L’altro fuoco, di Antonio Spadaro

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[dall’Introduzione di Antonio Spadaro]

Quando la parola è davvero «poetica» – cioè creativa – diviene come un biblico roveto ardente. Quando è letta, diventa attiva nel lettore, comunica la sua potenza espressiva, ma non si disperde, non si infiacchisce nella lettura: è un fuoco che il suo ardore rigenera (M. Luzi). E soprattutto non «divora» il lettore annullandolo, assimilandolo in se stessa, come invece fanno le fiamme nel video di Viola. Il fuoco prodotto da selci brucia e consuma in sé. L’esperienza della letteratura invece è generata da un «altro fuoco», che infiamma ma proprio per questo potenzia. Ecco dunque la necessità di scoprire senza selci l’altro fuoco, come afferma un verso del poeta Bartolo Cattafi, presentato nelle pagine che seguono.
La vera esperienza estetica rafforza l’uomo non lo annienta, come invece fa l’ideologia o la mistificazione. La parola poetica è una invisibile fiamma (O. Sedakova), che resta viva e lascia vivi. Anzi produce i suoi effetti lentamente, modificando nel lettore il suo modo di vedere il mondo, la realtà, la sua stessa vita. Chi di noi, infatti, non è stato influenzato, in un modo o nell’altro, da un personaggio di un romanzo o dal verso di una poesia? Chi non si è sentito «infiammare» da una parola poetica che ha legna da ardere / proprio al centro, legna da ardere intrisa / di resina (R. Carver). Ecco dunque inquadrato il percorso che il presente volume intende compiere: la ricerca esemplare della letteratura che ha vento di fuoco, come scrive Alda Merini.
Ovviamente qui fiamme e fuoco hanno potenza di simbolo per dire ciò che brucia la vita umana senza consumarla: Il mio desiderio è che in cima / al cuore scocchi la corda della parola; / ma mi trasformo in arco, sono proprio l’arco / su cui poggia la freccia ancora accesa. Sono versi di un grande poeta giapponese contemporaneo, Kikuo Takano, così come è possibile tradurli nella nostra lingua italiana. La parola, freccia accesa, è anche la tensione della corda che la lancia, in realtà. La parola della letteratura, dell’espressione creativa di ogni essere umano, è intesa nelle pagine che seguono come una corda tesa, in tensione, in attesa.

La prima parte de L’altro fuoco è un percorso attraverso le opere di nove scrittori che, in un modo o nell’altro, hanno una dimensione ardente nelle loro pagine, scrittori di pagine accese. I ritratti hanno la loro autonomia, ma compongono comunque un percorso che ha in Pavese e in Hopkins i suoi estremi ideali. Pavese è lo scrittore che finisce per «ridurre», se così possiamo dire, lo stupore dell’intuizione in memoria di immagini passate: anche se vedremo che in realtà questa «gabbia» ha delle vie di fuga, per lo scrittore piemontese la conoscenza finisce per essere sostanzialmente di «seconda mano». Hopkins è lo scrittore della freschezza più cara colta di prima mano deep down things, in fondo alle cose. Stig Dagerman, grande scrittore svedese sebbene scomparso prematuramente, esprime in maniera ardente un essenziale «bisogno di consolazione» che egli però non riesce mai ad avvertire soddisfatto. Dagerman ha uno sguardo ustionante sul reale, che sembra essere condiviso da Rowan Williams. Questo poeta gallese, più noto come primate della Comunione Anglicana, è autore di versi ispidi, duri come pietre, ma proprio per questo, in attesa di una Epifania, capaci di sprigionare fuoco. Oscar Wilde viene qui considerato sostanzialmente per una sola sua opera, la Ballata del carcere di Reading, la quale rappresenta un punto di non ritorno nella sua esperienza biografica e artistica. Lo scrittore qui avverte il proprio cuore spezzato e in cerca di una verità. Ed è questa ricerca appassionata fino a vette erotiche e mistiche che caratterizza anche i versi ben più alti di Alda Merini. La sua poesia è alacre come il fuoco nel desiderio e nell’attesa di una sorta di «terra promessa» che dia senso all’esistere. Bartolo Cattafi, poeta messinese sempre più rivalutato, sembra raccogliere tutte le esigenze più ardenti del Novecento italiano. La sua poesia è come una sintesi compiuta delle tensioni del secolo passato, tensioni che convergono nella ricerca ardente di un altro fuoco. A un suo verso si deve il titolo del presente volume. Ed è in Mario Luzi che l’esigenza sofferta di un nuovo canto, quello dell’abbagliante aurora umana, dell’ultraterrena / ardenza, si fa verso tra i più acuti della più recente poesia italiana.

La seconda parte del volume cerca di comprendere la letteratura alla luce di sei «figure»: il viaggio, la frontiera, la lotta, il germoglio, le cose, il logos. Sono tutte immagini che parlano di una soglia. Questo è ben comprensibile per le prime due: il viaggio e la frontiera implicano il confronto con un territorio nel quale si è o verso il quale si vuole andare, e dunque questo confronto implica l’idea del limite, del confine, della soglia da attraversare. Ma il ring stesso è un territorio con dei confini molto precisi e delimitati dalla corda. E quel piccolo quadrato rappresenta, simbolicamente, la drammaticità della vita e dei suoi conflitti, della tensione verso una liberazione o un riscatto. Il ring svela i contrasti nella loro crudezza e immediatezza, concentra le tensioni della vita e le rappresenta fisicamente e non idealisticamente. Il capitolo sul «germoglio» è tutto dedicato alla poesia cinese. Davanti a un testo cinese, proprio a causa della grammatica stessa di quella lingua, si ha l’impressione di essere davanti a qualcosa di non compiuto in se stesso, di magmatico, capace di attivare la percezione, ma non di definirla e delimitarla in maniera precisa. Una tensione fa dunque parte integrante di questa poesia, che resta sempre su una soglia espressiva mai attraversata del tutto. Questo capitolo dunque colloca la «soglia» dentro la lingua e il gesto espressivo, persino la grammatica: la poesia coì offre un’abbondanza di germogli che sboccia (Lu Ji). Se la poesia attiva la percezione allora è possibile prestare una diversa e più potente attenzione alle pic- cole cose che ci circondano e che usiamo o contempliamo o con le quali comunque entriamo in relazione nella vita quotidiana. La poesia e la letteratura fanno avvertire il «fuoco» del sublime proprio nelle piccole cose, aiutandoci a superare la soglia della loro apparente insignificanza. A questo tema e alle «cose» dunque è dedicato il capitolo seguente. Infine il volume si chiude con una riflessione sulla rappresentazione di una «figura» che è soglia in se stesso: Cristo, il Logos della rivelazione cristiana. La sua umanità e la sua divinità sono «elementi» che la letteratura ha descritto sempre in tensione armonica o dialettica. Si riconosce nel Cristo un vero personaggio in cerca del suo autore, presenza viva nella sua coscienza, e dunque sempre «uno, nessuno e centomila». Nel caso del personaggio Cristo la soglia si sposta nel cuore stesso del personaggio rappresentato.

L’itinerario di lettura nel suo complesso trova la sua giustificazione critica in un volume precedente che già annunciava il presente, cioè Abitare nella possibilità (Milano, Jaca Book, 2008). Lì esplicitavo i fondamenti teorici dell’esperienza di lettura che qui è offerta. Il metodo critico che viene esposto in quelle pagine – ereditando la peculiare lezione di Ignazio di Loyola – ha come elemento chiave la dimensione interattiva, e non meramente interiorizzante, della lettura. Dunque Abitare nella possibilità e L’altro fuoco, sebbene autonomi, sono due volumi che costantemente si richiamano l’un l’altro. Anche questo libro nasce, come il precedente, dal mio lavoro come critico letterario della rivista La Civiltà Cattolica, dall’insegnamento presso Pontificia Università Gregoriana, dove insegno «Introduzione all’esperienza della letteratura», e dal confronto critico «militante» nei laboratori di espressione creativa BombaCarta.

3 pensieri su “L’altro fuoco, di Antonio Spadaro

  1. questa introduzione-autorecensione mette la voglia di leggersi il saggio. grazie della dritta, fabrizio.
    lu

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