Da Le finestre Verdi

di Fabrizio Falconi

Mare verticale

Incanta l’onda, irretisce
gli sguardi prima che il sole
declini
a Occidente, rosso come sipario:
mare
mosso e mai stanco
mare madre e mare vulcano
mano di Dio, e Dio nella mano.

 

Lontananze, madre,
ne ho attraversate,
e teneri addii, pallidi
arrivederci,
mesti ritorni,
perdite, mancanze,
ironiche attese
sparsi giorni tinti di ricordi,
mancavano i tuoi,
mancano anche oggi
quel che eri, quel che sei
il nastro di organza,
il ditale, la spilla. 

 

Rua da janelas verdas

Ancora mi dico esulta
mentre ogni vivida menzogna
appassisce come, lontano dal sole
un calice bianco di aprile.
Nel fiume nel mare
la punta contesa di bianco e azzurro,
morti improvvise di verde
un argento lontano di oceano
e di barche confuse
nel fiume, nel mare
dalle finestre sorridono i cerchi
di nuvole e forze di pioggia
sono vortici, fantasmi lontani
già lontani da terra, e dal mare. 

 

Il contempo degli ossessi

Vigile processione,
gli esterrefatti artefici
delle proprie sciagure,
spersi nel mondo, irrisolti,
in corteo avanzano verso un mare
di spuma scura.
Una volta il vento
Portava il fresco profumo di fiori
le corse delle api
una danza sottile e intelligente,
ora il mondo è cambiato
si soffre
nell’ombra, e non si spera.
Si sverna senza gioia
al canto friabile
di infelicità tutte uguali.

 

L’acqua dei figli

Ore di sonni a imbuti
a singhiozzo a ricordar parole
a senso, filastrocche e canti
ore di veglie e corti
respiri, mani nelle mani
e piedi nei piedi
pancia nel cuore, e odori
così
è scritto, e passa
l’acqua dei figli
sul letto di sassi dei padri
e lava, e consuma
e rende vecchio e nuovo
e prosciuga, e inonda
e rinnova da se stessa la vita
e niente è mai come il giorno prima.

Se non è per queste sconfitte
a cosa serve vivere ?
Vivere è perdere
ogni giorno un poco di sé
e ricrearlo nuovo
in un altrove sconosciuto.
 

Silenziosi
termini di paragone
fioriscono intorno
al giardino della tua assenza.
Sono dettagli
i frutti spinosi del rimorso ?
Sono misteriose strade
a ritroso, di gioiosi ritorni
a quando eravamo noi
– io e te –
quelle tracce d’acqua piovana
disseminate nella terra
coperta d’erica e di sonno ?

 

Ti ho sognato stanotte

e nessuno aveva chiuso la finestra,
si erano dimenticati di te, del tuo mondo
del fatto che eri morto.

Non credevano al giorno,
al profumo di onde e ricci di mare,
all’andirivieni nebbioso dei tuoi occhi
dall’altroieri all’oggi.
Dove ti avevano seppellito
le mani, e il viso ?
E perché soffrivi ?
Non ti faceva male anche
quel silenzio di gabbiani nascosto
dalla sera alla mattina,
quel pedinamento perché restassi
soltanto una traccia, un’idea, un… retaggio ?
Eppure ridevi, un tempo.

Ti ho sognato stanotte, e non ridevi.
Sembravi indaffarato e stanco di vivere,
stanco di morire, qui con me, come ieri
e sempre.
 

Come spiegarti
il vento di quel ritorno grigio
rumoroso
quando i quieti disincanti
s’erano disfatti sulla polvere
rossa di quella terra d’oro e di malie.
Appassionato divenni anch’io
pertica, liana, arbusto, rampicante.
Troneggiavano i ricordi
nello spazio angusto della mia finestra
di maggio. Scomparsi i ritmi dolcissimi,
malinconici orizzonti dispersi
amplissimi respiri nemmeno consapevoli
di quel tanto che già era
storia, e non memoria
perché la memoria è creta secca
– viene via a pezzi – e l’unica cosa
succosa
che resta è il risveglio interiore
un raggio di aurora inaspettata,
una brina del cuore che tutto ricopre
e trascolora ogni strada, ogni passo,
ogni giorno, quel giorno vissuto
che io spaurito non riuscivo a raccontarti
e vivevo incendiato come un tronco cavo,
ancora brucia e brucerà
e del suo fuoco da dove venga,
nessuno, nemmeno una parola sa.
 

Lontani conti del passato,
l’intelligenza era un frutto,
scopo o speranza
pugno nel cuore della gente
colpo di vento e disincanto,

oggi anche il sole
è una mela marcia
le parole sono al bando
l’intelligenza al cesso
e la visione un vanto.
 

Che ne è stato del sasso
nello stagno, del galoppo e del fuoco
del vento caldo folle del sertao,
che resta del gialleggiare di settembre
del pascolo di ore ammuffite e disciolte
dal corso di pioggia e dal ristagno del lago ?
 

Con il tempo si spegne
la luce, dirotta il cielo
disimpegna il vento,

quante notti dall’alba
del tempi e quanti giorni
alla finestra, dio della creazione,

anche noi stentati animali
senza fiuto e senza artigli
erbivendoli curiosi e tristi,

un fuoco colossale ci ama e ci divora
ci segue senza scampo, ci ottiene
trasformando la carne in scintilla,

questo pensiero in altro:
permanenza.
 

In una valle sacra
il fiume
è nascosto, morto
o forse
devìa nel mondo
sotterraneo
a fianco di stanze
funerarie
sepolte da millenni,
il suo rumore
accompagna
il canto
dei morti
tornati
nel fertile grembo
della terra.

I conti si fanno dopo
Ora tramontano
in gloria gli echi
dello Splendor Solis.
Solo,
come ogni uomo
e irripetibile
come ogni figlio
ed ogni padre
si celebri il silenzio
prima dell’extra omnes.

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