Una serata da sballo

di Pasquale Giannino

Filippo aveva trent’anni compiuti, ma conservava un aspetto da eterno adolescente. Curato nel vestire, praticava molto sport e seguiva una dieta equilibrata. Era una persona allegra e disinvolta, di quelle che sanno tirarti su il morale e che vorresti sempre accanto nei momenti grigi. Aveva successo con le donne: ogni sera in discoteca una diversa. Faceva il commesso in un negozio d’abbigliamento. Aveva provato a lavorare in fabbrica, ma si era dimesso dopo alcuni mesi. Si era poi cimentato con mille mestieri: rappresentante, barman, cameriere… Viveva con Luca, venticinque anni, sistemista informatico presso una grossa ditta: passava il tempo libero appiccicato al computer.

“Ti va di uscire stasera? Andiamo all’Obsession: si cucca alla grande!”

“Grazie Filippo, ma devo scaricare alcuni programmi.”

“Non hai mai voglia di andare a donne?”

“Beh… io non sono come te… e poi in discoteca non mi diverto: quella musica assordante…”

“Di questo passo resterai solo per tutta la vita… In ogni caso, se ci ripensi sono giù al bar. Berrò qualcosa con gli amici prima di partire.”

Luca era tentato di fargli uno squillo. Fanculo il computer, i programmi, il lavoro… Non era mai stato con una ragazza, ma se n’era fatto una ragione: noi informatici siamo degli sfigati… del resto, non si può avere tutto nella vita: o sei un mago del computer o un dongiovanni… Eppure quella sera moriva dalla voglia di uscire con Filippo. Lo invidiava. Lui il computer non sapeva neanche accenderlo. Ma lo vedeva figo, sicuro di sé, felice. Era stato qualche volta in discoteca, ma non si divertiva. Rimaneva appartato con il suo cocktail a osservare i movimenti convulsi di quei giovani che affollavano la pista, stordito dall’alcol e dal frastuono. Di tanto in tanto, alcune coppiette si appartavano sui divani. Qualcuno andava in cerca di una pasticca, poi ritornava a ballare – lo sguardo perso nel vuoto – e andava avanti per ore. Talvolta si notava un gran parapiglia e il servizio d’ordine prontamente interveniva, acciuffava qualche ragazzino dal fisico troppo esile vicino ai corpi mastodontici dei buttafuori e lo allontanava dalla mischia, lasciando presagire una lezione non facile da scordare. Luca se ne tornava a casa con un forte senso di nausea. Lui non cercava nulla di tutto ciò. Aveva il suo computer, i programmi, le riviste di informatica… Eppure, la tentazione era forte. Aveva ragione Filippo: non poteva trascorrere la vita a masturbarsi! Avrebbe trangugiato qualche cocktail in più e trovato il coraggio di abbordare una ragazza, di appartarsi e di farsela. Si sarebbe anche impasticcato se necessario. Avrebbe voluto prendere quel maledetto telefonino e avvisare l’amico… Trascorse la serata pensando a lui. Cercava di immaginare quale ragazza avrebbe abbordato, come se fosse stato presente, seduto in disparte al solito divano.

Quella mora ci sta provando: dimena il bacino come una puttana. Ma non è abbastanza figa. E infatti la ignora. Guarda quella bionda: che gambe! e che tette! Filippo le si avvicina lascivo, la fissa dritto negli occhi, i pettorali scolpiti in evidenza. Dopo alcuni istanti la bacia. Si allontanano. Gli altri continuano a muoversi distrattamente, tra luci psichedeliche e ritmi convulsi. Luca è seduto in disparte con il suo cocktail. Pensa a Filippo: vorrebbe essere come lui.

L’indomani mattina si alzò alle nove, come ogni domenica. Non aveva sentito l’amico rientrare e spiò nella sua camera: il letto era vuoto. Avrà avuto un’avventura più coinvolgente del solito, pensò mentre si recava in bagno. Fece la doccia e andò al bar per la colazione. Quindi si incamminò verso il parco poco lontano. Sedette su una panchina presso il laghetto. Rimase a osservare i bambini che si rincorrevano spensierati e piangevano quando era il momento di andare. Delle giovani mamme discutevano fra loro.

“Il mio capo è diventato insopportabile,” disse una donna sui trentacinque anni, il viso nascosto da uno spesso strato di crema antirughe. “Mi chiede il punto della situazione anche tre-quattro volte al giorno, è ossessionato dalle scadenze: penso che abbia un forte esaurimento nervoso.”

“Che dire del mio?” osservò una donna dal volto scialbo, i capelli alla maschietta precocemente segnati dal tempo. “Non mi rivolge la parola per intere giornate. Mi ha affidato un compito stupido e noioso, potrebbe farlo benissimo uno con la terza media. E pensare che mi sono laureata con lode… Poi non parliamo di mio marito, si piazza per ore di fronte ai programmi di calcio e non lo smuovono neanche le cannonate. Non ricordo l’ultima volta che siamo andati a cena fuori…”

Un giovane padre accompagnava il bambino alle giostre. “Papà papà,” gli disse il piccolo “cavallino cavallino…” Lo fece salire sul giocattolo a dondolo e lo spinse per qualche minuto di ingenua spensieratezza. Poi lo consegnò alla madre che, seduta su una panchina poco distante, non aveva mai distolto lo sguardo dal passatempo del proprio figliolo. Si recò presso uno scivolo e si mise in fila insieme a uno stuolo di ragazzini…

Luca si chiedeva che attività svolgesse quella gente: erano forse dipendenti frustrati come tanti suoi colleghi, che attendevano il fine settimana per andare coi piccoli alle giostre e ascoltare le partite nel pomeriggio. Si immaginava così entro una decina d’anni. E rimpiangeva di non essere andato in discoteca con Filippo.

All’ora di pranzo accese la TV, come al solito, per ascoltare le ultime notizie: “Ennesima strage del sabato sera: quattro giovani muoiono dopo una serata in discoteca”. L’auto su cui viaggiavano si era schiantata contro un albero. Era la Golf guidata da Filippo.

8 pensieri su “Una serata da sballo

  1. Raccontino davvero esemplare.
    Sembra che non esista alternativa alle due posizioni presentate, equivalenti nella loro specularità.
    E se si provasse invece con l’Amore, non da inseguirsi spasmodicamente purchessia, ma da non fuggire quando arriva annunciandosi doloroso e difficile?
    Grazie e un caro saluto,
    Roberto

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  2. Sarà pure esemplare, ma forse troppo esemplificativo. L’intenzione ‘morale’ e didascalica rende la cronaca piatta. Non so, ma la vita è più complessa, le vite sono più complicate. Mancano le sfumature…pensare che filippo e Luca siano come due monadi, come irrelate dal contesto, è riduttivo. Il fatto che si scriva cosa fanno non dice nulla, o solo l’apparenza, di cosa sono, o potrebbero essere.

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  3. Caro Manuel Cohen,
    apposta ho scritto “esemplare”.
    Mi piacciono una certa pittura aprospettica e le “moralità” medievali ignare di sfumature e psicologia. Questione di gusti, nonché di circostanze (si può bere una bibita gasata in un momento, e del vino pregiato in un altro).
    Un caro saluto,
    Roberto

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  4. Filippo è più un “caso” da manuale che un vero e proprio personaggio, effettivamente gli mancano quelle sfaccettature che gli permetterebbero di conquistarela simpatie del lettore e fargli provare almeno un po’ di dispiacere per quello che gli è successo…
    Le mie simpatie vanno decisamente a Luca, un po’ complessato ma alla fine più “sano”, in fondo si sa che la timidezza è un male passeggero!

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  5. Mi associo alla grande a quello che dice Cohen. La posizione dell’autore non mira a descrivere né a interrogare la realtà, non sonda psicologie o personaggi e nenmmeno ambienti. Sa già fin dall’inizio dove vuole andare a parare: dentro un sproloquio bacchettone contro lo sballo. Mi scuserà Giannino per la franchezza, ma non mi piace questo modo di intendere e usare la letteratura mettendola al sevizio di scopi morali o didascalici. Allo scopo sarebbe servito meglio un buon articolo scritto di petto, piuttosto che scomodare la narrativa. Aggiungo che è un modo vecchio questo di mettersi al servizio dell’ordine costituito diventandone “i cani da guardia”. Io non difendo questo spirito…nemmeno a scuola. La letteratura edificante è questione religiosa e forse un po’ osboleta. Dei giovani si può parlare condividendone però il mondo e le scelte, il che significa smettere di giudicarli. Non propongo un relativismo morale ma almeno l’ascolto delle “loro” storie

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  6. Mi interessa questo confronto. Davvero. Nutro da tempo la convinzione che la scrittura di un testo è fatta non solo dall’autore ma viene integrata – completata dal lettore, soprattutto se lo stile usato è quello del narratore-cronista. In questa short story l’io narrante non esprime giudizi. Se non ci credete rileggetela: si limita a raccontare i fatti.

    @ Roberto

    Il tuo consiglio è tutt’altro che banale Roberto. Sono duemila anni che ci proviamo. Per quanto irta di ostacoli non credo vi siano altre vie.

    @ Manuel

    Credo che tu abbia ragione. Filippo e Luca sono due personaggi estremi, in mezzo a loro c’è tutto un mondo. Magari un giorno lo racconterò in un romanzo…

    @ Silvia

    In tutta onestà cara amica, non so chi sia il più “sano” fra i due. Personalmente credo che siano entrambi dei poveracci.

    @ Alex

    Trovi questo mio bozzetto uno sproloquio bacchettone contro lo sballo? Bene, questa è la tua lettura, non posso che prenderne atto. Se però qualche ragazzo leggendo il mio racconto, quando va in cerca dello sballo (che io non condanno, se vuoi proprio saperlo ogni tanto lo faccio anch’io) si preoccuperà di portarsi appresso un amico astemio e di far guidare lui… a quel punto il mio “sproloquio” non sarà stato vano.

    Grazie a tutti.

    Un abbraccio al padrone di casa.

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  7. Lo sappiamo che Giannino sa fare meglio e lo ha dimostrato con altri racconti. Io penso che in letteratura tutto si possa dire,e dire ciò che avviene intorno a noi mi sembra più significativo di un articolo, a volte noioso, che tratti l’argomento di cui sopra. Qui non si tratta di condannare o sapere ascoltare. Siamo di fronte a una foto sbiadita dallo sballo, una foto che sarebbe potuta venire più nitida con un pizzico di responsabilità in più.

    Pasquale, un carissimo abbraccio
    jolanda

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  8. Certo Jolanda, forse in questo racconto non ho espresso il meglio delle mie potenzialità narrative. Una cosa però mi piacerebbe saperla: se chi lo ha stroncato ha mai messo piede in una discoteca. Io l’ho fatto, e ti assicuro che personaggi come Filippo se ne incontrano a migliaia. Con questo, ribadisco, non esprimo giudizi. Riporto un fatto. Punto. Se qualcuno mi dice che la storia è carente dal punto di vista delle sfumature posso accettarlo. Senza dubbio i ragazzi che ogni sabato si lasciano morire sulle strade non sono tutti come Filippo. Ce ne saranno come Luca, e ce ne saranno anche di più “normali” che non somigliano né a Filippo né a Luca. A me importava trasmettere un messaggio, e a quanto pare ci sono riuscito. Se poi a qualcuno certi messaggi danno fastidio sono problemi suoi. Quando però mi si accusa genericamente di “sproloquio bacchettone” – senza un preciso riferimento al testo – io ci leggo della malafede.

    Un abbraccio,
    Pasquale

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