Non siamo gli ultimi, di Massimo Rizzante

di Antonio Sparzani

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Si tratta di un libretto di 122 pagine di testo, verrebbe voglia di dire la frase di circostanza “si legge in fretta, d’un fiato” questo saggio di Rizzante, ma invece no, non è affatto vero, non si legge in fretta, io ci ho messo giorni e giorni, certo non a tempo pieno, ma il fatto è che quando ne hai letto un paragrafo, tre o quattro pagine, hai già materiale da rimuginare nella testa, scartabellando in biblioteca e nei tuoi vaghi ricordi per un bel po’.

Ho detto “saggio”, in mancanza di una parola migliore, e non saprei bene che altra parola usare: in tre capitoli, divisi in brevi paragrafi, Rizzante parla di sé e raccontando di sé e delle proprie esperienze di lettura e di frequentazione scrive di letteratura con una vastità di orizzonti davvero non comune. L’autore insegna letteratura comparata all’università di Trento, i suoi studenti compaiono anche in qualche passo del libro, e la sua miglior arte, così l’ho pensata io, è quella di parlare degli autori più diversi con leggerezza e profondità insieme. Non si ha mai l’impressione che si stia menando il tradizionale cane per l’aia, o che si cerchi l’aggettivo migliore per “commentare” la tale o la tal’altra opera. Mi viene in mente il libro di George Steiner Vere presenze, sottotitolo: contro la cultura del commento.Ecco, qui proprio siamo lontani da questa frastornante mania del commento ad ogni costo che iin qualche periodo è sembrata costituire l’essenza della critica letteraria. Lo scopo che raggiunge Rizzante è quello di cogliere nei libri che legge e cita e rilegge quello che gli sembra significativo per il filo del discorso sulla letteratura che sta portando avanti. Sì, perché il discorso portante è quello sulla letteratura, e sul romanzo in particolare. Vi sono autori che percorrono tutto il libro come tanti fili rossi, si direbbe: il primo è certamente Kafka, che occupa finanche la copertina, e subito dopo viene Milan Kundera (1929 – ), di cui Rizzante ha seguito il seminario sul romanzo europeo a Parigi negli anni 1992-97, e poi Danilo Kiš (1935-89, soprattutto questo), Witold Gombrowicz (1904-69, soprattutto questo) e Ernesto Sabato (1911 – ). Rizzante colloca le sue conoscenze, di persone e di opere, in momenti precisi della sua vita, facendole diventare brandelli di brevi ma illuminanti flash.

I personaggi che appaiono qua e là nel libro sono molte dozzine, da Italo Calvino a Ingeborg Bachmann, da Anna Maria Ortese a Hermann Broch, da Vladimir Nabokov a Kenzaburō Ōe, da Fleur Jaeggy a Roberto Bazlen, e via enumerando, alcuni appena sfiorati, altri esaminati puntigliosamente nei loro scritti più pertinenti al tema.

Sì. ma quale tema? Il tema è sempre quello vasto e inesauribile della libertà della letteratura, della sua capacità di cogliere la vita, del rapporto intricato che in essa continuamente e necessariamente si gioca tra realtà e fantasia, tra fatti e immaginazione di fatti. Difficile citare da un libro denso come questo; riporterò invece una citazione che Rizzante fa, dal saggio di Michel Foucault sulla (straordinaria) Tentazione di Sant’Antonio di Gustave Flaubert:

Questo nuovo spazio fantastico non è più la notte, il sonno della ragione, il vuoto incerto che si apre al desiderio: ma è la veglia, l’attenzione continua, lo zelo erudito, l’attenzione sempre vigile […] Non si custodisce più il fantastico nel proprio cuore, non lo si attende più dalle incoerenze della natura; lo si coglie attraverso l’esattezza del sapere; la sua ricchezza ci attende tra i documenti. Per sognare non si deve chiudere gli occhi, ma leggere.

Riflessioni che mi pare facciano parte integrante del pensiero e della pratica di Rizzante sulla letteratura.

Oppure sentite l’incipit del paragrafo che riguarda Fernando Arrabal (1932 – ):

La tueuse du jardin d’hiver (L’assassina del giardino d’inverno) è un romanzo di Fernando Arrabal, uscito nel 1994. Devo confessare che per banali ragioni anagrafiche ho cominciato tardi a respirare l’aria innocente e meravigliosamente corrotta che circola all’interno dell’opera di questo artista inclassificabile, erede senza eredi del surrealismo e dell’antica follia cervantina.

E così via. Arrivati alla fine, avete l’impressione che Massimo vi abbia raccontato di persona, con la sua aria assorta e un po’ trasognata, le sue esperienze, un po’ svagate ma poi sempre puntuali, di letture e di incontri, ma vi accorgete di avere ora in mente tutto un mondo che vorreste esplorare ancora e meglio.

L’ultimo particolare che voglio citare perché lo trovo specialmente piacevole, è che sui bordi esterni delle pagine, trovano posto, come si dovrebbe capire dall’immagine che qui ho scelto, sistemate da un più che abile impaginatore delle edizioni Effigie, le fotografie della grande maggioranza degli scrittori e delle scrittrici menzionati nel testo a lato; molto soddisfacente per chi, come me, ama avere un’idea del viso della persona di cui si sta parlando.

2 pensieri su “Non siamo gli ultimi, di Massimo Rizzante

  1. Benissimo, io me ne vado di qui assai soddisfatto
    ed informato a puntino, con gran voglia di leggere questo libro che mi pare intenso e leggero a un tempo.
    Poi, le foto piccine accanto mi garbano molto, ho bisogno delle facce, delle figure!
    bravo Sparz!

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  2. Grazie anche da parte mia del suggerimento di lettura, Antonello, mi sembrano molto interessanti sia lo stile sia i riferimenti sia la struttura dell’opera.

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