Occhi da vendere (intorno a Facebook)

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di Alberto Berretti

Fabrizio mi chiede di commentare in questa sede la vicenda dell’amico Vittorio Zambardino cassato da Facebook. Lo faccio solo ora, a vicenda conclusasi felicemente con la riapertura dell’account di Zambardino, sostanzialmente per ragioni di tempo (sto traslocando, due case in una, vi lascio immaginare). Ma la prospettiva mi da anche la possibilita’ di parlare d’altro, e piu’ in generale di dove un sistema come Facebook vuole arrivare e che futuro puo’ avere.

E’ anche arrivata una parziale ed incompleta risposta da parte dello staff di Facebook, che conferma quello che ho pensato fin dall’inizio in questa vicenda. Si e’ trattato dell’errore di un “bot”, un programma che analizza il comportamento degli utenti e che, sulla base di principi euristici, cerca di determinare se qualche utente stia violando le condizioni di servizio (ad es. usando il sistema per veicolare spam). Ovviamente possono succedere due cose, e cioe’ che il bot, come tutti i programmi, contenga dei bugs, degli sbagli, per cui si comporta lui in modo anomalo cancellando utenti innocenti, oppure che l’utente in questione devii dal profilo dell’utente medio che lo staff di Facebook si immagina per ragioni perfettamente lecite.

Ovviamente sono loro ad essere in difetto. Zambardino giustamente fa notare che non e’ vero che e’ tutto gratis: loro vendono la tua testa ed i tuoi occhi alle agenzie di pubblicita’. Se ci sono dei terms of service, anche loro li devono rispettare. Se pensano di farli rispettare ad un bot, e’ una ricetta per il disastro. Disastro che sembra stia solo aspettando di accadere.

Una presenza umana, invece di un programma, cambierebbe le cose, parecchio. Pretendere di gestire in automatico, “algoritmicamente”, delle cose “umane” e’ improponibile. Non ci vorrebbe molto a metter su un ufficetto in Italia con pochissimi dipendenti per seguire le problematiche relative all’utilizzo della piattaforma in Italia: e similmente per ciascun paese o area linquistico-culturale in cui Facebook abbia un numero sufficiente di utenti.

C’e’ poi un altra questione, che e’ importante, relativa alla natura estremamente chiusa della piattaforma, questione che contribuisce ad infastidire ancora di piu’ gli utenti sufficientemente smaliziati da non divertirsi piu’ di tanto con “rapitore seriale” o “corsa degli animaletti”.

Perche’, visto che Facebook ha avuto tanto successo, nessuno fa cose analoghe? (no, FriendFeed – servizio che mi piace parecchio – non e’ la stessa cosa; tantomeno Twitter; e nemmeno la madre di tutti i social network, Myspace). Perche’ manca ancora un modello di business evidente nelle reti sociali, anche per Facebook che di soldini ne fa pochi con la pubblicita’, per cui tutti i “grandi”, che hanno un business consolidato, stanno ad aspettare. Quanto ci metterebbe Microsoft a trasformare la sua piattaforma Windows Live in un Facebook killer? O Google con le sue Google Apps, con Gmail, con Google Talk, Picasa, etc.? Mesi? Giorni? Sicuramente molto poco, volendo. Il punto e’ che non vogliono buttarsi nell’ignoto.

Ma soprattutto, cos'”e'” Facebook?

A quest’ultima domanda, qualche mese fa, avrei risposto che Facebook e’ una metacomunita’ virtuale. Una piattaforma per la creazione e gestione di comunita’ virtuali arbitrarie, che pero’, per il fatto di vivere sulla medesima piattaforma, possono interagire fra loro e debordare, spostare utenti dall’una all’altra. Questo sicuramente lo e’ ancora, ma mi pare che lo sia sempre di meno. Contiene al suo interno un sistema di messaggistica (mediocre), uno di instant messaging (decisamente scrauso), un sistema di pubblicazione dello stato (“a cosa pensi?”). Ma sta diventando altro. La creazione e l’adesione ad una comunita’ (i “gruppi”) diventa, soprattutto per gli utenti piu’ giovani, non tanto l’occasione di far parte di una comunita’ ma un modo per affermare un punto di vista o un’opinione individualmente (che pensare altrimenti del gruppo “x tutti quelli che del magnum mangiano prima tutta la crosta cioccolatosa”?). Infine, c’e’ la dimensione ludica (la tonnellata di quiz, giochini etc.), ma soprattutto si tratta di un immane sistema di directory, in cui cercare persone. In questo, la sua massa critica di utenti gioca un ruolo fondamentale. E tale aspetto diventa cosi’ importante, che Facebook si propone come un id provider globale, come cioe’ un gestore di autenticazione utenti per conto terzi. Ma in questo ha gia’ molti concorrenti, soprattutto in Google che offre servizi simili per le sue applicazioni on line.

In ogni caso, la ricchezza di un sistema come Facebook, il suo vero capitale, sono gli utenti. Sia visti come occhi da vendere agli advertiser, sia come elementi di quella massa critica che permette al sistema di porsi come incumbent nel settore delle reti sociali. Quando non hai nemmeno uno straccio di modello di business chiaro e consolidato, alienarsi la fiducia dei propri utenti e’ l’ultima cosa che ha senso fare.

***

Alberto Berretti si è laureato in Fisica nel 1981 e ha studiato e lavorato a Parigi, New York e Losanna.

Insegna presso la Facoltà di Ingegneria della II Università di Roma, ed ha scritto insieme a Vittorio Zambardino Internet: Avvisi ai Naviganti (pubblicato da Donzelli) nell’ormai lontano 1995, quando scrivere un libro su Internet era considerato qualcosa di stravagante.

E’ tra i pionieri della rete, avendo un indirizzo di posta elettronica dal 1985.

11 pensieri su “Occhi da vendere (intorno a Facebook)

  1. grazie, alb, mi torna utile, questo discorso, anche per l’esposto privacy
    spero che questo commento appaia, e non faccia la fine del precedente

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  2. I’m a little bit perpless 🙂 Non ho mai capito perché Facebook (che io chiamo, in modo molto poco originale, Fakebook) abbia riscosso così tanto successo, ma mi capitò la stessa identica cosa con Second Life, prima surclassata per numeri dall’equivalente cinese e poi dimenticata in un amen; quindi l’anomalo sono io. Ancor di più non capisco questa contestazione di un ‘bot’, che è la regola per la gestione della quasi totalità dei servizi, o presunti tali, disponibili “gratuitamente” su internet. Se poi colleghiamo i ‘bot’ di internet ai call center automatici delle società che erogano servizi (e il parallelo è immediato), vedi quelle telefoniche a tante altre, l’obiezione che reclama l’apertura di un servizio gestito da ‘umani’, mi pare anche un tantino illogica e fuori tempo. Solo perché hanno rimosso per errore il profilo a Zambardino? E se si fosse chiamato, come è già successo, Zambardone e fosse un illustre sconosciuto? Qualcuno avrebbe speso anche una sola parola?
    Però di illogico, in Facebook, trovo soprattutto una cosa: l’ansia di milioni di persone di esporsi, armi e bagagli, e di dare in pasto a un sistema inaffidabile, la propria identità.

    Cosa manca?

    Blackjack.

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  3. Allora.

    (1) Un post e’ un post. Ed un post e basta. Quando uno posta… ok: quando *io* posto, sto sostanzialmente pensando ad alta voce. Altrimenti scriverei qualcosa di diverso genere. Un post puo’ essere molto strutturato, se e’ la cosa che uno scrive dopo averci pensato su molto tempo – magari anni, se si tratta di argomento estremamente familiare -, oppure puo’ essere un abbozzo di idea, di ragionamento. Che e’ il mio caso in questo post. Che poi son praticamente due post: uno sulla vicenda Zamba (su cui ho oggettivamente poco da dire, e’ stato detto di tutto oramai, soprattutto dal diretto interessato), ed uno tentava di chiedersi cosa fosse un social network in rete. C’e’ bisogno di una tassonomia dei social network, se vogliamo (a) capirli teoricamente come oggetto di discussione teorica – stavo per dire filosofica – (b) capirli dal punto di vista del business. L’etichetta “social network” e’ cosi’ vaga che dentro ci hanno messo di tutto; per capire il fenomeno e’ necessario fare chiarezza dal punto di vista teorico. Sarebbe ora di cominciare. Ci sto provando.

    (2) @Lucy: scusa, a volte ho usato termini un po’ tecnici. Sono nuovo qua dentro. Se scrivo su Zetavu assumo che tutti sappiano cos’e’ un'”incumbent”, ad es., qui non lo devo assumere. Anche “sistema di directory” e “id provider globale” mi rendo conto che sono buttati cosi’ un po’ alla brutale. Vi ho risparmiato il “lifestreaming”, che e’ concetto assai interessante (v. Twitter ad es.), che confina con il “microblogging”… aiuto! C’e’ bisogno di fare chiarezza su tutto cio’. La scommessa della mia vita e’ far capire a tutti voi che la tecnologia non e’ “fredda” ma ha un anima, che dietro c’e’ l’uomo e le sue scelte, e che quindi anche il business ha bisogno della sua etica. In uno o piu’ post successivi cerchero’ di fare chiarezza su questi punti. Il bello e’ che qui non se ne discute con i soliti noti, che litigano ripetendosi le stesse cose, quindi puo’ uscir fuori qualcosa di fresco e nuovo.

    (3) @blackjack: i “bot” sono programmi, non regole (mi scuso per il gergo). La vicenda Zamba e’ stata esaminata da umani solo molto dopo, anche il primo scambio di email non e’ stato tra Zamba e qualcuno in Facebook, ma tra Zamba ed un programma, un software risponditore automatico che dava risposte stereotipate. Al call center, perlomeno, parli con Sabrina o Rossella, che, allo stato attuale dell’arte robotica, non credo siano androidi. Quando dicevo “un servizio gestito da umani” lo dicevo in senso letterale: una persona fisica, invece di un software. Non e’ assolutamente una cosa standard risolvere problematiche del genere algoritmicamente. Lo sta facendo Facebook con risultati penosi. E ad essere disabilitati ci sono anche tanti Zambardoni, una quantita’ di persone che si sono trovate disabilitate – ed i propri dati chissa’ che fine hanno fatto – cosi’. Per fortuna che ora qualcuno ha deciso di vederci chiaro. Circa la perplessita’ della tua frase conclusiva, che ti devo dire, la condivido all’80% circa.

    Mi scrive poi in privato una mia vecchia amica: “(…) Dato il sito (…) avresti potuto dimostrare che sotto l’anima del fisico docente a ingegneria, non si nasconde, e dunque esiste ed è palese anche l’anima del poeta (PERCHE’ FORSE TU NON SEI UN LETTERATO?) e approfondire gli aspetti emotivi che per taluni rendono la presenza in Facebook motivo di gioia. Se non lo fai tu che hai questa doppia anima e formazione culturale chi altri?”. Grazie R., ci provero’. Per farlo dovro’ tornare indietro nel tempo, ritornare alle origini delle prime avventure telematiche, iniziare un racconto fatto di modem a 1200 baud senza correzione d’errore e di bollette telefoniche iperboliche. E’ cominciato tutto li’, eravamo solo due gatti invece che qualche milione.

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  4. Alberto; so benissimo che un ‘bot’ è un programma, ma un programma che ‘ragiona’ attingendo da regole. O sbaglio? Ma non capisco il perché di questa tua banale osservazione, ho scritto da qualche parte qualcosa di diverso? Al call center AUTOMATICO, parli con Sabrino o Sabrina, solo dopo aver pestato bottoni e ‘dialogato’ con risponditori automatici che non capiscono nulla e si muovono su un albero binario costruito a capocchia: a volte per farti arrivare alla meta, a volte per scoraggiarti. Che differenza c’è fra un ‘bot’ che stronca il profilo di Zetavu e uno call center automatico che mi stronca le palle tutte le volte che ho bisogno di un’informazione? Gli Zambardoni anonimi e i loro dati sono accuratamente conservati da Fakebook, che non butta nulla esattamente come Google, solo che non è buono come il maiale e, per dirla tutta, penso proprio che bisogna essere un po’ coglioni per andarsi ad infilare in un ginepraio simile e infilarci i propri dati REALI 🙂
    Già, eravamo solo due gatti, ma quanto si stava bene quando si stava peggio e, per collegarsi, si spendevano cifre iperboliche.

    Cosa manca?

    Blackjack.

    PS: quando scrivevo ‘regola’ intendevo ‘norma’, e mi scuso per l’utilizzo di un termine improprio; epperò, cavolo, perché devo sempre trovare qualcuno che vuole spiegarmi ciò che conosco benissimo, probabilmente meglio di chi cerca di spiegare e, in questo modo, il risultato finale è quello di non andare mai al nocciolo della questione? E il nocciolo è uno solo: cosa ci fanno, tutti quei pirla (scusate!), in un luogo che raccata dati come Fakebook? E per far arricchire senza fatica il solito mezza sega informatico dell’ultima ora? Qui ci si straccia le vesti sui best seller letterari e tutti giocano ‘d’elite’, ma alla primo best seller informatico, che consente di mettersi in mostra, tutti lì ad accapigliarsi…

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  5. Premesso che di telematica, fisica, elettronica, bit bot e incumbent , ecc. ecc. non so niente di niente, mi sembra scontato che se uno mette su una cosa come Facebook , e la cosa funziona ( c’è un vero e proprio popolo di facebookiani ormai ) , un interesse – anche forte – ci deve pur essere. Tu, Alberto, hai cercato di spiegarlo – per quel che ho potuto comprendere io – in termini di vendita di immagine , piuttosto che in termini pubblicitari . Io dico che è una specie di favoloso paradiso-purgatorio mediatico ( non dico ancora inferno) in cui tutti ci ritroviamo, tutti ci specchiamo , tutti andiamo a cercare l’anima o l’ombra a noi affine . Ci andiamo un po’ come si andrebbe sulle nuvole , per vedere l’effetto che fa . Poi ciascuno si propone secondo il proprio modello socio-culturale e antropologico , ci possono essere cose elevate e un mare di cazzate , sfogo di persone variamente frustrate e palestre per presunti intellettuali , ciascuno cerca di dare colore spessore vivezza al proprio profilo . Insomma si insegue un po’ il sentiero delle proprie l’illusione , o storture , ci si mette una maschera ad hoc , oppure la si toglie e si va in giro nudi …Facebook può essere tante cose , dipende sempre da chi lo usa, e come lo usa. Con Fabrizio ci siamo intesi, in questo senso, e abbiamo convenuto che può avere la sua utilità , ancorchè noi – e sono d’accordo con te, Alberto – si sia sfruttati in vari modi , non so esattamente come. Come immagine, come personaggi, come feticci? Boh!…

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  6. Un giorno mi sono lamentato che sul mio blog non vedevo più presenze come una volta, naturalmente avevo escluso l’ipotesi più probabile, cioè che sono diventato prevedibile e noioso, e così trovai più consolante dar la colpa a facebook come nuovo collettore di attenzione sul web.
    Una amica al proposito mi scrisse queste parole:
    “Facebook mi fa schifo, lo trovo poco creativo, stupido, esibizionista, inutile. Ieri ero ad una cena e vedevo tutti infervorati di Facebook: si conoscono da anni, si telefonano, si incontrano… e adesso…hanno bisogno di contattarsi anche su facebook per fare esattamente le stesse cose che facevano senza facebook. ”

    Io credo che progressivamente si vada verso una filtrazione dei rapporti di tipo tecnologico, la riconoscibilità dell’altro come “amico” avviene tramite un account, la garanzia della correctness olistica la procura un BOT, e questo facilita il rapporto, elude per esempio il fatto che mentre parli con una persona si accorga che ti puzza l’alito o le ascelle, oppure puoi fare un commento audace ad una donna che conosci da dieci minuti senza che lei ti guardi negli occhi, oltre ad avere il tempo per riflettere se stai dicendo una fregnaccia o no, con qualche anno di allenamento si arriva ad essere persino naturali con persone con cui, vis-à-vis, farfuglieremmo qualcosa.
    Naturalmente parlo di una tendenza generale, quella che interessa il business, e non dei casi singoli, io ho conosciuto, con il mio blog e in altri blog o forum, persone meravigliose che forse per strada avrei semplicemente ignorato.
    In uno spettacolo di Beppe grillo mi colpì molto un fatto, Lui stava parlando ad uno spettatore e questo invece di guardarlo in faccia lo guardava sullo schermo, lui naturalmente si incazzò e gli disse: stai parlando con me, ma per te quello vero non sono io, ma quello nello schermo.
    Ancora, oggi leggevo un articolo di Enzo Bianchi che diceva che ci si commuove facilmente per la sofferenza in luoghi remoti del mondo e si ignora semplicemente chi ci è vicino, certo non si deve essere un profeta per dire una banalità così evidente, ma tuttavia non si ripete mai abbastanza.
    Io credo che ci sia una bilancia molto instabile; sul primo piatto c’è la maggior facilità telematica di rapportarsi all’altro, e sul secondo c’è un medium invasivo e tendenzialmente fagocitante; io so cosa vuol dire vivere da drogato e, grazie al cielo, cosa vuol dire vivere senza quel filtro e percepisco che la rete svolge una funzione omeostatica, è una sorta di oppiaceo che rende tutto più semplice ma che prima o dopo presenterà il conto, siamo ancora in luna di miele con internet.

    Il sociologo americano Jeremy (!) Rifkin ha detto:
    “Quello che per qualcuno può essere un’utopia, per altri è un incubo. Provate a immaginare di svegliarvi, una mattina, e di scoprire che ogni cosa che vi riguarda è a pagamento: la vostra vita è diventata un’esperienza di natura esclusivamente commerciale. (…) L’era dell’accesso si definisce, soprattutto, attraverso il crescente asservimento delle esperienze alla sfera economica. Reti commerciali di ogni dimensione e della più varia natura tessono una ragnatela che avvolge completamente l’esistenza umana, riducendone ogni momento a merce”.

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