Ho raggiunto – di Franz Krauspenhaar

terra

Ho raggiunto le farfalle
del mio stomaco.
Un volo, un senso
unico. Di morte.
La primavera ha cent’anni
ha le speranze senz’ovulo
ha i fiori gettati nella gola,
il manifesto nudo, le urla
dei soccorritori.
Ho pianto col riso, ho fatte
mie le scarpe di mio padre
ferme qui da vent’anni.
Le ho indossate nel sogno
andando a prenderlo
come fosse il rapito da calce
da macerie giganti.
Dopoguerra dell’oggi
senza colpe e aguzzini,
solo natura folle, carne
di terra tesa. Come le menti
scolpite nella bruma, lo squarcio
apre ferite abrase, vecchie
e sole. E noi rimorti, dentro.

[Dedicata al terremoto d’Abruzzo. Letta nei luoghi del disastro da Nina Maroccolo, che ancora ringrazio. Immagine: Franz Krauspenhaar – Terra.]

8 pensieri su “Ho raggiunto – di Franz Krauspenhaar

  1. Una poesia insolitamente sottovoce, Franz. Come uno sguardo serio, come una stretta di mano senza sorriso, come il rispetto. Mi è piaciuta molto, anche nell’intenzione.

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  2. Ho trovato questa poesia veramente bella (sembrerà banale dirlo, ma è così) sia nello stile (diretto, asciutto, lineare..), sia nei contenuti. Uso volutamente il plurare perchè ogni singola parola, ogni termine (scelto con cura) racchiude un universo di significati che si sprigionano e acquistano senso solo dopo uno sguardo più ampio, in una visione d’insieme. Questo testo è come una trama intreccita con fili sottili e fragili, ma al contempo stretti e resistenti.
    C’è poi un verso che più degli altri mi ha colpito, perchè mi appartine..in qualche modo mi rappresenta: “Ho pianto col riso,(…)”.
    Complimenti
    S

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  3. il senso della piccolezza umana di fronte all’ignoto che può venire a spazzarci i sogni per mano di aguzzini o nei calcinacci dell’incuria nutrita dalle ire della natura. I morti non hanno un solo volto, hanno il volto dell’assenza ed ad ogni mancare innocente si riapre la ferita, il dolore del non avere risposte da dare con la ragione. quell’indossare le scarpe rievoca il senso inglese dell’espressione “walking in someone else’s shoes”, ovvero camminare nelle scarpe di un altro (indossare i panni di un altro dice invece l’ialiano) ma in modo più incisivo quell’indossare e correre in scarpe non proprie e, in questo caso, appartenenti alla ferita del vuoto, del segno lasciato e ormai solo ricordo contiene il sé il dolore delle piaghe nella pelle cui aggrapparsi per sfidare la morte di tanti altri e forse … anche la propria.

    bella Franz, nel senso e nella forma che è anch’essa espressione viva di sofferenza e com-partecipazione.

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  4. sabrina, serena, natalia: grazie.

    in special modo natalia, semplicemente perchè ha chiarito anche a me alcune cose. a volte succede il bello di capire cio’ che hai fatto da chi ti ha letto con tanta partecipazione e acume.

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