I racconti dell’età del jazz 5 / Altrove

benny

di Sergio Pasquandrea

Il concerto più bello della mia vita l’ho visto per caso.
A quei tempi c’era un localino a Perugia dove facevano spesso jam-session (ora credo sia diventato una pizzeria o un disco-pub); io che, beata giovinezza, pensavo ancora di poter essere un decente pianista jazz, ci andavo una sera sì e una no.
Una sera, o meglio una notte, o meglio ancora un quasi-mattino, uscivo dal locale dopo la jam, intossicato di fumo (allora nei pub si fumava, e io non fumo, fatto che diventa una sciagura quando ci si trova in una stanza satura di fumatori), con gli occhi che lacrimavano per l’aria viziata, con le orecchie rintronate perché il pianoforte era vicino alla batteria, e la batteria era suonata dal feroce Carlo, uno per cui suonare si riduceva sostanzialmente a un’esibizione di forza bruta, e cercavo di scacciare dalle membra l’eccitazione psicomotoria dello swing. Proprio sulla porta del locale notai un manifestino giallo-zabaione, e sapendo che in genere quel tipo di manifesti annunciavano concerti mi fermai a leggere. E lessi “Benny Golson-Curtis Fuller Quintet”.

Benny Golson e Curtis Fuller sono due nomi di quelli che nelle storie del jazz passano sempre un po’ in secondo piano, inseriti magari in una nota a piè di pagina o in un paragrafo dove si parla di altro. Però un appassionato rizza subito le orecchie.
Benny Golson è un sassofonista, ma è soprattutto uno dei più raffinati compositori e arrangiatori del jazz di tutti i tempi. Talmente bravo che negli anni Sessanta e Settanta capì che poteva guadagnare molto meglio lavorando per la TV, e infatti scrisse un’infinità colonne sonore per serie storiche come “M.A.S.H.”, “Ironside” e “L’uomo da sei milioni di dollari”. Ma, a parte questo, ha suonato con tutti i grandi, tra il 1959 e il 1962 ha co-diretto con Art Farmer il “Jazztet”, uno smagliante combo che faceva un hardbop di inarrivabile perfezione formale, e ha scritto temi ormai entrati nel repertorio di tutti i jazzisti, come “Killer Joe”, “Along Came Betty”, “Whisper Not” e “Stablemates”.
Curtis Fuller, trombonista, per tutta la vita ha fatto quasi sempre il sideman, ma accidenti che sideman: il suo nome compare su dischi di Miles Davis, di John Coltrane, dei Jazz Messengers, di Dizzy Gillespie. Un vero maestro del suo strumento, che fra l’altro è uno dei più ardui e ingrati fra quelli usati nel jazz.
Gli altri membri del quintetto erano Mulgrew Miller, un ottimo pianista mainstream che avevo già avuto modo di apprezzare su disco, Buster Williams, un contrabbassista per il quale si farebbe prima a dire con chi non ha suonato, e Carl Allen, un batterista che mi pareva di aver sentito nominare ma del quale non riuscivo a ricordare niente di preciso.
Insomma, mi aspettavo un concerto di due vecchie glorie (sia Golson sia Fuller andavano ormai per la settantina), accompagnati da un gruppo di buon livello.
Presi nota della data, che era un paio di giorni dopo, e me ne andai a letto.

La sera del concerto il locale era pieno, ma non pienissimo, anche perché, per ragioni misteriose, l’evento non era stato quasi pubblicizzato, a parte qualche raro manifesto attaccato qua e là. Il pubblico era composto soprattutto di habitué, oltre a qualche appassionato locale al quale doveva essere giunta voce dell’esibizione.
I musicisti entrarono, e la prima cosa che mi colpì fu che sia Golson sia Fuller dimostravano almeno quindici anni meno di quanto mi aspettassi. Golson, in particolare, era dritto come una quercia, con una folta chioma di capelli ancora nerissimi, insomma poteva passare tranquillamente per un cinquantenne in buona forma. Fuller aveva un’aria distinta da gentleman. Mulgrew Miller sistemò la sua mole colossale su uno sgabello che sembrava dover cedere da un momento all’altro, mentre Buster Williams e Carl Allen salirono sul palco continuando a chiacchierare e ridacchiare, come se stessero finendo di raccontarsi una barzelletta.
Il tempo di accordare gli strumenti e il concerto cominciò. E io capii di aver sbagliato clamorosamente aspettative.

Ho scritto “il concerto più bello della mia vita”, ma mi accorgo di aver usato la frase sbagliata, perché di concerti belli ne ho visti tanti, forse anche più belli di quello. Diciamo dunque che durante quel concerto provai, con un’intensità che è rimasta ineguagliata, la sensazione di essere altrove. In un altro tempo e in un altro spazio.
Non so, avrei potuto essere a New York nei primi anni Cinquanta. Fuori, invece che i sonnacchiosi vicoli medievali del centro storico di Perugia, ci poteva essere una di quelle stradine anonime e un po’ losche che a New York si aprono nel fianco delle Streets o delle Avenues più famose. Quelli seduti al bar non erano i soliti tizi con i quali, ogni sera, cercavo affannosamente di stare sul tempo e di non cannare qualche accordo, ma Miles Davis o Charlie Parker passati per farsi un drink e salutare gli amici.
E quello che stava succedendo sul palco, a pochi passi da me, era (non so in quale altro modo dirlo) IL JAZZ. Quello autentico, intendo, non il volenteroso tentativo che noi cercavamo di cavare fuori dai nostri poveri strumenti, ma quello fatto da gente per cui suonarlo era naturale come infilarsi un calzino o lavarsi i denti la mattina.
Quei musicisti stavano parlando la loro lingua. Di più: stavano parlando della loro vita.

Purtroppo non ricordo molto del concerto: ne ho conservato qualche flash, qualche immagine isolata, e poco più.
Ad esempio ricordo le manone nere di Mulgrew Miller che scivolavano sui tasti dando l’impressione di sfiorarli appena, ricordo la sua fenomenale introduzione in piano solo a “Rhythm-A-Ning”, ricordo la faccia di Nicola, il mio amico pianista, e ricordo di aver pensato che avrei dato volentieri un braccio per suonare così. Ricordo Carl Allen che faceva un assolo usando il tom e il rullante, e ricordo come scivolava fuori e dentro il tempo, lo stirava, lo accorciava, ci giocava intorno come un gatto che aspetta di sferrare al topo il colpo mortale.
Ricordo che a un certo punto Benny Golson cominciò a parlare di Clifford Brown e fra le altre cose disse che dalla sua bocca non aveva mai sentito uscire una parola cattiva nei confronti di nessuno, e poi attaccò, da solo, “I Remember Clifford”, la bellissima ballad che aveva composto nel 1956, subito dopo aver saputo che il grande, l’immenso Clifford era morto in un incidente d’auto, a venticinque anni.
E ricordo che sulla porta incrociammo Mulgrew Miller che con un vocione cavernoso e un sorriso timido ci disse, in italiano, “permesso?”, e io, che sono alto uno e ottantotto, gli arrivavo a malapena all’altezza del naso.

Dopo il concerto ci fermammo a fare capannello fuori del locale, innalzando nuvolette di vapore nel gelo della notte perugina. Tutti avevamo gli occhi lucidi, come un po’ ebbri, e i sorrisi che andavano da un orecchio all’altro.
“Ragazzi”, disse Daniele, il contrabbassista. “Ma l’avevate mai sentito un concerto così?”.
“No, mai”, risposi io. “Questi qui sono quelli veri”.
Probabilmente fu allora che decisi che non avrei fatto il pianista jazz.

(Qui i n. 1, 2, 3, 4)

6 pensieri su “I racconti dell’età del jazz 5 / Altrove

  1. a me una cosa simile è successa sei o sette anni fa a milano, a una mostra di picasso… era così grande, così intenso… avevo i brividi, non so definirlo meglio… quel giorno decisi che non valeva più la pena continuare a dipingere perchè per quanto ci provassi, per quanto potessero essere anche carini i miei quadri, non ci sarei mai arrivato a quel livello, meglio lasciar perdere…

    e del resto la pittura è morta, no? lo dicono tutti…

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  2. Avrei anch’io un episodio da raccontare legato al jazz, indimenticabile soprattutto perché composto da tasselli che fortuitamente andarono ad incastrarsi e le cui parole chiave sono parigi, un quadro, un filo di spago, “Luisiana” e infine jazz. sarebbe lungo e ve lo risparmio, ma a me accadde esattamente il contrario: l’atmosfera si fece talmente coinvolgente che le mie gambe tentavano continuamente di spingermi verso il piano convinte che se mi ci fossi seduta avrei potuto anche suonare, cosa che non so fare…per fortuna quel po’ di razionalità che ancora galleggiava nella testa mi trattenne.
    non ricordo assolutamente chi suonasse, ricordo solo che per un attimo quello che le mie gambe volevano farmi fare mi sembrò quasi possibile.

    bel pezzo. complimenti
    lisa

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  3. Grazie per i complimenti.

    @antonio
    All’università c’era una prof di estetica che non faceva che ripetere che l’arte è morta, e la poesia è morta, e la letteratura è morta, e la filosofia è morta… E io avrei voluto chiederle (ma non ne ho mai avuto il coraggio) perché allora stiamo ancora qui a farci tante pippe con l’estetica, visto che è in fin dei conti si tratta di una forma di autopsia.

    @lisa
    Tutto è possibile, se c’è swing.

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  4. Rahsan Roland Kirk, probabilmente il mio musicista preferito ha detto che il suo maestro è stato Benny Golson, ti invidio, ho diversi suoi dischi, ma quella è gente che dal vivo parla un’altra lingua, ti fanno capire che esperienza, vita e musica sono una cosa sola.
    Ma quello si può imparare, a essere veri, nulla è morto se non lo uccidiamo noi.

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