St. James Infirmary, Louis Armstrong

di
Roberto Plevano

I went down to St. James Infirmary
Saw my baby there
She was stretched out on a long white table
So cool, so sweet, so fair

Let her go, let her go, God bless her
Wherever she may be
She can look this wide world over
But she’ll never find a sweet man like me

When I die bury me in straight lace shoes
I wanna a box-back coat and a Stetson hat
Put a twenty-dollar gold piece on my watch chain
So the boys’ll all know that I died standing pat

Dicono che il tempo sia rimedio a ogni perdita e asciughi ogni lacrima, ma non è mica tanto vero, le cose vere ritornano, come la luna, come le maree, come la neve, e il dolore è una cosa vera, e viva, che pulsa. Nel dolore c’è qualcosa di femminile, qualcosa che matura e diviene pieno, fino a scoppiare, e poi avvizzisce, ma non muore e giace dormiente finché la nuova pioggia, il primo sole, o il richiamo di un uccello notturno lo desta.

Oggi avresti cinquanta anni, e chissà che donna saresti diventata. Ho la sensazione, a pelle, che saresti rimasta molto più uguale, e fedele, a te stessa di tanti ex-ragazzi e ex-ragazze di nostra conoscenza, perché qui in provincia è facile diventare l’abitudine di se stessi, o la rassegnazione di se stessi, gli entusiasmi di una volta li si rispolvera soltanto per cose futili, e il mettere su famiglia è stato per molti una conveniente occasione per guadagnare buone maniere, e una buona reputazione, e un posticino al Rotary, se il nome di famiglia è conosciuta in città. Tu invece non avevi ancora deciso, proprio nulla, su cosa fare di te stessa. All’università eri saltata tra statistica, filosofia, economia, matematica, studiare ti piaceva ma era come se non sapessi bene che cosa ti piaceva studiare, o che cosa si doveva studiare per guadagnarsi un posto – una nicchia, come dicevi – nel mondo. Su di me avevi azzeccato, la mia nicchia alla fine l’ho occupata, bene o male, ma non tutto è andato a posto, se sto su sveglio fino a tardi a scrivere a un fantasma.

Avevi perfino dubbi sul taglio di capelli, i tuoi lunghi capelli castani e ondulati, biondi d’estate, che una volta avevi rasato a zero, come una collaborazionista dopo la liberazione. Chissà perché, vai a sapere quale messaggio era, a chi era stato spedito. È stato dopo la tua laurea, credo. Hai lasciato un dottorato di ricerca incompiuto, per causa maggiore e definitiva. E non sei stata decisa nemmeno sul mezzo: pastiglie, corda, acqua? Alla fine hai scelto il tubo di gomma e l’ossido di carbonio. Non è stata una buona idea.

Vivere doveva essere per te fermarsi nel dilemma: in questa parte d’Italia, come mettere assieme l’idea comunista e modello di sviluppo della regione? (Allora ancora sviluppava, oggi sappiamo e ci preoccupiamo un poco più e abbiamo qualche capannone attivo in meno. E sapevi bene che qui la cosiddetta gestione aziendale è la lista della lavandaia e i cazziatoni del sergente, e poco altro.) Negli anni in cui hai vissuto un poco (sembra quasi ieri, eppure sono cambiati i cervelli della gente prima che la facciata delle case), come essere attaccata a certi luoghi comuni dei discorsi femministi sul maschio, e farti prendere dalle attenzioni, dai complimenti di un uomo? In casa, c’erano gli affetti familiari (oh, hai scoperto tardi quanto erano necessari, e fragili!) e la ricerca della tua indipendenza. E l’attività di tuo padre, che dovevi prendere in mano e non ce l’hai fatta. E tuo padre, che è mancato troppo presto, e hai capito allora che da sola non era vita. Insomma, tutta la sovrabbondanza del tuo pensare, che si inceppava sui nodi, diventati garbugli, tra te e il mondo. Amleto donna.

Di questo parlavamo poco, come qualcosa che non sta bene dire. Invece si ascoltava musica: avevamo gusti simili. Ti piacevano i miei dischi. Ricordi quella tirata da qui fino a Perugia in Lambretta? Dizzy Gillespie e Lionel Hampton sul palco, noi in fondo, hai ballato per tutto il concerto. Gli spettacoli erano offerti dalle amministrazioni, piazza e vie strapiene, bivacchi notturni di migliaia di ragazzi scapigliati e coloratissimi (e spesso strafatti) in sacchi a pelo nelle strade, sulle panchine, negli androni. Sedicenni fuggite di casa. I residenti apprezzarono assai poco il valore aggiunto di quel turismo. Noi, poseurs, motorizzati e perbene, usavamo di notte il campeggio.

Allora ho pensato, per il tuo anniversario, di dedicarti questo pezzo. Si chiama St. James Infirmary, è un blues inciso da Louis Armstrong a Chicago il 12 Dicembre 1928, e da allora ripreso da centinaia di musicisti. Parla di un uomo che si reca all’ospedale a vedere la sua donna,

distesa su un lungo tavolo bianco
così fredda, così dolce, così bella

Capisci bene, penso, che cosa mi faccia venire in mente, ma non è una coincidenza, perché, vedi, la morte è un’esperienza per forza esemplare, e allora sono le donne che ho conosciuto e finite distese su quel tavolo che mi guardano quando Armstrong soffia nella tromba e intona (INTONA! non sbaglia un semitono e un vibrato, con la sua voce!):

Sono andato all’ospedale St. James
là ho visto la mia piccola

St. James Infirmary doveva circolare nei locali di Storyville a New Orleans fin dagli inizi del ‘900. Nella registrazione del 1928 Armstrong ne fa una marcetta funebre nello stile Dixieland che New Orleans esportava allora in tutto il mondo: trombe tromboni clarinetti piano e banjo. Quello che si ascolta qui nel box YouTube è fatto dopo: il tempo rallenta drammaticamente, c’è un’epica di tromba solista e coro, poche battute di un blues di Chicago, appena appena, e poi la ballata funebre, nuda, che non può occultare la sua stratigrafia storica di canzone popolare, la tragedia e la buffoneria.

Il testo, o almeno alcuni elementi di esso, verrebbe dall’Irlanda: è attestato fin dalla metà ‘800, e risalirebbe, a quanto se ne può sapere, al secolo precedente: un giovane uomo cammina nei pressi dell’ospedale St. James, vestito di lana nonostante il caldo, e lamenta le disgrazie portategli da una donna, che non gli ha detto che avrebbe fatto meglio a procurarsi “pillole e sali di mercurio bianco”, i primi trattamenti contro le infezioni veneree, e dà disposizioni per il suo proprio funerale (The Unfortunate Rake: A Study In The Evolution of A Ballad, Folkways Records 1960, una registrazione di venti canzoni, curata da Kenneth S. Goldstein). Amori a rischio, consumati nell’ombra della notte, e di giorno tutto è finito, davvero tutto. Amori a pagamento.

(Ma non sono tutti a rischio, gli amori, gli amori veri? Non sono tutti azzardati, non portano tutti un po’ più vicino al lungo tavolo bianco? Si comincia con una distrazione, si finisce fuori strada, e non la si ritrova più, la strada. Dai tuoi amori, quei pochi che conosco, avrai raccolto solo lunghi tagli e ferite? Magari sanguinano ancora, hai raccolto morbi inguaribili. Così anche per me, sospetto di essere stato oggetto di una fattura. Sarà stata la mia imprudenza, sarà stato inevitabile, ho fatto dell’amore una faccenda pericolosissima. Ma a te è andata ancora peggio.)

Approdata in America dalle navi di emigranti, la ballata del dissoluto sfortunato (unfortunate rake) diede origine a una specie di ciclo di canzoni a tema. Negli stati del West circolò The Cowboy’s Lament , un pezzo ripreso anche da Johnny Cash come The Streets of Laredo. A New Orleans la canzone prese il nome del locus dramatis della canzone stessa, l’ospedale St. James. Il centro della città, il quartiere dei bordelli, Storyville fu un rifugio naturale, tra velluti rossi, orchestrine, clienti, maîtresses, magnaccia e ragazze nere. Armstrong ne fece un successo mondiale.

L’atmosfera postribolare era familiare al giovane Armstrong, in senso letterale. Sale da ballo, angoli di strada, riformatorio: un ragazzo crea il mondo dell’infanzia con quello che trova, e poi procede all’educazione sentimentale, che nel suo caso è un’istruzione musicale fai-da-te. E trova St. James Infirmary, che in tre strofe allude alle relazioni fondamentali, quelle di ogni buon blues: la donna (my baaaaaby, of course) che non c’è più, Dio, la morte, ma non è solo un lamento, perché qui c’è anche la vanità e la presunzione dell’uomo, e gli altri che assistono e commentano, i boys, il coro tragico.

La canzone è torbida, ambigua, sigilla sentimenti struggenti e pedestri allo stesso tempo. Non si sa come e perché lei sia morta, sembra solo l’accadere di un fatto naturale. Sul tavolo lungo e bianco dell’obitorio lei è bella e dolce, come doveva essere in vita. Dio, che cosa puoi fare, Dio?

Lasciala andar via, lasciala andar via,
Dio, dai la tua benedizione
ovunque lei sia
può riguardare questo vasto mondo
ma non potrà trovare un uomo dolce come me!

A quale uomo potrebbe venire in mente un pensiero così? A qualcuno che vuole fottere la morte facendosi mettere nella bara vestito bene, come un piccolo gangster o un magnaccia, scarpe di marca e cappello alla moda, lo Stetson, quello dei giocatori d’azzardo, quello di un grande cattivo della canzone popolare americana, Stagger Lee. Io direi, io penserei, qualcos’altro. Che tu lo possa trovare, finalmente, un uomo dolce, un uomo meritevole, un uomo decente, un uomo che non serbi mai rancori. Ne hai diritto, eccome se ce l’hai! Tutti hanno diritto di trovare nella vita qualche persona gentile, qualche persona buona, una almeno. Basterebbe. Qualcuno che abbia il dono, la virtù di dimenticare se stesso.

quando morirò seppellitemi
con le scarpe lucide
(i boys a New Orleans giravano scalzi)
voglio una giacca con i risvolti
e un cappello Stetson
mettete una moneta d’oro da venti dollari
sulla catena dell’orologio
così che i boys penseranno tutti
“anche da morto sa il fatto suo!”

Tenerezza ed egoismo, la chiassosa vanteria (braggin’) di essere il meglio che c’è, tra vivi e morti, in faccia al volto muto, e freddo, e bello, della morte. No, non è quello che io vado ragionando, non è stata questa la nostra reazione, per quel che so. Te l’ho detto, l’amore ci porta comunque più vicini al lungo tavolo bianco, e non per dire “mi dispiace per te!”. No, no, a me dispiace per me stesso. Io ero lontano, davvero troppo per portare l’ultimo saluto, come si dice, ma non devi pensare che se non sono venuto quel giorno, se non mi sono fatto vivo (macabra ironia dei modi di dire) nell’ultimo periodo della tua vita, non ti abbia pensato. Sapevi che le cose tra di noi non sarebbero cambiate, no? Che avremmo ripreso la conversazione nello stesso punto in cui l’avevamo interrotta, mesi, anni prima. No, non si possono scegliere le persone importanti, quelle a cui si pensa senza un volere consapevole, quelle che vengono in mente spontaneamente, da sole, che hanno vita propria in noi. Quelle che ci fanno male senza volerlo, semplicemente vivendo, perché è così.

Di tutto, ricordo la tua franchezza, la tua onestà, la tua sincerità, più forte di qualsiasi riguardo, talvolta imbarazzante, controproducente. Era come se la tua ansia fosse quella di intrattenere rapporti lineari, trasparenti, con il mondo, con i tuoi, con chi ti stava a cuore, e insieme lo scoprire, il sapere che davvero non possiamo capire e controllare i nostri affetti. Di essi siamo vittime. Volere rapporti lineari, franchi, prevedibili… impiccarsi a un’idea impossibile: che maledizione è mai questa? Tutte le cose diritte mentono, è una verità così evidente.

Hai sbagliato, il tuo errore continua a rimbombare come un’eco cattiva ogni volta che passo davanti alla casa che abitavi, che percorro le vie e le piazze in cui ti incontravo, che vedo le facce di quelli che frequentavi. Sei proprio tu quella che ha sbagliato? Non so nulla dei dosaggi prescritti dalle ricette, forse un medico ha creduto di vedere segni di miglioramento e ha sospeso il trattamento, forse ti hanno dimesso troppo presto, forse la forbice è arrivata prematura sul tuo filo, forse era interrotto fin dall’inizio, forse si è spezzato in mano a chi lo teneva, e nessuno ha potuto fare nulla per te. Forse non ti sei ricordata che c’era una conversazione da continuare, una battuta sciocca di cui sorridere. Qualcosa di leggero. Forse non ti sei rìcordata di te stessa, delle promesse che avevi fatto: ci vediamo, eh? E io avrei dovuto dirti mille volte che eri bella, e non l’ho fatto; troppo sentimentalismo. Eppure, hai un bel voler essere cinici, si muore lo stesso.

La strada di St. James Infirmary non pare arrivata a un termine. Ha fatto scalpore una canzone di Bob Dylan uscita nel 1991, ma registrata nel 1983, Blind Willie MacTell, superiore alle cose più celebrate di Dylan. Un giro di accordi riprende il motivo di St. James Infirmary, ma qui non c’è più my baaaaaby, i tempi sono compiuti, il dramma si è consumato e l’apocalisse avvolge le piantagioni in fiamme, poche figure enigmatiche, e un cantore cieco:

God is in heaven
and we all want what’s his
But power and greed and corruptible seed
seem to be all that there is
I’m gazing out the window
Of the St. James Hotel

Magari ci rivedremo, in the old St. James Hotel, mi sa che ci finiremo tutti presto. Ed è vero sai, tutto quello che desidero è rivedere te, e qualcun altro che non c’è più. Solo questo. Da un po’ non penso più alla salvezza, mi lascia indifferente. Non solo la mia, quella di tutti. Anzi, non amo particolarmente il genere umano, penso che la sua estinzione prossima ventura sia ben meritata, e semmai tardiva. Se una qualche forma di esistenza ci sarà dopo la morte, mi pare giusto che anch’io vada insieme ai più, che sono una vile massa dannata, ovunque essi finiscano. Ma tu, ma i miei cari, di voi ho scrutato il volto, di voi ho stretto le mani, vi ho abbracciato, ho visto il vostro pianto, ho indovinato i pensieri. E abbiamo riso insieme, qualche volta. Sarebbe bello farlo ancora.

Dio, che cosa puoi fare, Dio? Dio, lasciala andare, lasciala andare, Dio che stai nel cielo,

e noi pretendiamo tutto quello che è suo
ma potere e avidità e il seme della corruzione
sembra che non ci sia altro

Almeno ti sei risparmiata quello che dobbiamo vedere ogni giorno, è difficile oggi invidiare i vivi, e i posteri. Anzi, sono i presenti quelli da compiangere. I presenti, ancora per poco presenti, che vogliono fare bella figura anche dentro la bara, vogliono che gli altri pensino bene di loro, proprio come prima, se ne sbattono della vita eterna e del destino dell’anima.

Di te diremo che non hai mai fatto del male a nessuno, almeno per quello che la pena del vivere e il veleno del morire consentono. In questo sei stata migliore di me.

Che guaio, amica mia, amica cara, che disgrazia, che dolore, è la rovina di tutti, questo accidente di essere mortali.

10 pensieri su “St. James Infirmary, Louis Armstrong

  1. Nel genere chiamato prosa ci sono versi talvolta bellissimi, ritmi puri…
    Roberto Plevano ci aggiunge anche il blues.
    Questo blog è davvero una cosa più unica che rara.
    Che sia la vita che ogni tanto l’attraversa?

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  2. Δεν πήγα πολύ μακριά,

    πήγα ως το φεγγάρι,
    
θέα μαγική,
    κόκκινο βαθύ…

    non sono andata molto lontano
    sono andata come la luna
    visione magica

    rosso profondo

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  3. Più di quanto stessi cercando. Un incontro.

    “C’è un solo problema filosofico veramente serio: il suicidio. Giudicare se la vita vale o non vale la pena di essere vissuta significa rispondere alla questione fondamentale della filosofia. ” A. Camus

    Piace a 1 persona

  4. Una storia che commuove, ognuno di noi ha un blues da raccontare. Per gli appassionati di jazz suggerisco una versione che si trova su youtube con Yo-Yo Ma – cantata da Rhiannon Giddens. La sua voce è struggente. Grazie per questo bellissimo blog.

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  5. Leggo, seppure con anni di ritardo, lo straordinario segmento di vita che lei ha disposto alla lettura di ognuno.
    Ho apprezzato le parole, rilette come scrittura della mia vita. Amato i termini, ascoltando la musica. Riletto, Roberto.
    Riflettuto molto prima di commentare. Ora non mi riesce più di mancare al mio dovere di ringraziamento. Quindi un semplice ‘grazie’ per la forza che mi è stata donata.
    Arcangelo, Silvi {Teramo).

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