Segnacoli di mendicità di Marina Pizzi

16.

cantuccio di elemosina la sposa

guardata a vista dall’eremo

del rantolo. dove domani il refrigerio

è favola. qui nel patibolo che ruba

le elemosine il silenzio del pargolo

corrotto. accosto accosto le sfingi

delle guance queste vedette tenui

di vento e le restie comunque. ora

ti chiamo adito alla sera per fingere

di nascere. le tue macule si curvano

turbate dal branco della bara.

17.

il crollo delle dita è avvertito ovunque.

qui resta il deposito del pane

nonostante le scorrerie. ride il pagliaccio

che si conferma re. tu intanto travalichi

le gemme verso la Veronica. la furia della fanga

questo rattoppo rorido alla fronte.

dammi un perno di liberanti solitudini

un gerundio di dadi finalmente super vincenti.

le mani chiuse aprono il vuoto.

di te ho l’etnia dello stallo

questa perdente crosta di resina.

stalla del prato credere dio

dialetto criptico tic da ultimo stadio.

l’eco ripete il giallo insoluto

la pacchia di trovare chissà che.

18.

in una spalliera di rondine ho visto nascere

l’indagine del solco di starti a guardare

datario di festa stato di bambino

che attenda ai riti dietro la tenda

nel bazar della mente. qui è loquace

il rantolo della bestemmia d’angolo

il grido di mettersi a dormire

per esilio. il rito delle trombe ha

abbreviato da anni le fanciullezze

d’oceano. ora è un cadere a ciocchi

come alberi segati per morte. tu ridi

l’indice che ti porto in visione:

non è tuo il dolore. vai in giro con

una superstrada offensiva, vanesia e forte

e forte sfollagente.

le conchiglie mi servono per le collane

del bello, le buco appena e sono infilate

per il paradiso della nuca marina.

19.

in corpo alla bravura di resistere

la cisterna non varia. attore e cornucopia

non eludono il filo della lama.

tra non molto il ludo della frottola

finirà i giochi. morrai. salita su salita

già si affanna la natura della falla

per spianare il rantolo. la spia

è un tratto magro in comunione

tragica. su, non piangere, le libertà

non possono l’asilo di nessun ritornello.

20.

essere in vita è un criterio sperduto

un alunno senza lavagna né voce

di maestro. in tanta precaria

esistenza si stenda un velo di lutto

un sillabario bianco. in bilico sul cipresso

la casa delle serpi. una dubbio da dentro

la nuca innocente arrovella. tu dove sei

bandito gentiluomo prestato al palmo?

qui nella minestra degli abiti sbilenchi

resta una donna in chiodo di dovere

di non esser madre. la natura sperpera

chi nasce. è scienza o mito

farsi pallottolieri nell’abaco del baratro?

21.

spauracchio di nodi ho letto l’indice

che mi diceva di gareggiare appieno

nonostante! in stalla con gli animali

condannati ho preso a pregare

negli occhi della cavalla. la consolazione

è stata franca ma non la voglia di vivere

con il basto alla nuca e alle caviglie.

la vigliaccata dell’ombra è stata tutta

per lo stornello del sole per le comete

ingenue. nudo corra l’atleta del miracolo

quando la genia della colpa sia sparita

dalle tempie dalle rughe della fronte.

22.

con la crivella ho saziato il sottosuolo

così per abbonire il velo della morte.

sotto la penuria della libagione

il condominio sbraita come al solito.

sbiadita dal tabernacolo la voglia

di essere bambina ancora un poco

diadema del randagio che elemosina.

e poi perché il mondo non adotta

la pellegrina giara del contagio d’aquilone?

23.

in gola alla meridiana

del male in assalto

sto col ventre freddo

nell’eremitica trappola

del re che imita felicità

non sue.

la gran regia del palio

è dare d’avvento

chissà quale prodezza

per la stamberga in guasto

perpetuo. il cipresso si fa fatuo

per il fuoco che non scalda.

24.

mi piacerebbe chiedermi perché sono morta

col tartufo nel palmo e il diamante nell’altro

con l’amante stretto al petto fino allo spasmo

e la novena del principiante che non sa frenare

lo strazio di restare. qui ti avvengo con le mani

sature di baci eppure piango con la gogna del

migrante. la casa è un arsenale di vendette

all’insaputa di tutti. voglio piangere il resto

dei miei giorni per morire satura, vacua.

nel giorno avviene l’entità del basto

questo pagliaccio che non fa ridere nessuno

con la pelle di ghiaccio e il ghiro sparato

dall’elemosina dell’assassino. il passato

è un crollo di cimitero un addobbo per l’erta.

domandami se gioco con la venia del salasso

quando leggo questi versi in riva al rantolo.

25.

nomea del buio stare con le pietre

per spaesarsi dentro le chimere

di regole del dubbio. meno che meno

è vita le macedonie delle bestemmie

in dolo in atto in perno di nomea.

eppure le doglie delle creature

vendemmiano cipressi neonati

per le lenti botaniche del bello

per le nature di fati che non stempiano.

le grandi emergenze delle favole

sono al gerundio di capire il mondo.

26.

sono tracolli gli angoli della sera

queste nomee di pianto delle ombre

queste previste aureole del coma.

in nome alla resina che piange

resta la melma della resistenza

questa sentenza in bilico nel pane vieto.

in ernia con le giostre del pacifico

piange la rana che cigola se stessa

con la cometa inane col natale.

il crollo delle dita è avvertito ovunque

se il corrimano rantola se stesso.

2 pensieri su “Segnacoli di mendicità di Marina Pizzi

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