L’esperienza italiana di Ken Shulman

Articolo di Ken Shulman

Testo introduttivo e intervista finale di Giovanni Agnoloni

Ken Shulman è un giornalista e scrittore di Boston, che nel corso degli anni si è occupato di politica, sport e cultura in tutto il mondo per testate come Newsweek, The New York Times, The International Herald Tribune, BBC e Associated Press. Ha vissuto per 15 anni in Italia (soprattutto a Firenze) occupandosi del campionato italiano di calcio e scrivendo anche il libro “Anatomy of a Restoration”, (Walker and Co, 1991) saggio imperniato sul restauro della Cappella Brancacci. Come giornalista sportivo ha seguito tre Coppe del Mondo, e ha viaggiato e si è occupato delle realtà di paesi come Brasile, Israele e Palestina, Turchia, Russia, Liberia, Sierra Leone, Giappone, Sud-Africa e Cuba.

Oggi proponiamo un estratto di un suo articolo in italiano, risalente al 1997, che fu oggetto di un suo discorso al Circolo Italiani di Boston, dopo il suo rientro in America. A seguire, una breve intervista con lui.

Straniero in patria: riflessioni sul rimpatrio di un americano

Discorso al Circolo Italiani di Boston
Martedi 25 Febbraio, 1997

di Ken Shulman

Sono un nuovo immigrato, o meglio, un nuovo rimpatriato. Nel 1983, senza lavoro, conoscenze, senza nemmeno una rudimentale dimestichezza con la lingua italiana, sono partito per Firenze. Lasciamo perdere il perché. Stavo male, qui. Volevo mettere un oceano tra me e i miei problemi. Pensavo di farmi una piccola esperienza all’estero, di restare sei mesi, forse addirittura un anno. Invece, ci sono rimasto per più di tredici anni. L’anno scorso, nei primi giorni di marzo, sono tornato a vivere qui a Boston. Anche qui, tralasciamo il perché. Diciamo che avevo lasciato dei conti in sospeso.
Il rientro è stato più facile del previsto, ma non senza attriti. Di colpo, la gente non mi chiamava più “dottore”. Sono rimasto allibito quando le persone appena conosciute mi chiamavano col mio nome di battesimo. Non c’era verso di tenere la gente a distanza. E non c’era verso di districarmi dalla massa. Dopo aver vissuto così a lungo da straniero, e da corrispondente all’estero in un paese che stravede come pochi per la stampa americana, ero piombato nell’anonimato, qui. Uno dei tanti, senza passato, senza riferimenti, senza quell’aria di invulnerabilità che Dio manda per proteggere gli espatriati all’estero dalla loro stessa nostalgia. Una mia amica newyorkese l’ha detto al meglio quando le ho telefonato per informarla del mio rimpatrio. “Hai appena perso ogni elemento di interesse che avevi,” mi disse. “Ora sei uguale a tutti noi.”

Per i miei primi mesi qui, più spesso che non, mi svegliavo dopo aver sognato di vivere ancora in Italia. Nelle mie visioni notturne, vedevo ondate e ondate di verde. Vedevo piazze affollatissime, finestre e verande ammucchiate una sopra l’altra in una specie di caos spaventoso, ma spaventosamente bello. Vedevo mercati pullulanti di vita, rumori, odori, luci. Ancora annebbiato, facevo una specie di gioco, cercando di ingannarmi il più lungo possibile che la giornata che mi aspettava si sarebbe svolta nello stesso paesaggio collinare e olivastro che vedevo nelle tavole e negli affreschi di Giotto, e che trovavo anche ogni mattina al di fuori della mia finestra a Pian dei Giullari, a Firenze. Poi, pian piano, le visioni si diradavano. Ogni tanto ne sogno ancora. Ogni tanto rivedo, nel sonno, quella bellezza incontenibile e lacerante. È questo il patrimonio che ho portato qui dall’Italia.

Una sola precisazione, prima di proseguire. Queste osservazioni sono mie. Non sono frutto di uno studio empirico, o di un sondaggio scientifico. Sono invece l’illogico fermento di una serie di ricordi e reazioni connessi soltanto dal mio singolare e personalissimo iter. Sono certo che alcuni delle mie conclusioni non collimeranno con le vostre. E spero ardentemente che alla fine del mio discorso possiamo scambiare i nostri pareri contrastanti. Passo parecchio tempo cercando di capire le differenze, specifiche e generali, fra le mie due vite, quella da americano rozzo e ingenuo in Italia e quella da americano cinico, spossato e rassegnato in America. Gradirei l’opportunità di paragonare i miei ricordi e le mie illusioni con quelle di persone che in qualche modo le hanno condivise. La nostra presenza qui stasera significa che siamo stati segnati, in qualche modo, dall’Italia, e che forse vorremmo sapere il perché.

Quando cerco di distillare la differenza fra la cultura italiana e la cultura americana fino ad arrivare alla sua essenza, finisco con una sola parola in pentola: tempo. Il sole sorge e tramonta qui a Boston e a New York come lo fa ad Assisi, Trieste e Macerata. Il giorno ha 24 ore in tutti continenti. Ma il tempo scorre in modi diversi. Non avrò scoperto l’acqua calda quando osservo che qui in America il tempo non basta mai, e che in Italia il ritmo di vita spesso e volentieri coincide con il lento, costante battere del cuore umano. Quante volte avremo sentito l’espressione “la vita a misura d’uomo”. Che cosa avrà imparato l’Italia della sua storia millenaria, se non a individuare e soddisfare le nostre esigenze più basilari e più nobili: la bellezza, il buon mangiare; la buona conversazione. Sarà banale ripercorre il modo in cui io, insieme a migliaia di americani e inglesi italofili, ho imparato ad apprezzare la pittura, la moda, il vino, e la tavola. Sarà ancora più banale -se non addirittura offensivo – ricordare lo scherzoso, “libertino”, allettante rapporto fra i sessi che rende così piacevole la cosiddetta “vita italiana”, almeno per noi uomini… Non sono né sarò il primo scombussolato romanziere americano a trovare, per un po’ di tempo, il mio rifugio sensuale nel Bel Paese.

Arrivato a Firenze, ho fatto la tipica scalata sociale dell’immigrato americano. Davo lezioni di inglese e imparavo l’italiano, principalmente leggendo “La Nazione” di Firenze, dove ho incontrato per la prima volta frasi come “scala mobile” “equo canone,” “fascia di reddito” e “astensione dal lavoro”. Mi ricordo una sera a cena da una mia amica, dove abbiamo guardato insieme con suo figlio undicenne il film “Via col Vento”. C’è una scena nel film, durante gli ultimi giorni dell’assedio di Atlanta, quando tutti gli schiavi issano le pale in spalla e marciano in riga verso il fronte. Il figlio ha chiesto a sua madre se quegli schiavi neri stessero scioperando.

Andavo a fare la spesa la mattina, passando prima dal macellaio, dove mi facevo consigliare dal proprietario per la scelta, e da sua moglie alla cassa per la preparazione. Poi passavo dal fruttivendolo, che mi suggeriva un adeguato contorno secondo il piatto e la stagione. Finalmente, passavo dal negozio dei vini, approfittando sempre dell’esperienza del proprietario per la bottiglia adatta alla mia cena. Avevo vissuto quasi 25 anni da troglodita gastronomico – la mia idea di una cena ideale era sempre stata una bella bistecca al sangue con purè di patate, accompagnati da una bottiglia di budweiser -, ma pure io cominciavo a evolvere, e ad apprezzare i piacere della tavola. In più, apprezzavo una cultura che metteva non solo il cibo, ma l’ambiente del cibo in cima della sua lista di priorità. L’ora della cena era un’ora sacra, da osservare senza interruzioni e disturbi. Mi sembrava di notare che questi italiani non mangiavano fuori pasto, che avendo avuto la giusta soddisfazione gastronomica a tavola, non sentivano la compulsione di mangiare alla scrivania, per strada, e in macchina come facevano i miei stressatissimi e frustratissimi compagni.

Una delle prime cose che mi colpiva in Italia, ancor prima che imparassi la lingua, era il puro volume di parole che volavano per l’etere, per strada, e anche nelle case. Tre settimane dopo il mio arrivo a Firenze, sono andato a trovare un amico a Bologna. Una sera, lui mi portò a Piazza Maggiore, dove qualcuno stava facendo un comizio sindacale. Tutta la gente parlava, chi con grandi gesti istrionici, chi con toni accesi. Mi sembrava che non si preoccupassero molto se non c’era nessuno ad ascoltare. In effetti, avevo l’impressione di essere nel retroscena di un grande teatro, con dozzine e dozzine di attori che ripassavano le loro battute prima di un provino. Era la prima volta che capivo come il parlare potesse servire a uno scopo, oltre a quello comunicativo. Mi sono reso conto dell’esistenza del piacere estetico del parlare, sia come sfogo, sia come espressione dell’essere. Con il passare del tempo, e con il mio miglioramento nell’italiano, mi sentivo affondare, lentamente, in una lussuria linguistica, nei peccaminosi piaceri della pronuncia, in una dimensione assurda e stucchevole dove il verbo stesso non era più emblema di qualcosa, ma la cosa in sé. Per un ragazzo ebreo cresciuto nella città più puritana d’America, era più che uno shock. Era una rivelazione: usare il linguaggio come una tastiera, avvolgere labbra e lingua attorno a parole eleganti e pregnanti come “scintilla,” “stupefacente,” o magari “cretino”. Conoscevo bene il mio Shakespeare, il mio Yeats, ed i ricordi dei miei anni all’università erano ancora freschi abbastanza da poter ricordare passaggi interi de “La tempesta” e “Ai piedi del Ben Bulben”. Ma questi erano poeti, baciati da dio sulla bocca. La cosa straordinaria che trovavo in Italia era che anche l’uomo comune parlava in poesia. Qualche anno dopo, quando stavo per entrare nell’Associated Press come giornalista di calcio, un mio amico orafo mi ha dato un prezioso consiglio: “Ricordati, Ken, il portiere non si tuffa mai; si ‘accartoccia’”.
Per anni ho lavorato principalmente come giornalista sportivo, specializzandomi nel calcio, nel pugilato, e nello sci. Cercate di immaginare la mia soddisfazione libidinosa davanti a frasi come “il centravanti si staglia con un stacco perentorio,” oppure “il pugile del Ghana ha gli occhi spenti. La sua faccia è ridotta a un’autentica maschera di sangue”. Provate a sperimentare i brividi che sentivo vedendo il grande sciatore lussemburghese Marc Girardelli “pennellare una curva”, o quando mi era permesso di cibare i miei ancora puritani occhi con la quindicenne tennista Monica Seles e la sua “fresca, primaverile pubertà”.

In pochissimo tempo, la crescente facilità di concatenare verbi ed aggettivi di radici latine era diventata una droga, per me. Essendo nato, nelle parole di Joyce, in un popolo senza una terra, e in una terra che considera peccato qualsiasi piacere non sudato, ero facile preda delle “sofisticate sofisticherie” della lingua italiana e dagli italiani. Diventai abbastanza esperto da poter distinguere parole con antecedenti greci da una parola sorta dalla lingua di Seneca. Andavo fiero dal fatto che ero diventato logorroico, con tendenze sia sicofantiche sia ipocondriache. Mi compiacevo della mia satirica opulenza orale. Ma senza che lo sapessi, alea iacta erat. La mia nostalgia di “dolci baci” e “languide carezze” si era tramutata in una “selva oscura”: dove la “dritta via” fu persa. E io, nel mio completo entusiasmo, ero stato contagiato dal batterio responsabile della disfatta d’Italia. In parole povere, ero diventato chiacchierone.

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Intervista a Ken Shulman:

Che differenza trovi tra l’essere giornalista e l’essere scrittore? A quale attività preferisci dedicarti, adesso?

Quello che mi colpisce di più è la solitudine che è parte indispensabile della vita dello scrittore. Il giornalismo è bello per quelli che lo praticano, perché offre loro un posto privilegiato in questo teatro che è il nostro mondo.

Ti occupi ancora di sport, e concentrandoti soprattutto su quali aspetti?

In questo momento – e da più di un decennio – mi occupo di ogni genere di giornalismo – cultura, politica, interviste, critica, ecc. Per quanto riguarda lo sport, ho smesso di seguire partite e competizioni già da un pezzo. Quello che m’interessa nello sport è il suo rapporto con l’umanità:
lo sport come ponte fra popoli in Guerra e come veicolo per riscattare vite compromesse nei ghetti urbani; in definitiva, come il più grande palcoscenico politico del mondo.

La presidenza Obama che tipo di America trova, e che nuovi rapporti vedi, tra il tuo paese e il nostro (e anche tuo, visto che sei pure cittadino italiano)?

Obama arriva alla Casa Bianca in un momento estremamente negativo per gli Stati Uniti, e anche per il mondo. Ha dovuto abbandonare – oppure almeno mettere da parte – i suoi programmi più ambiziosi per far fronte a questa crisi economica, per pure essere bollato come “socialista” da certi critici di destra. Credo che la luna di miele – l’euforia generata dalla fine dei cupi anni Bush e lo spettacolo di una famiglia afro-americana nella Casa Bianca – si stia affievolendo, non tanto per mancanze del nostro nuovo presidente, quanto per la gravità della crisi economica e la mancanza di una strategia coerente per far fronte alle minacce legate al terrorismo internazionale.

Oggi viaggi ancora molto, pur se sei tornato a vivere a Boston: quali sono i paesi che attirano
di più la tua attenzione, e per quali aspetti, in particolare?

Da qualche anno mi limito a uno-due viaggi importanti ogni anno. Sono tornato da un mese dalle Isole Azzorre – posto affascinante, più vicino all’Europa sulla carta, ma forse più legato agli stati uniti per carattere, e ragione storiche. Adesso vorrei molto visitare il Marocco, la Cina, e il Vietnam. Ho un progetto di lavoro che mi dovrebbe portare nell’Afghanistan, nel Pakistan e
in Thailandia.

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