Una lettera dalla fine, di Andrea Sartori

Basta, per carità, con l’altero-sofia. Ogni alterità è un nome vuoto, una notte, che ognuno porta dentro di sé. Un nome proprio di persona, anche se molto comune, senza alcun significato. Perché stemperare l’autenticità con la comunanza, perché declinare al plurale la confessione? Al massimo, già solo per essere se stessi, il più delle volte ci si ritrova diversi, proprio a partire da sè, o meglio, dal proprio nulla. L’altro galleggia fuori di noi, non c’è bisogno di teorizzare sofisticate strutture della comunicazione che alla fine riescono solo a solidificare e a trasmettere in ogni dove i nostri pregiudizi. Facciamoci carico delle nostre individualità, e verremo traghettati altrove, nell’unica misura che ci è data, ovvero tramite la malattia, la sconfitta, o il richiamo doloroso. Giacché è nella natura dell’uomo, della sua vita e del suo pensiero, il riferimento a sé che costruisce castelli su castelli, perennemente esposti a caducità e a smentite pronte ad insinuarsi in ogni atto della mente, in ogni gesto del corpo. Non c’è vita senza materia permeata dalla riflessione d’un pensiero inevitabilmente iatrogeno, ed ognuno dispera di toccare un’anima od il mondo, prigioniero di sé che muore da sé. Malattia della mente e dell’umore che mi hai colto in frangenti d’estrema debolezza, tu sei stata la mia colpa e io sono stato te. Ci siamo richiamati l’uno con l’altra come nel linguaggio una parola s’appiglia ad un’altra. Non ti ho sfuggito, malattia, come non si sfugge al baluginare d’una intenzione imprevista; ti ho tenuta e ti ho cresciuta, come si cresce un figlio entro di sé, come si nutrono i propri pensieri. È tempo che ti affami, ora che sei adulta, e che anche tu ti esponga allo sguardo come io mi sono esposto per te. Posso augurarmi che qualità dello sguardo migliori dell’odio, dell’indagine, del sospetto, della morbosità, t’accolgano nell’aperto del tuo essere angoscia; tu che mi hai fatto aprire e cadere, ora vai, tocca a te. Non puoi più a lungo parassitare nella serra del mio corpo. Grumo divieni uomo, e io farò altrettanto, ma altrove da te, in tua assenza. Pensiero che per tua natura sei malato, pensiero che sei fiorito ineluttabilmente malvagio, t’affido ad altre, sconosciute, mani. Io di te conserverò il ricordo come mio dovere d’una vita, e più ampia sarà la distanza, più intensamente sentirò il clangore della tua catena, lungo gli anelli della colpa che vibreranno l’uno dopo l’altro, in eterno, dalla tua lontananza sino a me. E se una società di individui deve essere, essa sarà società di differenti idiosincrasie, pronte ad essere ospedalizzate con cura quando germineranno da sé un’impossibilità a stare al mondo. Nelle cure asettiche del medico, nella sua limitata disponibilità di tempo – rispetto al nostro infinito bisogno d’attenzione – troveremo un temporaneo sollievo. E nelle mani dell’infermiere che ci fornirà il pappagallo, nella sua medicina incarnata, troveremo un alleato colluso e benevolo, in grado di far germogliare in libertà la nostra malattia, nella speranza mai riposta che essa diventi il nostro vaccino. Smettiamo di chiedere guarigione e salvezza, redenzione e riabilitazione, senza negare a noi stessi che mai cesseremo di pensare intensamente alle une e alle altre. Ciascuno è nella misura in cui sarà ricoverato, in un ospedale o all’obitorio. Nel divenire della sua malattia ognuno sarà umano, in un ambulatorio, all’ospedale, in un pronto soccorso, in una tenda da campo, tra militari e professionisti del dolore. Speriamo che tante residenze sanitarie assistite vengano accreditate per quando saremo vecchi e per gli anziani che già ci sono. Speriamo di poter pagare le rette, oppure, se saremo poveri, di essere malati a sufficienza per ottenere d’ufficio un letto. L’amministrazione di turno ci verrà incontro, e avrà il volto neutro di un impiegato stanco o gli occhi luminosi di un operatore avido e sollecito, con un pezzo di verdura o un filamento di prosciutto appiccicato al canino destro, traccia di un buffet solidale appena terminato. Questo è il nostro mondo, noi giochiamo con le sue carte. Ritornati animali ed idioti, sempre più chiusi in noi stessi mano a mano che le carte si mischiano, diveniamo almeno cani fedeli. Disponiamoci con cura ad essere addomesticati, tanto il nostro modo di essere bestie rimarrà unico e fortunatamente incompreso. Ricoveriamoci l’uno con l’altro, alternando internamento e confino ad impeto lavorativo e cultura del progetto. Noi saremo per la morte, non in virtù di una nostra eroica decisione, bensì perché essa ci stana in ogni anfratto in cui ci accucciamo, tenendoci sempre presso di sé, anche quando la catena s’allunga, e s’allunga. Ci penseranno le comunità terapeutiche a rimetterci in funzione, ad istruirci su come lavorare e pensare, loro che la morte esorcizzano e alla fine onorano chiamando tutto ciò vita e ragione. Da assistiti troveremo affetto nel compagno di stanza egualmente malato e faremo d’altra parte resistenza a chi vorrà subito piegarci al dinamismo del mondo. Poi, forse, una volta usciti e con i cocci messi insieme da una colla scadente, una mano sugli occhi per coprirci dai riverberi del sole, inizieremo a ripercorrere le antiche strade, passo a passo, mentre la sottile pellicola che ci separa dai nostri simili si scioglierà a contatto con il calore dell’aria. E ritorneremo dove eravamo sempre stati, riprendendo il filo di un discorso che ogni volta termina in modo nuovo, ogni volta, però, in modo definitivo. Lottiamo, finché possibile, per essere riconosciuti e dare un volto perlomeno accettato alle forme del nostro smarrimento, appesi ciascuno alla propria vulnerabilità che sempre più, in futuro, ci verrà attribuita come colpa, mentre noi, ostinati e contraddittori, ci faremo scudo di essa per giustificare la nostra crudeltà. Riprendiamoci lacerti di vite inespresse e proviamo ad esplicitare il non ancora vissuto, potenti solo della nostra impotenza, sicuri del luogo accogliente e anche un po’ ipocrita a cui alla fine approderemo. E voi filosofi e ribelli in pectore di varia natura, male integrati per vostra volontà, abbiate la decenza di non invocare l’immaginazione folle per le vostre battaglie, ché in questa vita saremo tutti osso e dente, non certo idea o immagine. Abbiate la decenza, sì, la decenza, d’essere consapevoli di ciò che invocate, allorché sarà la vita stessa a condurvi innanzi ai vostri sogni, e a farvi sentire fin dentro la consistenza minerale del vostro scheletro quanto essi siano corpo, e corpo mortale, polvere impersonale di morte e spavento. Vergognatevi dell’ingenuità della vostra filosofia malata e realizzate, o meglio, rendetevi conto, che ciò che dite, a volte solo in giovinezza, a volte anche contro le smentite che vi riserva l’esistenza, appartiene ad un mondo che non c’è, che non è degno neppure della mano che altri inutilmente agitano davanti alle moltiplicate visioni dei vostri occhi, affinché rinsaviate. Voi che dicevate che il soggetto era in crisi – il che aveva anche un senso – avete poi detto che era finito, superato, oltrepassato; ma a quale cazzo di soggetto pensavate? Oltrepassato verso che? Eravate voi forse già morti? E ancora: dopo la morte del soggetto forse voi siete effettivamente mutati? Siete diventati diversi? Ma diversi in cosa, se non attraverso il contagio con un soggetto vicino, come è sempre stato? Che cosa siete, voi che starnazzate contro voi stessi grazie solo al fatto d’essere forti, ben più forti, ben più voi stessi, di quanto mai lo sia stato io? Voi che avete in orrore di dire “io” solo perché ne avete l’incontenibile forza, voi immedicati e immuni, che avete vissuto la vita come si sale una scala, supponendo di poterne fare a meno una volta giunti in cima, voi che l’avete già gettata ai piedi della china per metà risalita, voi, tenetevi stretta quella scala come Cristo la Croce, e nella dipendenza da essa, in quel legno sulla spalla che bussa ai processi contorti della vostra coscienza, traete oggettività, sostanza della vostra psicologia. Poiché abbiamo tutti cercato di giustificare la nostra follia e la malvagità che da essa discende facendo proliferare scissioni, duplicazioni e ordini differenti per natura ed effetti, laddove non siamo stati in grado di riconoscere che eravamo semplicemente già caduti e già lontani, per sempre deboli e infermi e solo così dall’altra parte della rappresentazione. Che ce ne facciamo, poi, ora, proprio ora, mentre il terrore dilaga intorno a noi, di una filosofia minima? È filosofia il parlare compassato del gentleman dai box dei giornali o dalle poltrone degli studi televisivi? I buchi sono enti come l’ombra sotto la quale il gentleman si riposa? E che cosa succede quando un treno passa il confine scivolando lungo un traforo transalpino? Che ce ne facciamo di tutto ciò? Rimpolpiamo il mercato delle polizze assicurative? Diamo lavoro alle società di leasing? Ma porca troia, siamo noi! Il genere umano! Noi che, rabbiosi verso le nostre costruzioni, dilaniati dalla colpa, reale od immaginaria, abbiamo anche pensato di poterci porre al di là del bene e del male e, proprio mentre credevamo d’aver passato il guado, redenti e liberi, ci siamo ritrovati nemici dell’amico, assassini del fratello, giustizieri della madre. Impossibile, in tutto questo, una compensazione, poiché non v’è alcunché da ripristinare. Sì, ora mi è chiaro, nulla sarà mai più come prima, dal momento che un prima non c’è più e mai c’è stato nel modo con cui io, ora, me lo immagino, lo penso, me lo rappresento. Noi siamo la prova vivente che non è possibile separare il pensiero negativo dal negativismo, che non c’è felicità dopo la crisi dell’autorità, del fondamento, della metafisica, né mai c’è stata, se non contraffatta nell’atto di liberazione da una qualunque costrizione. Altrettanto testimoniamo, allorché formuliamo una preghiera in stato di sofferente grazia, che non c’è felicità né consolazione in vera fide, ma solo dilatazione del vuoto, aggravamento del precipizio. Ci siamo lasciati alle spalle tanto, tantissimo, quasi tutto, e il tempo è esausto. La liberazione è stata faticosa come la storia tutta, e non abbiamo più lacci ma solo terrore, panico per il vuoto che ci siamo fatti intorno. E chi riteneva di sapere dove fosse nascosta la salute è morto ormai anch’egli, ultracentenario in un mondo violento come l’universo emotivo di un bambino cattivo. Lui che ci aveva insegnato, tramite l’ermeneutica filosofica, a declinare in citazionismo la nostra patologia mentale generata dal bisogno irrefrenabile di avere a che fare con libri che fossero pesanti come mattoni, duri come pietre. Lui che ci aveva insegnato a sublimare, ultima ipocrisia della parola, la potenza mortifera del linguaggio in una indeterminata priorità della domanda sulla risposta e che, così facendo, si è sempre esonerato, assieme a tanti altri vecchi sapienti, dal dirci davvero alcunché. D’altra parte neppure questo strenuo difensore della cultura umanistica, di Napoli e del vino dei Castelli, ha avuto il coraggio, quando avrebbe dovuto mostrarlo, di resistere alla tentazione della cattedra nazificata. Esattamente come quel padre che egli solo a sessant’anni compiuti riuscì a lasciarsi alle spalle, lui sì nazista tesserato della Selva Nera. Né i modi urbani, né l’infinita abilità nella conversazione del figlioccio spirituale condussero quel padre ad un sano ed umano pentimento, ma solo alla fruizione galeotta dell’amore d’una sua delicata studentessa ebrea che del male avrebbe fatto l’oggetto del proprio straordinario interrogare. Secondo il più classico dei rodati schemi psicopatologici la vittima s’è anche in quel caso avvinghiata d’amore al suo persecutore, desiderandone la considerazione, la più pura rivalsa opposta al più drastico dei poteri: l’amor suo. Neppure una parola, dai due professori, sulle loro colpe. O su quelle del loro Paese. Carenti di sguardo amorevole, da buoni filosofi in apparente perfetta salute. E io qui a patire l’esorbitanza d’una colpa che magari non è neppure mia, chissà. Quantomeno vago ed illusorio è credere che la pressione dell’esistenza si riequilibri nell’idraulica dei vasi comunicanti: dove va a finire l’armonia, la parità, tra la parte spesa, assottigliata, persa, e il luogo in cui presumiamo che tutto si accumuli, per sempre conservato, oltre il nostro lutto? V’è un tale luogo, in cui io possa ritrovarmi con ancora appresso tutto ciò che ho perso, che ho dato, restituendo ciò che ho tolto? O ciò che è stato dato, rubato, è stato dato, rubato, per sempre? Frammenti di me sono stati sparsi ovunque, indifferenti al ridicolo e alla paura. Allora non lo sapevo, ma l’infranto non si sarebbe mai ricomposto. Concedimi dunque, Onnipotente, una giusta misura di malinconia, affinché un tratto, solo un tratto, di questo folgorato scoscendere dell’esistenza diventi esempio, o filastrocca, o indovinello, preferibilmente in bocca al simile, ovvero ad un idiota o ad un bambino, o ancora nel disarticolato raglio di un animale. Dire ciò che è ancora da dire, per quello che può valere, ecco che cosa debbo fare. V’è stato un tempo per vivere, con la mano e la mente che artigliavano invano un appiglio, una superficie piana, lucida e riflettente, v’è un tempo per portare testimonianza del vivere, aggrappati ad una tavoletta, le cui scarne, indecifrabili incisioni si faranno mano a mano leggibili con il dispiegarsi delle nostre derive.

In modo che poi possa aggiungere: accoglimi, Padre, nella Tua casa, fa che l’uscio sia spalancato e che un sedia sia pronta per me. E che non ci siano tramezzi a coprirmi pudichi dagli sguardi degli altri convenuti, insieme al Tuo cospetto, senza più forza, e pretese e linguaggio. Solo anime e null’altro, ritornati Verbo, reciprocamente privi di vergogna. Ma per ora sono segnato. E segnato per sempre.

5 pensieri su “Una lettera dalla fine, di Andrea Sartori

  1. Ho sempre avuto la sensazione chiara di avere poco tempo a disposizione.Non sapevo spiegarmi il perchè di questa sensazione.Mi è capitato di quasimorire, lo scrivo così perchè è stato un quasi, ma non letterariamente, bensì fisicamente,lì sulla soglia dove ti senti spogliare di tutto e ogni cosa si sfa.
    Da lì, la vita non è gran cosa, un filo appena, a cui puoi attaccarti e stare a sentire se si rompe o tiene.
    Dall’altro capo può esserci qualcuno oppure la tua volontà, qualcosa che avevi dentro e si è trasportata fuori, mentre tu non c’eri, o eri intento a fare strike di tutto ciò che non ha senso e ti sei portato dietro e dentro soffocandoti, rendendoti grave,greve,idiota.
    Decidi di rischiare, decidi che quel filo basta e ci annodi un dito, una sistina o un’altra cappella, in cui recuperi quell’altro, quello che ti si è sfilato da dentro e quello fuori, che ti guarda e non sa come fare per raggiungerti.
    Tanti cosini sull’orlo, noi, con la facciata da uomini,pensatoi che filano aria e lasciano sfuggire ciò che ha un corpo, da qualche parte ha persino dei sentimenti da toccare,annusare,o solamente vivere in terra ,fregandosi di tutto quel che resta appeso ai vuoti. Si sa che sono rendere.ferni

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  2. Grazie Fernirosso per la tua bella riflessione in prosa poetica. Ho così scoperto anche il tuo blog, che è altrettanto interessante e ricco di suggestioni.

    Un caro saluto,

    andrea.

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  3. Ne coltivo, come un orto anche un altro, per la casa editrice Il Ponte del Sale, ha nome CARTESENSIBILI, passa a torvarci, ci farà sempre piacere. A presto e grazie, naturalmente, per il tuo lavoro.ferni

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  4. Molto bello. Questa frase, “Ciascuno è nella misura in cui sarà ricoverato, in un ospedale o all’obitorio.” contiene tutto il tuo stile e la tua poetica ed è davvero universale, oltre ad essere il capovolgimento e insieme il compimento della filosofia heidegerriana, o meglio, uno dei suoi capovolgimenti e compimenti possibili,
    quello pato-teo-logico. Il passo sul rapporto con la sua compagna è splendido.

    Riporto questo passo, che secondo me, è pura letteratura.

    “Nelle cure asettiche del medico, nella sua limitata disponibilità di tempo – rispetto al nostro infinito bisogno d’attenzione – troveremo un temporaneo sollievo. E nelle mani dell’infermiere che ci fornirà il pappagallo, nella sua medicina incarnata, troveremo un alleato colluso e benevolo, in grado di far germogliare in libertà la nostra malattia, nella speranza mai riposta che essa diventi il nostro vaccino. Smettiamo di chiedere guarigione e salvezza, redenzione e riabilitazione, senza negare a noi stessi che mai cesseremo di pensare intensamente alle une e alle altre. Ciascuno è nella misura in cui sarà ricoverato, in un ospedale o all’obitorio. Nel divenire della sua malattia ognuno sarà umano, in un ambulatorio, all’ospedale, in un pronto soccorso, in una tenda da campo, tra militari e professionisti del dolore. Speriamo che tante residenze sanitarie assistite vengano accreditate per quando saremo vecchi e per gli anziani che già ci sono….”

    Grazie Andrea

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  5. Ciao replicant24, grazie mille del commento, veramente troppo buono!

    La versione pato-teologica della onto-teologia heideggeriana è in effetti uno degli spunti che mi sta sempre in punta di dita.

    Poche storie, l’ “essere per la morte” è quello, al di là dei filologismi e dei sofismi che possono esservi costruiti sopra. E’ così, almeno per il c. d. “uomo della strada”. Forse non era costui quello a cui s’indirizzava Heidegger, ma tant’è: se non si prova a vedere qual è il significato della filosofia nella prosaicità delle questione essenziali della vita, con quale filosofia abbiamo a che fare? Questa è tuttavia una “prosaicità” diversa da quella dibattitua, per esempio, sulle pagine culturali del Sole24Ore. Qui c’è vita che palpita e che soffre, là c’è la postura osservatrice e fredda del giornalista che disquisice di problemi da catalogo, da bricolage del pensiero.

    Un caro saluto,

    a.

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