«Le tre Erre», un racconto.

magritte_dominiodi Gaja Cenciarelli

[Questo racconto è stato scritto alla vigilia delle elezioni politiche del 2006, e pubblicato sulla rivista «Carta»].

Il televisore funziona ininterrottamente da circa cinque anni, l’uomo si muove con levità, tra la cucina economica e il tavolo. La stanza è ancora al buio. Le trasmissioni della notte lo hanno squassato. Da qualche anno a questa parte, lo splendido, variegato, labirintico, creativo gheriglio del suo cervello ha cominciato ad assumere via via l’aspetto di uno pneumatico liscio che scivola sui problemi più scabrosi, che non ha attrito sulla strada dei pensieri.
La tuta Snellex vi garantisce un fisico tonico e giovanile. Non aspettate: chiamate subito il numero verde 800-xxx-yyy.
L’uomo fissa lo schermo con occhi cerchiati di nero. Sono anni che non dorme più. Anni che non riposa. Non ha voglia di accendere la luce, di rassegnarsi a vivere un’altra giornata di nani e ballerine, di donne che parlano la lingua ovattata e farfugliante di chi non ha più alcuna sensibilità alle labbra e non può concedersi il lusso di articolare chiaramente le parole (pena la scucitura a divinis). Donne i cui seni prorompenti sembrano volersi staccare e trascinarsi dietro la pelle del viso e del collo, su cui sono stati apparecchiati occhi e naso, come una tovaglia tirata via di colpo. Donne e uomini: tutti giocattolini made in Taiwarcorland. The going is easy, man.
Diamo la linea alla pubblicità: ci rivediamo tra poco per le ultime notizie.
La mente dell’uomo era stata nutrita da presenze virtuali, sorridenti, ottimiste, capellute, pseudo-alte, pseudo-giovani, pseudo e basta. Da cinque anni, ininterrottamente.
Non ci sono notizie, grazie per averci seguito, buona giornata.
L’uomo si alza e va nel salotto, dove un altro apparecchio televisivo sta strepitando. Sulla parete di fronte alla televisione campeggiano scaffali zeppi di libri. Anche le poltrone sono coperte di libri. Taiwarcorland lo costringe a una resistenza silenziosa. A leggere.
C’è solo un modo per spegnere l’arma segreta del dottor Goebbels. La televisione non lo dice. Ma lui lo sa.
Adesso cucino io? Regia, manda la ricetta in sovraimpressione.
Nella società del tutto-subito, del bello e dell’assai, talento e creatività sono parole pericolose, nemiche della realtà che Taiwarcoland ha pensato per lui – per tutti loro -, che ha cucito, come una patina adesiva, sul loro cervello. Talento e creatività possono anche significare clic, il rumore che fa il pulsante della televisione quando si spegne. Possono significare le tre Erre: la Rinascita del gheriglio, il Risveglio dell’identità individuale, il Rigetto del pensiero unico.
L’uomo si scuote all’improvviso. Ora la casa è completamente illuminata. Quel che lui si è rifiutato di fare lo ha fatto la natura. È così che vanno le cose: non ci si può opporre alla sua supremazia, pensa l’uomo. Forse è nella natura dell’uomo essere unico, irripetibile, in-standardizzabile. Pensa, l’uomo.
Oggi abbiamo l’onore di avere ospite nella nostra piazza una donna che un giorno ha scoperto di avere una malattia terribile.
La musica. Quella lo irrita sopra ogni cosa. Una musica dozzinale, buttata sopra un evento come un lenzuolo che copre pietosamente un cadavere. L’agonia di un commento. L’idiozia delle immagini senza spigoli e senza personalità.
L’uomo si alza e torna in cucina. Mette su l’acqua per gli spaghetti, tira fuori dal frigo lo stracchino e le zucchine bollite, che scalda a bagnomaria. Mangia e anche la lingua gli si è allisciata, le papille non colgono più alcun gusto.
Il pomeriggio, poi. Un lupanare a ventotto pollici, dove la voce stentorea di una donna bionda, gestrice di rapporti intersessuali, accoppia, separa, ricongiunge. Arcoramore per ricomporre le coppie a basso tasso di compatibilità, C’è sosta per te. L’arcorrealtà pervade tutto, impregna la vita, i pensieri. Tutto si risolve, nell’arcorrealtà.
La accendiamo?
L’uomo ha un sussulto. Si era addormentato. Lo spettatore si emoziona, freme perché il concorrente indovini la risposta giusta, perché così potrà riscattare il mutuo, e si incazza quando non succede. Geniale, l’invenzione della catarsi proiettiva. La terra desolata in cui l’uomo si avventura di tanto in tanto non somiglia nemmeno lontanamente all’affascinante, consolatoria realtà, secondo cui agli uomini e no di buona volontà viene concessa – se ci si converte anima e corpo alla religione di Taiwarcorland – la ricompensa della vita eterna, la possibilità di fare i soldi ai quiz e di vivere felici e contenti.
Tutto intorno a te.
Tutti i ragazzi hanno talento, nell’arcorrealtà, e prima o poi trovano un posto nel disoccupificio della buona domenica pomeriggio, delle vite in diretta, dei tribune gastritiche (asili di opinionisti in cui l’uomo fatica a riconoscersi e che osserva non senza una certa sensazione di straniamento), a tutti viene concesso l’onore di bruciarsi – e, da autentiche nullità, di scomparire per sempre nel nulla – al sacro fuoco del catodo, invece che rinvigorire il gheriglio.
L’uomo guarda l’orologio. Sono le sette e mezza e lui è ancora in pigiama, ma ora deve uscire.
L’arma segreta ha proiettato per cinque anni, a uso e consumo dell’uomo e dei suoi simili – creature spaventate e plasmate – una realtà parallela, utopica, costringedoli a crederci. Ma non gli ha dato l’opportunità di imitarla, di ripetere – come fanno tutti gli ansiosi e gli insicuri – certi gesti rassicuranti per marcare il proprio territorio e «bonificarlo» da ogni insidia, di riproporre nella loro realtà la arcorrealtà della televisione. Per questo, all’uomo sono rimaste solo due alternative. O rintanarsi definitivamente tra le braccia di Goebbels, oppure uscire. E, quindi, esce.
L’uomo sa che stanotte dormirà (perché).
Si infila nella cabina del suo seggio (la televisione).
Il suono che proviene dall’esterno, di conseguenza al segno lasciato dalla matita sul foglio è lieve, impercettibile, lo sfregamento di un’elitra sul corpo di un insetto (finalmente).
Ma definitivo (si spegnerà).
Clic.

27 pensieri su “«Le tre Erre», un racconto.

  1. rinvigorire il gheriglio, questo ci vorrebbe ogni giorno e ogni momento. Pezzo bello e assai godibile, grazie Gaja!

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  2. in quell’interno desolato ci voleva pure la “scucitura a divinis”,già: sa di terribile.
    Tanti neologismi che mi alienano e mi gelano.
    Davvero bello, Gaja!
    MarioB.

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  3. Anthony: cercano di piallarlo, il nostro gheriglio, ma noi dobbiamo resistere! grazie per il tuo apprezzamento, o amante del Bardo com’io sono e fui!

    Mario: La nostra patria è la lingua, scriveva Ingeborg Bachmann (oggi citata dalla mia amica traduttrice e scrittrice sopraffina – anche se non lo sa! – Fiamma Lolli): dobbiamo darle nuova linfa, sempre. Le banalità sono bandite. I luoghi comuni sono da evitare. Ci vogliono talento, disciplina, generosità, sincerità, onestà intellettuale, consapevolezza dei propri limiti e delle proprie possibilità. Ti ringrazio tanto, amico mio. Sono particolarmente felice che sia piaciuto a te!

    Greg: mi raccomando, ‘na parola è poca e due so’ troppe, eh! 😉

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  4. Già conoscevo, come dice Gregori e dissi, ancor prima di conoscerne l’autore che è un racconto con un taglio narrativo “Maschile”. Senza Orpelli, taglienti le parole, sincopato il ritmo. L’effetto è impattante. Bello

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  5. “Tutti i ragazzi hanno talento, nell’arcorrealtà, e prima o poi trovano un posto nel disoccupificio della buona domenica pomeriggio, delle vite in diretta, dei tribune gastritiche (asili di opinionisti in cui l’uomo fatica a riconoscersi e che osserva non senza una certa sensazione di straniamento), a tutti viene concesso l’onore di bruciarsi – e, da autentiche nullità, di scomparire per sempre nel nulla – al sacro fuoco del catodo, invece che rinvigorire il gheriglio.”

    Gaya con i complimenti un abbraccio.
    Il racconto tocca davvero nervi scoperti.

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  6. SabriSocia: sai quanto mi ha colpito la tua osservazione sulla narrazione “maschile”, vero? Un bel complimento, più che altro perché in genere io scrivo in modo totalmente diverso!

    Anna: grazie mille! ribadisco che in quest’ultimo periodo ti ho pensata tanto…

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  7. Nadia: grazie di cuore. Gli occhi e la mente ne hanno abbastanza di certi vuoti di significato. In qualche modo bisogna pur farsi sentire.

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  8. non conoscevo e son ben contenta che mi capiti gajamente di leggerti ex novo. anch’io: bell’uso della lingua, acido, sferzante, futurista. quanto al farsi sentire è il tema che più ricorre in questi giorni qui dentro, è il tema che più mi sta a cuore. anche tu mi stai a cuore. :-*

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  9. Lulù: sai bene che il sentimento è reciproco. mi sono particolarmente gradite le tue osservazioni sull’uso della lingua. Proprio perché ho usato uno stile completamente diverso dal mio solito. anche tu mi stai molto a cuore, mia cara :*

    Cristina: grazie di cuore! ;)*

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  10. grazie, Gaja, per averci regalato questo incubo arcorese in un momento così particolare. credo che se ci sarà una rivoluzione, comincerà dalla televisione. personaggi che si insinueranno senza parere e troveranno il punto della fortezza che non coincide con la mappa, per uscirne finalmente fuori.
    un abbraccio
    fabrizio

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  11. sì fabrizio, anch’io penso che la televisione sia stata l’inizio di tutto e potrebbe decretarne la fine.
    ti ringrazio per l’attenzione, la vicinanza e la disponibilità. questa ormai è anche un po’ casa mia, e non potevo non ricambiare in qualche modo l’affetto che mi ha dimostrato.
    un bacio.

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  12. Eccomi, eccomi. Che dire: fa venir voglia di votare, per tutti quelli che non possono ancora, per tutti quelli che non possono più, per tutti quelli che non hanno potuto farlo per anni e anni, per noi stessi. Quando si dice un racconto _riuscito_ (prenderà il corsivo?). Grazie, una volta di più, e di tutto.

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  13. Carissima Gaja,
    il dettato che caratterizza questo tuo nuovo racconto, lo sai, mi è affine. Quindi il mio sentire, il mio dire puoi immaginarlo. Tuttavia vorrei entrare nello specifico. Intanto, l’uso di neologismi è misurato; e mi fa un piacere immenso trovare scrittori con il coraggio di tentare altre vie nella letteratura. Il rischio, altrimenti, è di restare impaludati nel proprio registro consolidato, ovvero: “di maniera”.
    Comodo. Fai sempre centro.
    Scomoda, scomodissima è la strada della ricerca. Ti mette molto più a nudo. Nella sua complessità testimonia un processo; ti porta ad un bivio: generare, con l’opera, compiutezze felici, oppure risultati ibridi che ci esortano in ulteriori tentativi, laboratorio e studio. Disciplina e rigore (i quattro elementi valgono sempre).
    La cosa fondamentale, a mio avviso, è non distaccarsi eccessivamente dalla nostra naturale predisposizione (riconoscere che quella scrittura è “sicuramente” di Gaja), all’interno dell’uso del linguaggio. Facile è l’effetto “parodia”, di non-autenticità, di non-appartenenza. Non sei più tu. Ma quando la volontà espressiva è tale da indurti in direzioni estreme, è giusto tentare. Vuol dire che il “nuovo” necessita in noi.
    Il discorso sul linguaggio meriterebbe spazio, essendo annodato alla comunicazione. E la scrittura è comunicazione.
    Il pericolo del “raggelamento” di un lettore di fronte ad una pagina leggermente criptata (Gaja è molto diretta e misuratissima nel non eccedere in tal senso!), non deve far temere né scrittore né lettore. Oltre la parola c’è sempre un mondo. La creazione di un neologismo non è mai fine a se stessa; come l’uso di parole desuete (che personalmente adoro). Il problema è un altro: che vi sia un po’ di pigrizia, oggi, in chi legge?
    Sul fattore soggettivo del “piacere” o no, invece, non discuto.

    Gaja, sono contenta, appagata – come lettrice. La molteplicità degli aspetti da te affrontati in questo racconto portano lontano. Che tu abbia una scrittura con componente fortemente etica, lo sapevamo. La pagina resta cristallina, nitida, senza orpelli malgrado l’uso -sapiente!!!- del linguaggio che vai sperimentando. Ottimo risultato dal mio punto di vista. Hai saputo stuzzicare accordi armonici nel tenue sfioramento di cristalli, così da farli risuonare come fossero (e lo sono) riverberi.
    Una cosa, per rifarmi al commento di Sabry: non esiste una scrittura al femminile o al maschile. Esiste la scrittura: noi siamo soltanto filtri; i personaggi e gli eventi ci attraversano.
    Non temere, amica mia, se qualcuno affermerà di un rigurgito barocco o neo-barocco in questo brano. Dentro il racconto ci sei tu, nessuna maschera, dunque… go on!!!
    Un abbraccio. Complimenti davvero:-)))

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  14. Una Gaja diversa, ma non meno capace di celebrare la lingua quale unico viatico per l’empatia. A me susciti questo ogni volta che ti leggo. Sarò di parte senza dubbio alcuno, ma a me è piaciuto passare un pò di tempo con te, leggendoti.
    Fuori da quella scatola c’è così tanta vita che è una vera fortuna ci sia ancora qualcuno che insinui il dubbio di una vita migliore.

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  15. Fiamma: grazie a te, sempre, di tutto. Perché sai quanto sia fondamentale scegliere e farsi sentire. Sempre con il nostro stile, sempre con il nostro registro, senza confonderci con chi appare e non è.

    Ninì: quel che hai scritto merita un post a parte, data la sua importanza e il suo spessore. Farò tesoro delle tue parole, come al solito, le rileggerò e le mediterò. Soprattutto ti ringrazio per la “scrittura fortemente etica”. Una definizione che, per me, è una medaglia. Grazie!

    Pasquale: “non meno capace di celebrare la lingua quale unico viatico per l’empatia. A me susciti questo ogni volta che ti leggo.” È un complimento di cui vado e andrò fiera sempre, pasquale. È quello che cerco di fare sempre: comunicare il “dentro”, arrivare a scarnificarmi per darmi sotto forma di parola scritta. un bacio.

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  16. Stracchino e avanzi da frigo di zucchine bollite scaldate a bagnomaria? ma come mangiano i tuoi personaggi? speriamo che alle prossime elezioni cambino dieta (ma ci credo mooolto poco)

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  17. ho riletto. qui dentro ci sono echi e spunti interessantissimi.
    questo è un testo che promette sviluppi, una scrittura illuminista e classica, nonostante il gusto per la citazione e il neologismo (neolingua?) possano suggerire richiami “barocchi”. illuminista per lo straniamento, classica per la tecnica “allusiva”. siccome sono un tipo pratico, ho bisogno di pezze d’appoggio: ti secca se mi riferisco a saramago?

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  18. Macondo: anche io ci credo mooolto poco! (purtroppo…)

    Lulù: non so perché, ma avevo come la sensazione di sapere già quale fosse, la tua pezza d’appoggio… ;))) (lusingatissima, lulù).

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  19. LUCY: “tecnica allusiva”, “straniamento”. Ci siamo, concordo. Sta qui l’aspetto affascinante del racconto di Gaja, oltre la prismaticità delle sue argomentazioni.

    Evvai… :-)))

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  20. Sì, sì, Gajetta apologo illuminista, Lucy ha ragione. efficace e cinico come si deve. Dico una banalità se dico che andrebbe fatto leggere a scuola durante le ore di “Educazione alla salute”? Spegnila che ti passa!
    E’ vero politicamente saramaghesco…

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  21. Alex, come dicevamo poc’anzi: le nostre comunicazioni e i nostri scambi non s’interromperanno. Grazie per la “banalità”: mi sento onoratissima da questa tua proposta! Un abbraccio.

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  22. Ogni singola riga di questo racconto… racconto? Di questa fotografia della realta’ che viviamo, ogni singola riga, dicevo, mi ha colpita come un pugno allo stomaco. E il mio stomaco, in questi giorni, e’ debole e dolorante. Nel senso vero e fisico del termine. Stigmatizzi, Gaja, una televisione (che finalmente si spegnera’), alla quale appartengo, nella quale non mi riconosco, della quale vorrei poter fare a meno. Oggi, tra pochi minuti, andro’ a confezionare l’ennesimo servizio su nani e ballerine che andra’ in onda mentre in studio i soliti opinionisti/ste saranno pronti al comando del conducator dal capello brizzolato e dal piglio arrogante. Che ci faccio qui? A Torino ho comprato un libro di Vittorio Roidi “Cattive notizie”. E la cattiva notizia, che gia’ conoscevo, e’ che il lavoro che amo e’ morto, posto che sia mai stato vivo, per colpa nostra. Per colpa del nostro aver bisogno dello stipendio per arrivare a fine mese. Cosi’ saliamo tutti sul carro di Raiset, diretto ad Arcorlandia. E non importa se non vorremmo, se non ci riconosciamo in quelle labbra che minacciano la “scucitura a divinis”. Dobbiamo mangiare, dobbiamo vivere, dobbiamo andare dal medico, dobbiamo pagare l’affitto = NON SIAMO LIBERI. L’unico angolino di liberta’, forse, ce lo teniamo nel gheriglio ormai allisciato dal disuso…
    Dio, che mal di stomaco!

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