La natura, gli uomini: intervista a Mauro Corona

Testo introduttivo e intervista di Giovanni Agnoloni

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Ritorniamo oggi sul tema della natura con un’intervista a un autore che a questi temi dedica gran parte del suo impegno letterario. Mauro Corona, uomo che ama profondamente la montagna e i boschi, che ci racconta nei suoi libri. L’ho incontrato alla Fiera del Libro di Torino mentre firmava le copie del suo ultimo libro, Storia di Neve (ed. Mondadori). È stato gentilissimo nel concedermi un’intervista telefonica, che ha rivelato spunti estremamente interessanti. Segue il testo.

– Vorrei iniziare quest’intervista con una domanda sulla società di oggi – un tema a lei caro. Le persone, e soprattutto i giovani, tendono molto a nascondersi dietro maschere. Perché pensa che accada?

Non è un fenomeno solo di oggi. È così da quando l’uomo esiste sulla terra.

– Tuttavia oggi, oltre a questo si avverte la prevalente incapacità di tornare alla natura. Secondo lei, perché la maggior parte delle persone non sente più il richiamo degli alberi, degli animali, delle atmosfere dei luoghi?

Perché la tecnica delle apparenze ha prevalso sulla nostra naturalità. Abbiamo creato una società in cui sono i luccichii delle cose a contare: automobili, orpelli inutili di vario tipo, un ‘bosco di metallo’, fatto di luci artificiali. Per fare un esempio, se un giovane non ha un’auto di un certo tipo, si vergogna. Abbiamo costruito un’umanità fondata sul paragonarsi l’uno con l’altro. Se ho una maglietta di cotone che costa 4€ al mercato del paese, quando invece il mio amico ne ha una assolutamente identica, ma con la firma di uno stilista, per cui ne costa 400, mi sento defraudato: “Lui ce l’ha e io no”. La vita dovrebbe essere come scolpire, cioè togliere il superfluo, per cui io mangio quando mi va, e non quando me lo dice l’orologio. Questa è la naturalità. Certo, non tutti possono vivere in un bosco, soprattutto se abitano in grandi città. Però sapere che i boschi ci sono dovrebbe rendere la vita più gradevole. Io non ho mai visto la Pietà di Michelangelo o la Cappella Sistina, però sapere che ci sono mi rende migliore, mi dà una speranza. E lo stesso vale per i boschi e per la natura in genere.

– Io ho avuto un’esperienza che mi ha molto colpito, recentemente. Sono sopravvissuto a un incidente d’auto, in una regione boscosa della Polonia, la Masuria.

La regione da cui il grande Rigoni Stern si ritirò, durante la guerra. Bellissima.

– Sì, e avevo letto da poco diversi suoi racconti ambientati nei boschi, e per questo ero ben predisposto alla situazione in cui mi sono trovato. Abbiamo sbandato sul ghiaccio e ci siamo cappottati, e abbiamo letteralmente sfiorato gli alberi, rovinando la macchina ma senza farci nemmeno un graffio. Poi abbiamo aspettato quasi due ore in mezzo agli alberi, finché non è arrivato il carro attrezzi. In quel periodo io sentito il respiro della natura, come se fosse un abbraccio protettivo.

È proprio perché eri in pericolo, per cui hai sentito questi fratelli vegetali che ti dicevano: “Non preoccuparti, ci siamo qua noi”. Se fossi stato a fare un picnic, molto probabilmente non te ne saresti accorto.

– Quindi il problema è che noi abbiamo perso la nostra ‘animalità’, cioè la nostra capacità di comunicare con questa dimensione.

Sì, giorno dopo giorno e da tanto tempo, ormai. Forse la fase decisiva di questo distacco è stata negli anni ’60, con il boom economico. Abbiamo visto nella natura quasi un ostacolo rispetto a quello che ci proponeva la tecnologia che cominciava ad avanzare. E ci siamo lasciati ‘abbindolare’, anche se in buona fede. Io non sono contro la tecnologia per partito preso. Solo che l’evoluzione tecnologica dovrebbe andare di pari passo con l’attenzione per la natura che ci accompagna, la ‘gran madre’. Ad esempio, anche il fatto di avere una pianta in casa, da considerare come amica, è il segno di una presenza e di un’attenzione per la natura. Anche i bambini malati, in ospedale, non hanno solo bisogno di farmaci, camici bianchi e visite di parenti, ma anche un cagnolino allegro può aiutarli enormemente a guarire. Dovremmo tornare alla natura. Secondo me il Padre Eterno ci ha mandato un po’ di crisi economica per farci recuperare questa dimensione, o ci saremmo persi del tutto. Dobbiamo tornare alla terra, a usare le mani, a sporcarcele con il lavoro manuale, che stiamo smarrendo. Se finisce il petrolio, non siamo più capaci di fare nulla. In montagna oggi c’è un apparecchio elettrico che fa la polenta, c’è il grattaformaggio, il pelapatate, lo sbattiuova. È tutto automatico. La tecnologia è una specie di ‘mostro’ che impedisce all’uomo di muoversi, lo vuole sottomettere. È un mostro di assemblaggio di metalli che ci fa camminare sempre meno. Gli arti ci si stanno atrofizzando. Quando è possibile, cerchiamo di andare a piedi, altrimenti pagheremo tutti questa rinuncia. Stiamo quasi superando gli americani, come obesità. Abbiamo perso la fede, c’è un nichilismo imperante. “Tutto va male”, pensiamo, dunque pensiamo solo a godercela. Ma così consumiamo la vita.

– È necessario tornare a una spiritualità meno ‘artificiale’ anch’essa, insomma meno ‘meccanicistica’ e più naturale.

Ci siamo liberati di Dio come il cane si scrolla l’acqua dal pelo. È perché ci presenta il conto, e facciamo finta di non vedere. È questo il male anche dei giovani. Non ci pensano più ai valori spirituali, perché tanto hanno scoperto che vivono poco e male, in un mondo dove, se non sei raccomandato, non vai avanti. Il giovane ne ha le scatole piene, e noi, quelli che hanno il posto già assicurato – e anche i mezzi di comunicazione – stiamo a guardare. Se non sei di una certa parte politica, anche se sei un genio della scrittura o della musica non avrai mai spazio sui giornali di quella parte.

– Oggi non è facile essere indipendenti, perché il problema è che la maggior parte delle persone non si rende neanche conto di indossare delle maschere.

A questo punto ormai no. Nasciamo già con la maschera, perché ereditiamo dai nostri genitori il fatto che siano stati mascherati.

– Io ricordo sempre una tradizione dei popoli aborigeni australiani, secondo cui, mettendo un  neonato in una buca riempita dei petali del fiore di boab (ovvero il baobab australiano), si libererebbe il bambino dalle influenze negative provenienti dalle generazioni precedenti. Quindi la natura emerge come via per liberarci dagli schemi di pensiero che ci derivano dai genitori e dai nonni.

Ma dovrebbe essere sempre così: affidarsi alla naturalità. Ma non lo accettiamo, perché è più comoda la mascheratura. Tanto è vero che gli aborigeni li hanno spazzati via e segregati, dopo aver rubato i loro segreti. L’uomo moderno, però, vuole tutto tranne che crepare in anticipo. E forse sarà per questo che comincerà a tornare alla natura.

– In campo artistico, lei ritiene che i gusti del pubblico dei lettori e dei fruitori in genere siano stati sciupati da questa degenerazione della società in senso anti-naturale?

Sì, perché l’uomo tende a stancarsi delle cose, per cui cerca sempre la ‘novità’. Se lei percorre sempre la stessa strada, alla fine tenderà a non notare più i particolari. Sta a noi vedere le cose. L’uomo invece si stufa, come a volte fa della casa, della moglie, della famiglia. In natura, novità non ce ne sono. Le sue cose sono fondamentalmente sempre uguali. Invece vogliamo sempre andare a cercare cose ‘nuove’. Anche in campo artistico, ci sono persone che decidono che cosa è ‘bello’e che cosa non lo è. Ci sono opere di arte contemporanea che sono ‘belle’ per convenzione, ma che di bello non hanno nulla. E noi siamo ingabbiati in queste convenzioni di giudizio. I recensori di opere d’arte e di programmi televisivi hanno un grandissimo potere in mano. Io invece sono per la naturalità: per me la bellezza sta nella natura, ed è di per sé evidente, e prescinde dalle convenzioni. Purtroppo anche Van Gogh, che ha fatto opere splendide e oggi senza prezzo, è stato vittima di questo meccanismo delle convenzioni: non ha venduto neanche un quadro, perché chi aveva il potere di ‘giudicare’ e ‘decidere’ non credeva che i suoi quadri fossero ‘belli’ e degni di attenzione. La svolta, in questa realtà, sta nel ridimensionare i soldi. Dovremmo solo usare quelli che ci servono davvero, per mangiare e per le cose essenziali. L’uomo diventerà ‘ecologico’ solo quando avrà fame. Allora conserverà anche la buccia della patata, il pezzo di spago e così via. Se ci fosse la fame, quella vera, non si troverebbe neanche più l’immondizia in giro.

– Vorrei adesso ricordare ancora Mario Rigoni Stern, autore che per lei, come per me, è un punto di riferimento fondamentale. Lui ha provato, in guerra, che cosa vuol dire vivere costantemente accanto al rischio di morire, e alla fame. Recentemente ho letto un suo racconto molto breve, Un Natale del 1945, in una raccolta intitolata Racconti di montagna, edita da Einaudi, nel quale parla di un incontro da parte di un uomo con un ex-fascista che era stato causa del suo arresto e della sua deportazione in Germania. Lì ho visto proprio l’essenzialità (e dunque la naturalità) fatta letteratura. Mi può parlare di questo grande scrittore?

Lo scrittore vale quando vale l’uomo che c’è dentro. E questo di lui si poteva dire. Ci sono invece stati dei grandi artisti che sul piano umano mostravano delle carenze non da poco. Si pensi al geniale Picasso, che usava le donne come ‘scendiletto’. Io guardo prima l’uomo, e poi casomai la sua opera. Rigoni Stern era come un larice, un albero protettivo, che ti indica la strada; beveva un bicchiere di vino con la gente più umile, faceva l’orto, andava a caccia e a camminare, ma sempre in armonia con natura (anche la caccia, praticata nei giusti limiti, è naturale, perché anche qui i camosci erano troppi, a un certo punto, e questo ha portato al diffondersi di una malattia). Rigoni Stern era un montanaro e un contadino, e un uomo buono; non se la “tirava”. Accoglieva chiunque nella sua casa. Provi ad andare a trovare certi scrittori, che credono di essere Dio. E siamo noi a dare questo potere alle persone. Appena fanno qualcosa di buono li mettiamo su un piedistallo appena sotto Dio, o forse anche sopra. Come il calciatore conosciuto che fa un paio di cose buone e subito viene idolatrato.

– Infatti, recentemente ho visto un documentario sul Grande Torino, dove si diceva che, durante la guerra, anche a campionato sospeso i giocatori continuavano ad allenarsi, e facevano partite dimostrative dove si vincevano, che so, un salame, un pezzo di formaggio e così via.

Sì, e alle scarpe davano il grasso, e se le tenevano da conto. Se ogni calciatore ha 30, 40 paia di scarpe, lo spreco è evidente. Ecco perché mi auguro una gran crisi, perché anche il ricco dovrà ridimensionarsi. Io, in realtà, la crisi la vedo solo nella fame. Non è che ti “manchi” l’automobile: ti manca il pezzo di pane. Allora, quando viene da lei un tizio, e lei ha un mulino, e le propone un quintale d’oro in cambio del grano, lei gli dirà di no, perché l’oro non lo mangia, il grano sì. Ecco il simbolo della vita. Tornare alla terra, e inginocchiarsi sulla terra, è tornare a Dio. E ci torneremo, perché abbiamo paura di morire, e più che mai di morire di fame. Per questo correremo ai ripari. È questo il futuro. E ben venga.

– Può sembrare un brusco cambiamento di argomento, ma… Si è parlato di natura e di morte, e allora mi viene una domanda sulla tragedia del Vajont e su Erto, il suo paese, di cui lei si è ampiamente occupato. Mi può parlare di ciò che tutto questo ha significato nella sua vita, e su come questo ricordo continui a influenzare il suo essere oggi, e il suo scrivere oggi?

Tutto quello che ho scritto, tra le righe contiene questo. C’è la nostalgia di quelle cose perdute. Tante civiltà sono state annientate da conquistatori vari, ma nel giro di anni. Noi siamo stati spazzati via in nemmeno un minuto. Usi, costumi, tradizioni, la fratellanza che ci univa. Il giorno dopo ci siamo trovati sparsi qua e là senza più un nucleo, senza la nostra vita, che era composta da ritmi, abitudini, lavoro nei campi e nei boschi… E in 46 anni nulla più di questo ci è stato ridato. Ci è stato costruito un paese che non è nemmeno l’ombra di quello di prima, dove la cucina era il fulcro, dove si decidevano matrimoni, compere, vendite, affari. Ci siamo ritrovati in case enormi, che non sentivamo nostre, e dove le nostre vecchiette sembravano un puntino nero sulla neve. Le nostre vecchie case erano di legno e pietra, che è lo sposalizio che Dio ha inventato perché l’uomo stia caldo. Tutto questo non ce l’abbiamo più. Io allora tra le righe ho cercato di rievocare come eravamo, come avessimo un timor di Dio, e delle abitudini profondamente nostre. Però non si può vivere di nostalgia. Questo è soprattutto un problema di chi, come me, ha 60 anni, e ha visto il “mondo di prima”. Quelli che oggi hanno 46 anni non sanno come fosse, perciò soffrono meno. Noi, invece, moriremo col dolore di questa perdita, che non è solo la perdita di coloro che sono morti, ma di un mondo, di una cultura, di un modo di vivere l’uno accanto all’altro. Le case si tenevano per mano come i grani di un rosario, quindi eri obbligato ad andare d’accordo: se davi una scodella di zucchero a un vicino che ne aveva bisogno, poi quello ti mandava una ricotta, in cambio. Noi, dopo, non abbiamo più goduto nulla di tutto questo. Il Vajont non è altro che l’arroganza dell’uomo che si perpetua, cercando di modificare la naturalità. Un torrente è una cosa naturale, bellissima. Era un paradiso terrestre, la valla del Vajont, isolata dal mondo. Quando tu interrompi l’andare naturale di una cosa, da qualche parte deve esplodere. Non c’è niente di più tranquillo e innocuo di un torrente, o di un albero in piedi, ma se tu lo fermi o lo seghi, non sai cosa può succedere. Anche la donna che prende la pillola (che è suo diritto, per carità, non voglio fare il moralista), interrompe qualcosa di naturale, e quindi altera gli equilibri del suo organismo, e può andare incontro a conseguenze. Se interrompi un ciclo naturale, è sempre così. È quello che è successo con il Vajont: hanno voluto imbrigliare qui e lì, e si sono visti i risultati. Dobbiamo pensare anche alle generazioni che verranno dopo. Il problema è che oggi il mondo, mi scusi la parola, è quasi fottuto. Saremmo ancora in tempo, ma bisogna cambiare drasticamente, da oggi a domani mattina.

– Bisogna allora realizzare un cambiamento interiore, che dipende dalle necessità della vita.

Sì, adesso i cambiamenti sono due: quello interiore dell’adulto, legato anche alla paura di come le cose si stanno mettendo, e poi quello che andrebbe messo in atto coi bambini che nascono. Dobbiamo trasmettere loro questi valori sani. Se nell’età più delicata, dai 3 ai 6 anni, continuiamo a parlar loro di tolleranza, di fede, di generosità, di perdono, allora il bambino crescerà con questi valori dentro. Quando il bambino invece sente continuamente il padre che dice: “Mi hanno fatto uno sgarro sul lavoro; gliela farò pagare”, e cose del genere, viene su con questi sentimenti negativi. Così si tramandano l’odio e l’imbecillità di padre in figlio. Dobbiamo rompere questa catena, e “ammaestrare” (verbo terribile, lo so, ma lo uso per rendere l’idea) i bambini a credere nei buoni valori, e a vivere secondo essi. Se in una famiglia hanno il mito di Stalin o di Hitler, come fa a insegnare ai figli che gli ebrei vanno rispettati? Non è possibile! Bisogna mettere via il proprio orgoglio. Io – non bisognerebbe mai dire “io”, lo so, come mi ha detto Magris – avrei avuto occasione di ‘vendicarmi’ di una persona per vie legali, per un caso di calunnia, dietro consiglio di avvocati; e quasi quasi volevo farlo. Ma poi mi sono fermato; l’ho chiamato e gli ho detto che non volevo fare nulla contro di lui. E mi sono sentito in pace. Non volevo avvelenarmi la vita. E questo tizio, che era già stato denunciato varie volte, ha acquistato stima per me. Il perdono ammansisce anche un criminale. Non a caso Cristo ci ha invitati ad attuarlo nella nostra vita.

– È un cambiamento difficile, ma è possibile.

Certo che lo è, basta ragionare un po’. Anche a Torino ho incontrato 600 ragazzi e ho detto loro queste cose e li ho inviati alla naturalità. Non bisogna vergognarsi della propria povertà, se non si ha quello che hanno gli altri. E non bisogna esibire la ricchezza, umiliando il povero.

13 pensieri su “La natura, gli uomini: intervista a Mauro Corona

  1. La poetica di Corona puo’ essere interessante da un punto di vista letterario, non mi pare “utile” come analisi sociologica. La crisi vera si ha quando manca il pane. D’accordo. L’abbiamo conosciuta alcuni decenni or sono e grazie a Dio l’abbiamo superata… Il discorso del superfluo. Che cosa vuol dire superfluo? Forse l’automobile si puo’ considerare superflua? Va bene, una volta si andava a cavallo e si campava lo stesso. Ma oggi potremmo fare a meno della macchina? Oggi la stragrande maggioranza di noi potrebbe fare a meno di internet e dei telefonini?… Il discorso della “naturalita’” non sta in piedi, presuppone una visione forzosamente benigna di tutto quanto e’ naturale. Forse sono benigni i terremoti, le alluvioni e tutti gli altri fenomeni disastrosi che madre natura ci regala? Per contro, tutti i mezzi che ci offrono la scienza e la tecnologia dovrebbero essere deleteri e pericolosi? Oggi, grazie al progresso tecnico-scientifico e’ possibile curare molte malattie che un tempo non lasciavano speranze, e’ possibile tenere sotto controllo e limitare gli effetti dei terremoti e delle alluvioni. E’ possibile migliorare la qualita’ dell’esistenza. Con questo non intendo liquidare il discorso del superfluo. Quello del superfluo e’ un tema enorme, coinvolge i nostri sogni, le nostre ambizioni, regola le nostre vite. Ed e’ spesso causa di sofferenza e disincanto. La crisi non e’ quella finanziaria. La crisi vera che ci sta massacrando e’ il fallimento di un modello di societa’ costruito sul “valore” della competizione. Tale modello – imposto attraverso decenni di bombardamento mediatico – ha creato individualismo e solitudine. A vincere sono stati in pochissimi e non poteva andare diversamente: e’ questo il punto. Il problema non e’ il progresso tecnologico. Il problema e’ l’inganno politico.

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  2. Comprendo le tue considerazioni, Pasquale, e certo sono d’accordo nel dire che è impensabile oggi fare a meno di cellulari, portatili e altri strumenti tecnologici (come in campo medico, appunto). Ma non è a questo, ritengo, che si riferiva Mauro Corona. Piuttosto, è al voler per forza ricorrere alla tecnologia per fare tutto, perdendo così il contatto immediato con le cose semplici e naturali della vita, che sono alla base della nostra umanità e del nostro spiritoò. Senza ricentrarci su questa dimensione, vivremo costantemente scissi dalla nostra fonte, e con una maschera indosso; e allora anche la politica potrà far poco, perché sarà anch’essa (come, in fondo, è spesso stato, nella storia) figlia di queste maschere.
    Poi, certo, nella naturalità ci sta il bene come il male (per l’uomo). I terremoti sono una cosa naturale, ma ci possono distruggere. In qualche misura, la tecnologia può aiutarci a prevedere questi fenomeni, ma più di tanto non si può fare. In fondo, siamo parte noi stessi della natura che ci nutre, ma a volte ci uccide. L’importante è rispettarla e non forzarla, come avvenne drammaticamente nel Vajont, dove i segnali di pericolo erano evidenti, e si volle andare avanti a tutti i costi con quel progetto.

    A presto,
    Giovanni A.

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  3. In linea di massima sono d’accordo, Giovanni, pero’ lasciami chiarire l’ultima parte del mio intervento. Il sistema politico (ma non solo politico) ha una responsabilita’ grave. L’allontanamento dalla natura o naturalita’ che dir si voglia non e’ cosa di oggi. Nel nostro paese e’ avvenuto con l’emigrazione interna degli anni Cinquanta e Sessanta, quando milioni di braccianti lasciarono la vita dei campi del sud o delle valli del nord per andare a lavorare nelle fabbriche. Tuttavia, i valori che si porto’ appresso quella gente non cedettero alla frenesia produttiva. Quello che e’ accaduto negli ultimi decenni invece e’ una trasformazione radicale, dove lo strumento tecnologico-produttivo che ha consentito a milioni di persone di migliorare la propria condizione – in altre parole riscattarsi, senza perdere di vista le radici – da mezzo e’ divenuto fine. Mi spiego. Esaurita la funzione sociale che ebbero la tecnologia e la produzione in quegli anni – sostanzialmente offrire un’occasione di crescita non solo economica ma sociale – negli ultimi decenni siamo stati letteralmente invasi da messaggi promozionali che ci inculcavano modelli di vita distanti anni luce dalla nostra cultura. Il mondo del lavoro – quello umile, quello vero degli operai dei fabbri dei ciabattini dei falegnami e’ stato cancellato dai palinsesti mediatici. Eppure esistono ancora, non sono stati inghiottiti da un buco nero. Gli operai, in particolare, ci eravamo convinti che fossero svaniti nel nulla. C’e’ voluta la strage della Thyssenkrupp per capire che ci avevano imbrogliato. Al contrario, i modelli che ci hanno imposto sono quelli che continuiamo a vedere a ogni ora del giorno e della notte: veline, tronisti, calciatori, personaggi che hanno i soldi che gli escono dalle orecchie e non si capisce come li abbiano guadagnati, fancazzisti di ogni genere che viaggiano in Porche e Ferrari. Tanti ci sono cascati e si sono messi a “competere”. Ecco, e’ questo l’inganno politico di cui oggi subiamo le conseguenze in termini di crisi economica ma soprattutto morale. Riguardo al pensiero di Corona, ti ripeto, al massimo puo’ essere suggestivo dal punto di vista letterario. Non ho ben capito cosa auspica lui concretamente, che gli impiegati e gli operai lascino il mondo produttivo e se ne tornino nelle valli? Questo in parte sta avvenendo, ma non per loro scelta… Vorrebbe che i ragazzi rinunciassero al linguaggio delle chat e degli sms?… Una cosa in realta’ c’e’ che possiamo – dobbiamo auspicare tutti: tornare coi piedi per terra. Che’ il sogno e’ finito da un pezzo.

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  4. Possiedo un terreno lasciatomi in eredità da mio padre. Spesso ci vado a tagliare l’erba con un tagliaerba a motore e sudo maledettamente. Purtroppo l’erba va sprecata, potrebbe nutrire delle vacche ma rimane a marcire in terra e non posso farci niente. Potrei usare il disserbante per distruggerla e compiere meno fatica, come fanno in tanti, tanto non serve a nessuno. Non mi va di avvelenare la natura. Qualcuno sicuramente dice che sono un fesso. A me sta bene così.

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  5. Sono d’accordo, Pasquale, è il discorso che tempo fa, sul blog di Grillo, si faceva sulla “casalinga di Voghera”, se non vado errato. Ovvero, come la “gente comune”, che si era abituata a ‘fare la figa’, con macchine sportive, discoteche esclusive e cellulari di 72ma generazione e altri arnesi da “competizione” – come giustmente dici tu – si sia dovuta adattare a tornare a una vita più essenziale, a causa della crisi economica. Ecco, credo che Mauro Corona, quando auspicava una crisi-“diluvio”, che spazzasse via un po’ di roba inutile, alludesse proprio a questo. Infatti il punto di partenza dell’intervista era stato quello delle maschere sociali, della dilagante volontà di apparire. Però è vero, questo messaggio mediatico, con i modelli di competizione e i “lustrini” vari (sempre per citare Corona) ci ha rovinati, facendoci dimenticare quella dura ma vera realtà che anche gli incidenti sul lavoro stanno drammaticamenbte a testimoniare. Un anno fa, più o meno, denunciai – si fa per dire – lo stato di crisi dei rapporti umani nella mia città, Firenze, che si è spaventosamente imborghesita, o forse dovrei dire “grandefratellizzata”, con il dilagare di tipi umani giovalistico-carrieristici simili a quelli che ci vengono propinati dalla televisione. Poi ho passato un bel periodo a Cracovia, dove la gente ancora non è così ricca, ma ha ancora fresco in bocca il sapore della libertà da un regime. Ecco, mi son detto, forse così era l’Italia dell’immediato dopoguerra, dopo la fine del fascismo e prima che il boom economico (al quale Corona ricollega gran parte delle “colpe”) cominciasse a renderci competitivi nel senso specificato sopra.

    Rispondo poi a Felice: no, non sei un fesso, ovviamente: qualunque azione si fondi sul rispetto per la natura (dal raccogliere e gettare una busta di plastica trovata in mare al risparmiare energia elettrica, e appunto allo svolgere lavori manuali nell’ambiente, senza inquinarlo) potrà esser vista come “ingenua”, ma proprio grazie a questa ingenuità si recupera un livello-base che il sistema politico-economico ci ha fatto dimenticare (omologandoci per sfruttarci meglio – penso alle fantasie futuribili, ma in realtà molto attuali, del cybepunk americano e del connettivismo italiano, sulle macro-corporazioni che vanno a scannerizzare e a manipolare perfino i recessi del pensiero dei consumatori). Non credo che le cose possano cambiare, in altre parole, lavorando sul sistema stesso: l’impresa è titanica. Credo però che si possa lavorare su noi stessi, e – per citare Lee Irwin, che ho da poco intervistato (https://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2009/05/22/intervista-a-lee-irwin-lalchimia-dellanima/) ““essere” la verità che vogliamo manifestare”. Insomma, pensiero, parola, azione (non in senso necessariamente politico, ma umano e interpersonale, prima di tutto – che è poi il livello base di cui la Politica con la “P” maiuscola dovrebbe essere permeata).

    Giovanni A.

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  6. Vero, Carla, ma ognuno nella natura trova i suoi spunti, i suoi percorsi. Com’è successo a me, senza poterlo prevedere, quando ho fatto quell’incidente.

    Ciao,
    Giovanni

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  7. ho riletto con più attenzione l’intervista, certo che lui è un personaggio veramente genuino, ammirevole, saggio e umile…e mi trovo d0’accordo con tutto ciò che scrive,la natura va ascoltata, va accudita, va amata…non va imbrigliata!
    leggerlo è un pò un ritornare alla semplicità delle cose e dell’uomo, al profumo e all’importanza del pane…
    Grazie per questo bellissimo pezzo…

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  8. Ciao bella intervista! io abito in montagna e sono sempre tra i boschi: Concordo con chi dice che il problema non sono le tecnologie ma della politica, cioè benvengano le migliorie ma senza promettere lingotti d’oro a chi le usa ! Ciao

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  9. Ho letto ogni virgola di Mauro e predico costantemente il suo modo di vedere la vita. Certo senza bendarmi gli occhi. Il concetto di superfluo va costantemente aggiornato. Ricordo mio zio che 15 anni fa diceva “spiegami cosa te ne fai di un apparecchio portatile” (lo chiamava così lui, il cellulare). Allora, a 18 anni, sicuramente non me ne facevo nulla, se non sfoggiarlo appena potevo…ma oggi NON può essere considerato un apparecchio superfluo: spesso quel marchingegno ci ha salvato la vita, ci ha permesso di addormentarci più tranquilli, sentendo la voce di chi ci è caro, ci ha concesso più tempo libero…
    Se una madre oggi dovesse fare la pasta per il pane a mano, il minestrone con ogni ingrediente fresco acquistato dal fruttivendolo, dovesse lavare a mano ogni indumento di famiglia…sarebbe impossibile. Oggi. La società ci impone, a meno che non ce lo si possa permettere, l’utilizzo di queste diaboliche comodità.
    Credo tuttavia che arriverà il tempo in cui la naturalità dell’essere umano prevarrà sulla sua voglia e fame di progresso “high speed”. Perchè la vita e il mondo è sempre stata una ruota, si può certamente litigare con la Natura, ingannarla o renderla complice, ma alla fine, la sua ruota non si ferma.
    E’ vero che, in fondo, il pensiero è “morto io, chi se ne frega di te?”
    Ho avuto un’esperienza in un paese povero del mondo, sembrava essere tornati indietro di 50 anni. Gente a cavallo che si recava al bar, donne alla fontana a lavare panni, bar costituiti da bancone di legno grezzo e 2 tavoli, un’automobile ogni 100 abitanti; dopo pochi giorni ci si rende conto che l’essenziale è quello che ti fa vivere bene, ciò che chiamiamo comodità risulta quasi un impiccio. Senza parlare del rapporto umano che, in queste circostanze, sboccia come fiori a primavera.

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  10. Sono d’accordo con quello che afferma Mauro Corona, la crisi non è solo monetaria ma etica, e ci accorgeremo che diamo importanza alle cose e agli accessori solo quando veramente proveremo la fame e non ci sarà più petrolio e saremo costretti ad andare a piedi, usare l’aratro al posto dei trattori, ora invece ancora siamo nella fase dell’abbondanza, e non abbiamo bisogno dellaiuto degli altri e del libero e gratuito scambio di beni e di aiuto in quanto sappiamo farn e a meno grazie alle macchine. Al termine di questa abbondanza ci tornerà utile ricordare come si fanno l candele con la cera d’api, il sapone in casa, far germogliare il seme etcca, se non volgiamo morire di fame e sicuramente molti di noi non abituati a rinunciare all’auto alla doccia tre volte al giorno, all’aria condizionata sarà duro e faticoso più di chi invece è empre abiutato perchè povero.
    Io credo che Mauro Corona intendesse dire proprio questo: l’uomo diventerà ecologico solo quando sarà costretto per no morire di fame a seguire uno stile di vita sobrio perchè sono mancate le risorse per garantire l’attuale stile di benessere. Non credo che intendesse demonizzare la tecnologia ad ogni costo, l’individualismo e l’assenza di naturalità sono facce di un mondo dove esiste un livello standard di vita, di produrre, di pensare, di apparire al quale le persone aspirano di raggingere, l’imput parte dall ricco o che sia uno stato e nel picclo una persona o un gruppo oi gli altri cercano di avere le stesse cose di queste pe rsentirsi uguli e importanti come loro. Fateci caso!! Solitamente chi comanda ci vuole csì: spinti ad aspirare ad esser ecome il ricco o come lo stato più potente, così saremo solo consumatori che acquistano e comrano macchine cellulari e pc smepre nuovi anche senon abbiamo lo stesso loro stipendio e ci indebitiamo, solo pe essere uguali ecosì che loro ci vilgiono altrimenti non gadagnerebbero un soldo. Esistamo per farli guadagnare. CHi invece nno nsi adegua e riesce a dare importanza ad altre cose e pensa con la prorpia testa non ha capi che gl danno l’imput è considerato un soggetto pericoloso perchè libero difficlmente manovrabile ed è aloro fine se questi farebbe risvegliare le coscienze altrui.

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