MY TRAFFIC, MY LIFE.

Davvero non lo so. Tutti si lamentano del caos sulle strade, del traffico urbano, di colonne perenni in auto o sui mezzi pubblici, del tempo e della salute che ci si rimette semplicemente recandosi al lavoro. Ne parlano i sociologi, se ne discute nei consigli di amministrazione, ministri rischiano testa e poltrona, in questi tempi che il peggiore malcostume della nostra classe dirigente non sconvolge più nessuno.

La strada è demonizzata, perfino la metro è dipinta come jungla da prendere d’assalto, a colpi di machete tra gli indigeni controllori e gli invasori cittadini.

È ora di finirla. È ora di scoprire l’altra faccia del diavolo, quella insospettabile. È ora che qualcuno racconti il bello e il buono della civiltà motorizzata.

Permettete che ci provi io?

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L’ultimo inverno

di Alessandro Cartoni e Giuseppe D’Emilio

Il colpo di tosse arriva quando è ancora nel sonno. Parte dal petto ed esplode nella testa come una fucilata. Deve essere questo che lo sveglia. Apre gli occhi e li muove alla ricerca spasmodica di qualcosa di riconoscibile. Si tocca istintivamente la fronte e la sente umida di sudore. “Strano…” pensa, “con tutto il freddo che fa nella baracca”. Continua a leggere

Il Tatic Ruiz*- Don Samuel e l’insurrezione zapatista ( a cura di Roberto Bugliani)

di Giulio Girardi

Quando, il 1° gennaio 1994 esplose l’insurrezione zapatista, la prima preoccupazione del governo messicano e dei latifondisti del Chiapas fu di delegittimarla, rifiutando di riconoscerla come mobilitazione autonoma degli indigeni, e cercando invece “chi c’era dietro”. Questa lettura dei fatti doveva distrarre l’attenzione dell’opinione pubblica dai problemi reali della fame, dell’oppressione, dell’emarginazione, della morte, che erano all’origine dell’insurrezione, per ridurla invece a un’esplosione di violenza e di illegalità, provocata e diretta da agenti esterni. Continua a leggere

Intervista impossibile a Luce Marinetti

di Marilena Lucente

lucemarinetti

“Ogni mattina imponetevi di contraddire il progetto o programma che la vostra vita passata v’ispira. Fate esattamente il contrario di tutto ciò che il grande Albergo, il Baedecker, i vostri amici, la temperatura della giornata, il paesaggio, i vostri bagagli, il vostro denaro, le vostre comodità e tutti i vostri gusti vi impongono di fare. Sarà naturalmente in voi il desiderio di rimanere soli più lungamente possibile. Ma dovunque vi sono importuni e folle opprimenti!”

F.T.Marinetti, Scatole d’amore in conserva, 1927

In un  brillante pomeriggio d’estate, il treno corre  solcando l’estremo lembo della Puglia, attraversa la spianata degli ulivi – sembra sia il  vento dell’alta velocità a muovere  le foglie di verde, d’argento e di grigio –  sfiora il giallo delle dune lungo la costa, sino ad inabissarsi, ma è un’ impressione, nell’azzurro intenso del mare. Azzurro lapislazzulo. Nello scompartimento viaggia Luce Marinetti, curatrice del Centro Studi Marinettiani  della Yale University,  diretta a Lecce. Di fronte a lei, una donna, la chiameremo  semplicemente, la “Lettrice”, immersa nel libro: Scatole d’amore in conserva . Continua a leggere

L’estate è un tempo estremo.

zer_r1_2L’estate è un tempo estremo.

La luce allo zenit, il verde dell’erba che giorno dopo giorno sbiadisce fino a diventar giallo e poi quasi bianco, l’aria che diventa densa e immobile.

Questi giorni possono anche pieni di cattivi pensieri. I giornali son pieni di miasmi, la televisione si riempie di  scorte stantie e il balletto delle crudeli apparenze del circo italico, eppure ecco: nel fondo della calura, nel silenzio ostinato della città che si svuota, le cose si rivestono di una nuova luce.  Soltanto a guardare bene, ci si accorge che quel Mistero naturale che ci portiamo dentro, da quando è iniziata la nostra vita, è sempre lì. E’sempre lì, non si è mai mosso. Aspetta la nostra attenzione, quel Mistero.  Aspetta con pazienza che la disinvoltura e la noia finiscano di spadroneggiare il nostro tempo. Aspetta con pazienza, di rivolgerci l’antico richiamo alla esattezza di un Senso, mai del tutto perduto. Continua a leggere

“Dottore… tanta angoscia…”, di Andrea Sartori

«Dottore… tanta angoscia… penso spesso ad un amico conosciuto a Venezia, che morì suicida alcuni anni fa, chiudendosi nella sua auto in una zona di campagna e inalando il gas di scarico nel chiuso dell’abitacolo da un tubo verde, una canna da giardino, collegata allo scappamento. Da tempo diceva che si sarebbe ammazzato, ma nessuno pensava, o forse ero io l’unico a non pensarlo, che si sarebbe ammazzato sul serio. Si era laureato con una tesi sul cinema di Ettore Scola… sosteneva che la sua generazione, aveva una decina d’anni in più di me, era stata rovinata dal boom economico degli anni ’50, sì, da quel boom che aveva fatto ricco industriale suo padre, permettendogli di aprire un’azienda da qualche parte sotto l’altopiano, dandogli di che crescere una famiglia di cui lui era il più grande, primo di tre fratelli e una sorella. Continua a leggere

Del perduto senso – C’era una volta un indiano – di Natàlia Castaldi

la peinture à la maison

Se si fosse almeno un indiano, subito pronto e sul cavallo in corsa, torto nell’aria, si tremasse sempre un poco sul terreno tremante, sinché si lasciavano gli sproni, perché non c’erano sproni, si gettavano via le briglie, perché non c’erano briglie, e si vedeva la terra appena innanzi a sé come una brughiera falciata, ormai senza il collo e la testa del cavallo!

Franz Kafka, Desiderio di diventare un indiano

C’era un sogno,
una stella, sapeva
di mare, reti,
fabbriche e sudore.
E c’era un ragazzo
che voleva lottare
con pochi soldi
ed una chitarra di cartone. Continua a leggere

Il plurale dei nomi in “-io”

Molto spesso siamo assaliti da dubbi amletici quando dobbiamo formare il plurale dei sostantivi che finiscono in “-io”: lenocini o lenocinii? Oli o olii? Insomma, prendono o no la doppia “i”? La questione non è semplice in quanto occorre rifarsi all’etimologia e non sempre si è in grado di farlo. Si può, tuttavia, fissare una regola generale. I nomi in “-io” con la “i” tonica, vale a dire i sostantivi sulla cui “i”, nella pronuncia, si “posa” l’accento, prendono regolarmente la doppia “i” (ii): zio, zii; leggio, leggii; oblio, oblii; tramestio, tramestii. I nomi, invece, che hanno la “i” atona (sulla quale non cade l’accento tonico) nella forma plurale prendono una sola “i”, perdono, cioè la “i” del tema: olio, oli; bacio, baci; odio, odi; vizio, vizi. Vi sono dei casi, però, in cui una o due “i” possono creare degli equivoci è bene, quindi, mettere l’accento circonflesso (^) sulla “i”: principî (per non confonderlo con il plurale di “principe”); direttorî (per non confonderlo con il plurale di “direttore”); templî (per non confonderlo con il plurale di “tempo”). Non tutti i vocabolari, però, concordano su queste “regole”; consigliamo di seguire i… consigli del Dop (Dizionario di Ortografia e di Pronunzia della Rai) cliccando su questo collegamento:

http://www.dizionario.rai.it/ricerca.aspx

Un sogno comune…?

Finirà anche questa pietosa stagione politica, e credo che in molti ci si aspetti, giunto quel momento, non un semplice “buon programma di governo” e “valide strategie elettorali”, per il futuro. Una società martoriata come la nostra – sullo sfondo di una questione morale quasi ogni giorno sotto i riflettori della stampa nazionale e straniera – dalla crescente povertà e precarizzazione, seppure globale, da leggi volte ad evitare al premier processi e possibili condanne penali, da leggi elettorali che hanno tolto al cittadino il diritto di scegliere direttamente i candidati, per attribuirlo alle segreterie dei partiti, da una serie di norme mirate ad imbrigliare la magistratura, a limitare il diritto di libera espressione, informazione e comunicazione attraverso la Rete e le tivù pubbliche, a imporre una fonte energetica, il nucleare, bocciato con un referendum vent’anni fa, a smantellare la pubblica amministrazione a cominciare dalla scuola pubblica, con licenziamenti, esternalizzazioni di servizi e trasferimenti massicci di risorse al settore privato – ha infatti bisogno di qualcosa di più. Continua a leggere

Notizia l’è morta 3

liberazione

di Mauro Baldrati

Liberazione di oggi contiene un articolo così strambo che si stenta a credere ai propri occhi. Ci si chiede se non vi sia un errore, se non si tratti di una nota d’agenzia pubblicata senza il filtro redazionale. Invece è un pezzo firmato, non sappiamo se da un redattore o un collaboratore: l’autore è Davide Mancuso.
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Guido Catalano e l’importanza della recitazione nella costruzione della poesia

di: Guido Tedoldi

Recensione di «I cani hanno sempre ragione 3.0», poesie di Guido Catalano, SEEd, 2007, pp. 137, € 10

Alcune delle poesie di questo libro le avevo lette mesi fa – d’altronde è facile quando si bazzica il web e l’autore ha un account in Facebook (le forme sempre più normali del marketing letterario contemporaneo). E non mi avevano impressionato.
Poi il 4 giugno sono andato all’Arci del quartiere Turro di Milano, dove Guido Catalano ha tenuto un recital delle sue poesie. E lì si è accesa la luce. Catalano riporta la poesia indietro di qualche secolo, e contemporaneamente la proietta avanti nel tempo garantendole un futuro. Indietro, quando la poesia era recitata e magari anche cantata su accompagnamenti musicali, e avanti, prendendo atto che il XXI secolo è quello della performance. Continua a leggere

I contadini non amano i fiori (sulla passione per l’antiquariato)

Non ha finestre, quasi non ha porta
il ripostiglio, la grotta
nel recesso più buio, più segreto
della casa dove sono nato.
La muffa nera alle pareti
è soffice come muschio e ha un odore
di salnitro e ammoniaca.
Da nere travi pendono corde secche,
qualche paniere sfondato e ragnatele
disabitate. Neanche più gli insetti
vivono in questa tomba.
La chiave viene perduta
e ritrovata ogni sette anni.
M’invitano a indossare abiti vecchi,
tute scafandri caschi,
se voglio entrarvi a cercare con la candela
cose che altri dicono preziose
senza conoscerne i nomi francesi o arabi.
Appena trent’anni fa erano vive,
ancora in uso. Niente di speciale:
contenitori per olio e conserve,
attrezzi per lavorare la terra.
Cose che non hanno ancora un nome
nella straniera lingua in cui scrivo.
E non vorrei, del resto, per rispetto,
scriverne i nomi in corsivo,
evocarle in dialetto.
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Vomito di mezzanotte

ombra 

 

di Johanna Combi

 

Non potrei dire di non aver mai amato.

Sarebbe una bugia, o forse, non  voglio annunciare a me stessa un verdetto che ho sempre temuto, e che ho sempre cercato di scacciare il più lontano possibile.

Io ho amato.

Sarebbe triste ritrovarsi sul proprio letto una sera come questa, guardarsi indietro, e pensare che in tutta la propria vita non s’abbia mai amato.

Quando mi fu fatta questa domanda? Forse non mi è mai stata posta. Continua a leggere

Riassunto delle puntate precedenti & le dieci nuove domande di “Repubblica”

di GIUSEPPE D’AVANZO

 

La sera del 26 aprile Silvio Berlusconi festeggiava Noemi a Casoria. E’ giunto il tempo, due mesi dopo, di tirare le somme. Bisogna annotare con cura le bugie ascoltate; interrogarsi sulle ragioni dei troppo silenzi; afferrare il filo rosso che da una storia (le “veline”) ci ha condotto in un’altra (Noemi) e in un’altra ancora (le prostitute a Palazzo Grazioli) fino alla soglia di una quarta (le feste del presidente). Giorno dopo giorno, si è definita sempre meglio la “licenziosità” del capo del governo, “la scelta sciagurata degli amici di bisboccia, la sciatteria in certe relazioni e soprattutto la caratterizzazione ostentatoria di tutti i suoi comportamenti privati” (Giuliano Ferrara, Panorama, 26 giugno). Quel filo si riannoda intorno a un “grandioso sé”, lascia nudo un potere e un abuso di potere che si immagina senza contrappesi e irresponsabile.

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