Vivalascuola. A cosa serve il latino?

A cosa serve il latino? A cosa serve la seconda lingua comunitaria? A cosa serve l’insegnante di inglese? A cosa servono gli insegnanti tecnico-pratici? A cosa serve il diritto? A cosa serve il liceo scientifico tecnologico? A cosa serve il liceo delle scienze sociali? A cosa servono le compresenze? A cosa serve la scuola pubblica? Visto che abbiamo la nostra maestra unica?

Lingua latina moritura nos salutat!
di Lucia Tosi

Mi capita di pensare spontaneamente sempre più spesso ad una cosa a cui, un tempo, mi sforzavo di pensare, alla quale quasi mi imponevo di credere. Sapevo che non era, allora, un moto spontaneo dell’animo, che c’era, o poteva esserci, una dose di snobismo: da me a me, mica verso altri. Mica andavo in giro a vantare una cosa così, che poi i colleghi si sarebbero sentiti in dovere di darmi ragione, per non sfigurare, o di darmi addosso perché, a ben vedere, è da pazzi, anzi, era, perché mi sa che, se faccio un sondaggio, siamo in tanti a pensarla ‘sta cosa qui, adesso. Insomma: ho più piacere a insegnare latino che italiano.

Tutto qui? Calma. Mica è un gusto come un altro. Mica è un gelato alla vaniglia o alla fragola. Che poi, cosa vuol dire piacere. Sarà mica un piacere insegnare, ma dai! “I would prefer not to” spesso mi dico, per ironizzare sulle mie fatiche, quando una di nuova mi si presenta in tutta la sua sgradevolezza. “Avrei preferenza di no”: per esempio prima di attaccare un pacco di bei ventiquattro temi, prima di affrontare la ventiquattr’ore di Les Mans a decifrare il cirillico, il gotico aureo, financo il runico dei miei alunni. Per meglio entrare nella parte fingo di indossare delle mezze maniche, mi dedico a scongiuri, boccacce, gesti apotropaici tipo haka, tutto per allontanare il momento in cui leggerò le solite quattro frasette sciacquamorbido, i soliti incipit “oggidì, al giorno d’oggi”, anche per parlare di Ulisse, “fin dalle origini l’uomo…” per parlare degli spettacoli televisivi.

L’hanno voluto il saggio-breve o articolo? Eccoli accontentati. Qualche volta mi salvo con il pacco da venti di quelli di quarta, tanto carucci: però ho già capito che, arrivato il momento di dar corso a ‘sto stramaledetto saggio-breve, anche loro, di solito così bravini, stanno scantonando. Ma questa è solo una delle cose che compongono l’insegnamento dell’italiano. Ci sono le lezioni frontali, i dibattiti, le letture ad alta voce, gli spettacoli teatrali, le interrogazioni, le relazioni. Insomma, per far saltar fuori qualcosina di un po’ meno penoso ci sono tanti modi. Senza far niente (“niente” è quello che nei racconti all’ora di pranzo sul conto della mattinata a scuola pare ricorra più spesso: che hai fatto di bello a scuola oggi? Niente), senza far “niente” non si sta mai, anche se penso che la letteratura, per fare il suo effetto, dovrebbe fare silenzio attorno: leggere leggere leggere. Ascoltare. Poi, forse, discutere: un po’, non tanto. E invece: compiti compiti compiti. E giù voti a sciocchezze, scopiazzature, non-sense, ovvietà: frullini nelle tombe dei poveri grandi morti delle nostre patrie lettere.

Ma il latino, no! Il latino è un’altra cosa. Sarà pure peggio, vien da pensare. Non “vanno bene” in italiano ‘ste creature, come fanno ad andare bene in latino. E infatti vanno malissimo, con rare eccezioni. Ma io, da un po’, da almeno tre anni, preferisco le “ore” di latino a quelle di italiano. Batto e ribatto sempre sulle stesse cose. Ottengo che studino un millimetro di più ogni kilometro che faccio. Lo scritto mostra versioni lunari che sembrano il frutto della traduzione dal latino in italiano di un ucraino appena arrivato in Italia. Jonathan Safran Foer non ha inventato niente: sono almeno quindici anni che leggo testi da fare invidia ad Ogni cosa è illuminata.

Ogni insegnante di latino lo sa: tutte le cose che uno studente non scriverebbe mai in italiano vengono buone per tradurre dal latino. Ogni volta che trovano un “eius” (lett.“di quello”, cioè “suo”, non riferito al soggetto) traducono “di quello”: il cane “di quello”, la spada “di quello”. Per contro estendono a tutta la declinazione il pronome interpretato come possessivo: ei (“a quello, a lui, gli”) gladium dedit: gli diede la spada—-> diede la “sua” spada (a chi? io te la darei in capo, la spada). Che c’è di piacevole in tutto questo? Niente. Meno di niente. Arrivati in terza scientifico rimuovono tutto. Un’estate al mare, e… pluf! Quando leggono sembra facciano apposta: non beccano un accento al posto giusto. L’accento più suggestivo, da sballo, guarda, è quello di amavĕrim pronunciato amavērim che mi vien da dire stupìdo, arrivedorci, come Ollio. Sospiro. Però le regole dell’accento, basta. Così per “suus et eius”. E per il dativo di possesso, quel sumprohabeo che non lo vedono mai, che se poi non c’è il verbo sum è finita. Ogni limite ha una pazienza. Eppure, che assurdità, mi piace insegnare il latino più dell’italiano e adesso mi pare di capire perché. ( Aveva ragione Petrarca, e anche il dottor S., quello di Zeno, cioè Svevo: scrivere permette di fare “almeno” chiarezza).

Ti piace perché sei masochista.

Ti piace perché hai il ghiribizzo del kitsch.

Ti piace perché sei sadica.

Ti piace perché il latino è circoscritto, morto, finito. Mica come l’italiano.

Ti piace perché non serve a niente.

Ti piace perché è come difendere la Fortezza Bastiani che però i tartari sono già dentro da un pezzo.

Ti piace perché ti senti come uno di famiglia al capezzale di un moribondo. Gli parli, lo accompagni verso la sua dipartita, speri che non soffra. Reciti anche qualche giaculatoria. In latino.

Ti piace perché appunto per questo ti senti un po’ eroica, un po’ donchisciottesca. (Ti senti anche un po’ stupida, ma ormai ti senti una stupida in tante occasioni, stupida per definizione: “magistra litterarum ergo stultaquia paucam pecuniam capit neque ad tabernam potest ire sicut Alexander Magnaechartae ante diem octavum Idus Apriles dixit).

Ho fatto anche i miei esperimenti. Ho voluto provare un paio d’anni ad insegnare ai piccoli con il metodo Ørberg (1). In linea di massima funziona. Dà risultati lenti ma costanti nei primi due anni, poi permette agli studenti di muoversi agevolmente fino alla fine del ciclo di studi con testi sempre più complessi ed un uso minimo del vocabolario. Questo perché il latino si impara come una lingua viva; si impara a parlarlo, a scriverlo. Niente cose come “il quadro è sul muro”, “il gatto sta sotto il tavolo”, ma in sostanza si arriva presto a comprendere semplici frasi e a rispondere correttamente.

Per il prof. vuol dire ristudiare il latino da un’altra angolazione, reimpostare tutto, lavorare molto di più, almeno i primi tempi. Vuol dire resistere alla tentazione grammaticale e cercare un approccio comunicativo a cui pare assurdo pensare per una lingua morta – e sepolta – come il latino. A volte gli studenti non studiano lo stesso, anche se le probabilità di successo si alzano immediatamente rispetto allo studio tradizionale: e sappiamo quanto questo generi motivazione. Però qualcuno capisce male: crede che basti iscriversi alla sezione in cui si pratica il metodo, e il latino si apprenderà per osmosi, dal cervello dell’insegnante al proprio o, forse, che basti farsi fare una flebo di latino-ørberg, così: sporgi il braccio, il prof. passa, infila un ago, e in un attimo giù declinazioni, verbi, lessico. E invece, anche lì, agratis non ottieni niente: anzi, in certi momenti devi studiare pure di più. E così siamo daccapo al problema di fondo che è lo studio, le ore da spendere sui libri. (2)

Qualche giorno fa mi mandano a fare una supplenza in una seconda in cui i ragazzi stavano svolgendo gli esercizi da Latine disco, il volume di esercizi associato al primo volume. “Come va, ragazzi? Serve niente?” “Mmmm”. “Se avete bisogno di una mano, sono qui. Ma naturalmente sarete bravissimi!”. “’nsomma…” “Io l’anno scorso avevo nove, quest’anno prendo sei, sei e mezzo”.

“E come lo spieghi?” “Che prima non serviva studiare molto, mi veniva… così. Adesso devo studiare”. Quando i ragazzi dicono con l’aria meravigliata che “devono studiare”, lo ammetto: dico una cosa idiota che mi ricorda, ahimé, certi miei vecchi insegnanti. Serve per scaricare il nervoso che mi viene ed evitare di lanciarmi in una filippica della serie, per restare in tema, O tempora, o mores! (“Prof! La laudatio temporis acti!” “Bene, bravo, sette più”). Dico: “Chi sono io?” “Una prof.” “Cioè?” Mi guardano interrogativi, mentre dal canto mio suppongo che mille altre definizioni irripetibili passino loro nella mente. “Un’insegnante”. “E che fa un’insegnante?” “Insegna, che deve fare?” “Ecco bravo: insegno. Tutti i giorni e non sempre mi diverto: anzi per lo più non mi diverto affatto. Non fa parte del pacchetto (mi vien da dire del “pacco”, ma mi trattengo). Tu chi sei?” “Uno studente”. “E allora studia!”. Mogi mogi anche questi, non senza giro di occhiate, che naturalmente io non devo vedere, si rituffano nell’Enchiridion discipulorum, negli Exercitia latina, nei Colloquia personarum.

Studiare latino: a che serve? A formare la mente (3). E’ la risposta più consolante che genitori e insegnanti sensibili alla cultura umanistica si danno. Qualcuno aggiunge: “Di solito quando uno studente non va in latino, non va neanche in matematica”. E scrolliamo la testa in segno di assenso.

E’ tutto vero. Ma io rispondo: “Non serve a niente. Niente di quello che insegno serve. Ma è un onore e un privilegio poter insegnare, e trovare studenti che lo apprezzano, qualcosa che di questi tempi non serva a un bel NIENTE: sarà per quello che mi piace”. “Che cosa hai fatto a scuola, tesoro?” “Niente”. Magnifico! Assolutamente magnifico.

Ringrazio i miei colleghi del Liceo Scientifico di Dolo (VE) che, impegnatissimi come sono in quest’ avventura del “metodo naturale”, mi hanno fornito i dati delle loro riflessioni cui in minima parte contribuii anch’io negli anni scolastici 2005-6 /2006-7, ansiosa di riprendere a breve il salvataggio del latino, con il loro aiuto. In particolare ringrazio il prof. Andrea De Martini che è il nostro referente per il metodo Ørberg e che tiene i contatti con altri licei, ugualmente impegnati in questo progetto, per avermi fornito materiale di studio.

Note
(1) Il corso ideato da Ørberg (Lingua latina per se illustrata) consta di due volumi principali Familia romana e Roma aeterna. Il primo dei due volumi contiene in trentaquattro capitoli la storia di una familia romana del II sec. d.C. Dopo una breve introduzione geografica, in cui vengono indicati i confini dell’Impero e le principali città (quelle che rientrano nella I e II declinazione) si passa a far la conoscenza con i personaggi le cui vicende saranno narrate come in un vero romanzo in latino. La lingua, inizialmente molto semplice (modo indicativo, tempo presente, casi diretti della prima e seconda declinazione) e di struttura paratattica, cede il passo progressivamente ad un latino sempre più complesso. La storia è per sē illustrata: ci sono note in latino comprensibili grazie al contesto e alle figure. L’astuzia del corso risiede nel fatto che lo studente non avrà l’impressione di leggere un testo destinato a fargli apprendere esclusivamente delle regole di grammatica e di farlo soffrire sui relativi esercizi, ma si accorgerà ben presto di tanti dettagli di civiltà e di cultura. Le vicende della familia includono momenti drammatici e situazioni comiche: dallo schiavo fuggitivo al figlio che non ama la scuola (e che ha un pessimo maestro!). La principale obiezione rivolta al metodo “naturale” è quella secondo cui in questo modo si apprenderà la lingua, ma resterà poco spazio alla storia letteraria e allo studio degli “autori”. In parte è un’obiezione fondata: però il tempo sottratto allo studio in italiano di testi letterari latini è ampiamente compensato da una progressiva introduzione di testi originali nei quali i ragazzi entrano più pienamente essendo in grado non solo di riconoscere i fenomeni linguistici, ma di saperli anche riprodurre con precisione. La conoscenza del latino, ammesso che si raggiunga ad un buon livello di accuratezza, secondo il metodo tradizionale comporta la riflessione metalinguistica su una lingua che non si comprende del tutto e che non si sa usare.

(2) Se il corso sarà usato nella maniera corretta, lungi dall’ essere un apprendimento ad orecchio, come qualcuno vorrebbe, ben presto ci si accorge che oltre i primi capitoli non si può andare se non con uno studio ed un esercizio costante: non appena la lingua si farà ipotattica, se gli studenti non avranno appreso correttamente i primi rudimenti, si smarriranno.

(3) Mi si lasci pensare che il latino abbia la capacità di favorire e rendere più razionali le procedure del pensiero; mi si permetta di ragionare dietrologicamente: è forse per questo che la riforma Gelmini prevede un abbattimento del monte ore destinato a questa lingua al liceo scientifico di più di un quarto? L’attuale quadro orario nei cinque anni consta di 4, 5 , 4, 4, 3 ore settimanali per un totale di venti, che, moltiplicate 30 settimane medie di scuola portano a circa 600 ore. La riforma G. vede 4, 4, 3, 3, 3 = 14 x 30 = 420. Meno latino più internet, più impresa, più consenso. I conti tornano.

* * *

Perché studiare il latino?
di Dario Antiseri

Dunque: serve ancora studiare il latino? Ebbene, la risposta di De Mauro è un chiaro sì. Anzitutto “serve come l’acquisire una buona pratica di una qualunque lingua diversa dalla nostra. L’effetto di spaesamento linguistico, lo sappiamo, è salutare alfine di migliorare il controllo del nostro stesso intendere”. Ma vi è di più: “Una lingua è fatta per mettere in contatto le generazioni” – e qui sta la ragione per cui “i giapponesi e cinesi d’oggi studiano nelle scuole il cinese classico, gli indiani il sanscrito, i persiani e gli arabi l’arabo classico; e questa è anche la ragione per cui da un capo all’altro dell’Europa e del mondo linguisticamente europeizzato si è studiato e si studia il latino”. Ed ecco la conclusione di De Mauro: “Il latino è parte profonda e viva della nostra storia . Solo chi crede di potere tagliare le proprie radici e tuttavia sopravvivere può immaginare che la nostra società, la nostra comunità nazionale possa rinunciare alla linfa che viene al nostro parlare e – pensare da un rapporto profondo non ristretto a pochi eruditi con l’eredità latina. Serve ancora il latino? Sì, a chi vuole essere contemporaneamente europeo e italiano”…

Dunque: pieno accordo, con De Mauro sull’utilità e, direi, sulla necessità dello studio del latino. Da parte mia, direi: necessario l’inglese per la più ampia comunicazione, per “stare” insieme agli altri; necessario il latino per sapere chi siamo e da dove veniamo. Ma qui vorrei aggiungere un’altra argomentazione a favore dello studio del latino (e del greco) – o un’argomentazione che va nella direzione di quella educazione alla razionalità su cui anche Carlo Bernardini giustamente, e appassionatamente, insiste. E’ di Popper —pur se non soltanto sua — l’idea che unico sia il metodo della ricerca scientifica.
(continua qui)

* * *

Come insegnare latino: il parere di Luigi Miraglia, di Nicola Flocchini, di Teo Orlando, di Giulia Regoliosi, di Guido Angelino.

Il resoconto di un convegno e una piccola bibliografia qui.

Perché studiare matematica e latino? Un’analisi delle finalità comuni
nell’insegnamento di queste due materie qui.

Insegnare latino sin dalla scuola elementare? Vedi qui.

Insegnare agli insegnanti. Le problematiche della formazione dei docenti di latino qui. Intervista a Raffaella Tabacco.

Un sito con materiali sull’argomento qui e un altro qui.

Link di istituzioni culturali o scientifiche (italiane e straniere) che si occupano di studi classici qui.

* * *

Appello contro la legge Aprea.

Una sintesi dei provvedimenti del Governo sulla scuola qui.

Spazi in rete sulla scuola qui.

Cosa fanno gli insegnanti: vedi qui e qui.

18 pensieri su “Vivalascuola. A cosa serve il latino?

  1. errata corrige:
    sull’onda dello “sdegno” di vecchia prof. delusa – e negata per la matematica! – ho calcolato male il monte ore di latino nella nota 3, forse influenzata dal mio consuntivo di fine anno che vede il monte ore effettivo già adesso ridotto a favore di mille altre attività parallele di “formazione”. tipo le ore sottratte per informare quarte e quinte sugli indirizzi universitari. a mio avviso una follia: è notizia di oggi che (nonostante il tempo dedicato nei licei a far chiarezza sugli studi successivi), continuiamo ad avere un altissimo livello di abbandono universitario e una conseguente percentuale bassissima di laureati. praticamente, quando devo “cedere” delle ore che faccio? cedo il latino, per salvare l’italiano, che “serve” di più. non capisco, ma mi adeguo.

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  2. Ah, avessi avuto una profe di latino come te, che fa uscire il gatto da sotto il tavolo, forse… Il mio voto standard di latino all’epoca era “inclassificato”. Sì, proprio così, prima venivano gli 0, poi venivo io.

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  3. se ti può consolare, almeno in parte, cara collega, insegnando in un liceo artistico o in un istituto d’arte le cose non vanno meglio, per le materie di indirizzo. Si de-finiscono così le materie che, più puntualmente delle altre, marcano il territorio dei divesri indirizzi. Insegnando progettazione architettonica e discipline geometriche, in generale,non ho molti ragazzi che, pur avendo scelto tale percorso di studi,architettura, dimostrino poi di dedicarsi a tale loro scelta informandosi, frequentando siti internet che non siano solo relativi alla musica, agli incontri ed altre “numis-matiche” scemenze,buone solo per lasciare che il tempo scorra senza lasciare segno alcuno, senza traccia.Inoltre non leggono, nulla,NIENTE, non solo temi specifici. Per dire e pensare serve trarre spunto da ogni settore e le necessità nascono dall’UMANO che non è solo funzioni naturali.
    Devo dire che quelli che invece lavorano sono poi tra quelli che riescono a laurearsi bene, con profitto terminano dentro il tempo prefissato il percorso di laurea scelto in base alla precedente scelta di indirizzo alle superiori. Alcuni si spostano nelle adiacenze, ma, anche in questo caso,c’è da dire che effettivamente, per quanto si faccia a scuola(l’insegnate potrebbe anche rovesciare l’anima e tutto il suo mondo interiore, con annessi e connessi di tutti coloro che ha studiato con passione) loro, gli allievi, non sentirebbero nemmeno un pizzico di sollecito a lavorare oltre il già faticosissimo,sempre per loro, orario scolastico. Studio a casa=ZERO, il giorno dopo copia e incolla da internet o copia dal quaderno del compagno accondiscendente, anche se avrebbe dovuto fare un lavoro diverso. MAH!Mi fermo, inutile dire che ritengo il latino utilissimo per navigare attraverso il senso e i sensi , attravesro la storia e la formazione,la formulazione di una parola, HABITAT, in cui tutto è com-preso. Grazie,fernanda.

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  4. Adoravo il latino, Lulù.
    E trovo questo tuo pezzo illuminante, pieno di passione, di intelligenza, di tristezza, di cultura. È un pezzo che ti somiglia.
    Grazie a te per averlo scritto e a Giorgio per averlo pubblicato.

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  5. Mi sono interessato al metodo Ørberg tempo fa per scrupolo professionale, e la mia impressione è stata che richiedesse un tale livello di preparazione specifica e di aggiornamento continuo da essere un metodo didattico irrealistico se adottato senza rigore, competenze specifiche e continuità per (minimo) i primi tre anni di studio. È stata un’esperienza molto stimolante in ogni caso: ricordo incontri mensili in cui docenti dei licei della città erano invitati a leggere Lucrezio, e poi parafrasare e commentare in latino.
    Concordo con tutte le osservazioni fatte dall’autrice dell’articolo. Aggiungo che, lavorando in un liceo in cui un indirizzo, quello tecnologico, ha sostituito il latino con altre discipline, posso constatare la differenza di attitudine mentale e di proprietà linguistica degli studenti degli altri indirizzi.
    C’è da dire che la rete è un formidabile strumento per gli studi delle lingue classiche, e grazie ad essa c’è una piccola fioritura in Europa e in America per le lingue morte. Come in nessun’altra materia, gli studenti migliori si esaltano davanti alla versione più impegnativa del solito.

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  6. Questa idea dell'”inutilità” del latino e di ogni vera humanitas mi fa pensare a Bataille e a Petrarca insieme. Se sono inutili le lettere latine, “puro spreco”, allora vuol dire che “non servono”. Se non servono sono assolutamente libere e in una scuola “serva”, serva di tutto, dell’inefficienza come della retorica, della politica come dell’economia, dei progetti come dei patentini, questa libertà è l’unica risorsa. Ben detto Lucy.

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  7. Ringrazio Lucia Tosi per questo bell’articolo.
    Lo studio del latino non è solo utile, può essere anche molto bello. Come per ogni altro studio, occorre esserne convinti però, per comunicare questa passione, per far capire che ne vale lo sforzo, la pena. Ai giovani bisognerebbe dire che può essere anche un investimento, perché non si studia solo in Europa (in Italia forse, se non meno, peggio che in altre parti del nostro continente), ma ha cultori in tutto il mondo. Anche tra i giovani.
    L’ oblìo delle radici latine è tuttavia diffuso. Ricordo ancora quando un “giornalista” argentino mi disse di avere scoperto l’origine della parola latino, per molti in America sinonimo di sud–americano.

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  8. ringrazio tutti gli intervenuti per l’apprezzamento e la solidarietà.
    mi urge un’ultima riflessione trasversale suscitata dal commento di fernirosso che sento pieno di tristezza. è la mia stessa sconsolazione: e tuttavia sono qui – sono QUI anche oggi pomeriggio, ultimi consigli di classe con genitori e alunni – qui, in prima linea tutti i giorni, oppure “in corsia”, come amo dire, neanche tanto per scherzo. dalla trincea all’ospedale: e non è il caso di offendersi. è facile dire che i giovani sono migliori di noi. alcuni, troppo pochi. bisogna “starci” e far le proprie valutazioni su numeri ben più ampi di quei quattro o cinque, a volte meno, su venticinque, che apprezzano il lavoro dell’insegnante. è facile dire che siamo fannulloni, parassiti (sicut fert alexander), è facile pensare che tutto quanto non funziona derivi da NOI. deriva in buona misura dal fatto che il nostro lavoro si completa nel lavoro dello studente: che se non studia, non è interessato, vanifica ogni nostro sforzo. ma questo sembra tanto difficile da capire, prima di tutto da parte dei genitori, che scaricano ogni responsabilità su di noi. se un medico individua la cura e noi non assumiamo le medicine prescritte, la sua competenza resta invisibile. se io spiego e rispiego, ti correggo, lavoro con te, mi reinvento il lavoro apposta per farti recuperare le carenze, ma tu fai “altro” quando dovresti impegnarti, io, solo io, sono la responsabile del tuo fallimento? credo proprio di no. e credo che la responsabilità debba ricadere su tutta la società di questo paese, che non ha un’anima, o se ce l’ha, l’ha venduta a “valori” che vanno in direzione nettamente opposta di quelli della cultura che cerco di trasmettere.
    attraverso il latino io non insegno a fare i furbi, ma ad assumersi le proprie responsabilità. non solo perché fides e virtus, sono argomento quotidiano nell’antica roma(c’era molta ipocrisia anche allora, si badi bene), ma perché la logica di quella lingua meravigliosa insegna il rispetto delle gerarchie nello svluppo del pensiero, insegna delle prospettive, delle “responsabilità”. infine insegna molti vocaboli: sei costretto a scoprire cosa vogliono dire in italiano, così impari a parlare meglio.
    ancora un grazie e un abbraccio a ciascuno di voi. a chi è insegnante: buonissimo lavoro e coraggio!

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  9. e un grazie speciale a giorgio che, sollecito come nessuno, si occupa di questa importante rubrica e sempre con tanto entusiasmo accoglie i nostri scritti.

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  10. Grazie a tutti gli intervenuti e grazie di cuore, Lucy, prima per l’interessante pagina di didattica del latino e poi per questa bella testimonianza sul lavoro dell’insegnante: c’è molto di che riflettere, per la varietà e profondità di spunti.

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  11. La somma delle ore nel nuovo quadro orario è sbagliata: invece di
    4, 4, 3, 3, 3 = 14 x 30 = 420
    è
    4, 4, 3, 3, 3 = 17 x 30 = 510

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  12. Complimenti (ad un anno e mezzo di distanza) per il bellissimo articolo.
    I dubbi dei ragazzi sull’opportunità di studiare il latino accompagnano spesso le mie presentazioni con le classi (per carità, gli studenti non sono tutti così!). Il compiacimento della propria ignoranza è lo strumento con cui la ‘generazione dei realities’ si atteggia a rivoluzionaria.
    I procellosi mari del precariato mi hanno spinto quest’anno in un liceo linguistico, dove la scure della Gelmini si è abbattuta drasticamente:
    Prima della riforma: 4,4,3,2,3 = 16 x 30 = 480
    Dopo della riforma: 2,2 = 4 x 30 = 120.
    Proprio in un linguistico!

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  13. pensa, massimiliano, che io da diversi anni sono in prevalenza nell’indirizzo bilinguistico dello scientifico che, da microsperimentazione o come diavolo si chiamava, è diventata linguistico. io ho appoggiato questo indirizzo perché credo nello studio delle lingue (e delle letterature) straniere: dandomi però una tafazzata ciclopica, dal momento che il latino sarà di due ore per due anni. come dici tu: proprio al linguistico! complimenti!
    grazie per i complimenti all’articolo: ho rimosso il piacere di quella scrittura perché ora mi fa troppo male pensare a come andrà. oltre a TUTTO il resto culturalmente e moralmente elevato che ci viene propinato da giorni, da mesi, da anni. compresa la ministra che fa la cheer-leader del suo presidente tanto buono, tanto generoso.

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  14. Insegno nella scuola primaria e da anni ho avviato nella mia scuola un progetto di Latino destinato agli alunni di quinta, per avviarli alla conoscenza delle nostre radici, per sollecitarli a riflettere sulla presenza di termini latini nella nostra lingua e alla conoscenza dell’etimologia delle parole. Posso dirti che è stato un lavoro entusiasmante e che i bambini sono stati motivati ad apprendere con gioia. A scuola si insegna di tutto e di più, ma a volte si perde d vista ciò che è veramente necessario!
    Aida

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  15. Pingback: Vivalascuola. Ciao Lucy pestifera | La poesia e lo spirito

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