IN UN FRATTEMPO di Marco Rovelli

pmi

 (Salgareda, Treviso, Veneto)

Il presidente del consiglio Romano Prodi ha detto, il 12 aprile 2007, che i morto sul lavoro sono “martiri”. Questa definizione ricorre di continuo, in bocca a politici e giornalisti. Ma a un uomo lucido tocca di pensare fino in fondo le proprie parole. Come è ben noto, la parola “martire” significa “testimone”. Martire, allora, è colui che offre la propria vita per testimoniare qualcosa. Questo qualcosa è Dio, nel caso dei cristiani che venivano gettati nelle arene, o la Libertà, nel caso dei partigiani uccisi come “banditi”. In entrambi i casi c’era una assoluta consapevolezza di andare alla morte, in nome di una Causa superiore, nei confronti della quale la propria vita individuale passava in secondo piano. Un martire mette sempre in conto la propria morte. Ma per Jasmine Marchese – ventun anni, che lavorava come interinale di notte, producendo ante di legno per mobili che finiscono all’Ikea, per pagarsi le rate della macchina, arrivare a metter su casa, essere indipendente – non c’era alcuna Causa al servizio della quale offrire la propria vita. O se ci fosse stata, non era certo quella. Jasmine era forse disposta a morire affinché noi tutti possiamo godere dei mobili dell’Ikea?

Giovane donna, interinale, di notte. La morte di Jasmine è subito diventata un simbolo. Un evento in cui prende forma tragica una realtà sfuggente, quella di un soggetto debole e precario, una realtà di margine che tende a farsi sempre più centrale. Interinale – interim – è colui che sta “in un frattempo”: ed è in quel frattempo che Jasmine s’è persa.

Tra interinali e “soci” di cooperative alla 3B di Salgareda, Treviso, profondo nord-est, sono almeno il 30%. Oltre 200 su un totale di 750 lavoratori. Loro sono collocati prevalentemente nel reparto “4 lati”. La fabbrica è divisa in tre reparti, dove si compie il processo di produzione delle ante di legno per mobili, cinquantacinquemila al giorno, che poi saranno montate sulle cucine Ikea, Scavolini, Berloni, Snaidero. Arrivano barre di “mdf”, polvere di legno pressata, quattro metri per due. La prima lavorazione consiste nella troncatura e nella sezionatura delle barre, con delle macchine apposite, che danno forma alle ante grezze. Poi si passa alla pantografatura, se le ante devono essere disegnate, o alla levigatura, se invece devono essere lisce. Infine le ante arrivano al reparto “4 lati”, dove vengono incollate con una pressa ad aria su dei fogli di pvc. A fianco della pressa ci sono i residui plastici della lavorazione, gli scarti del pvc che avanzano, che vengono buttati in un’altra pressa, una pressa compattatrice di una decina di quintali che li comprime fino a farne una balla. Era che qui che Jasmine nella notte del 17 settembre 2007 stava lavorando. Non era quella la sua mansione, normalmente lavorava alla linea di centratura, dove i pezzi di legno vengono allineati; quella notte invece era stata spostata alla pressa per carenza di personale, nella zona “rifilatura e scarico” (dove le ante finite vengono disposte sui pancali pronte alla spedizione).

Jasmine lavorava come interinale per essere indipendente. Era per questo che aveva lasciato gli studi, dopo il diploma al liceo linguistico, e dopo aver fatto la barista aveva cominciato a lavorare in fabbrica. All’inizio del turno serale, alle 18, aveva avvertito il suo ragazzo, Mi hanno spostato dal solito tavolo stasera. Stava con lui da due mesi, la prima storia vera. E da poco aveva comprato una macchina, e adesso c’erano le rate da pagare. Smin – come tutti la chiamavano a Stretti, la frazione di Eraclea, nel veneziano, dove abitava – doveva telefonare al ragazzo, alla mezzanotte. Ma la chiamata non arrivava. È arrivata invece, a casa dei genitori, quella dei carabinieri.

Un ragazzo di trent’anni, Massimo, “socio” di una cooperativa, doveva prendere con il muletto la balla prodotta dalla pressa compattatrice e spostarla. Movimentarla, è il termine appropriato. Le pale del muletto però sporgevano dalla balla e hanno inforcato la pressa, che non era fissata a terra, ed è caduta con i suoi dieci quintali addosso a Jasmine che era alta un metro e cinquanta e pesava quaranta chili.

Massimo resta choccato, a chi gli chiede che è successo risponde, Non lo so, so solo che ho ucciso una persona, e mentre torna a casa ha un incidente con la macchina.

Nel fascicolo aperto dalla procura, Massimo è accusato di omicidio colposo. Secondo il pm invece non c’è alcuna responsabilità da addebitarsi all’azienda.

Ma è giusto che tutta la colpa ricada su Massimo? Lui lavorava col muletto da un anno, ed era ormai esperto. Un errore del genere può capitare, rientra nel novero delle cose che si possono prevedere, e che dunque dovrebbero essere evitate. E possono accadere specialmente di notte, quando i ritmi biologici rendono più probabili errori dovuti alla disattenzione. E allora ci si dovrebbe chiedere, perché non è stato previsto ed evitato? Non era forse facilmente prevedibile che movimentare del materiale a ridosso di una macchina non fissata a terra era in sé pericoloso? Lo spazio dove il muletto doveva operare era ristretto, si trattava di un passaggio promiscuo, non c’era un’area apposita per la movimentazione. In questo senso, è fortemente da dubitarsi che sia stata fatta un’adeguata valutazione del rischio.

È vero, la pressa (una Ausonia MG 10) non prevedeva il fissaggio a terra: era stata costruita nel 1994, prima dunque delle norme europee che impongono il fissaggio per macchine del genere. Ma proprio per quello andava evitato il rischio che fosse colpita e fatta cadere. Era già successo, del resto, così mi ha riferito un collega di Jasmine. Un carrellista aveva colpito la pressa e l’aveva rovesciata. Quella volta però non c’era nessuno, sotto, in quel momento erano a lavorare alla rifilatura. Il carrellista era stato sgridato dal capoturno, la cosa era stata riferita al caporeparto, dopodiché si erano perse le tracce dell’accaduto. Come sempre, segni che sfuggono. Occhi troppo serrati: troppo concentrati, forse, sulla produzione. Poteva essere evitata, la morte di Jasmine o no? L’incidente che l’ha uccisa è successo nello stesso posto, con la stessa movimentazione, con la stessa pressa, con le stesse modalità. Dunque poteva essere evitata.

Il direttore del personale non è d’accordo, visto che il giorno successivo all’incidente ha dichiarato: “Possiamo dire di aver assicurato in tutti i modi i criteri della sicurezza sul lavoro”, e così ha ribadito il titolare, Guglielmo Bergamo. Ma soprattutto così ha pensato il pm, che non ha iscritto l’azienda nel fascicolo degli indagati. Strana, la legge.

C’è anche un’altra cosa strana, riguarda i “soci” delle cooperative. Soci a loro volta ben strani, visto che spesso non sono altro che dipendenti privi di garanzie, senza disoccupazione, senza tfr, senza ferie, disponibili all’occorrenza, e se la cooperativa ti dice di stare a casa stai a casa. I soci che lavorano alla 3B, ad esempio, quando la fabbrica chiude sono mandati a lavorare altrove. È una pratica che dilaga, e non solo nel nord-est. Tempo fa, del resto, i sindacati di base del trevigiano, e lo Sportello degli Invisibili, avevano denunciato pubblicamente come molte cooperative assumano i propri lavoratori, in massima parte migranti, con un contratto “carico-scarico merci” e poi invece questi vengano impiegati nelle catene montaggio delle aziende. Un modo semplice insomma per utilizzare manodopera a costo bassissimo. Alle ditte convengono, e perciò le cooperative di comodo proliferano.

Questo era in parte il caso di Massimo. In parte, perché nella legge è scritto che le cooperative dovrebbero essere esterne “alle linee di produzione”, ma a questo punto tutto sta a intendersi sul significato di “linea di produzione”. Un carrellista, dicono alcuni colleghi di Jasmine, fa parte di una linea di produzione, lavora dentro la linea. Secondo l’azienda, invece, un carrellista fa solo facchinaggio.

Comunque sia, è incontestabile che sia ormai generalizzato l’utilizzo di lavoratori delle cooperative nel sistema produttivo. Cooperative che troppo spesso, lungi dall’essere società di stampo solidaristico, come nell’ispirazione originaria, sono diventate modi comodissimi per sfruttare la forza lavoro.

Gli interinali, alla 3B, hanno un contratto di quattro mesi, rinnovabile alla scadenza. Per altri quattro mesi. Se non dai problemi, evidentemente. Sono in molti, alla 3B, che lavorano con questo contratto quadrimensile da tre o quattro anni. In alcuni casi, racconta un collega di Jasmine, anche da sei anni. Ma diversamente dagli assunti a tempo determinato, oltre a non poter mai alzare la voce, a essere di fatto sempre sotto ricatto, questi operai non hanno mai ferie. Possono stare a casa, non pagati, nelle due settimane di agosto e nella settimana natalizia, quando la fabbrica chiude.

Ho scritto che tra interinali e dipendenti delle cooperative (impariamo a usare quest’ossimoro, se vogliamo essere aderenti alla realtà) alla 3B sono oltre 200 su un totale di 750 lavoratori.“Oltre”, perché con esattezza non sono riuscito a saperlo. I sindacati hanno chiesto da tempo di conoscere il dato dei contratti a termine, ma ancora devono avere risposta. Eppure il contratto aziendale del 2006 stabiliva che la quota dei rapporti a termine dovesse essere del 20%, come da contratto nazionale. Ma, racconta un sindacalista, il nuovo direttore del personale dell’azienda ha detto in un’assemblea che non ne era stato informato. Era rimasto, insomma, a quanto stabilito dal precedente contratto aziendale, quando i sindacati avevano patteggiato una quota del 30%: l’azienda lamentava una crisi di mercato, e loro avevano concesso l’innalzamento dei rapporti a termine in cambio di premi risultato e di un periodo più ampio di ferie per i dipendenti. Poi però erano tornati indietro. Forse perché avevano imparato la lezione. Forse sono nati dei dubbi, e qualcuno avrà capito che sul precariato non si deve patteggiare. E di certo con la morte di Jasmine quella lezione è stata marchiata a fuoco.

Alla 3B si lavora ventiquattro ore al giorno, in quattro turni di sei ore ciascuno. Da domenica a mezzanotte a sabato alle sei. Quando c’è da produrre grossi quantitativi di materiale, però, si lavora anche fino a dodici ore, anche il sabato sera e la domenica mattina. Un collega di Jasmine, che entrato in fabbrica una quindicina di anni fa, racconta di come allora i ritmi di lavoro fossero assai meno tesi. Basti pensare che le presse facevano centoquaranta pressate per ogni sei ore di un turno, mentre oggi siamo a una media di duecentoquaranta. E se su una pressa lavoravano dieci persone, oggi ce ne lavorano otto. Anche qui, dunque, come dappertutto, con una maggiore automazione quel che accade è che si lavora di più, in meno persone.

Andare camminare lavorare, cantava Piero Ciampi.

I genitori di Jasmine, Oreste e Adele, si sono rivolti a un avvocato penalista. I familiari lo avevano detto subito, Non ci interessano i risarcimenti, non serviranno a far tornare a vivere la nostra Jasmine.

Nonostante il dolore, hanno cercato di comprendere lucidamente le cose. Hanno chiesto che venisse messa sotto sequestro la pressa. Che, stranamente, non era stata sequestrata, dopo l’incidente, avvenuto di lunedì alle dieci di sera. Anzi, non era stato sequestrato nulla. Il corpo di Jasmine era stato portato via alle due e mezza di notte senza l’intervento di un magistrato, visto che la Spisal dell’Asl ne può svolgere le funzioni. E il caporeparto aveva comunicato che il giorno dopo, alle sei, si riprendeva a lavorare. Come nulla fosse stato. I lavoratori, però, hanno proclamato uno sciopero. Mercoledì sera qualcuno ha notato la pressa smontata. I genitori, venuti a conoscenza di questo, ne hanno chiesto il sequestro. Non accettano le rapide conclusioni dell’Asl, che tutto è stato responsabilità di un’errata manovra del carrellista. Loro credono che la morte di Jasmine avrebbe potuto essere evitata, e vogliono sapere se ci sono state omissioni che l’hanno causata.

A tre mesi dall’incidente, mi racconta un collega di Jasmine, la pressa Ausonia non è stata ancora fissata a terra, alla 3B, quando invece altre ditte che fanno questo tipo di lavorazione hanno immediatamente provveduto al fissaggio. Questo, dice, mi ha colpito molto.

Nel Veneto ci sono in media oltre quattrocento incidenti ogni giorno lavorativo, e più di nove morti al mese. La 3B ha dato il suo contributo a mantenere la media. Anche se è differente dalle imprese tipiche del nord-est, che sono per la maggior parte piccole imprese, molte delle quali stanno sotto i qundici dipendenti (soglia sotto la quale non si applica lo Statuto dei lavoratori). La 3B è grande, lo stabilimento di Salgareda è di centonovantamila metri quadri, di cui ottantamila coperti, e di recente è stata aperta una filiale nel Kentucky. La 3B è ormai leader mondiale nel settore. Un bel salto per un’azienda che è partita trentacinque anni fa, convertendo la produzione originaria, casse da morto. La mentalità però è rimasta sempre quella, a quanto dicono alcuni lavoratori, la mentalità tipica del “paròn” del nord-est, sempre presenti in azienda, e che mantengono il controllo sulla produzione.

La maggior parte dei lavoratori italiani sono del veneziano, mentre circa una metà, concentrata sui rapporti a termine, è costituita da migranti. Rumeni, albanesi, senegalesi. E molti di loro erano presenti al funerale di Jasmine. Lo notava un giornalista della stampa locale: “Oltre duemila persone hanno affollato sagrato e piazzale della piccola chiesa di Stretti per assistere ai funerali di Jasmine Marchese. Più degli abitanti della frazione. Grande è stata la partecipazione dei colleghi della 3B di Salgareda. Tra la folla molte erano infatti le facce di ragazzi e uomini di colore.”

* Il capitolo  è tratto dal libro di Marco Rovelli, Lavorare uccide; Bur 2008

4 pensieri su “IN UN FRATTEMPO di Marco Rovelli

  1. bellissimo; un pezzo puntuale, lucido e senza sbavature. Con tutti i particolari giusti per capire e per conoscere che razza di lavori sono quelli che vengono appioppati sulla testa di uomini e donne di questo paese. Grazie Marco e Nadia.

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  2. Lucidamente analitico, e profondamente umano questo libro di Marco, reportage come ormai se ne scrivono , ahinoi, pochi, V.

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