“Dieci luoghi dell’anima”, da Taizè al Negev: intervista a Fabrizio Falconi

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di Eleonora Bianchini

“L’unica funzione della nostra coscienza è quella di creare finzioni, mentre la conoscenza è data dal cuore, dall’anima”. Fabrizio Falconi raccoglie l’eredità di Andrej Tarvovskij nel suoDieci luoghi dell’anima – dieci itinerari dieci storie (Cantagalli, pagg. 114, euro 13.90) per raccontare con l’armonia delle parole la manifestazione della spiritualità, passando dal Monastero del Monte delle Tentazioni di Jericho fino a Taizè. Abbiamo incontrato Fabrizio, oggi caposervizio vaticanista di Mediaset, per parlarne insieme.

Perchè hai deciso di scrivere questo libro?

Dopo tanti viaggi volevo fare i conti con alcuni luoghi che si erano sedimentati nella coscienza e anche nell‘in-coscienza – nei sogni per esempio. Ci sono posti al mondo che non ci lasciano indifferenti e che continuano a parlarci anche a distanza di molto tempo.

La fede è una conditio sine qua non per apprezzare la bellezza dei luoghi che descrivi?

No.

Chiunque capiti su queste strade, a prescindere dal suo percorso personale e dalla fede può goderne l’incanto e la bellezza.

Eppure i tuoi Luoghi dell’anima sono sempre legati a un sentimento di religiosità cristiana.

Hanno storie vecchie di anni, secoli e millenni, che solo in parte si intersecano con la storia cristiana. Però, i dieci che ho scelto possiedono anche un forte legame con eventi legati alla tradizione e alla fede cristiana. Ed è ovvio che da questo punto di vista se si leggono, se si vivono in una prospettiva di fede, hanno ancora più cose da raccontarci.

In che modo chi non ha fede può gustare la dimensione spirituale dei luoghi che descrivi?

Con il rispetto della loro storia e delle voci dei morti che li abitano. E in ciascuno di noi convivono parti diverse: in ogni credente esiste un potenziale non credente, messo a tacere dal conforto della fede. In ogni ateo può esistere una disponibilità – se non altro teorica – all’ascolto di quello che la fede ha da dire.

Qual è il luogo a cui sei più legato?

Difficile scegliere. In questi ultimi anni ho sentito una forte attrazione verso l’Arco di Malborghetto, alle porte di Roma, quasi totalmente sconosciuto ai romani. Ha una storia meravigliosa, lunga diciassette secoli, e probabilmente è il luogo dove Costantino Imperatore ebbe quella celebre visione che cambiò l’intera storia dell’Occidente. Poi è un luogo bellissimo, immerso in una campagna lussureggiante, in un silenzio straordinario.

Ti identifichi in “un uomo cresciuto dentro una tradizione occidentale e cristiana lunga due millenni”. Credi che esistano luoghi spirituali che possano accomunare tutti i popoli oltre le religioni? Quali?

Penso ce ne siano in tutto il mondo, a prescindere dal credo. Alcuni di questi luoghi che cito, come la statua del Redentor di Rio de Janeiro, o il deserto del Negev in Israele, accomunano uomini e donne aldilà della provenienza e della fede. E penso valga anche per Stonehenge, Machu Picchu o il Taj Mahal, luoghi simbolo del cammino spirituale dell’uomo per cercare di decifrare il mistero della nostra presenza sulla terra.

In Occidente i monasteri e le comunità sono luoghi di beatitudine spirituale e centri di interesse anche per i non credenti, come abbiamo visto al cinema con il successo de Il grande silenzio o con i numerosi pellegrini nella Comunità di Bose di Enzo Bianchi. Perchè anche chi non crede è spinto verso questi luoghi?

Oggi chi non crede si sente terribilmente inquieto. Sono cadute le vecchie certezze. Ci sentiamo un po’ come i naufraghi di Lost, sperduti su un’isola sconosciuta e minacciosa, senza i nostri padri che ci possano aiutare, confortare, salvare.

In questa situazione, dove si decidono i destini di un nuovo cominciamento, o di una definitiva auto-distruzione (pensiamo alla situazione del pianeta) è naturale che si senta il bisogno di voltarsi indietro, di fare silenzio, di capire qualcosa della nostra storia, di chi siamo, del perché siamo arrivati a questo punto, del come siamo arrivati fino a qui.

In questo senso, alcuni di questi luoghi, come Bose o Taizè, permettono di fare silenzio e di ascoltare la voce più autentica che parla dentro di noi.

L’ultimo luogo è appunto Taizè, la comunità fondata da frère Roger, che esprime una Chiesa aperta e protesa all’ascolto del prossimo, ben oltre le differenze delle singole confessioni.

A Taizè sono arrivato con mille piccole diffidenze e con molta ritrosia. Eppure, quel luogo mi ha subito parlato. Ha parlato alla mia anima. Lì non c’è costrizione o condizionamento, si respira una fede libera e sincera, senza artifici o sovrastrutture. E questa, io credo, è l’unica fede che può parlare all’uomo di oggi.

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