Conakry

di Giovanna Marras

Quando l’ho visitata, aveva circa 2.000.000 di abitanti, costruita dagli Inglesi, passata poi ai Francesi, la più grande città della Guinea: Conakry. Essa si affaccia pesantemente sulla costa dell’Atlantico e agli occhi del visitatore la città appare come un immenso agglomerato di baracche, tra cui, di tanto in tanto, spunta una moschea.
Durante il periodo delle piogge, che dura sei mesi, essa è sferzata continuamente da incessanti diluvi e l’umidità è talmente elevata che ogni cosa si ricopre di muffa. La stagione asciutta, invece, mostra una terra rossa che s’insinua ovunque, e il tutto appare inondato dalla luce fortissima del sole tropicale.

Durante la mia permanenza ho trovato giornate caldissime e un’umidità del settanta per cento, ma se il sole sparisce frettolosamente nel tardo pomeriggio, in compenso le giornate iniziano presto, infatti, le moschee sono fornite d’altoparlanti che alle cinque del mattino inneggiano i canti al loro Dio, purtroppo per me, un Dio troppo mattiniero.

La città mi appare brulicante di vita, un groviglio di esistenze che si muovono in continuazione, fiumi di gente, d’auto, di taxi, camioncini, che percorrono la città in lungo e in largo, uomini donne e bambini che indossano vesti sgargianti, che in un altro luogo sarebbero considerati anacronistici colorano le vie. Il numero dei taxi è impressionante, tutti vecchi e malconci sembrano provenire da una qualche discarica per vecchie auto, la maggior parte proviene dalla Francia, una volta ne ho preso uno e il taxista mi ha chiesto l’acconto per poter mettere la benzina.

Ho visto donne cariche come muli, camminare con enormi ceste sulla testa su cui portavano qualsiasi cosa, legna, cibo, animali. Lungo le strade di periferia ci sono giovani venditrici di frutta che cercano di accalappiare i clienti, con continui richiami, la frutta è fresca e sembra il risultato di un duro lavoro. Non ho una carnagione particolarmente chiara eppure là mi sentivo bianca, come la varechina, una roba liquida e poco adatta a quei luoghi.

I bambini, rovesciati sulle strade come mazzi di fiori variopinti, sorridono, e mi chiamano madame.

Cumuli di spazzatura bruciano in continuazione coprendo il cielo di una leggera foschia, che si mescola con il caldo e la terra rossa.
Le case sono costituite da semplici lamiere arrugginite e sembrano cataste di macerie, le une attaccate alle altre con mucchi di rifiuti abbandonati ovunque. Ai lati delle strade si snodano i mercati in cui si vende di tutto: dai mobili costruiti dagli artigiani in puro legno massello, ad un litro di benzina preso probabilmente da un’auto lasciata incustodita.

Uomini stanchi ci guardano dai marciapiedi, nei loro occhi leggo la speranza, forse, che gli compri qualcosa, mentre camminiamo i nostri vestiti s’incollano addosso nonostante la recente doccia, sopravvivere è l’unico motto che scorgo nei loro sguardi. Questa è una città particolare, non ho mai visto persone anziane, ma i commerci si sa richiedono forze ed energie, di sicuro le condizioni igieniche non aiutano, la malaria e altre malattie fanno il resto.

Al porto i pescatori vendono il pesce fresco, ridacchiano, e capisco che si prendono gioco di noi, parlano in dialetto, il Francese forse non lo conoscono neppure, non che conoscere il Francese sia una condizione fondamentale, ma questo denota la scarsa dimestichezza con le aule scolastiche.

Gli uomini sembrano abituati a combattere con la natura per procurarsi il cibo, presupposto che l’uomo occidentale assuefatto alle comodità sembra avere smarrito.

In tutta la città ci sono solo due supermercati, siamo gli unici clienti, la cosa è alquanto imbarazzante, la maggior parte delle persone non si può permettere di acquistare neppure una bombola di gas, che costa quanto il guadagno mensile di un operaio. Cucinano con la legna, in casi rari col carbone, li vedo sventolare i loro fuochi con mezzi di fortuna.

Le macellerie sembrano il frutto di una scorribanda notturna, i quarti di bue appesi tra due lamiere arrugginite sono l’unica forma di reclame, intanto che un mugolo di mosche esegue una danza rituale. Un uomo sorride, mentre taglia i pezzi di carne, lui sa che non è un cibo per tutti, molti si devono accontentare di un pugno di riso.

Intorno a me vedo fisici asciutti, donne gravide che portano le loro pance come un vessillo tra i drappi rossi.
Le persone non hanno l’aria triste ma rassegnata, come chi è abituato alla lotta quotidiana per salvare la pelle, ma non sembrano sottomessi, perché basta il minimo accenno e scoppia una rivolta.
Intanto che cala la sera li vedo correre verso la moschea pronti per la preghiera della sera, il traffico sembra rallentare, mentre rientro nel mio alloggio.

* * *

Dalla moschea giunge la voce dell’Imam che annuncia al mondo la grandezza di Allah, spero solo che i fedeli giungano presto così che possa parlare loro direttamente. La notte non dormo bene perché sto attenta a non sfiorare la zanzariera per paura delle zanzare. Finalmente l’uomo tace, e posso riprendere a dormire. Mi alzo solo quando è pronta la colazione e mi preparo per la nuova giornata.

Due ore dopo quando giungiamo al porto, il sole è già alto, a causa della festa del Ramadan abbiamo dovuto attraversare l’intera città, c’è una marea di persone riversate sulle strade e questo ci ha colto di sorpresa, circolano poche auto, perché la gente cammina a piedi. I più indossano abiti più eleganti del solito e si muovono a gruppi. L’auto del presidente Conté ci costringe ad un’altra sosta. La macchina scura passa veloce lasciando un turbine di polvere rossastra.

I soldati allineati ai bordi della carreggiata non danno a quel luogo un’aria rassicurante, avverto uno strano disagio, percepisco gli sguardi intorno a me e mi celo dietro le lenti da sole.
Bob mi guarda sorridendo e probabilmente, vede la mia inquietudine.
La calura rende l’aria pesante, come se un grosso peso la bloccasse impedendole di levarsi dal terreno.

Istintivamente stringo la macchina fotografica, sono stata avvisata che un qualunque zelante poliziotto mi può sequestrare la macchina, e che inoltre posso anche essere arrestata, la cosa mi turba.
Tutto ciò mi appare in netto contrasto con l’aria tranquilla degli abitanti di Conakry.
Una donna fasciata con un abito blu e bianco, dal disegno tipico locale, mi rivolge parole accorate di cui percepisco appena il senso.

Voglio scattare delle foto, del resto è questo lo scopo del viaggio, ma non riesco a muovermi.
La nostra guida, François, con grandi gesti c’invita a spostarci.
Finalmente ci accostiamo ad un grosso barcone che vedo oscillare tra le acque scure del porto. La barca è costruita con dello spesso fasciame ed ha un’aria familiare, infatti è molto simile alle barche dei nostri pescatori.

Sul fondo ristagnano piccole pozze d’acqua rese lucide da gocce di un liquido oleoso, un odore salmastro permea quelle assi riarse dal sole.
Il proprietario della barca ha l’aria sicura di chi ha passato la vita a solcare le onde; saliamo tutti e ci sediamo sulle panche di legno. La barca si sgancia dal molo ed esce velocemente dal porto. Il nostro marinaio intona canzoni italiane, sicuramente in nostro onore, alcune di dubbio gusto, certamente un omaggio lasciatogli da qualche bontempone nostro connazionale.

Il mare calmo e piatto sembra un gigante addormentato, Il cielo, leggermente più chiaro, dà una sensazione piacevole come quella di certe gite domenicali, assaporo la piacevole giornata che si va prospettando.

L’isola ci appare dinnanzi, e il verde intenso della foresta attira il mio sguardo, scatto velocemente le prime foto.
Dietro un piccolo promontorio giacciono alcune navi mercantili: un ammasso di metallo coperto di ruggine consumato dalla forza del mare e della natura africana, che ha l’aria di voler cancellare quei ridicoli tentativi di dominio.

Decidiamo comunque di continuare la navigazione e di fare il giro di tutta l’isola. Giungiamo in un luogo che sembra adeguato al nostro pic-nic. Una sottile striscia di sabbia che sembra essere stata rubata alla foresta tropicale, come a voler nascondere i suoi tesori agli sguardi indiscreti.

Grosse rocce rossicce spuntano qua e là, piccole onde rendono l’acqua torbida. La fittissima foresta così brulicante di vita sembra sopportare a mala pena la nostra intrusione, le palme slanciate ed eleganti appaiono come sospese nel cielo, trattenute solo da piccoli tralci di rampicanti puntellati da esili fiori rosa.

La bellezza sfrontata del paesaggio mi costringe immortalare ogni dettaglio, i piccoli granchi biancastri, la fila interminabile di formiche sulle rocce, un raggio di sole che a stento penetra nel fitto della boscaglia. Mi guardo intorno e osservo quel paradiso, la giornata scorre tranquilla.

Dopo aver consumato un piccolo spuntino decidiamo di rientrare.
Io preparo diligentemente dei sacchetti e vi ripongo i resti del breve pasto, senza rendermi conto che piccoli occhi seguono i miei movimenti.

Mi sto dirigendo verso la barca con i sacchetti, quando Bob mi chiede posarli di nuovo accanto ad una grossa roccia.
Incredula mi avvio verso la barca, non riesco a spiegarmi perché devo avere un simile comportamento incivile.
Salgo sulla barca, istintivamente mi volto, e vedo un gruppo di bambini che si impossessa dei sacchetti. Bob mi dice che venderanno le bottiglie di plastica al mercato.
Meravigliata guardo la scena mentre la barca si allontana, sono nel mezzo di una tragedia a cui assisto da spettatrice impotente, vorrei tornare indietro, ma la spiaggia scompare in fretta, e mi resta solo una grande amarezza.

4 pensieri su “Conakry

  1. Giovanna Marras

    Un ringraziamento a Giorgio che mi ha permesso di postare questo pezzo.

    Grazie anche a te Blackjack,e a Franz.

    Giovanna

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  2. Giorgio

    Grazie agli intervenuti e ai lettori, e soprattutto grazie a te, Giovanna. Mi piacciono i racconti di viaggio e piacerebbe anche a me viaggiare di più e conoscere di persona realtà così diverse dalla nostra come questa.

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