezione, da Cisco a Check Point, passando per Microsoft, Google e Yahoo (solo per citare le più note), hanno modificato i loro prodotti per favorire la censura cinese. Non l’hanno ancora fatto (ma ne siamo così sicuri?) con le versioni che circolano in occidente, ma se non nascerà, a breve, un movimento alternativo consistente e cosciente, il passo sarà estremamente breve, semplice e indolore. Per loro.

    L’unica arma che abbiamo a disposizione è il boicottaggio intelligente delle società che favoriscono questi ‘processi’ di censura, ma non succede mai e Windows spopola, assieme a Mac, nonostante esistano Sistemi Operativi open source gratuiti, molto più sicuri e che non hanno nulla da invidiare a nessuna delle due piattaforme regine. Facebook continua ad essere frequentato, nonostante abbia cercato di appropriarsi, per scopi commerciali, dei dati personali dei suoi utenti. Salvo poi innescare una (momentanea?) marcia indietro e smentire lo smentibile. Esattamente come si racconta nel post dei politici della Regione Lombardia. Epperò un sacco di gente continua a tuffarsi, giornalmente, fra le braccia di “Fakebook” e a postare su Youtube.

    Mala tempora currunt!

    Blackjack.

    PS: è una delle poche frasi in latino che conosco, passatemela almeno per una volta 🙂

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  3. Tanto per precisare, senza nulla togliere alle considerazioni di questa notte che rimangono valide: il secondo video, quello su Youtube, sembra essere un falso, costruito ad arte mixando spezzoni di precedenti interviste, e sembra sia stato smentito dallo stesso Giuliani. Questo il motivo della rimozione da parte dello staff di Youtube.
    Per quanto riguarda l’intervista alla donna realizzata da Byoblu, al momento nessuna contestazione.

    Blackjack.

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  4. BlackJack, attenzione!
    Il video con l’intervista a Giuliani non è stata affatto rimosso (l’ho appena visto).
    Oltretutto Messora nega si tratti di un falso, dice di avere la registrazione integrale e infine sostiene che Giuliani ha mosso denuncia contro ignoti e non contro di lui perché non disconosce la paternità di _quel_ video.
    Non ho regiudizi né negativi né positivi nei confronti di Messora. Fino ad ora mi sembra si sia comportato con competenza e onestà professionale (e una sana aggressività) per cui lo ritengo credibile – ovviamente fino a prova contraria.

    La situazione è molto confusa, ma almeno qui non cadiamo nei tranelli della superficialità e dell’approsimazione che dominano incontrastati il giornalismo “ufficiale”.
    Ezio

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  5. Ezio, nel commentare l’ipotesi del ‘falso video’ e la smentita di Giuliani avevo utilizzato tutti i “sembra” del caso e premesso che, anche nel caso di smentita confermata, non spostavo di mezza virgola ciò che ho scritto nel precedente commento.
    Nessun tranello nel quale cadere, semplicemente riportavo un’ipotesi che ha iniziato a circolare questa mattina. Il vero argomento sono la censura latente, presente su internet e i continui attacchi alla privacy: il caso in sé è insignificante e lasciato da solo morirà, senza alcun effetto secondario, nel breve volgere di qualche giorno.

    Blackjack.

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  6. Sul primo antefatto sono d’accordo con te. E’ una situazione abbastanza poco comprensibile, e comunque la restituzione giornalistica tende, come al solito, al sensazionalismo. Ho cercato la legge sul sito della regione, ma non conoscendo gli estremi non ci sono riuscito (tra l’altro il sito della Regione Lombardia non è configurato per una ricerca agevolata delle normative). Volevo scrivere un articolo ma ho lasciato perdere, per le evidenti banalizzazioni. Da quello che ho capito, comunque, la modifica alla legge regionale concederebbe potestà ai comuni di inserire divieti o ambiti particolari nel loro territorio, che già possiedono. Cioè dice ai comuni: potete fare ciò che vi è già concesso dal principio di sussidiarietà.

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  7. Grazie Ezio. In effetti questa è una legge “anti dehors”, rinominata “anti kebab”, forse per una sua genesi che la Lega avrebbe voluto riferire inizialmente ai soli rivenditori di kebab (è quello che si capisce dagli articoli). E’ curioso, perché la facoltà di permettere o proibire i dehors spetta già ai comuni. Il comune di Bologna, per esempio, recentemente ha vietato l’istituzione di una serie di dehors davati ai bar, per motivi di traffico (di fatto erano sulla carreggiata stradale) senza nessuna legge regionale.

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  8. Letta la legge e mi pare che i punti cruciali siano rappresentati da questi due passaggi:
    1. Le imprese artigiane di produzione e trasformazione alimentare che effettuano la vendita diretta al pubblico possono effettuare la vendita degli alimenti di propria produzione per il consumo immediato, purché tale attività sia strumentale e accessoria alla produzione e alla trasformazione.

    2. E’ consentita la vendita, da parte delle imprese artigiane, degli alimenti di propria produzione per il consumo immediato nei locali adiacenti a quelli di produzione, con esclusione degli spazi esterni al locale ove si svolge l’attività artigianale, tramite l’utilizzo degli arredi dell’azienda e di stoviglie e posate a perdere, ma senza servizio e assistenza di somministrazione.

    Non mi pare, a naso, nulla di strano e, se sintetizzo questi due articoli, ciò che ricavo è: sei un’impresa produttrice, non di commercio, quindi se vuoi vendere e far consumare direttamente i tuoi prodotti lo devi fare all’interno dei tuoi locali e non puoi sfruttare gli spazi esterni.
    Va da sé che, se uno vuole sfruttare gli spazi esterni, dovrà semplicemente dotarsi di una licenza per la vendita ‘commerciale’ di cibo e sottostare a tutte le normative del caso, pagando magari, come succede per tutti i bar, l’eventuale suolo pubblico utilizzato per metterci tavoli e sedie e curarne la manutenzione e la pulizia.
    Tra l’altro le due attività, produzione e commercio di cibi, sono sottoposte a regimi fiscali diversi ed è logico che siano differenziate. Non solo, le normative sanitarie applicate alla produzione di cibi e alla vendita commerciale di cibi (con tanto di camerieri, etc…) sono diverse e anche in questo caso non ci trovo nulla di strano.

    Francamente non vedo dove sia la vessazione e mi pare che la protesta dei kebabbari (premetto che non ho seguito la vicenda) sia pretestuosa e cerchino, contestando la normativa, di ottenere un percorso preferenziale per gestire un’attività che non rientra all’interno della ‘produzione’, ma del ‘commercio’ senza dover sottostare alle normative fiscali e sanitarie che sono valide per tutti gli altri esercizi. Questa volta Formigoni mi trova, stranamente, d’accordo.

    Blackjack.

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  9. Blackjack, la questione del pagamento del suolo pubblico è una tua interpretazione. Dalla lettura della legge (che poi è una leggina) non è dato capire, perché parla unicamente di proibizione (che, ripeto, è già nelle competenze dei comuni). Qui mi sembra che si riproponga una questione simile a quella del cosiddetto decreto-casa Berlusconi, dove si volevano imporre liberalizzazioni sugli ampliamenti degli edifici, mentre la potestà legislativa sull’urbanistica spetta alle regioni. Decreto che infatti è stato ridimensionato (e di fatto è congelato) perché alcune regioni avrebbero fatto ricorso, vincendolo; così io non capisco come a un comune lombardo, per esempio, che voglia concedere un dehor (o tavolini) a una pizzeria d’asporto (che paghi il suolo pubblico e rispetti la normativa igienica) sia proibito questo aspetto del proprio regolamento da una legge regionale.

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  10. Mauro, a me sembra tanto una questione fumosa e senza alcun senso; la sostanza, indipendente da questa leggina, è che, se vuoi avere tavolini all’esterno, devi diventare un esercizio commerciale e non puoi essere semplicemente un artigiano che produce (come succede per gli spacci aziendali). Mi pare corretto anche per i kebab, visto che vale per tutti gli altri esercizi, italiani e non. Poi se la leggina prevarichi altri regolamenti, questo proprio non lo so e, dato che non sono un avvocato, la smetto di dire castronerie 🙂

    Blackjack.

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  11. Non è solo una questione di cavilli. E’ che si ha l’impressione che si promulghino leggi (oppure si annuncino con un can can mediatico, come il cosiddetto piano-casa) che hanno una valenza più che altro propagandistica, e non si curino di normative esistenti, alcune delle quali a loro volta sbandierate con altri can can, esempio lampante il federalismo, che sarebbe stato calpestato dal piano casa; lo stesso mi pare si possa dire di tutta questa vicenda. Io vorrei vedere come andrebbe avanti un contenzioso tra un comune che vuole applicare un proprio regolamento che confligge con questa leggina. La mia impressione è che tutto sia partito da una sparata demagogica della lega sui kebab (corretta strada facendo), tipo quella scempiaggine del divieto di introdurre gastronomie non autoctone ecc.

    Insomma, la politica va avanti per annunci emotivi, chi la spara più grossa, mentre esistono normative da rispettare, regole e istituzioni.

    Per ora almeno.

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  12. Se l’interpretazione di Mauro è corretta (e a me pare che lo sia) ne consegue, paradossalmente, che le reazioni (disinformate e politiccizzate) alla legge in qualche misura sono giustificate. Se l’intento è “politico” (se è politica espellere il kebab dalla Lombardia) è normale che anche la reazione lo sia.
    E’ un gioco delle parti desolante (ci vorrebbe Gogol, o Cecov, per raccontarlo, ma non ne vedo molti, in giro).
    Detto questo, ripeto di trovarmi d’accordo on Blackjack quando ha scritto “Il vero argomento sono la censura latente, presente su internet e i continui attacchi alla privacy”.
    Era l’intento principale del mio post. L’interpretazione dell’affaire-kebab è un effetto collaterale tutto sommato divertente.
    ezio

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