Perché abbiamo bisogno di una religione civile

di Vito Mancuso

Sono stato invitato a una riflessione sulla religione civile con queste parole: “L’assassinio di Nicola Tommasoli (avvenuto la notte del primo maggio 2008 per una sigaretta non data) di cui Lei sicuramente ha sentito e letto, ha spinto me e tante altre madri di figli giovani come Nicola, a ritrovarci insieme per fare pensiero sull’enormità dell’accaduto”. Ho accettato l’invito a Verona e ho iniziato a riflettere. Ci sono eventi che possono diventare l’occasione per guardare in faccia la vita e porre la domanda più radicale: chi siamo? chi siamo, se possiamo disprezzare la vita al punto da ucciderci per i più futili motivi? Escludo che questo evento derivi da una particolare decadenza morale della nostra società. È un’opinione diffusa ma, a mio avviso, infondata.
Con questo non voglio dire che la nostra società non presenti gravi problemi morali, ma solo che non sono più gravi rispetto al passato. Nella Bibbia c’è un certo Lamech che cantava alle sue mogli Ada e Silla: “Ho ucciso un uomo per una mia scalfittura e un ragazzo per un mio livido”. Non c’è molta differenza con quanto avviene da noi. Il problema dell’identità umana non lo si risolve con considerazioni moralistiche, occorre scavare più a fondo. La realtà fisica e biologica della vita è tale da produrre il più profondo senso di mistero. Diceva Einstein: “L’esperienza più bella e profonda che un uomo possa avere è il senso del mistero: è il principio sottostante alla religiosità così come a tutti i tentativi seri nell’arte e nella scienza. Chi non ha mai avuto questa esperienza mi sembra che sia, se non morto, almeno cieco”. Non ci sono certezze sull’origine della vita, ma è sicuro che alla luce delle condizioni iniziali del cosmo la sua comparsa era altamente improbabile. Eppure la vita è comparsa, divenendo, con l’uomo, consapevole della sua intelligenza: nella mente umana che sa di sapere l’universo conosce se stesso. Forse è per questo che un senso di meraviglia e un senso di rispetto di fronte alla vita hanno da sempre pervaso l’umanità. Dalla meraviglia sono nate le religioni, le filosofie, le arti; dal rispetto le civiltà si sono date la norma “non uccidere l’innocente”. Ciò non ha impedito naturalmente che venissero uccisi molti innocenti, anche per motivi religiosi. Proprio a Verona il 13 febbraio 1278 ci fu il rogo più alto della storia d’Italia con circa duecento catari bruciati vivi. Ma attenzione, per uccidere l’innocente prima lo si doveva dichiarare colpevole: eretico, strega, untore, ebreo deicida… comunque, colpevole. Se infatti un uomo non risulta colpevole, la coscienza comanda di non ucciderlo. Ognuno avverte che non si può uccidere per capriccio. Da un lato abbiamo meraviglia e rispetto per la vita, dall’altro uccisioni e delitti di ogni tipo.
Chi siamo dunque? Il fatto è che noi uomini siamo connotati da una particolare condizione dell’essere: siamo natura come ogni altro fenomeno del mondo, ma siamo anche possibilità di distanziarci dalla natura, come nessun altro fenomeno del mondo. Siamo, cioè, libertà. La libertà caratterizza il nostro essere. Ma eccoci al dramma: proprio la nostra più alta ricchezza può generare la nostra più oscura miseria. Per designare la libertà la mente ha coniato il termine “spirito”. Per il cristianesimo Dio è spirito, ma anche l’origine del male è spirituale, è l’angelo decaduto, Lucifero. Reali o no i simboli, il concetto veicolato è molto importante: l’origine del bene e del male è lo spirito, è la libertà. La morte di Nicola non può essere spiegata senza lo spirito in quanto espressione perversa della libertà. Ma anche questa serata, e l’associazione di madri che l’ha voluta, a loro volta non si spiegano senza lo spirito, in quanto ribellione contro il male. Io penso che abbiamo bisogno di una religione a causa dell’ambiguità originaria della libertà, da cui discende la necessità di legarla a qualcosa di più grande e di più stabile. Il senso della religione, compresa la religiosità laica, si basa su due convinzioni: 1) che la libertà esista; 2) che vada legata e orientata a qualcosa di più grande e di più stabile. Il nostro tema però è una particolare forma di religione, quella che ci fa abitare insieme agli altri con onestà e solidarietà: la religione civile. Anche per la convivenza sociale infatti abbiamo bisogno di fondamenti normativi superiori ai quali legare la libertà. Si può obiettare al riguardo che non è il caso di parlare di “religione”, è sufficiente etica o diritto.
Può essere, anche perché il termine religione oggi indispone a priori non poche persone. Ma il fenomeno che voglio descrivere non è solo la libertà che si lega a qualcosa cui riconosce più autorità (diritto), e neppure la libertà che si lega a qualcosa cui riconosce più valore (etica), ma quella particolare forma della libertà che si lega a qualcosa cui riconosce più autorità e più valore ma col quale al contempo si identifica, cioè la religione. Religione infatti è dipendenza e insieme identificazione. E io penso che un vero senso della democrazia implichi esattamente questo particolare rapporto dell’individuo con la società, di dipendenza ma anche di identificazione: “è più importante di me, ma è anche casa mia”. Ed è per questo che parlo di “religione” civile.Sono spinto a parlarne da quanto espresso da Nietzsche, con queste parole oggi più attuali che mai: “Tutta la nostra cultura europea si muove già da molto tempo con un tormento e una tensione che cresce di decennio in decennio, come se tendesse a una catastrofe: inquieta, violenta, impetuosa: come una corrente che vuol giungere alla fine”. È il nichilismo. Esso si manifesta col venir meno della possibilità di fondare l’etica e il diritto, e la difficoltà di rispondere a questa semplice domanda: perché devo essere giusto? e perché devo esserlo verso la società, quando la convenienza mi porta a non esserlo? Il fondamento dato dal cristianesimo al convivere sociale è venuto meno da tempo, tutte le alternative proposte non hanno funzionato, il risultato è che oggi al convivere sociale manca un fondamento: da qui l’instabilità del senso della giustizia, particolarmente in politica, sempre più dominio dei furbi, non dei giusti. Ma senza un legame di tipo religioso (”è più importante di me, ma è anche casa mia”) nessuno sacrifica alla società il suo particolare. Per questo la religione civile è d’importanza vitale, in particolare per l’Italia sulla cui qualità etica della politica non occorre spendere parole. Da dove trarre però questa religione civile? Le religioni possono contribuire a formare nei loro fedeli una coscienza civile, ma nessuna di esse può essere assunta a fondamento della convivenza sociale: se vuole essere la casa di tutti, la società deve rimanere rigorosamente laica. Tanto meno la soluzione può venire dalle forze politiche, per motivi chiari a chiunque. Io non vedo altra strada se non il lungo percorso della convinzione personale mediante cui il singolo trae da sé i motivi di un rinnovato legame con la società. Lo può fare sulla base della natura relazionale del suo essere, perché noi siamo relazione già a partire dal nostro organismo. Costituiti da atomi e prima ancora da particelle subatomiche, il nostro senso sta nel logica che “lega insieme” particelle, atomi, molecole, cellule, tessuti, organi. Noi consistiamo nell’idea (o, come dice la scienza, nell’informazione) che presiede il costituirsi delle relazioni strutturanti la nostra energia in massa materiale del corpo. Noi siamo relazione ordinata. Per questo creare legami sociali sotto forma di relazioni ordinate, cioè giuste, significa essere fedeli a noi stessi. Io credo che sulla base della nostra natura possiamo sottoscrivere dentro di noi una specie di costituzione interiore a servizio del paese. Nicola Tommasoli è morto un anno fa e ora è in quella dimensione dell’essere alla quale tutti siamo destinati senza poter sapere se sia l’eternità, il nulla o che altro. Con queste semplici parole, spero di averne onorata la memoria.

La Repubblica 5 maggio 2009

2 pensieri su “Perché abbiamo bisogno di una religione civile

  1. Una spiritualità umana e civile è auspicabile, anzi più che mai necessaria, in quanto non esclude la possibilità di accogliere in seno anche una forma di religiosità ma non impone assolutamente che l’individuo accetti per forza di appartenere a una chiesa. La coscienza si forma attraverso la spiritualità in una società che sia sana e che voglia continuare ad esserlo; au contraire, una coscienza nutrita di sola religione verrà su tarata, terreno fertile per il pregiudizio e la discriminazione. E si continuerà a uccidere il prossimo per una sigaretta negata.

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  2. “Escludo che questo evento derivi da una particolare decadenza morale della nostra società. È un’opinione diffusa ma, a mio avviso, infondata”.

    Non credo sia infondata, al contrario, basta leggere Bauman ed anche il nostro buon vecchio Galimberti, per renderci conto di quanto il problema del “consumismo” (cioè dell’interagire con l’altro vedendolo unicamente come un bene di consumo) e del “nichilismo” sia grave e diffuso, soprattutto tra i giovanissimi.
    Paragonare poi l’episodio veterotestamentario (tratto da Genesi 4!!!) ai tempi moderni, mi sembra alquanto antistorico visto che all’epoca (e non è neppure il caso di Lamech, evidente esempio di ferocia…) l’unico argine alla violenza ed alla vendetta era la legge biblica (detta del taglione) dell’ occhio per occhio, dente per dente … e da allora mi pare sia trascorso un intero nuovo testamento e secoli di riflessione morale sia filosofica che teologica che non possiamo ignorare visto che ne siamo immersi, anche se spesso in modo inconsapevole.
    Forse piuttosto che pensare di sostituire una religione con un’altra, qualunque sia il senso che al termine “religio” si voglia dare e quindi metterci d’accordo sul significato di “civile” e di “sociale” … dovremmo più semplicemente con dedizione educare i bambini ed i giovani al rispetto della vita, delle diversità, rendendoli capaci finalmente di distinguere tra il valore di una sigaretta e quello di un uomo, senza preoccuparci né sentirci offesi se, anacronisticamente, difendendo l’uomo veniamo tacciati di credere in quella “funesta superstizione” che dalla Giudea, ha invaso l’Urbe.
    Certi valori oggi non dovrebbero più avere etichette, né colori, purtroppo però raccogliamo sempre di più l’amaro frutto della nostra ignavia.

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