STAGIONI

La bambina guardava il mare. Con i piedi scalzi nell’acqua, i jeans arrotolati alle ginocchia, lo sguardo rivolto lontano. Cercava i delfini. Li aveva visti in televisione, sapeva che amavano giocare con gli esseri umani, per cui riteneva  avrebbero gradito la compagnia di una bambina che nell’acqua si muoveva come loro.

Il mare, però, rimaneva muto e insondabile.

Era una fresca mattina di primavera. Il cielo terso, così celeste, ancora non riusciva a schiarire l’azzurro cupo del Mediterraneo, là dove l’acqua è più profonda. La bambina depose sulla spiaggia paletta e secchiello, pensierosa. Era stata la mamma a consigliarle di portarli, per giocare in quella domenica fuori porta, quasi ad anticipare la stagione più calda, ancora distante. Ma costruire castelli di sabbia non era così prioritario, in quel momento.

La piccola si accoccolò sui piedini, indifferente all’acqua fredda, incurante di bagnarsi i jeans e continuò a guardare lontano. Il suo passato era troppo giovane per poter essere consultato. Il futuro enorme e assolutamente sconosciuto per essere preso in considerazione. La bambina viveva inconsapevole la propria primavera con una sola, meravigliosa speranza: che i delfini venissero a prenderla, che la facessero saltare sui loro simpatici nasi, ridendo insieme a lei senza alcun pensiero al mondo.

E i delfini sarebbero venuti; forse non oggi, forse la prossima domenica, o l’altra ancora.

Il vento soffiava forte dal mare e portava a quelle attente orecchie una canzone misteriosa e incantevole. La bambina annuì seria, sempre rivolta all’estremo orizzonte. A perdita d’occhio, fin dove poteva arrivare lo sguardo, era tutto blu, eppure qualcosa si era mosso. Non la corrente, non un oggetto alla deriva. Uno sbuffo bianco, che increspava appena l’azzurra monotonia; poteva essere foriero di novità piacevoli. Perché non crederci? La giornata stessa, così luminosa e trasparente, preannunciava tempi più caldi. Del resto con la mite stagione ogni cosa si apriva con ottimismo al periodo più bello, l’estate.

Come un fiore al primo sole la bimba sembrò sbocciare con entusiasmo, incontaminata, fresca, malandrina. Un sorriso furbo illuminò il bel visetto: certo che i delfini sarebbero venuti a giocare con lei, era logico!

E intanto riprese la paletta, riempì il secchiello di fine sabbia dorata e corse lungo la riva, inseguendo le piccole onde e il grande sogno.

* * *

Faceva proprio caldo, accidenti! Luglio, il cuore dell’estate, era il mese preferito della ragazza, anche se quell’anno era quasi torrido. Non che le importasse più di tanto, anzi. In quel periodo il mare era splendido e i turisti non ancora moltissimi. Si poteva ancora godere il sole e il brodo caldo del mare senza sgomitare, senza l’affollamento esagerato del prossimo mese, senza contendersi con estranei ogni centimetro quadrato di paradiso.

Seduta sullo scoglio, sirena abbronzata e affascinante, la ragazza esibiva senza malizia la bellezza e il mistero dei vent’anni, in un ridotto bikini che attirava gli sguardi. E pensava. Rifletteva su quanto amasse quella grande distesa verde-azzurra, apparentemente senza fine. Avrebbe voluto  fosse Oceano, per perdersi in esso. Invece era un semplice bacino, al di là del quale si intravedeva, nelle luminose giornate estive, l’ombra scura di una terra  ancora, forse, martoriata dalla Storia.

Scacciò un pensiero triste rivolto a quella gente sofferente. Le dispiaceva molto per loro, ma aveva anche lei dei problemi. Si fece schermo con una mano per non restare accecata dall’abbagliante luce del mezzogiorno e trovò quello che cercava. Il bagnino era lo stesso dell’anno prima, uno schianto! Quello sì che era un problema: come catturare l’attenzione di uno splendido ragazzo circondato sempre e solo da un sacco di belle donne in topless. Ogni estate si era alle solite: la temperatura bollente scaldava anche il sangue, e la vita sembrava essere fatta solo per divertirsi e per amare. Anche la ragazza ardeva: i mesi estivi erano la sua stagione, prendeva con avidità tutto quello che potevano offrire. Non le sarebbe rimasto che il ricordo, in futuro, per scaldare le tristi giornate invernali. Ed ecco allora le sere in spiaggia con i falò e i bagni a mezzanotte, nell’abbraccio caldo e sicuro del  mare. Ma anche le mattinate pigre sotto il sole, la tintarella da africano, le lunghe nuotate al largo, esplorando i fondali e godendo delle esplosioni di colore delle profondità. A terra, le cicale erano la sua colonna sonora, e nemmeno la calura la intimoriva: i quaranta gradi all’ombra erano una sicurezza per una lucertolina come lei.

Sì, l’estate era il centro della vita.

L’assalì una voglia improvvisa. Si alzò languidamente sullo scoglio e rimase per un attimo in piedi, nell’aria immobile. L’acqua verde sotto di lei, così cristallina, la chiamava invitante, fresca, rassicurante. Poteva vedere perfino i pesci e i piccoli abitanti della scogliera: granchi, cozze, qualche riccio. Si sentì una di loro. E finalmente si tolse la voglia. Si tuffò, mani in avanti, nell’acqua profonda. Non sollevò neanche uno spruzzo, e cerchi concentrici si richiusero sopra di lei.

* * *

Giornata grigia; nuvoloni neri coprivano il cielo, rendendo difficile ricordare che più su esisteva l’azzurro. Ogni tanto si rovesciava al suolo e in mare una bacinella d’acqua, ma minacciava di fare molto peggio. La donna sapeva che presto sarebbe arrivato il maltempo vero e proprio, umido, fastidioso, perfino pauroso, ma non se ne preoccupò. Continuò, invece, la passeggiata nei ricordi e sul lungomare.

Il mare rispecchiava il cupo umore del tardo autunno, che era anche quello della donna, nell’autunno della vita. Tutto combaciava: il grigio argento tra i capelli, una volta corvini; il grigio plumbeo del cielo, il grigio opaco nel mare, il grigio anonimo del bilancio della propria esistenza in quel momento. E ancora, mare mosso forza sette, vento furioso che spinge le nuvole ad accapigliarsi, cuore in tempesta.

Già, la sintonia era perfetta. Eppure, nonostante tutto, la donna non riusciva a trovare deprimente il paesaggio, neppure con la mareggiata. Era affascinata dalla potenza delle onde. Le sembrava quasi di scorgere il dio Nettuno in collera che agitava il tridente e provocava il caos. E quale dio, marino o terrestre, aveva causato il maremoto nella sua vita? Chi doveva ringraziare per essersi ritrovata a quasi cinquant’anni, a metà percorso, sola, senza affetti, con niente in mano? Il suo uomo non c’era più, e neanche un cane che la confortasse.

La brutta stagione avanzava, distruggendo i ricordi del calore di pochi mesi prima. Anche gli anni avanzavano inesorabili, cancellando dolci primavere ed estati vogliose. Avrebbe voluto fermare la pur inarrestabile corsa del tempo, il futuro le faceva paura, la vecchiaia la terrorizzava. Avrebbe voluto, anzi, aveva creduto, che per lei sarebbe stato sempre estate, sempre giovinezza, sempre amore, ma così non era. Come la cicala aveva vissuto con fiducia e leggerezza senza fare i conti con l’inverno, che già bussava alla porta reclamando il pedaggio. Ma era ancora autunno, sia pure avanzato, era ora di correre ai ripari. Avrebbe potuto offrirle qualcosa quell’autunno marino nella sua umida tristezza?

Forse sì. Dal mare la donna aveva sempre tratto saggezza, conforto, qualche insegnamento: prudenza e abbandono, struggente malinconia o lieta poesia traboccante voglia di vivere. Anche adesso gli chiese aiuto. E il mare le suggerì ancora una volta.

La burrasca all’orizzonte faceva impressione, soprattutto per come aveva sopraffatto improvvisamente la bonaccia. Ma certo, era proprio quello il suggerimento! Arrabbiarsi, tirar fuori la forza che covava dentro e ribellarsi. Ribellarsi alla solitudine, al destino, raccogliere con  rinato orgoglio i cocci di un tramonto interiore e ricominciare daccapo. Anche il mare si rivoluzionava per aspetto e contenuti quando era così infuriato, poteva cambiare anche lei. E lo avrebbe fatto, decise, sorridendo nel vento, che cominciava ad essere freddo.

* * *

Il mare d’inverno era stato da sempre oggetto di poesie, canzoni, quadri e quant’altro. Doveva avere un fascino universalmente riconosciuto, pensò l’anziana donna mentre scendeva al porto. Non era dunque la sola a crederlo. Faceva freddo; in gennaio la tramontana poteva essere davvero tagliente anche in riva al mare, dove in genere si crede che la temperatura sia più dolce. Lei aveva indossato il cappotto nero, lo stesso di trent’anni fa, e camminava lentamente, accompagnata dal bastone. Tra pochi giorni avrebbe compiuto novantacinque anni, ma non era certa di voler festeggiare quella ricorrenza, non in quel modo. L’indomani l’aspettavano in una casa di soggiorno, un ricovero per anziani come lei, troppo stanchi e soli per badare a se stessi. O così almeno avevano stabilito il Comune, gli assistenti sociali ed altri perfetti sconosciuti. Il problema era che la casa di soggiorno in questione era distante almeno trenta chilometri dal suo paese,  nell’interno, dove lei non avrebbe potuto più sentire neanche l’odore del mare.

Nossignori, non ci stava!

Il mare era la sua vita, non potevano toglierglielo.

Si strinse ancora un po’ nel cappotto per ripararsi dal freddo e si sistemò meglio la sciarpa grigia, fatta a mano quando ancora ci vedeva bene. Intanto aveva raggiunto e oltrepassato il porto, e si stava avviando lungo un molo spoglio di barche. Ormai erano pochi i  piccoli pescatori che si avventuravano d’inverno al largo. Era vero che si doveva sopravvivere, ma la maggior parte cercava un impiego alternativo, o si offrivano come dipendenti presso i grossi pescherecci. Al momento non c’era anima vivente intorno, era ancora presto. Il gelido sole autunnale era sorto da poco e faceva del suo meglio per ridare tepore a quelle latitudini tradizionalmente miti.

La vista dell’alba sul mare aveva accompagnato la donna per tutto il suo quasi secolo di vita, in tutte le stagioni, e lei ancora era meravigliata da tale splendore. Non potevano toglierle tutto questo, non era giusto. L’odore della salsedine era forte, salutare, lo aveva nel sangue. Negli occhi, che ormai vedevano così poco, il volo del gabbiano era chiaro, nitido, immutato da sempre. L’avrebbero uccisa allontanandola da lì.

Nessuno avrebbe avuto da lei una simile soddisfazione, pensò, sporgendosi un po’ dall’estremità del molo e gustando la carezza salata dell’aria, fredda, ma pulita. Guardò con affetto l’azzurro di fratello mare, il colore dominante di un’intera esistenza, tese le mani invocando un abbraccio.

E il mare, con un’anomala, altissima ondata, l’abbracciò.

8 pensieri su “STAGIONI

  1. ramona cara: che dirti? le stagioni della vita, noi che andiamo in linea diritta verso la fine, mentre il tempo si riavvolge, lui sì, su se stesso, ogni anno. stagioni qui scandite archetipicamente dalla presenza misteriosa e maestosa del mare, quel fratello, o “padre” (come lo chiama montale), che ci ritroviamo di fronte muto e rumoreggiante, che testardamente si rifiuta alle nostre metafisiche domande, con la sua mobile immobilità sempre uguale. hai dato corpo ad un racconto simbolico e trasparente insieme, in cui spiccano, per la mia personale inclinazione affettiva ed estetica l’incipit (la bambina…nessuno più di una donna sa cosa c’è in quel “la bambina”), e il finale fiabesco, da realismo magico. mi piacciono i finali a sorpresa in cui le cose si animano e aprono varchi impensabili. per gli strenui sostenitori del realismo-a-tutti-i-costi la vecchietta doveva forse cadere o suicidarsi. e invece, quel dialogo incessante e ininterrotto che aveva intrattenuto con il “grande padre oceàno” si risolve in un abbraccio d’amore (e morte). i delfini tanto sognati sono un altro aspetto tenerissimo che mi ti fanno sentire vicina. essi ci amano d’amore incondizionato, ci cercano, allestiscono per noi prodezze inaudite, delle vere danze. forse, in un tempo lontano…

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  2. Lucy, sei sempre così cara nell’interpretare i miei piccoli scritti!

    Forse qui ci sono delle ingenuità narrative, o degli stereotipi, però confesso che a questo racconto sono molto affezionata così com’è, tutto compreso, perchè contiene quello che per me rappresenta veramente il mare: la vita, il sogno, l’avventura, la libertà, il rispetto, la magia… e quant’altro. E soprattutto il finale, è vero, ha un che di fortemente significativo, per chi ha vissuto un’intera vita a stretto contatto con il grande fratello blu.

    Ne sono lontana da molto tempo, ma non può trascorrere un anno intero senza che torni a respirare il suo profumo.

    Un abbraccio e un grazie per esserci sempre!

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  3. Ciao Rammy, mi è sembrato una specie di “trittico simbolista” sulle età della vita. Soprattutto l’ultima parte che ho trovato molto forte. Magari c’è qualcosa di sentimentale (come dici tu stessa) però funziona e dà una certa pace. Non so… questo racc ha una funzione terapeutica. Non saprei dirlo altrimenti.
    Ci vediamo presto.

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  4. Se ci sono delle ingenuità narrative, e ci sono, meglio, molto meglio così: devo dire che ho cominciato a leggere con la puzza sotto il naso, e dopo poche righe ero già arrivato alla fine del racconto. Posso dirlo: bellissimo. E sta’ attenta, Ramona, quel “bellissimo” lo uso così di rado e sul serio che… fa’ un po’ tu. C’è del gran talento descrittivo di rara poeticità, che a tratti si fa musicale: prosa elegante, con le sue ingenuità e per questo ancor più di spessore letterario. Quando si dice che il talento è spontaneo. Mi ha quasi commosso, forse perché sempre più di rado si legge della buona prosa e poi in rete. Non ho idea se tu l’abbia già fatto, o se qualche editore te l’ha proposto, ma se i tuoi racoonti sono tutti così meriterebbero d’essere pubblicati in una antologia personale.

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  5. Grazie anche da parte mia, Ramona, m’è piaciuto odorare un po’ il fratello mare, nel tuo racconto si sente… mi manca e forse quest’anno salterò l’appuntamento.

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  6. @ Alex: sono contenta che questo raccontino riesca a dare anche ad altri quel certo senso di pace, come lo chiami tu, o comunque un’emozione positiva. A me lo dà, e non solo perchè l’ho scritto, ma tutte le volte che lo rileggo… grazie, e a prestissimo, spero ci vedremo alla cena carbonara!

    @ Iannozzi: mi lasci senza parole… conosco bene i tuoi interventi in rete, e so che i tuoi giudizi sono sempre molto critici, e per questo mi lasci ammutolita… Non avrei mai pensato che una cosa così semplice come questo racconto potesse incontrare gusti colti e raffinati come i tuoi, e del resto come dici tu stesso, lo hai cominciato a leggere con “la puzza sotto il naso”… Lo so bene, il mio stile è semplice e a volte un po’ ingenuo, per questo non posso che tenere in gran conto questo tuo apprezzamento, che mi fa felice e m’incoraggia in un momento un po’ complicato come quello che sto passando.
    Sì, ho presentato alcuni lavori (una raccolta di racconti e un testo ispirato a quanto incontro nella mia professione, di cui qualche estratto ho già pubblicato su questo blog) a diversi editori, sia cartacei che online, ricevendo un paio di rifiuti e una montagna di silenzi, com’è normale che sia. Ormai comincio a conoscere il mondo editoriale e non mi creo pie illusioni. Ci provo per rispetto di coloro che credono in me, che scopro essere più di quanto io stessa non pensi, ma sono molto realistica in questo senso, proprio perchè sto cominciando a conoscere l’ambiente e so quanto è difficile trovarvi spazio.
    Ma quando incontro giudizi “di peso” come i tuoi, e ne ho trovati diversi in questi anni, non posso che esserne felice e prendere consapevolezza che tentare, senza illusioni, ma serenamente, è quasi doveroso! Davvero, ti ringrazio molto per il tuo pubblico giudizio, ne conosco il valore e ne terrò caramente conto. Un abbraccio!

    @ Giorgio: anche per me ogni estate è una scommessa, non so mai se riuscirò ad andare al mare o meno, ma quando ci riesco, faccio il pieno di energia e mi ricarico per affrontare un altro inverno di pioggia e neve. Quest’anno, poi, è stata particolarmente dura, e dopo un bianco infinito e ora un verde brillante, non vedo l’ora di riempirmi gli occhi d’azzurro.

    Ringrazio tutti per questi interventi, siete la carica che ultimamente mi mancava, e non sapete quanto!!!

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