AD UN MESE DAL TERREMOTO DELL’AQUILA: MURI DI CENERE (in memoria dei bambini) di Dario Arkel

luex

Come sono vuoti ma conseguenti
i caduti in questa terra, testimoni ràbidi
della corsa di pietre rotolanti
in cerca di lune che pace non recano.

Ma forse non è che il tempo,
il tempo che scorre e vola,
a soffrire per queste torbide lune,
e per le ombre del giorno

– quelle ore che da sole scrivono
il nome dei morti
oltre il davanzale del vuoto,
sui marciapiedi spazzati dal vento.

Pregano l’uomo i più piccoli,
la bocca spalancata nello spasmo
del grido, le ciglia asciutte,
temendo la terra che seppellisce.

Paesi e città sono polvere, si distinguono
solo per un nome, una latta e un paracarro,
una pietra di confine tra un prima e un dopo
che non c’è più. Non si vede più.

L’elenco sterminato si porta dietro volti,
disperate suppliche, capelli che non cresceranno,
orbite svuotate, la paura del buio, il mal di pancia,
il calore di una mano che accompagna.

Gli incubi dei bambini si materializzano
così, nel silenzio che riassume grevità,
nell’ansia lacerante che domanda perché…
perché nasciamo… e lo ripete nell’eco…

Il bambino grida ancora nella notte falciata
ma non può risvegliarti perché nessuno c’è più,
e anche il piccolo è in un sogno sognato
in un altro sogno sognato. Non ringraziare per la vita

rialzati e afferrala per le sue ali d’oro,
vola oltre il giorno, fermando
il ricordo di quelli i cui occhi non conoscono
riposo e non carezzano più le loro madri.

Forse nel mare, nel suo fondo, esiste
questo stesso senso vuoto che adesso provo
all’idea di poter dimenticare quei corpi
dalle timide voci buttati via come stracci,

indifferenti a quanto si perde o si consolida,
distesi sui gradini che piangono sangue,
ora che anche il tempo utile per segnare
il tempo, inesorabile, sfugge – senza peso.

Come sono vuoti ma conseguenti
questi bambini che non rotolano
con la trottola, non rincorrono
la palla, non ricercano la luna.

Il tempo è ceduo come legno,
scorre e vola, unico mortale
a soffrire per queste piccole mani
intorpidite dal gelo della zolla,

e per le ore che incidono nomi nell’arcobaleno,
oltre il davanzale della vita.
Il valore delle pause è infinito.
Ridatemi il vento, spegnete le candele:

L’umiltà di non essere è presente.

[Immagine: Franz Krauspenhaar – Luex. Di Dario Arkel sono in libreria il romanzo “Fedele alla terra” e il saggio “Ascoltare la luce”, sulla vicenda umana e scientifica del pedagogo polacco Janusz Korczak, pubblicati entrambi da Ati Editore. ]

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