Sergiu Celibidache e l’Ottava sinfonia di Bruckner a Tokyo

Così iniziò il 20 ottobre 1990
la nuova stagione multimediale per la musica classica

di Achille Maccapani

È l’inizio del 1989. Da pochi mesi Akio Morita, chairman indiscusso di Sony Corporation, ha acquistato la Columbia records – CBS, una delle più importanti case discografiche operanti a livello mondiale, con un parterre di artisti e gruppi musicali famosissimi (Dylan, Springsteen, Clash, Living Colour). Vuole rilanciare la label a tutti i costi, senza porre limiti ai budget, e con un obiettivo ben preciso: la conquista del mercato della musica classica.
Non gli basta il catalogo esistente, seppur contraddistinto dalla presenza di nomi di rilievo come Glenn Gould, Murray Perahia, Zubin Mehta, Lorin Maazel e Leonard Bernstein .
Morita ha infatti ancora negli occhi il ricordo della press conference di presentazione del primo compact disc prodotto dalla Sony per la prima label di classica operante al mondo: Ein Alpensymphonie di Richard Strauss, nell’interpretazione dei Berliner Philharmoniker diretti da Herbert Von Karajan . Non si accontenta più di fornire i prodotti per la riproduzione, sia che si tratti di cd o videocassette, sia che si tratti di impianti hi-fi ad altissima tecnologia. Vuole produrre musica ai più alti livelli.
Ha tra le mani i risultati di una ricerca di mercato: il marchio Sony è perfetto per una nuova label di musica classica. Occorre però un manager coi fiocchi. Lo trova subito, e lo mette sotto contratto: il suo nome è Günther Breest, produttore discografico di punta della Deutsche Grammophon, e che porta la firma della prima integrale interamente digitale delle nove sinfonie di Beethoven, sempre con il connubio vincente Karajan – Berliner.
Gli intenti sono chiarissimi : aprire una sede centrale ad Amburgo, trasformare la vecchia CBS nel super rivale dell’etichetta gialla, attraverso contratti lucrosi e una programmazione da killer. Il vecchio marchio CBS Masterworks viene abbandonato a favore di quello ora conosciuto di Sony Classical.
Tutti i grandi nomi arrivano, uno dopo l’altro, da Giulini ad Abbado. L’ultimo recital registrato dal pianista Vladimir Horowitz, già in servizio con la DG fino alla sua dipartita, viene acquistato da Breest. Il Teatro alla Scala accoglie Sony Classical a braccia aperte per il completamento del ciclo pucciniano di Lorin Maazel , la Filarmonica della Scala è scelta da Carlo Maria Giulini per una nuova integrale delle sinfonie di Beethoven. Perfino Herbert Von Karajan, fresco di divorzio dai Berliner Philharmoniker, attiva una trattativa con Sony Classical e firma un contratto per la cessione del catalogo delle sue produzioni video dal 1981 in poi , a cura della sua società, la Telemondial S.A.M., con sede nel Principato di Monaco.
In realtà, per Günther Breest l’obiettivo numero uno è quello di mettere sotto contratto l’unico grande direttore d’orchestra che non registra più dischi dal 29 dicembre 1948 e nutre una profonda avversione per le registrazioni discografiche, tanto più per quelle digitali.
Proprio lui: Sergiu Celibidache.
Eppure Breest ci crede, è convinto che dopo decenni di niet continui questa sia la volta buona. Con un alleato prezioso, la sua orchestra: i Münchner Philharmoniker. La compagine bavarese già guidata in passato da Oswald Kabasta e Rudolf Kempe, in questi ultimi anni proprio sotto la guida di Celibidache ha ritrovato l’antico splendore, soprattutto attraverso le interpretazioni sconvolgenti delle sinfonie di Anton Bruckner.
La trattativa diventa dunque serrata: Celibidache non vuole registrare dischi, Breest rilancia e propone di pubblicare le riprese televisive dei suoi concerti, Celibidache inizia a nicchiare e pone condizioni, l’orchestra accetta, anzi stimola, finalmente potranno contare su un mercato più ampio, anche mondiale, perlomeno sul fronte delle videocassette Vhs e dei Laser-disc.
Alla fine, l’accordo è raggiunto. Ma ad alcune condizioni: nessuna manipolazione del suono dal mixer, nessun montaggio audio, nessun intervento, niente di niente, diritto di veto di Celibidache sul prodotto finito. Le produzioni video dovranno rappresentare la reale rappresentazione dell’evento concertistico. Nulla di più.
L’annuncio della firma del contratto di Sergiu Celibidache con la Sony Classical suscita scalpore nell’ambiente musicale mondiale. Il primo esperimento è fissato a Vienna, nella più famosa sala da concerto, dotata della più incredibile acustica, perfetta per il grande repertorio sinfonico: il Musikverein. In programma, ovviamente, Bruckner e la sua sinfonia n. 4, detta “Romantica”.
Ma il risultato si rivela disastroso.
Pur ottenendo, infatti, il concerto un largo successo di pubblico, come testimoniato dal critico di “Der Standard” , la regia televisiva è fallimentare: gli stacchi di ripresa assomigliano troppo alle tecniche laccate e quasi da videoclip anni Ottanta delle produzioni Telemondial. Proprio dei video concerti di Herbert Von Karajan che lo stesso Celibidache osteggiava a più non posso. Come se non bastasse, il sound engineer combina l’errore più grossolano: durante il terzo movimento, una stecca del corno viene corretta in digitale, usando la sezione corrispondente del “da capo”.
Celibidache, il grande vecchio della musica classica, va su tutte le furie (“Il regista non aveva la più pallida idea dell’opera e delle sue strutture musicali, e non ha sentito il minimo bisogno di confrontarsi prima con me”, dichiara a tale proposito) e, appellandosi al contratto firmato, blocca la pubblicazione del Vhs e del Laser-disc per via delle “inesattezze e imprecisioni fatali, a livello di regia visiva”.
Ancora oggi quella Quarta di Bruckner resta inedita, nonostante un tentativo di pubblicazione su cd, preannunciato nell’autunno 2008 da Sony Classical, poi curiosamente sospeso.
Breest va su tutte le furie. L’incidente di Vienna suscita forti tensioni nella Sony Corporation. Occorre recuperare. La prima occasione utile è quella della tournée dei Münchner Philharmoniker in Giappone nell’ottobre 1990. Scatta dunque la mobilitazione ai massimi livelli. L’équipe audio e video sarà quella della Nhk, la tv nazionale giapponese. Le tecnologie, quelle della Sony, in alta definizione con riprese a 16/9: gli stessi standard attualmente validi per il campionato italiano di calcio di serie A. Con un obiettivo: la ripresa naturale e integrale, con la massima discrezione, dell’intero concerto, senza interferenze, senza montaggi correttivi, senza alcun tipo di intromissione da parte delle telecamere.
Proprio in questo frangente, viene scelta quale location per le riprese tv la Suntory Hall di Tokyo , la più famosa sala da concerto operante in Giappone. Praticamente una garanzia per il risultato dei concerti delle più grandi orchestre sinfoniche in tournée nel Sol Levante: ci sono passati tutti, dai Berliner ai Wiener, da Giulini ad Abbado.
Ma per Sergiu Celibidache quei concerti , in particolare quello della sera di sabato 20 ottobre 1990, rappresentano la vera e decisiva sfida della sua vita d’artista. Osteggiato e rifiutato dai Berliner Philharmoniker che nel 1954 gli rifiutarono la nomina a direttore titolare a favore di Herbert Von Karajan, abituatosi per anni ed anni a peregrinare tra le orchestre radiofoniche europee, comprese quelle della nostra RAI , è consapevole che le date concertistiche di Tokyo siano destinate a passare alla storia.
È proprio quello che accade.
Per merito di uno straordinario video director: Shokichi Amano.
Elemento di punta dello staff televisivo Nhk, Shokichi Amano riassume l’esperienza maturata dai nipponici a proposito di come si deve riprendere un evento concertistico.
Perché la parola d’ordine era una sola: documentare il concerto.
Come avviene in questa occasione. Attraverso un semplice espediente: fare in modo che le telecamere non si vedano nel proscenio, e che lo spettatore non si accorga assolutamente che la regia televisiva prevalga sul contenuto artistico.
Proprio qui sta il punto: di fronte a un’occasione unica, quella di ascoltare e vedere la migliore orchestra al mondo diretta dal maggiore direttore vivente (Karajan era morto da pochi mesi ), nella più complessa e affascinante sinfonia tardo romantica, nelle migliori condizioni sonore, sceniche e visuali, la scelta della Nhk e della Sony consiste nel mettere in risalto l’interpretazione di Celibidache con la più assoluta linearità, senza alcun tipo di manipolazione, e facendo in modo che lo spettatore rimanga colpito da questo flusso di immagini, di sequenze che si susseguono una dopo l’altra, non più con un ritmo vorticoso, al punto tale da rivelarsi ossessionante, bensì con un apparente senso della staticità, con una discrezione nell’alternanza delle sezioni orchestrali con quelle in campo lungo.
Attorno a tutto ciò, è proprio la figura del direttore d’orchestra ad emergere in tutta la sua gravità.
Quando Celibidache si affaccia tra le file dei primi violini, dall’ingresso sul lato sinistro, avanza con un passo stanco, per nulla baldanzoso. Forse è consapevole del compito improbo che lo attende. Ma sceglie di non nascondersi di fronte alle telecamere.
A differenza dell’ultimo Karajan che ricorreggeva le dirette in sede di montaggio delle proprie produzioni video, e imponeva il campo lungo dal fondo della sala, al fine di evitare di mostrare i suoi faticosi ingressi dovuti ai problemi di deambulazione, come pure l’obbligo di riprenderlo, mentre dirigeva, dal busto in su, così da poter evitare che ci si accorgesse della presenza del poggiaschiena, Celibidache non ha problemi nel far vedere che dirigerà seduto.
Anzi, con una sedia rialzata.
Così, quando si sistema, dopo aver trovato la giusta posizione, sa bene che il pubblico in sala ha ormai smesso di applaudirlo, che il livello di concentrazione è garantito, che l’orchestra è pronta ad affrontare questo viaggio di sofferenza e redenzione, che è pronto a partire per un lungo viaggio. Questo cammino graduale tra le traversie di un’esistenza irta delle più atroci difficoltà, e che a mano a mano scopre le vette di una percezione della trascendenza, di una non esprimibilità delle emozioni che ben difficilmente era stata così ben descritta in una composizione sinfonica, prima dell’Ottava sinfonia di Anton Bruckner.
Non a caso, Celibidache sin dalla metà degli anni Settanta ha scelto di dirigere (tra le varie revisioni esistenti della sinfonia, dovute ai frequenti tagli, indecisioni, modifiche apportate dal compositore austriaco) soltanto la versione del 1890, nella revisione di Leopold Nowak, in quanto ritenuta la più compiuta, lineare e priva delle varie dispersioni contenute invece nella parallela revisione di Robert Haas (quest’ultima, invece, utilizzata da Karajan).
Già dopo i primi minuti dell’inizio della sinfonia, ci si rende conto di essere di fronte a un’esecuzione fuori dal comune. Perché quella non è un’esecuzione. È molto di più.
È la reinvenzione totale della composizione, è la riemersione di una musica che credevamo di conoscere dalla prima nota all’ultima, ma che pure suona in un modo completamente diverso da come lo conoscevamo, anzi, si rivela in una pienezza inedita, con una profondità tale da costringerci a lasciar perdere il telecomando e le piccole e grandi incombenze quotidiane, e fermarci di fronte a questo dramma dell’ineluttabilità della vita che, a dispetto della denominazione del primo movimento (Allegro moderato) emerge con un senso della gravità, dell’evidenziazione del dolore sempre più incombente che aleggia dentro di noi. E ci lascia senza parole.
I tempi cadenzati, più naturali, rispetto a quelli metronomici usualmente utilizzati da altri direttori, si rivelano, più che una scelta vincente, lo spartiacque tra l’esecuzione in senso stretto, con le note giuste, i passaggi rispettati, una conduzione irreprensibile, e la trasfigurazione radicale che invece anima l’intera riscrittura condivisa della sinfonia.
In questo modo, la gestualità direttoriale di Celibidache, per nulla improntata al facile spettacolarismo a uso e consumo dei filmmaker europei, si rivela per essere la guida di un percorso condiviso, di una lettura approfondita di questo incredibile affresco narrativo fatto di suoni e di colori orchestrali, dove i crescendo non sono più uguali uno all’altro, ma acquisiscono la forma di veri e propri cataclismi, dove gli spiragli di una pace ritrovata, seppur momentanei, sono vissuti col massimo trasporto possibile e quel pizzico di pudore che commuove lo spettatore, lasciandolo esterrefatto, di fronte a cosa può ancora comunicare una sinfonia apparentemente straconosciuta. E dimostra, ove non ce ne fosse ulteriormente bisogno, quanto sia veramente differente, e ben più totalizzante e appagante per l’ascoltatore, considerare il valore del fare musica insieme, del condividere i segni di una partitura complessa al punto da trasformarli in una musica libera che si libra nell’aria attraverso le mani libere di Sergiu Celibidache.
In tal modo, ci si rende conto di non essere di fronte a un concerto sinfonico come tanti altri. Ma a un momento artistico irripetibile, unico e meritevole di essere seguito fino in fondo. Tutto questo, nonostante l’incredibile capacità del direttore rumeno di saper scavare e far emergere, dalle pagine introduttive di questa sinfonia dai toni colossali e apocalittici, particolari ed elementi in grado di rendercela nuova e ancor più degna di particolare interesse.
Soprattutto non ci si accorge degli stacchi di ripresa, assolutamente naturali, che si susseguono uno dopo l’altro, che mostrano la fatica e la concentrazione nel fare musica. A differenza delle regie laccate dell’ultimo Karajan, tutte finalizzate a mostrare solo gli strumenti, in blocchi contrapposti, sono i volti dei musicisti a colpirci per la loro completa adesione e senso della condivisione di un’interpretazione completamente diversa dalle altre, da uno sprigionamento delle tensioni e delle emozioni, tale da farci riscoprire una musica che tantissime volte abbiamo ascoltato, ma che in quell’occasione non è affatto identica, e invece ci conquista per il suo senso avvincente, per l’afflato denso di dolore e di rassegnazione.
Così proprio nel pieno del climax eruttivo che esplode verso la conclusione del primo movimento, il tremore che si prova, la tensione palpabile per chi si trova davanti allo schermo televisivo non è determinata da chissà quale impatto dovuto alla soluzione registica escogitata, bensì dalla semplice profondità comunicata dalla musica. La ripresa televisiva si sviluppa quindi con una discrezione e una profonda adesione agli sviluppi della partitura bruckneriana, al punto da far meglio comprendere allo spettatore cosa vuol dire vivere la musica dal di dentro, mentre viene eseguita, mentre produce gli effetti sullo spettatore, certamente non nello stesso modo in cui viene recepita nella sala da concerto, ma con un impatto del tutto diverso rispetto a quello delle produzioni Unitel e Telemondial di Karajan.
In vari casi, tra l’altro, come si nota nello Scherzo, Shokichi Amano si serve della dissolvenza, proprio al fine di attenuare o ridurre l’impatto visuale, subordinato a quello puramente legato all’esecuzione musicale. Non ricorre agli stacchi indiavolati, seguendo passo dopo passo la partitura, ma pur restando dentro l’orchestra si sofferma sullo sguardo di Celibidache, sulla sua conduzione, su alcune figure chiave (ad esempio il timpanista), senza mai indulgere (come è capitato purtroppo in altri casi).
A mano a mano che si procede nell’ascolto/visione del concerto, le dimensioni temporali scompaiono, proprio perché l’interpretazione intensa e unica di Celibidache e dei Münchner Philharmoniker riesce a far dimenticare il contesto circostante. Si rimane coinvolti da una dimensione spirituale unica e inaspettata.
Ma quello che più colpisce è il livello di profondità e di scavo con il quale Celibidache dimostra non solo di possedere questa partitura, fino ai punti meno conosciuti, ma anzi di farcela meglio conoscere, assaporare, e soprattutto di aderirvi con una passione, un’umanità e una condivisione davvero ammirevoli. Perché se l’Ottava di Bruckner è stata considerata dai musicologi come una delle vette dell’essere cattolico e credente dell’autore Anton Bruckner, risulta significativo come sia riuscito il buddista Sergiu Celibidache (al pari forse, seppur con altri esiti, di Carlo Maria Giulini, che ha invece sempre rimarcato le proprie radici cattoliche) a dare vita alla profondità di queste pagine musicali, a far emergere il lato spirituale, il lato non visibile ma percepibile di un’espressione artistica che va al di là della semplice esecuzione perfetta. L’interminabile Adagio, nel quale il rischio della caduta della tensione è perennemente in agguato, si trasforma dunque in una profonda meditazione sulle domande interiori, sul perché viviamo, sul perché continuiamo a ricercare il senso delle nostre esistenze, delle nostre fragilità, delle fatiche quasi monotone che tendono giorno per giorno ad annichilirci. Ecco, l’ascolto diretto, l’impatto tremendo che queste pagine musicali assumono su di noi lasciano un’impronta particolare, ci pongono in un atteggiamento di riflessione, di ricerca. E di preghiera.
Al punto tale da evitare i facili spettacolarismi in Technicolor, perfino durante il crescendo che conduce fino all’esplosione di tutta l’orchestra. Il cuore dell’intero movimento è infatti rappresentato dalla sezione conclusiva, quella di un commiato temporaneo, di cui ogni pausa, ogni respiro, ci vengono delibati con la percezione di un addio che non è tale, ma assomiglia a un arrivederci in un altro mondo che non è il nostro, a un abbraccio estremo, intriso di pace, di quella pace che in fondo ogni giorno ricerchiamo, e ci domandiamo se mai riusciremo a trovarla.
Ed è proprio quanto emerge nel chilometrico Finale, dove Celibidache e i Münchner Philharmoniker dimostrano di non accontentarsi dei risultati sorprendenti fin qui raggiunti. Ma vanno oltre.
Sin dalle prime pagine dell’apertura imperiosa, ci si rende conto di come le tinte fosche e trionfali siano invece smorzate da un controllo delle dinamiche sonore determinato dalla necessità di collegare la fase preparatoria alla sezione successiva, quella del dispiegamento di tutti gli archi. In questo modo, la fase rielaborativa dei temi e delle cellule della sinfonia si trasforma in una vera e propria fase di transizione che conduce sempre di più verso l’alternanza tra momenti apparentemente giubilatori ed altri contraddistinti dal più pesante degli scoramenti, fino a giungere al rischio di un totale disfacimento, di uno scenario per nulla incline alla speranza verso il futuro.
Ma è proprio qui che si gioca la chiave di lettura della sinfonia e, nel contempo, della reinvenzione di Celibidache, attraverso una totale adesione con sofferenza, passione e fatica, alle pagine della partitura che trovano il loro culmine nella fase cruciale che precede il corale conclusivo, uno dei più incredibili, affascinanti e appaganti finali che alcun altro compositore abbia mai potuto concepire prima di Anton Bruckner. Qui non è in gioco l’esigenza di sottolineare le comunanze con Wagner o le prefigurazioni di ciò che rappresenterà di lì a pochi anni il sinfonismo di Mahler, bensì l’esigenza di dimostrare la profonda attualità della musica di Anton Bruckner, la sua capacità di parlare al fondo del cuore dell’uomo, di sapergli comunicare la profondità della fede in Dio da lui vissuta forse con un po’ di ingenuità rurale, ma sicuramente con un senso della condivisione davvero ammirevole.
Di fronte a questi sconvolgimenti interpretativi, le telecamere della Nhk, sapientemente guidate dalla mano felice di Shokichi Amano, compiono un vero e proprio miracolo nel saper illustrare senza mai scadere di tono, riuscendo a coinvolgere lo spettatore, a fargli condividere questa unica, irripetibile e impagabile esperienza musicale.
Il risultato di quel concerto è incredibile. La reazione del pubblico si fa sentire. Per più di un quarto d’ora le chiamate al proscenio si susseguono, ben testimoniate dalla ripresa integrale del concerto, trasmessa durante varie repliche dalla Nhk.
In seguito, verrà definito dalla critica giapponese “il miglior concerto del 1990” .
All’inizio del 1993 vengono quindi pubblicate sul mercato internazionale le prime videocassette ufficiali di Sergiu Celibidache, tra cui l’Ottava di Tokyo.
Ma nel frattempo le condizioni del mercato sono già cambiate. Gli sforzi di investimento avviati da Sony Classical Gmbh si sono rivelati un disastro su tutti i fronti. Al punto da spingere i vertici del colosso giapponese a rimuovere dalla presidenza Günther Breest, a chiudere precipitosamente la sede di Amburgo e ad attivare una serie di tagli ai piani di lavoro già programmati.
Il ciclo bruckneriano di Sergiu Celibidache si interrompe con la sola pubblicazione, oltre che dell’Ottava, della Settima e della Sesta sinfonia.
Negli anni successivi, inoltre, Sony Classical smette di produrre e pubblicare propri video di musica classica e lirica (fatta eccezione per pochissimi titoli).
Eppure l’esperienza svolta in questo campo da Sergiu Celibidache, l’artista contrario alla fissazione su disco delle proprie interpretazioni, rivelatosi tuttavia favorevole a lasciare una traccia del proprio lavoro di studio e ricerca pluridecennale attraverso il video, lascia un segno profondo e soprattutto indica una strada innovativa su come merita di essere riprodotta in video l’esecuzione musicale: non più come un mezzo prevalente, sovrapponibile, rispetto al messaggio della partitura, bensì come il risultato di un lavoro di adesione del videodirector alle più profonde intenzioni di orchestra e direttore, nel saper far pervenire all’ascoltatore il messaggio musicale.
Senza artifizi di qualunque genere, ma con la più profonda onestà.
Senza trucchi di sorta, ma svelando allo spettatore la verità più sincera dell’espressione artistica.
Un solco, quello tracciato da Sergiu Celibidache, che è tuttora portato avanti dalle varie produzioni Nhk, ma anche dalle varie compagnie di produzione in ambito mondiale, tra cui la Metropolitan Munich (la quale ha continuato a collaborare con il direttore rumeno fino alla sua morte, avvenuta il 14 agosto 1996), Euroarts, Mediciarts, e perfino la stessa Unitel degli anni più recenti. Non più dunque le produzioni di studio fatte e rifatte, ma i documenti veri di un fare musica insieme che mantiene la sua profonda verità e attualità, anche a distanza di anni dalla loro fissazione su disco ottico.
Ecco perché, a quasi vent’anni di distanza da quel 20 ottobre 1990, il guanto di sfida, orgogliosamente lanciato da Sergiu Celibidache, è stato raccolto da numerosi direttori, come Claudio Abbado, Simon Rattle, Gustavo Dudamel, e numerosi altri, nel segno comune e condiviso di un nuovo modo di rappresentare e raccontare la musica classica con le tecnologie di oggi, e una capacità di comunicarla allo spettatore dei giorni nostri, senza snaturare il contenuto e il valore di questi capolavori musicali.

Achille Maccapani è nato a Rho (Milano) nel 1964, vive e lavora a Ventimiglia (Imperia). Giornalista pubblicista e scrittore, dal 1991 lavora nella pubblica amministrazione locale. È autore di vari libri di diritto amministrativo.
Ha debuttato nella narrativa nel 2005 con il romanzo di formazione Taci, e suona la chitarra! (Fratelli Frilli Editori), vincitore del XXII Premio letterario Città di Cava de’ Tirreni. Ha quindi pubblicato il fantathriller ligure Delitto all’Aquila nera (Editrice Zona) nel 2007. Nel settembre 2009 pubblicherà il romanzo storico Confessioni di un evirato cantore (Fratelli Frilli Editori).

4 pensieri su “Sergiu Celibidache e l’Ottava sinfonia di Bruckner a Tokyo

  1. Grazie mille per la segnalazione: ottimo approfondimento!

    PS: peccato non poter dare un’occhiata anche all’esecuzione della Quarta, non sapevo quell’aneddoto, ha solleticato la mia curiosità!

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  2. per Fabrizio
    Grazie! Non credevo che questo mio contributo suscitasse queste e altre reazioni pervenutemi.

    per Manfredi
    La circostanza relativa alla Quarta al Musikverein è testimoniata dalla monografia di Klaus Umbach “Celibidache l’altro maestro”, pubblicata da Edimedia Bologna, oltre che dalle note di copertina al primo volume del ciclo della “Sergiu Celibidache edition” firmate da Marcus Herzog (che, all’epoca, lavorava proprio per Sony Classical).
    Colgo l’occasione per precisare che il fantastico video dell’Ottava di Tokyo – purtroppo non ancora ripubblicato su dvd – è tuttora in programmazione sul canale satellitare Classica (canale 728 di Sky) che lo ha finalmente proposto, il 29 aprile scorso, in prima tv nazionale nella sua versione integrale e in stereo digitale.

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  3. Pingback: Sergiu Celibidache « Wanderer's Blog

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