Intervista a Lee Irwin: l'”alchimia dell’anima”

Testo introduttivo, intervista e traduzione dall’inglese di Giovanni Agnoloni

Oggi vi propongo il testo (in italiano e in inglese) di un’intervista che ho realizzato a Charleston, South Carolina, nel corso del mio recente viaggio in America, al Dr. Lee Irwin, Direttore del Dipartimento di Studi Religiosi del College of Charleston, ed esperto di religioni comparate e spiritualità. Grazie al suo collega docente e scrittore Massimo Maggiari, ho avuto il piacere di conoscerlo dopo aver letto il suo saggio The Alchemy of the Soul – The Art of Spiritual Trasformation (“L’alchimia dell’anima – L’arte della trasformazione spirituale”) (Lorian Press, 2007), imperniato sull’osservazione delle dinamiche interiori dello spirito umano come un processo creativo di continua evoluzione e trasformazione, integrato con il resto dell’universo.

This is an interview to Dr. Lee Irwin, that I realised in Charleston, South Carolina, during my recent trip to the USA. Dr. Irwin is the Head of the Department of Religious Studies of the College of Charleston, and an expert of Comparative Religious Studies and spirituality. Thanks to this his colleague (professor of Italian Literature) and writer Massimo Maggiari, I had the pleasure to meet him after reading his essay The Alchemy of the Soul – The Art of Spiritual Trasformation (Lorian Press, 2007), focused on the observation of the interior dynamics of the human spirit as a creative process of continual evolution and transformation, integrated with the rest of the universe.

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TESTO ITALIANO DELL’INTERVISTA:

– Prima di tutto, vorrei chiederle qualcosa sul suo libro, The Alchemy of the Soul. Qual è il significato di fondo dell’espressione: “trasformazione spirituale” o “alchimia dell’anima”?

Si tratta fondamentalmente di un processo di trasformazione. Non è tanto una condizione statica, quanto un processo di sviluppo e di cambiamento, e trasformazione graduale. Credo che diversi suoi stadi abbiano obiettivi differenti. Il punto, in sostanza, è quello di rendersi conto dello stadio al quale ci troviamo, allo scopo di vedere di che cosa abbiamo bisogno in quel particolare momento e degli elementi che dovremo portare con noi al livello successivo, lavorando creativamente con essi in una prospettiva di sviluppo. Così, se per esempio sei sposato con dei figli, quello è il tuo contesto, mentre se sei single e vivi un diverso tipo di vita, ecco un altro contesto. Perciò, credo che la questione sia quanto mai inerente al contesto in cui ci si trova, e bisogna trovare la chiave che faciliterà la trasformazione all’interno di quel particolare contesto. Però non credo che questo percorso abbia una conclusione, ma che l’alchimia dell’anima sia un processo sempre in corso, che continuiamo a sviluppare fino al momento in cui moriamo, e che forse continueremo a portare avanti anche dopo la morte.

– Negli ultimi giorni abbiamo riflettuto con Massimo Maggiari sulle coincidenze nella vita, e sul modo in cui il mondo ci conferma che siamo sulla giusta strada, o ci offre degli indizi sul modo in cui dovremmo cambiare il nostro comportamento, e così identificare il nostro percorso, in altre parole la nostra missione nella vita. Come si lega tutto questo al tema dell’alchimia dell’anima e all’arte della trasformazione spirituale? Cosa pensa delle sincronicità e degli eventi che rivestono per noi un significato particolare, e spesso ci sorprendono? Per esempio, a me capita piuttosto spesso di leggere una frase su un cartellone pubblicitario, che risponde a una domanda che mi ero posto da poco.

Il contesto dell’alchimia dell’anima, per come lo vedo io, non è solo quello dello sviluppo psicologico personale. È vero che dobbiamo prenderci la responsabilità del nostro sviluppo. Però credo che il contesto di questo processo sia molto, molto più ampio del singolo individuo. Penso che sia più ampio della stessa società in cui l’individuo si trova, e si estenda nelle profondità ontologiche e cosmologiche della creazione, per cui il processo trasformativo non è isolato da questo contesto più ampio. Uno dei compiti resi necessari da questo tipo di trasformazione è quello di ampliare la nostra consapevolezza in modo da diventare più sensibili alla guida che ci può venire dal mondo intorno a noi. Questo potrebbe accadere in momenti sorprendenti e in forme inattese, attraverso sincronicità (o coincidenze), perché diventiamo sempre più sensibili a quello che chiamerei quasi una forma di chiaroveggenza: vediamo più in profondità all’interno del mondo che ci circonda, e possiamo leggere i segni che vi sono presenti, prendendoli come uno stimolo per crescere. Il contesto creativo di sviluppo è spirituale, eppure non meramente influenzato dalle nostre aspirazioni e dai nostri desideri più profondamente radicati nella nostra psiche, ma anche profondamente permeato da una corrente di sviluppo e di direzione che condividiamo tutti, collettivamente. Perciò siamo tutti coinvolti in questo processo di trasformazione evolutiva, sul quale manteniamo la nostra attenzione, di modo che lo “proiettiamo” sul mondo in cui viviamo; e lui, a sua volta, lo proietta su di noi, sotto forma del nostro stato attuale. Dunque, quel che accade è che i nostri paraocchi cadono, e vediamo più significati simbolici nelle cose che capitano intorno a noi. Ma dobbiamo imparare a pensare fuori dagli schemi, ovvero al di là delle forme di ragionamento consuete, e questa è una grande sfida per le persone, perché è sempre facile ricadere in forme collettive di pensiero e di percezione; quando mi succede questo, i segnali del mondo, infatti, scompaiono. Si tratta di un processo di differenziazione che ci “tira fuori” dalla dimensione collettiva, mentre, al tempo stesso, si apre una più vasta arena, rivelandoci sorprendenti profondità e fonti nascoste di energia. Dobbiamo liberarci dagli stereotipi collettivi, per vedere tutto ciò.

– Nel suo libro lei scrive che, una volta che avviamo questo processo di realizzazione e liberazione personale, all’inizio proviamo dolore, perché abbiamo paura di rimanere isolati dagli altri; poi, però, possiamo scoprire che c’è un altro orizzonte, e la paura che avevamo di restare soli è come se svanisse, e troviamo altri contesti, che coinvolgono altre persone con le quali possiamo condividere esperienze e interagire. C’è comunque un momento difficile, che è quando vediamo l’oscurità intorno a noi, anche se sappiamo che oltre essa c’è una luce; perciò dobbiamo oltrepassare quel momento, in qualche modo. Questo, in effetti, mi ricorda le riflessioni di San Giovanni della Croce, che diceva proprio che dobbiamo attraversare l’oscurità, per vedere la luce. In questo processo di alchimia dell’anima, che cosa pensa che possa aiutarci a vedere la luce persino nel momento più buio? A che cosa ci possiamo “aggrappare”?

In realtà non si tratta solo di un momento: la cosa tende a ripetersi. E il problema presenta due aspetti, perché da una parte potremmo dire che proviamo paura e ansia in relazione al lasciarci andare e all’aprirci, ma dall’altra posso garantire che esiste anche la paura che le persone sperimentano quando incontrano il sacro e il divino, che può essere perfino incontenibile. E questo è un altro tipo di paura. Così, in entrambi i casi, cosa possiamo fare per andare avanti? Credo che la parola chiave sia fede. “Fede” non tanto in una particolare tradizione, quanto nel processo e nel “tutto integrato” di cui facciamo parte. Penso al mondo in cui siamo immersi in termini olistici e armoniosi, nelle sue profondità. Così, se mi trovo in uno stato di paura, ansia e incertezza, posso comunque sentire di credere nel processo, perché, giù nel profondo, avverto che esso è “integrativo” non solo all’interno di me stesso, ma nel cosmo universalmente considerato. Un’altra cosa importante è il coraggio, e ancora la determinazione. Bisogna insistere e andare avanti. Ho visto così tante persone interessarsi alla spiritualità, cominciare a cambiare la loro visione del mondo, aprirsi a nuove possibilità e poi dire: “No, lasciamo stare.” Perciò, l’impegno dev’essere quello di “andare avanti fino al prossimo livello”. Ciò significa che ci si è “calati” non solo in un percorso orientato nel senso della volontà, ma anche nell’idea di fede e “fiducia” nel processo. Credo, in effetti, che i poteri più elevati vengano in nostro aiuto e operino in accordo con la nostra intenzione profonda, aiutandoci ad andare avanti, per cui si tratta di restare aperti e aver fiducia in quell’intuizione, senza desistere o tornare indietro.

– Io stesso ho vissuto un processo di rigenerazione, specialmente grazie alla medicina olistica – in particolare, alla floriterapia -, nonché alla meditazione di consapevolezza e ad un rinnovato approccio alla mia fede cristiana. Ed è qualcosa che ancora sto vivendo. Perciò, credo che possiamo dire che la natura ci può aiutare, in questa “guarigione”. Lei come si pone, rispetto a queste discipline “alternative”?

Le potremmo chiamare “scienze occulte”. Credo che siamo solo all’inizio di una vera comprensione di tutto questo. Una delle ragioni è che esiste una sorta di “frattura” tra il livello causale – perché questi rimedi funzionano – e l’atteggiamento mentale delle persone rispetto ad essi, insomma una discontinuità. È perché le persone si vedono come disgiunte dalla natura, o non permeate o sostenute da essa, per cui c’è un certo grado di resistenza alla possibilità di cercare di capire quali potrebbero essere le leggi della psiche, dell’anima e dello spirito, in relazione agli effetti di tali tecniche. E ritengo che ne esista un’amplissima gamma, e che siano ancora ai loro stadi iniziali di sviluppo: dovremo applicarci, per comprendere come funzionano, specialmente perché sembrano operare in un modo quasi impercettibile. Non è un qualcosa che possiamo misurare in un laboratorio, perché è molto sottile, per cui richiede una visione del mondo e un atteggiamento che sia di sostegno a (e compatibile con) le invisibili trasformazioni e i vari fattori causali legati alla psiche. Inoltre, che cosa potremmo dire delle guide spirituali e degli altri personaggi capaci di dare un aiuto in questo senso? In tutti questi campi c’è uno iato, uno “spazio vuoto” che molte persone hanno difficoltà ad attraversare. Abbiamo bisogno di una scienza olistica e integrativa che ricomprenda l’occulto e ciò che attiene alla “trasformazione” in modo da promuovere sempre più queste tecniche. E la strada è lunga. Ciò che è vero è che molte persone, che non hanno ottenuto dei risultati con tradizionali rimedi “allopatici”, per risolvere i loro problemi, alla fine devono accettare percorsi alternativi, perché sono disperate. Spesso chiamiamo “spirituale” quello che vediamo disconnesso da noi, perché non vediamo i sottilissimi nessi causali tra esso e la nostra attuale condizione. E io penso che il modo per capire la causalità sia quello di espandere la nostra consapevolezza. L’alchimia dell’anima, in questo senso, ci aiuta a capire quali siano gli agenti causali all’opera, tutt’intorno a noi, che permeano il mondo. Poi potremo trovare le tecniche che riterremo più adatte, come i rimedi floriterapici o qualsiasi altra cosa, per focalizzare e incanalare quelle forze causali in modo tale da rendere possibile la nostra trasformazione.

– L’approccio cristiano che viene proposto da un numero significativo di monaci benedettini, in questa parte degli Stati Uniti, ma non solo, è quello della centering prayer [preghiera di centratura – consiste nell’eliminare il caos del pensiero concentrandosi sulla parola sacra], oltre a una forma di meditazione che emerge da un libro, The Cloud of Unknowing [“La nube della non-conoscenza” – imperniato anch’esso sull’eliminazione del pensiero attraverso la centratura sul sé nudo, nel quale si realizza l’incontro con Dio], di un anonimo autore medievale. Ci può dire qualcosa su questo?

Si tratta di un argomento molto vasto, e in effetti uno dei corsi che insegno (un corso generale sull’Esoterismo Occidentale) ne tratta diversi aspetti. La visione più tradizionale, in merito, è quella che consiste nel considerarlo una forma di misticismo, come nel caso di The Cloud of Unknowing e altri testi classici che sono molto affascinanti. Offrono punti di vista alternativi sul cristianesimo e diverse tecniche di meditazione, ad esempio. Questo è il più tradizionale misticismo cristiano. Ma c’è anche tutto un altro filone (come quello della storia della teosofia), che rientra nella cultura occidentale, e che, per inciso, ha le sue origini in Italia, nel periodo rinascimentale, con Marsilio Ficino e altri interpreti. Si tratta sempre di cristianesimo, ma di un cristianesimo riformulato che è piuttosto esoterico e veramente abbisogna di molta più attenzione di quella che gli viene attualmente riservata. Sia nella tradizione cattolica, sia in quella protestante, c’è un filone di esoterismo che si sviluppa attraverso autori che non sono necessariamente mistici, ma hanno scritto quantità rilevanti di testi che propongono una visione alternativa del mondo, che forse mette in discussione alcuni presupposti inerenti al cristianesimo.

– Quale pensa sia il valore di figure di mistici e di santi, come ad esempio Padre Pio? Come le rapporta alla spiritualità in termini di alchimia dell’anima? Possono costituire una guida e un punto di riferimento ancor più importante della natura e del mondo intero in cui viviamo? Cosa aggiungono alla percezione che possiamo avere di questo processo di trasformazione universale?

Credo che i santi di oggi rivestano un’importanza fondamentale, perché il processo di trasformazione spirituale non è semplicemente una teoria, ma una realtà. Eppure, per poter avvalorare la realtà abbiamo bisogno di esempi in carne e ossa. Il punto-chiave è l’incarnazione. Io sono per una “spiritualità dell’incarnazione”, il cui l’aspetto essenziale consiste nell’impersonare, ovvero nel dar forma concreta al potenziale spirituale, nella misura in cui ne siamo capaci. I santi sono esempi viventi di tutto questo. Dopodiché, dovremo scoprire il santo dentro di noi, e portarlo avanti all’interno del processo di trasformazione spirituale, per farlo “entrare nel mondo”. E ci sono molti modi possibili per esprimere questo potenziale di ognuno di noi. Poi, ecco un altro punto: penso che color che riescono a impersonare una tradizione spirituale e ad attuarla appieno, siano in grado di creare un campo psichico che tocca le persone, gli oggetti e gli ambienti intorno a loro, sensibilizzandoli al loro ideale spirituale, e così riempiendoli di un’energia con cui ci si può come “intonare”. In teoria, è plausibile pensare (e non solo nel mondo cristiano) a un mistico che viva isolato in cima a una montagna e, con le sue preghiere e la sua energia, influenzi positivamente il mondo intero.

– Infatti, certi segni riguardanti la storia, come altri legati alle nostre esperienze personali, ce lo confermano. Siamo spesso indifferenti al significato dei segni e delle coincidenze, eppure, quando hanno un significato (che solo noi, come “parte interessata”, possiamo cogliere), esso è evidente, e non abbisogna di dimostrazione alcuna.

Sì, però per riuscire in questo dobbiamo, in qualche modo, lasciar perdere la mentalità comune, che non lo accetterebbe. Dobbiamo restare “sulla soglia” e aperti alla novità che potrebbe entrare da lì, e non attaccarci troppo agli schemi collettivi, perché ciò che accade alla maggior parte delle persone è che questo fenomeno finisce per non toccarli, in quanto non sono abbastanza recettivi da lasciarsi andare in misura tale da poter cambiare. Questa è la chiave, l’impatto dell’esperienza che mi fa andare avanti e fa espandere la mia visione del mondo.

– Questo rende possibile una nuova idea di noi stessi, perché rinunciamo all’ego e diventiamo consapevoli di un sé che è potenzialmente in grado di abbracciare il mondo intero, e al tempo stesso di esserne abbracciato.

Sì, e io uso una parola per parlare di questo, che è il sé profetico. Credo sia ciò che abbraccia il nostro cambiamento e la nostra trasformazione, facendola diventare qualcosa di più grande. Possiamo vedere quali saranno i passi successivi, o qual è l’ideale verso cui tendere, e vogliamo muoverci in quella direzione. Penso che il sé profetico sia un “contenitore”, nel quale si trova l’energia per la trasformazione che possiamo realizzare. E il modo in cui opera non è blando, ma intenso e appassionato. Grazie ad esso, infatti, ci appassioniamo alla trasformazione spirituale. Il sé profetico ci attrae, così che, se siamo aperti alla sua “visione”, l’energia fluisce, e ci scopriamo in movimento nella sua direzione.

– In effetti, possiamo avere un’idea piuttosto precisa di ciò verso cui tendiamo, e poi le cose iniziano ad accadere.

Bisogna vivere come “sul punto-limite” tra il sapere e il non sapere. E non si arriva mai veramente a “sapere”. C’è sempre un “non ancora”, qualcosa di non completamente definito (“dove sto andando?”, “qual è il prossimo passo?” ci chiediamo). E questo è legato alla passione, all’entusiasmo e all’ispirazione di vita.

– Perciò, possiamo dire che la vera sfida per il mondo di oggi e per ciascuno di noi non riguardi tanto i cambiamenti politici, quanto la possibilità di una “rivoluzione interiore”? Insomma, sebbene le questioni concrete siano molto rilevanti, non è più importante cambiare da dentro?

Il punto di una “rivoluzione interiore” è fondamentale, ma aggiungerei anche qualcos’altro: la nostra capacità di mantenere relazioni di livello più alto, e il senso di “correlazione”. La frontiera della spiritualità contemporanea è il concetto di “essere collegati”. La cautela che manterrei sul cambiamento interiore è che non deve diventare qualcosa di disconnesso dal mondo. La spiritualità non deve negare il mondo. La spiritualità moderna deve imparare a integrare l’intimità di molteplici prospettive individuali. Dobbiamo imparare come relazionare il mondo interiore di ognuno a quello degli altri. In particolare, io do molta importanza alle prospettive femminili sulla spiritualità, che stano crescendo ed espandendosi. È una cosa che deve veramente succedere, perché finora la spiritualità è stata anche troppo una questione “maschile”. Insieme alle donne possiamo svilupparci in modo bilanciato, scoprendo quali saranno i nuovi orizzonti. È un lavoro da compiere all’interno di una sorta di rete.

– E lei pensa che il mondo moderno sia pronto ad accettare una sfida del genere? O che le “maschere sociali” e i pregiudizi delle persone siano ancora troppo forti? Pensa che coloro che vivono l’esperienza dell’alchimia dell’anima siano un po’ come il prigioniero della caverna di Platone, che uscì fuori, vide la luce e poi rientrò dentro e fu ucciso dagli altri, che non accettarono le sue parole?

In effetti, i pregiudizi individuali costituiscono sempre un problema. Però, l’“esempio” è sempre la cosa più efficace. Non è tanto una questione di “dire a parole” la propria verità, quanto di “tradurla in atto”: “essere” la verità che vogliamo manifestare. E io credo che, per vincere il pregiudizio, si debba dare un grande esempio – per così dire – “pubblico” di amorevolezza, gentilezza e cura degli altri, per aiutare la trasformazione. È la “qualità della presenza” che incarniamo. Così, possiamo personificare questa presenza in collegamento con altri, al punto che essa diventa di esempio perfino per la persona più resistente, che può vedere che qui sta succedendo qualcosa, qualcosa di buono, una qualche forma di energia “integrata” e di visione che è stata tradotta in atto? Non si tratta necessariamente di una cosa “minacciosa”, ma piuttosto si realizza con mezzi positivi e inoffensivi. Lo scontro non serve a molto. È meglio mostrare la propria verità attraverso le proprie azioni.

– Prendiamo dunque l’esempio di uno scrittore. Uno scrittore può veicolare un messaggio, e fondamentalmente scrive e a volte parla in pubblico. Perciò, per diventare integrato in questa rete, dovrebbe esprimere il suo mondo emotivo comunicando “dal cuore verso il cuore”, piuttosto che “dalla mente verso la mente”.

Sì, infatti, avevo pensato di scrivere The Alchemy of the Soul per molti anni, ma mi sono sentito pronto solo quando ne ho compiuti sessanta.

– E la scrittura può essere efficace, in questo senso, solo quando l’ispirazione viene direttamente dal cuore, ed è genuina.

È vero, altrimenti può tendere a diventare troppo “staccata” dal mondo e dalla vita reale dell’individuo, e lo si può sentire, nel testo scritto che ne risulta. Infatti, stiamo parlando di alchimia dell’anima. Perciò la domanda è: siamo in comunione con la nostra anima? Possiamo percepire attraverso la nostra anima e la nostra relazione con gli altri, piuttosto che, diciamo, attraverso la mente? Il punto, invece, sta proprio nel cuore. Lo sforzo di restare imperniati nel cuore richiede una vita di tempo, perché la nostra società è così profondamente basata sulla mente. Dobbiamo scendere giù e centrarci nel cuore, per espanderci in un nuovo universo di percezione.

– Forse, in questo senso un buon modo per espandere questo flusso di significato proveniente dal cuore è, certo, quello di lasciar andare il controllo razionale della mente, ma anche di sviluppare la curiosità e l’apertura al dialogo. Perciò, possiamo raggiungere anche gli individui più diffidenti parlando una lingua che inizialmente si rivolga alla mente, ma offrendo “gocce di cuore”, per poi gradualmente lasciare che la sensibilità scenda più in basso, in un vero “lago di cuore”, in modo che i nostri interlocutori si “ritrovino” in esso e restino “sorpresi”? Insomma, spiazzarli. D’altra parte, parlare alla mente può farci perdere la traccia del sentiero del cuore, non è così? È un bilancio difficile da conseguire…

Credo che l’importanza che Massimo Maggiari riserva alla poesia abbia anch’essa un ruolo di rilievo. La poesia ci può aiutare a raggiungere perfino le intelligenze più razionali. Ecco perché si tratta di una forma di scrittura e di espressione molto efficace, il che si vede per esempio nell’uso delle metafore. È possibile parlare dal cuore in modo molto intelligente. E può riuscire nella misura in cui tu e io, come individui, scegliamo di dire che qualsiasi sfida dobbiamo affrontare e in qualsiasi contesto ci veniamo a trovare, resteremo centrati nel cuore. Poi, da quella posizione centrata, potremo incontrare chiunque. “Non lascerò il mio centro nel cuore” dovrebbe essere il nostro motto…

– In altre parole, la frase giusta sarebbe “Non diventerò il mio interlocutore, per riuscire a persuaderlo”, oppure “Resterò centrato nel cuore e raggiungerò un genuino scambio di energie con lui o con lei”.

Sì, resta te stesso rimanendo centrato nel cuore. Ricordo di aver sentito che il campo elettromagnetico del cuore è largo 4,5 m, per cui riempie quest’intera stanza. Ovvero, ogni battito del cuore di ciascuno di noi si interseca con quello di qualsiasi altra persona all’interno di questo spazio. Invece, le onde del nostro cervello si espandono solo per 5 cm o poco più.

– Insomma, dobbiamo invertire l’abituale (per noi uomini e donne occidentali) relazione tra cuore e mente, comprendendo che il cuore dovrebbe guidare la mente, e non il contrario. Questa è un’autentica rivoluzione, ed è per questo che abbiamo tanta paura, perché in questo cambiamento di prospettiva troviamo la misura della nostra “alchimia dell’anima”, del nostro “sé profetico”, come lei ha detto. Però neghiamo questo dicendo: “Io non sono il mio cuore; sono la mia mente”, mentre siamo molto più di questo. Non ci piace sentirci diluiti in qualcosa di più ampio di quello a cui siamo abituati. Perciò, il punto di fondo è quello di conoscere più a fondo la nostra paura, e di capire che essa è il risultato dei muri che abbiamo eretti tutt’intorno a noi. Credo che questa sia l’essenza di quanto Socrate diceva sul “conoscere se stessi”.

È qualcosa che rende necessaria una “rieducazione”. Le persone sono influenzate dalla loro formazione culturale intellettuale, che enfatizza il pensiero astratto, in contrapposizione ad un pensiero incentrato sul cuore. E questo richiede una nuova “messa a fuoco”. In effetti, esiste una tecnica per realizzarla: quando si vive un problema mentale (o comunque un problema che si sta cercando di risolvere pensandoci), ri-centriamoci, rivolgiamo l’attenzione al respiro, lasciamo il cuore respirare e guidare il processo del pensiero, permettendo una nuova apertura della mente, così che la soluzione possa venire a noi in modo più intuitivo e rilassato. Non possiamo semplicemente dire: “Lo voglio adesso”. Dobbiamo dire: “Sarò paziente”, “aspetterò”. Così facendo, lasceremo che gli agenti causali cosmici di cui stavamo parlando interagiscano con noi. Altrimenti, saremo così preoccupati che non saremo neanche in grado di notarli. Ecco perché raccomando le pratiche di meditazione, perché aiutano a calmare l’eccesso di attività mentale. Più si riesce in questo, più sviluppata sarà la nostra percezione, e più consapevoli saremo delle nostre sensazioni che ci vengono dal cuore, il nostro centro. Allora saremo capaci di guidare il nostro pensiero. Ma questo richiede una “formazione”, e una disciplina spirituale.

– Insomma, alla fine acquisteremo la coscienza che la nostra identità non sta nell’immagine mentale che abbiamo di noi stessi, ma nel nostro cuore, la nostra…

…anima. E non si tratta di un’entità immobile, ma capace di crescita. Il punto è lo sviluppo dell’anima, che procede nel corso di tutta la vita e persino dopo essa. L’anima è il veicolo per la trasformazione.

– “Panta rhei”, tutto scorre, e noi siamo parte di questo flusso, che va perfino oltre la nostra individualità, la nostra entità corporea.

E se allora mi chiedessi: “L’anima ha una mente?” Certo che ce l’ha.

– Infatti, il cuore ci dà dei suggerimenti, per cui ha una sua particolarissima “logica”.

Sì, chiamiamo questo “psiconoetica”. Immaginiamo, solo per un momento, l’anima staccata dal corpo, supponendo di essere morti. Possiamo ancora pensare?

– Beh, intuitivamente direi: “Naturalmente sì”.

Certo, infatti, l’anima è un’entità pensante, senziente e dotata di percezioni. Perciò continua a svilupparsi anche quando è al di fuori del corpo. Essere centrati nel cuore non è solo una questione di emozioni: no, si tratta di sentimento e pensiero intrinseci all’anima stessa, non solo al corpo. E tutti questi livelli sono in grado di evolversi.

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ENGLISH VERSION:

First of all, I’d like to ask you something about your book, The Alchemy of the Soul. Which is the basic meaning: “spiritual transformation” or “alchemy of the soul”?

My view of that is a transformative process. It’s not really a state of being as much as it is a developmental process of gradual change and transformation. I think different stages of the process have different focuses. The whole point is that of realizing at which stage you are, in order to see the things you need at that particular stage and the elements that you will need to take with you to the next stage, working creatively with those in a developmental perspective. So, if for instance, you’re married and with children, that’s your context, while if you’re a single and you live a different kind of life, that’s another context. I think it’s all very contextual, and you need to find the key that will facilitate transformation in that particular context. Yet, I don’t think this path has an end; the alchemy of the soul is an ongoing process, that we keep developing right up to the moment we die, and maybe we’ll continue developing even after death.

– Over the last days we’ve been reflecting with Massimo Maggiari over coincidences in life, and the way the world confirms for us that we are on the right way, or gives us hints as to the way we should change our behaviour, and thus to identify our path, in other words our mission in life. How is all this connected to the theme of the alchemy of the soul and the art of spiritual transformation? What do you think about synchronicities and the events that are particularly meaningful to us and very often surprise us? For instance, it quite often happens to me to read a sentence on an advert that answers a question that I’d recently posed myself.

The context of the alchemy of the soul, the way I understand it, is not just that of personal psychological development. It is true that we have to take responsibility for our own development. However I think the context for that process is much, much larger than the individual. It’s larger than the society in which the individual is located and extends itself into ontological and cosmological depths of creation, so that the transformational process isn’t isolated from this larger context. One of the tasks for this kind of transformation is to extend our awareness in such a way that we can become more sensitive to the kind of guidance that can come to us from the world around us. This might occur in surprising moments and unexpected forms, through synchronicities (or coincidences), because we become increasingly more sensitive to what I would call almost a form of clairvoyance (“clear seeing”): we see more deeply into the world around us and we can read the signs that are there, and take them as a stimulus for growth. The creative context of development is spiritual, not merely influenced by our deepest psychological aspirations and desires, but also deeply informed by a current of development and direction that we share collectively. So, we are all engaged in this process of developmental transformation, that we keep our focus on it so that we map it to the world we live in; and the world maps itself to us in terms of our state. What happens is that the blinds fall off our eyes, and we see more symbolic meanings in the things occurring around us. But we have to learn to think outside of the box, i.e. beyond the normal way of reasoning, and that is a big challenge for people, because it’s always easier to fall back into collective ways of thinking and perceiving, and when that happens to me the signs disappear. It’s a process of differentiation that pulls you out of the collective, and at the same time a larger arena opens up and reveals surprising depths and hidden sources of empowerment. You’ve got to liberate yourself from collective stereotypes, in order to see all this.

-In your book you write that when we start this process of personal fulfilment and liberation, at first it’s a painful process, because we are afraid we may remain isolated from the others, but then we may discover that there’s a new horizon, and the fear we had to remain alone kind of vanishes, and we find other contexts, involving people with whom we can share and interact, in this process. However, there’s a tough moment, which is when we see darkness around us, although we know there’s a light beyond it; so, we have to get over that, somehow, in order to reach that light. This actually reminds me of the reflections of St. John of the Cross, saying that we have to go through darkness in order to reach light. In this process of the alchemy of the soul, what do you think can help us see the light even in the darkest of the moments? What can we hang on to?

Well, it’s not one just moment. It’s actually recurrent. There are actually two sides to that, because on the one hand we might say we have fear and anxiety about letting go and opening up, but on the other hand I can assure you that there’s also the fear that people experience when they encounter the sacred and the divine, which can be somewhat overwhelming. And that’s a different kind of fear. So, in both cases, what is the means for moving ahead? I think that’s faith, not so much in a particular tradition, as in the process and in the integrated wholeness we are part of. I think of the world in which we are immersed as holistic and harmonious, in its depths. So, if I’m in a state in which I’m experiencing fear, anxiety and uncertainty, I can still feel I can trust the process, because deep down I feel that the process is integrative not just within me, but within the cosmos at large.
Another important thing is courage, and also determination. You have to press ahead. I have seen so many people become interested in spirituality, begin to change their world view, open up to new possibilities and then say: “No… Let’s stop it.” So, the commitment has to be “to go on to the next stage”. That means you invested yourself, not just in a will-oriented sense, but also in this idea of faith and trust in the process itself. I actually think that higher powers come in here and act in accordance with our deep intention and help us to move forward, so it’s a matter of being open to and trusting that intuition and sticking with it, without stepping back.

– I went myself through a process of regeneration, especially thanks to holistic medicine – in particular, flower therapy – and awareness meditation as well, and also to a refreshed approach to the Christian faith. And it’s something still ongoing in me. Therefore, I think we can say that nature can help us in this recovery. How do you look at these ‘alternative’ disciplines?

Well, this is something we could call “occult sciences”. I think we are on the very threshold and just beginning to understand all this. One of the reasons is that there’s actually a disjunction between the causal level of why these things work and people’s mental attitude toward them: there’s a lack of continuity. It’s because people see themselves somewhat separate from nature or not informed or supported by it, so there’s a certain degree of resistance to trying to understand what the laws of the psyche, of the soul and the spirit might be, in terms of the effects of these techniques. And I think there’s a very, very wide range of techniques that are still in their early stages of development, and we need to apply and understand how they function, especially because they seem to work in a very subtle way. It’s not something we can measure in a lab, as it’s very subtle, so it requires a world view and an attitude that is supportive of and really congruent with subtle psyche transformations and causes. Moreover, what about spiritual guides and helpers? In all of these fields there’s a gap that many people have trouble crossing over. We need a holistic and integrative science that embraces the occult and the transformative in a way that we can foster these kinds of techniques more and more. It’s a long way to go. What is true is that many people, who have unsuccessfully gone through traditional “allopathic” remedies to solve their problems, in the end have to accept alternative paths, because they’re desperate. We often call “spiritual” what we see disconnected from us because we don’t see the really subtle causal links between it and our present state. And I think the way to grasp that causality is to expand our consciousness. And the alchemy of the soul, in this sense, helps us understand which causal agents are at work, all around us, permeating the world, and then we can find the techniques, like flower remedies or whatever, to focus or channel those causal forces into transformation.

– The Christian approach that is proposed by many Benedictine monks in the USA, but also in the rest of the world, is centering prayer, as well as a form of meditation that emerges from a book, The Cloud of Unknowing, by an anonymous Medieval author. Can you tell me something about this?

This is a big subject, and actually one of the courses I teach (a general course on Western Esotericism) deals with a large part of it. The more traditional view on that is to think of it in terms of mysticism, like in the case of The Cloud of Unknowing and other classical texts that are very fascinating. They offer alternative views on Christianity and different meditation techniques, for example. That’s more traditional Christian mysticism. But there’s a whole other stream (like that of the history of theosophy), that’s inherent to western culture, which by the way is found in Italy, in the Renaissance period, with Marsilio Ficino and other interpreters. That really is Christianity, but a reformulated Christianity that’s quite esoteric and really deserves a lot more study than what it gets. In both Catholic and Protestant tradition there’s a stream of esotericism that develops through authors that are not necessarily mystics, but have written a relevant amount of texts that propose an alternative world view, that maybe challenges certain presuppositions about Christianity.

– What do you think is the value of figures of mystics and saints, like for instance Padre Pio?
How do you relate them to spirituality and the alchemy of the soul? Can they be an even more relevant guide and point of reference than nature and the whole world we live in? What do they add to the perception we may have of this universal process of transformation?

I think contemporary saintly persons have a crucial importance, because the process of spiritual transformation is not simply a theory, but a reality. Yet, in order to validate that reality we need living examples. The key-point is incarnation. I’m a proponent of incarnational spirituality, and so the fundamental aspect of it is to fully embody the spiritual potential, to the utmost degree we’re able. Saints are the living examples of all this. After that, we have to discover the saint within ourselves, and bring it forward within the process of spiritual transformation, so as to make it real. And there are many possible ways to express such a potential of each of us. Then, there’s one more point: I think that people who come to embody a spiritual tradition and fully actualise it can actually create a psychical field that touches the people, objects and environments around them, sensitizing them to their spiritual ideal, so filling them with an energy you can get sort of “in tune” with. In theory, it’s conceivable to think (and not only in the Christian world) of a mystic who lives isolated on the top of a mountain and, with his prayers and energy, positively influences the whole world.

– In fact, certain signs concerning history and others related to our personal experiences confirm this for us. We are often unconcerned about the meaning of signs and coincidences, yet, when they do have a meaning (which only we, as the “interested party”, can appreciate), that is evident, and needs no demonstration.

Yes, but in order to do that we have somehow to surrender that collective mind that wouldn’t accept it. We have to be on the threshold and open to the newness that might come in there, and not hold too strongly to the collective mentality, because what happens to most people is that the whole thing bounces off them, as they’re actually not receptive enough to let go in such a way that would actually change them. That is they key, the impact of the experience that keeps me going forward and expanding my world view.

– This makes possible a new idea of ourselves, because we let go of the ego and become aware of a self that can potentially embrace the whole world and at the same time be embraced by it.

Yes, and I have a name for that, which is the prophetic self. I think it’s what embraces our change and transformation into something greater. You can see what the next few steps will be, or what the ideal is, and you want to move toward it. I think the prophetic self is a container, and it holds the energy for the transformation that is possible. And the way it works is not bland, but intense and passionate. Thanks to it, we become passionate about spiritual transformation. The prophetic self attracts you, so that, if you are open to its “vision”, the energy flows, and you find yourself moving toward it.

– In fact, we may have a quite clear idea of what we tend to, and then things begin to happen.

You have to live sort of on the edge between knowing and not knowing. And it’s never quite a complete “knowing”. There’s always a “not yet”, something not completely definite (“where am I going?”, “what’s the next step?”, you ask yourself). And that’s related to the passion, the enthusiasm and the inspiration of life.

– So, can we say that the real challenge for today’s world and for every one of us doesn’t so much concern political changes, as the possibility of an “interior revolution”? I mean, although concrete matters are very relevant, isn’t it more important to change from the inside?

The point of an interior “revolution” is crucial, but I’d also add something else: our capacity to maintain higher quality relationships and the sense of relatedness. The frontier for contemporary spirituality is the concept of partnership. The caution I’d have about interior change is that it mustn’t become disconnected from the world. Spirituality mustn’t deny the world. Modern spirituality needs to learn to integrate the intimacy of multiple individual perspectives. We need to learn how to relate everyone’s inner world to those of others. In particular, I give much importance to women’s perspectives on spirituality, which are growing and expanding. This really needs to happen, because spirituality until now has been too male-centred. Together with women we can develop in a balanced way, discovering what the new horizons are going to be. It’s a network.

– And do you think the modern world is ready to accept such a challenge? Or that the “social masks” and the prejudices of people are still too strong? Do you think that the people who experience the alchemy of the soul are a little like the prisoner of Plato’s cave, who got out, saw the light, went back to the cavern and got killed by the others, who didn’t accept their words?

Well, that’s always a problem: prejudices and collective bias. But, “by examples” is the best way. It’s not so much a matter of “speaking” one’s truth, as of “acting” it: “being” the truth that you want to manifest. And I think that, in order to overcome prejudice, you have to show such a good example of loving kindness and care and concern for the others in the “market place”, as it were, to help make the transformation. It’s the “quality of presence” that you embody. So, can you embody that presence in partnership with others, to the degree that it becomes an example to even the most resistant person who can see that there’s something happening there, something good, some energy of connectedness and vision that’s been enacted? That is not necessarily something “threatening”, it rather happens in a positive, unharmful way. Confrontation isn’t very successful. It’s better to lovingly show your truth through what you do.

– So, let’s take the example of a writer. A writer can convey a message, and basically writes and occasionally speaks in public. Therefore, to become integrated in his network, he or she should express their emotional world, speaking from the heart to the heart, rather that from the mind to the mind.

Yes, in fact I had thought of writing The Alchemy of the Soul for many years, but I felt ready for that only when I was sixty.

– And writing can be effective, in this sense, only when the inspiration comes straight from the heart and is genuine.

That’s true, otherwise it may tend to become too disconnected from the world and the real life of the individual, and you can read that result in the text. In fact, we are talking about the alchemy of the soul. So the question is: are you in communion with your soul? Can you perceive through your soul the world and your relationship with the others, rather than, say, through the mind? The point, instead, is the heart. The effort of staying focused on the heart takes a lifetime, as our society is so very mind-centred. We have to come down and centre in the heart, in order to expand into a different kind of perception.

– Maybe, in this sense a good way of expanding this stream of meaning coming from the heart is, sure, letting go of the rational control of the mind, but also developing curiosity and openness to dialogue. So, may we reach even the most diffident individuals by speaking a language that initially speaks to the mind, but offering “drops of heart”, and then gradually letting it leak down to a lake of heart, so that they “find themselves” in it and be “surprised”? We have to take them off of the defensive. On the other hand, speaking to the mind can make us lose trace of the heart, can’t it? It’s a tricky balance, indeed…

Well, I think that the importance that Massimo Maggiari puts on poetry is very important. Poetry can help us to reach or touch even the most rational intelligences. That is a skilful way of writing and speaking, for instance by using metaphors. It’s possible to speak from the heart in a very intelligent way. This is possible as long as you and I, as individuals, make the choice to say that whatever challenge we have to face and whatever context we find ourselves in, we’re going to stay centred in the heart. Then, from that heart-centred position, we will meet whatever person. “I’m not giving up the heart-centred position” should be our motto…

– So to say, the right sentence would be “I am not going to become my interlocutor, in order to persuade him or her”, or “I’m keeping centred in the heart and get to a genuine exchange of energies with them”.

Yes, remain yourself by staying centred in the heart. I remember hearing that the electromagnetic field of the heart is 15 ft large, so that it fills this whole room. In other words, every person’s heartbeat is intersecting with any other person’s heartbeat in this space. Instead, our brain waves are only affecting a few inches from the head.

– Thus, we have to invert the usual (for us western men and women) relation between heart and mind, realising that the heart should lead the mind, and not vice versa. This is a real revolution, and that’s why we are so afraid, because in this change of perspective we find the measure of our own alchemy of the soul, of our “prophetic self”, as you said. Yet, we deny this by saying: “I’m not my heart; I am my mind”, while we are much more that just that. We don’t like feeling diluted into something wider than what we are used to. So, the basic point is knowing our fear more in depth, and realising that it’s the result of the walls we’ve erected all around us. I think this the essence of what even Socrates said about the “knowing of ourselves”.

It all takes retraining. People are influenced by their intellectual culture that emphasizes abstract thinking, as compared to heart-centred thinking. And that requires a re-focussing. In fact, there exists a re-focussing technique: when you have a mental problem (or anyway a problem that you’re trying to solve by thinking about it), refocus, go to your breath, let your heart breath and lead your process of thinking and allow for openness of mind, so that the solution may come to you in a more intuitive and relaxed way. You can’t just say: “I want it now”. You have to say: “I will be patient”, “I will wait”. By so doing, you’ll let the causal, cosmic agents we were talking about interact with you; otherwise, you’ll be so preoccupied that you won’t even be able to notice them. That’s why I recommend meditation practices, as they help the mental over-activities go quiet. The more you can do that, the more enhanced your perception is, and the more your are aware of heart-centred perceptions. Then you are able to guide your thinking. But this requires training. There’s spiritual discipline in there.

– So in the end we’ll become aware that our identity is not our mental image of ourselves, but our heart, our…

…Soul. And it’s not an unchanging entity, but a soul capable of growth. The point is the soul’s development, which is going on throughout life and even after it. The soul is the vehicle for transformation.

– “Panta rhei”, everything flows, and we’re part of this stream, that goes beyond even our individual, bodily entity.

So, what if you ask the question: “Does the soul have a mind?” Yes, it does.

– In fact, the heart gives us hints, so it has a “logical” faculty of its own.

Yes, we can call this “psychonoetic”. Let’s imagine, just for a moment, the soul detached from the body, when you’re dead. So, can you still think?

– Well, I’d intuitively say: “Of course I can”.

Yes, in fact the soul is a thinking, feeling, sensing entity. Therefore, it’s developmental even when it’s outside of the body. Being heart-centred is not just a matter of emotions; no, it’s feeling and thought and perception integrate to the soul itself, not just the body. And all these levels are developmental.

13 pensieri su “Intervista a Lee Irwin: l'”alchimia dell’anima”

  1. Subito ho dei dubbi.
    Leggo le parole “alchimia” e “anima”.
    Se le trovo in un testo narrativo mi stanno benissimo, se vedo alchimia dell’anima mi sento male.
    Perchè non so cos’è l’anima e nessuno ha prove che esista, poi perché l’alchimia era una variabilissima pratica materiale e filosofica di altri tempi che va bene studiarla in storia del pensiero umano, ma non farne un’accoppiata, ora, con l’anima.(secondo me)
    Mah….
    Poi vedo medicina olistica floriterapia come c’entrassero con le cose “spirituali”.
    Resto turbato davvero per la confusione e per la mancanza di approcio scientifico nella ricerca; sembra di vivere nel 1300….
    Va bene avere fede: che è dono, cosa, dote, grazia, affare, peculiarità, tutto quel che volete,
    ma fare il pasticciaccio, il gran minestrone, no, basta.

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  2. Ciao, Mario, ti ringrazio per la tua risposta, anche se critica, com’è legittimo.
    Ti posso assicurare che non si tratta di un “pasticciaccio”. Si tratta di esperienze (mi riferisco a quelle olistiche) che rivelano il loro lato spirituale nella misura in cui aprono una prospettiva di vita che non nega, ma al limite completa gli approcci più tradizionali alla spiritualità. E le percezioni che si hanno al riguardo si rivelano con chiarezza solo se si vive in profondità il processo in questione. Non c’è niente di diverso da quello che, in fondo, San Francesco rivelava attraverso il suo semplice ma profondissimo modo di comunicare con la natura. Se leggi gli scritti del Dr. Edward Bach ti renderai conto della sua profonda fede cristiana. Chi ha provato i rimedi floreali e vi ha trovato beneficio e salvezza dalla disperazione (cosa che gli psicofarmaci, nonostante le “dimostrazioni scientifiche” spesso non danno, perché si portano dietro una caterva di effetti collaterali), sa cosa intendo.
    Quanto agli studi in corso per dare una base scientifica all’efficacia empirica dell’omeopatia da un lato, e della floriterapia dall’altro, si rivolgono principalmente ai fenomeni vibrazionali, e dunque si muovono su un livello subatomico ed elettromagnetico (un esempio è reperibile su http://adminfacs.doing.it/default.asp?M=124|4|0). Non ci sono reazioni chimiche tra molecole, come nella tradizionale medicina allopatica e nella fitoterapie, ma fenomeni di risonanza per cui il rimedio floreale, preparato con acqua e fiori macerati alla luce del sole, irradia una frquenza permette di “riaccordare” il corrispondente stato emotivo disarmonico in cui siamo caduti (che altro non è se non una vibrazione disarmonica). Ogni cosa, e quindi anche le nostre cellule, e soprattutto quelle del cuore e del cervello, emette vibrazioni, e quella che alcuni chiamano “aura” altro non è che il nostro campo elettromagnetico stratificato. Siamo fatti di massa ed energia, per la nota relazione einsteiniana E=mC2, dunque non è strano che la nostra salute fisica (e, prima ancora, emotiva) possa essere messa a repentaglio da uno squilibrio energetico del nostro organismo. Intervenire su questi livelli può aiutare a ripristinare la salute, non negando, beninteso, l’adozione di rimedi allopatici, ma integrandoli o ricorrendovi solo quando strettamente necessario. Ricordo che John Kabat Zynn (http://en.wikipedia.org/wiki/Jon_Kabat-Zinn – autore di “Riprendere i sensi”, ed. Corbaccio), che è un esperto di biologia molecolare (dunque non un venditore di aria fritta), ha dimostrato con esperimenti concreti e ripetuti come i malati di psoriasi che praticano la normale terapia fototerapica (che in sé non ha niente di olistico) mentre svolgono degli esercizi di meditazione, guariscono quattro volte più velocemente degli altri.
    Quanto alla parola “alchimia”, condivido le tue perplessità. Non piace neanche a me, come non mi piacciono i riferimenti al cristianesimo esoterico. Ma il senso in cui qui va intesa la parola “alchimia” è quello di “trasformazione”. E l’anima come realtà che si evolve e si perfeziona (o almeno ci prova) è un’esperienza che vivo quotidianamente, dunque non me la sento di negarla.

    Un caro saluto,
    Giovanni A.

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  3. Grazie per il bello articolo, molto ricco e su cui ci si potrebbe soffermare a lungo per approfondimenti. Butto giù a caldo, avendo finito solo adesso di leggere l’intervista, alcune considerazione.
    1) già i Cinesi avevano mostrato che il pensiero nasce nel cuore. Ora senza qui volere descrivere la complessità del pensiero cinese antico che senza basi culturali risulterebbe incomprensibile, i Cinesi hanno un termine che è Xin che sta per Mente-Cuore e che è qualcosa di molto articolato da cui tutto proviene a cui tutto ritorna, in una interazione sferica multidimensionale che coinvolge il cuore e la mente sia nei molteplici aspetti fisiologici (sangue e respiro), sia in quelli più propriamente mentali ( pensiero, emozioni, sentimenti), sia in quelli delle energie sottili: relazione dinamica che il cuore principio fuoco intrattiene con i reni (acqua-volontà), con la milza (terra-proposito), con il fegato (legno-riflessione), con il sapere-fare: per cui il cuore controlla la vita psichica, governando la circolazione del sangue ed il fegato la vita emotiva, governando al circolazione del soffio o qi).

    Il Prof Carlo Ventura, professore ordinario di Biologia molecolare alla Facoltà di Medicina dell’Università di Bologna, direttore del laboratorio di Biologia molecolare delle Cellule Staminali dell’Istituto Nazionale di Biostrutture e Biosistemi, coordinatore del Progetto di Sviluppo della Medicina Rigenerativa ha dimostrato durante le sue ricerche a Baltimora che il cuore è un organo endocrino in grado di produrre molecole capaci di operare una sottile modulazione dell’omeostasi cellulare e che c’è un fitto dialogo molecolare tra elementi staminali orientati verso il differenziamento in precursori neuronali e cardiaci e la relazione che hanno questi con i campi magnetici. Le stesse endorfine (molecole della gioia) sono molto espresse dalle tessuto miocardico del cuore adulto e queste endorfine sono implicate nello sviluppo della memoria, dell’apprendimento, nella modulazione del dolore e dell’attenzione. In realtà materia e spirito stanno in un rapporto di interazione, dove certe sostanze che il corpo produce sono dei mediatori che consentono allo spirito d’incarnarsi (vedi per esempio la ghiandola pineale, che sta rilevando sempre maggiori sorprese, il suo mancato funzionamento nei bambini autistici impedisce alla coscienza di incarnarsi compiutamente)
    2)In quanto alle energie sottili, la fisica sta evidenziando come le nostre conoscenze della materia siano ancora inesplorate, ma già molti dati confermano le intuiizioni e le esperienze delle grandi tradizioni sapienzali.
    Ho partecipato recentemente come relatore a un Convegno Internazionale tenuto ad Acireale, con la presenza di Ervin Laszlo, fisico di fama internazionale, il dottore Massimo Citro allievo di Beneviste, che ha presentato risultati inoppugnabili sul trasferimento delle energie frequenziali in omeopatia ma anche in allopatia in modelli in vivo e in vitro. Si tratta di ricerche che sono condotte da anni ma che hanno difficoltà ad emergere per le grosse difficoltà economiche-organizzative e la mancanza di sostegni.
    Da parte mia ho presentato una relazione sulla Porta dei Sogni, l’ingresso in dormi-veglia o fase ipnagogica o fase Theta, per mostrare i potenziali di accesso ai processi profondi non coscienti dell’organismo, esaltando la comunicazione tra cuore ed emisfero cerebrale destro che negli esseri umani è poco usato se confrontato a quanto utilizziamo quello sinistro.
    3) Mi fa molto piacere leggere nell’articolo-intervista sentire parlare di Marsilio Ficino, di cui è uscito un’importantissimo lavoro a cura di Thomas Moore, Pianeti Interiori, Moretti e Vitali, dove emerge tutta la grande sapienza del periodo rinascimentale, della filosofia perenne.
    In questo senso il bellissimo libro di Hillman L’anima del Mondo e i pensieri del Cuore, affronta magnificamente la storia del grande pensiero filosofico italiano rinascimentale rimasto ineguagliato. Inoltre in questo testo Hillman sviscera le analogie metaforiche e non-metaforiche intorno al Cuore.
    4) Non dimentecherei il ruolo dell’intelligenza emotiva, rispetto alla mente razionale, Goleman ha mostrato ampiamente quanto sia importante sviluppare l’intelligenza delle emozioni per migliora le relazioni e di prove applicative ce ne sono una montagna, ma ancora si fa poco rispetto a quello che si potrebbe fare sin da piccoli.
    5)L’anima non è una metafora, esiste e non va creduta per fede, intendendo per fede una credenza. Basterebbe studiare bene – ma è solo una delle vie – la tradizione esicastica, o approfondire esperienzalmente il Proslogion di Anselmo.
    Chissà perchè non c’è nessun sollavamento di scudi se qualcuno afferma l’esistenza del quark o del bosone – come se le persone fossero in grado di capirne e saperne spiegare l’esistenza, eppure ci sono più prove (di varia evidenza e natura) sull’esistenza dell’anima che sul quark, rispetto al quale la gente comune non dubita senza capirne niente, quindi per fede intesa come credenza e questo solo perché ciò che è dichiarato dentro la comunità scientifica è dato come certo, diviene quindi vero per consenso sociale perché siamo nell’epoca della fede scientifica.
    Fortunatamente questa volontà di potenza è già iniziata a vacillare a vari livelli (epistemologici, matematici, fisici, antropologici, sociologici ed esperienziali. Chi non se ne è accorto deve andare dall’oculista di corsa).
    Naturalmente questo non vuole essere un attacco alla scienza che è importantissima, utile, da incentivare e speriamo sempre più libera.
    6) A proposito di monaci benedettini, vorrei invitare alla rilettura di un vecchio testo sulla spiritualità cristiana in America, L’ universo come dimora. Conversazione tra scienza e spiritualità con Thomas Matus, Capra Fritjof, Steindl Rast David, – Feltrinelli.
    7) ultimo punto, critico, ma non rispetto all’intervista, è che in giro c’è anche tanta falsa spiritualità e tanto sentimentalismo del divino, un modo di credere in Dio molto annacquato. Quindi chi è in prima linea in questo campo deve procedere con estremo rigore e coerenza interna tra dire e fare – come è stato detto anche nell’intervista, quando c’è vera spiritualità questa si sente e irradia, è contagiosa nel senso più carnale che si possa intendere. Il pericolo maggiore non viene dallo scetticismo anti-teologale o ateo, ma primariamente da una certa fascinazione allo spirituale che non corrisponde ad alcun lavoro interiore veramente impegnativo e doloroso ma capace di irradiare alla fine gioia

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  4. Grazie infinite, Luminamenti. I tuoi spunti di riflessione mi sono molto preziosi, e approfondirò certamente gli aspetti che mi hai suggeriti. Condivido in pieno l’ultimo punto, che riflette un aspetto importante toccato da Lee Iriwn: “siamo”, piuttosto che affermare a parole, la nostra verità più intima. Ed è giusto, la sola “fascinazione” per lo spirituale non basta. Le percezioni che si raggiungono dopo un approfondito lavoro interiore sono un bagaglio intimo, frutto di sacrificio (in fondo, è quello a cui Paulo Coelho allude quando parla di “Buon Combattimento”).

    Un caro saluto,
    Giovanni A.

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  5. Ma Paolo Coniglio non era un personaggio di Paolo Villaggio? Mi pare in “Sogni mostruosamente proibiti”… Merita indubbiamente una citazione.

    G .

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  6. Coelho in portoghese vuol dire coniglio, e Paulo Paolo. E “ganhar milhoes desfrutando a credulidade dos babacas” vuol dire “fare milioni approfittando della credulità dei gonzi”.

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  7. il pensiero di coelo è un pensiero superficiale che “soddisfa” la fame di spiritualità che c’è nel mondo.
    cavalca grandi temi che stanno nel cuore delle persone, degli umani tutti e soddisfa le attese del grande pubblico attraverso un sapiente dosaggio di vari elementi che vanno dalle citazioni di autori prestigiosi, un po’ di mistica orientale, un distillato di religiosità cristiana, concessioni alla filosofia new age, suspence, e quel tanto di effetto magico che alla fine ti lascia lì così… come dire…mi fai o ci sei? :)))
    però, contento lui :)))
    molti baci
    la funambola

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  8. Va bene, dai, non volevo deviare troppo dal tema dell’intervista. L’importante era sollecitare una riflessione su questi argomenti. Coelho piace a chi piace, e a chi non piace non piace, è normale: su certi temi ha toccato corde profonde, poi si è fermato su quel livello, lasciando a chi lo desiderava (come me) il compito eventuale di approfondire. Propongo una libagione e un calumet della pace con tarallucci d’avanzo, chi ci sta?

    Giovanni

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  9. Pingback: OLIMPIA, di Luigia Sorrentino | letteratitudinenews

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