PROVOCAZIONE IN FORMA D’APOLOGO 1O9

La ricerca di Erre è giunta alla fine, finalmente ha quel nome e quell’indirizzo, insospettabili. Non riuscendo a trattenersi corre in quel quartiere periferico, che non conosceva; giunge alla casa, al pianerottolo, alla porta. Non c’è campanello; bussa e la porta, non chiusa, sotto la spinta lieve si apre.

Erre entra in una stanzetta deserta, che riesce ad essere in disordine anche nell’estrema penuria di suppellettili; tutto sembra essere stato abbandonato in fretta, da pochi minuti o da una vita.
Sul tavolo ingombro di carte immediatamente distingue un biglietto vergato con mano incerta e imperiosa al contempo:
“Caro Erre,
non aspettarmi, VATTENE, non mi cercare più”.
Subito dopo aver letto si rende conto che le altre carte sono dello stesso tenore, solo i destinatari dall’una all’altra cambiano.
Erre esce di corsa, è per strada, alza gli occhi al cielo poi li abbassa fino a guardarsi le scarpe. Se sapesse piangere non udrebbe che il suono dei propri singhiozzi.
D’improvviso gli solca la mente un pensiero: e provare a cercare quegli altri, incontrarli, parlare con loro… di che? Erre scuote le spalle, a mente ormai sgombra segue il lungofiume.
Il parapetto qui è tanto basso da sembrare poco più di un cordolo, e i riflessi del sole sull’acqua sono così forti da rendere ciechi.

6 pensieri su “PROVOCAZIONE IN FORMA D’APOLOGO 1O9

  1. Cara Anna,
    a meno che quella stanza non esista che in un sogno (solo) di Erre, lui non è l’unico a meritare l’appellativo di “povero”.
    Appellativo che peraltro potrebbe anche rovesciarsi in un “beato lui”, per chi ritenesse quell’abbandono e quella solitudine (reali o percepiti che siano) come una liberazione, grazie alla quale poter infine gettare uno sguardo autentico sul mondo e procedere con leggerezza in esso.
    Ognuno entro una certa misura può scegliere, in modo implicito o esplicito, come collocarsi, quale strada seguire.
    Un caro saluto,
    Roberto

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  2. Caro Roberto,
    e se anche fosse…
    Per parlare alla buona mirando alla sostanza, ciò che (ammesso e non concesso) è un fatto in un ambito, non può nel contempo essere metafora in un altro?
    Secondo me lo può, anzi persino lo deve; in caso diverso le metafore rischierebbero di essere delle fantasticaggini vuote , pericolosamente prossime alle mere bugie.
    E (pur non prendendo in assoluto le distanze da artisti e poeti che mi hanno preceduto, fatti segno nei secoli di critiche anche giuste) non è certo a una simile concezione di arte e di poesia che penso di rifarmi, e che voglio servire.
    Grazie per lo spunto e un caro saluto,
    Roberto

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  3. Cara Carla,
    delle indagini in genere si svelano solo i risultati.
    Quanto alle tue preferenze, ne prendo atto; quelli infatti erano i primi apologhi, questi sono gli ultimi (per ora, per un’ora, per sempre, chissà?). Spesso le cose finiscono a pesce, come la Sirena (in questo caso per giunta palesemente sfiatata, chi va a schiantarsi contro gli scogli non ne accusi lei).
    Un caro saluto,
    Roberto

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