L’invidia: desiderare qualcosa perché qualcuno ce l’ha

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di Damiano Mazzotti

Si può considerare l’esperienza invidiosa come l’insieme di diversi stati affettivi: desiderio di qualcosa o di qualcuno, sentimento d’inferiorità, risentimento verso l’altra persona, verso se stessi e verso il destino, e a volte senso di colpa e ammirazione. Ogni singola esperienza d’invidia si può collocare lungo un continuum, con ad un polo l’invidia elementare, definita prevalentemente dal fatto di non avere qualcosa che l’altro ha (un barbone che desidera un cappotto per non morire di freddo), e l’invidia sociale, che invece di essere centrata sulla mancanza del bene si focalizza sull’altra persona e sul rapporto di inferiorità con quella persona (l’adolescente viziata che ruba o si prostituisce per comprare l’abito firmato che l’amica più ricca possiede), fino ad arrivare alla forma di invidia maligna che si alimenta delle sfortune degli altri (io non l’ho, ma ora non l’hai nemmeno tu…).
Naturalmente anche l’invidia ha aspetti positivi e negativi. Tra quelli negativi si possono annoverare la maldicenza ed il danno fisico nei confronti dell’invidiato che in molti casi può arrivare fino alla morte (in passato per evitare il carcere o la pena di morte si utilizzava molto l’avvelenamento). Ma tale emozione procura danni anche all’invidioso che rimanendo concentrato su quei pensieri negativi sottrae energie ad attività più produttive. Al giorno d’oggi molte persone sprecano ancora moltissime energie e tantissimi soldi andando dal primo mago che incontrano, pur di provare a fare qualcosa.
Però l’invidia può risvegliare energie positive e far desiderare un miglioramento nella persona svantaggiata che è portata ad imitare le azioni della persona più “fortunata”. E probabilmente molto progresso sociale e culturale deriva proprio da questo sentimento primordiale.
E quale può essere quindi la funzione psicologica principale di quest’emozione?
Innanzitutto l’invidia serve a proteggere l’autostima del soggetto, ma può servire anche a rivelarci i nostri desideri più nascosti ed il nostro valore rispetto agli altri, per farci muovere in maniera più oculata all’interno dei diversi gruppi sociali e nel mondo in generale. Può quindi aiutare la costruzione e la salvaguardia dell’identità.
A livello sociale sembra avere la funzione di evitare l’eccessiva concentrazione di potere e la ripartizione dei beni (pensiamo al limite di una donna per ogni contratto di matrimonio e alla tassazione progressiva).
Nell’uomo l’invidia segue più facilmente la pulsione “aggressiva” che spinge all’azione e all’emulazione (e a volte all’aggressione), mentre nelle donne “l’aggressività” si sfoga spesso verbalmente sminuendo l’altra persona o attraverso la maldicenza, e non sono rari fenomeni di esclusione sociale e “bullismo” (accordarsi con alcune ragazze per non invitare una persona ad una festa, decidere di non parlare di certe cose con la ragazza più bella della classe, mettere la gomma da masticare tra i capelli, ecc.). Inoltre l’identità femminile essendo centrata sulla bellezza fisica stimola una forma di invidia difficilmente rimediabile: belli si nasce e non ci si diventa. Però tutto il genere femminile dovrebbe ricordarsi che “la natura” aiuta anche le ragazze più bruttine, che possono così riuscire facilmente a sposarsi un ragazzo più bello oppure più ricco di loro.
Infine bisogna parlare di una forma di invidia diretta, quando la persona o la cosa ci interessa da vicino, e una indiretta, meno pericolosa e dannosa perché non c’è una concorrenza concreta su una persona o un bene. Facciamo un esempio di invidia indiretta: sono una ragazza single che riceve l’invito al matrimonio di un’amica, e vedendo il suo uomo, bello, simpatico e ricco invidia l’amica per la fortuna che ha avuto. Ben differente è la situazione se questa ragazza scopre con sorpresa che l’uomo che sta sposando la sua amica è un ragazzo per lei interessante che aveva conosciuto qualche mese prima o con cui aveva avuto una breve relazione un anno prima e che magari gli aveva detto che era una persona che non si voleva sposare (semplicemente perché non era la ragazza che voleva sposare ma non voleva ferirla).
Ma non sempre l’invidia assume queste forme così chiare. Per esemplificare vi racconterò la storiella dei cinque bruchi di Timothy Leary, uno psicologo che ha insegnato ad Harvard ma che per varie vicissitudini e per la ristrettezza mentale di molte persone è stato poi espulso (questa storiella si trova nel libro “Neuropolitica: il potere. La controcultura e l’America conforme”, Castelvecchi Editore, ).
Ci sono cinque bruchi che vedono la loro prima farfalla subito prima della loro stessa metamorfosi. Il bruco Conservatore tira su col naso e dice: “E’ illegale e immorale. Dovrebbero arrestare quell’individuo irresponsabile e ingabbiarlo qui a terra dove è nato”. Il bruco Tecnico grugnisce: “Scordatevi che salga su uno di quei cosi”. Il bruco Liberal-Progressista urla retoricamente: “Come osa quella creatura frivola svolazzare libera quando in Africa ci sono bruchi senza la televisione a colori? Il bruco Buddista intona “Ohm” con tono di superiorità e dice “Perché devo faticare a costruirmi ali simili quando posso semplicemente sedermi qui nella posizione del loto e volare tramite il viaggio astrale?”. Il bruco Religioso invece mormora pio: “Se Dio avesse voluto che i bruchi volassero ci avrebbe dato le ali”.

2 pensieri su “L’invidia: desiderare qualcosa perché qualcuno ce l’ha

  1. l’invidia poco o tanto è sempre maligna. se non è maligna si chiama spirito di emulazione. l’invidia è il contrario dell’amore, l’invidia per la proprietà transitiva è dunque odio. è un sentimento luciferino. è il peccato più interessante che c’è, il più morboso, perché non pare produrre in chi la prova il benché minimo piacere. oppure il piacere dura un nanosecondo, mentre nella gola, nella lussuria, nell’ira, persino nell’accidia c’è durata. il superbo basta a se stesso, fa la ruota, il pavoncello narciso. l’avaro sguazza nei suoi denari, come paperon de’ paperoni. qualche volta desidera follemente le cose d’altri, ma non gliene importa un fico secco degli altri. l’invidioso senza “l’altro” è finito.
    a me l’invidia piace un sacco: non la conoscevo bene. poi ho trovato improvvisamente strepitoso il canto XIII del purgatorio e ho capito le dinamiche. [ne ho parlato qui su lpels, se interessa].
    è il vizio più statico tra tutti i vizi capitali, ma può scatenare l’inferno.

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