L’OPERAIA. Un racconto di Gabriella Maleti.

f_12021690_1

(auto d’epoca)

di Gabriella Maleti

La donna beveva dalla tazza il caffè e sentiva quel caldo farle bene. Lo sorseggiò lentamente, come stesse regalandosi una tregua. Ormai la tazza era vuota e l’ultimo sorso era andato giù di corsa, simile alla coda di un topo che sparisce in un buco. Seduta accanto alla finestra di cucina la donna guardava la pioggia che fluiva dietro ai vetri. Pioveva da ore, e le gocce sul davanzale risuonavano ormai monotone. Accese poi una sigaretta e per un momento le volute di fumo coprirono il vetro. Le parve di guardare da una palude fumigante. E via due, tre, cinque, sette boccate. La finì subito. Schiacciò il mozzicone e ne accese una seconda, rimettendosi alla finestra. I piccoli quadri ad olio nel salotto stavano nella penombra, come certi sassi piatti erano stipati in ciotole, mentre le conchiglie, rinserrate nelle proprie gobbe, formavano macchie chiare, oltre la porta della cucina.

Di classe operaia, lei, giovane, era alla trancia e nel gran rumore lavorava. Stridii come d’uccelli meccanici, opacità di pensiero. Sguardi oltre i rumori, ma brevissimi, ché si perdeva il ritmo, e una mano avrebbe potuto scivolare sotto la macchina. “Che mi dici?”, chiedevano alla donna, strizzando l’occhio, certi operai. “Che devo dire?”, diceva lei infilando la testa nell’armadietto, negli spogliatoi. Poi, in sella a un ciclomotore Motom, filava a casa. Infine, accettò l’invito d’uno di loro, che la portò sul lago di Como. Fecero un giro in battello, bevvero una bibita. L’uomo continuava a guardarla e a dire quanto era bella la giornata di sole; il battello poi ondeggiava, ed era un piacere, diceva l’uomo. Lei, appoggiata al parapetto, guardava giù l’acqua. La malinconia la copriva intera col velo della sua stanchezza.

L’uomo pensò che la donna non aveva mai riso, quel pomeriggio. Alla fine l’aiutò a scendere dal battello, sorridendole, tenendola per un braccio. Al ritorno, poi, sulla 600, l’operaio le sfiorò scherzosamente il seno, sporgendo le labbra in segno d’ammirazione. Esclamò: “Uella!”. Lei, punta, si ritrasse, e lui alzando un braccio disse: “Per così poco, va’!”. La donna intrecciò allora le braccia all’altezza del petto, nascondendolo; poi guardò fuori dal finestrino. La strada passava campagne piatte, solo qualche cascina, qualche olmo. Il cielo stava cambiando, e non solo per l’ora calante, ma per delle nubi nere che via via avanzavano nel cielo. L’operaio si sporse sul volante e con gli occhi scrutò. Disse che forse si preparava un temporale, date quelle nubi. Vedeva, la donna, le nubi? La 600 “truccata” procedeva con gran rumore, l’operaio bruno pigiava chiedendo all’operaia se le fosse piaciuto il lago di Como. A lui piaceva, disse, e molto. Sempre andava al lago di Como quando poteva; il lago di Como era il suo mare, era il suo viaggio preferito; a volte, da lì, si spingeva fino alla Svizzera, dove tornava con certe sigarette piatte che si chiamavano Laurens. Rise e fece vedere il vuoto di due denti mancanti, poi strizzò gli occhi per dire dei doganieri che a volte lui faceva fessi. Disse proprio: “I doganieri certe volte io li faccio fessi!”. Poi ripeté che i doganieri erano fessi, stanchi e fessi. Lui spalancava le portiere e il baule della sua 600 truccata e i doganieri non trovavano le sigarette della Svizzera. Rise ancora soddisfatto e guardò la donna che stava sempre con il petto stretto tra le braccia. Poi l’operaio continuò a parlare dicendo ancora del lago di Como, delle fotografie che lo ritraevano sul lago, dell’acqua del lago e dei pesci di lago. La donna, sempre contratta, disse che le era piaciuto il lago di Como e che ci sarebbe tornata volentieri, anche se non le dava una grande felicità. Lei amava andare sui battelli con un buon tabacco in tasca. L’operaio rise forte, spingendo ancora di più la 600, facendo oscillare il corpo avanti e indietro come un battello. Lei confidò che, se avesse potuto, avrebbe vissuto in una città piena d’acqua. “Venezia?”, chiese l’uomo, poi subito disse che c’era stato a Venezia, aveva comprato un cappello da gondoliere, andando poi in gondola. “Sul comò”, le disse, “ho una gondola tutta dorata, e sopra, appeso, il cappello da gondoliere”, e guardò la donna quasi certo d’averla colpita, ma lei a ginocchia chiuse era molto lontana. “Non credi sia bella una gondola sul comò?”, chiese l’operaio. Lei rispose che un poco faceva tristezza, come il ricordo d’una bellagiornata. L’uomo le disse, ridendo: “Sei malinconica, eppure non hai una gondola sul comò. Posso immaginare come saresti ancor più malinconica con una gondola sul comò!”. L’uomo la guardò; “E via, ridi!”, ma lei alzò le spalle e guardò fuori dal finestrino. L’operaio continuò dicendo che non capiva come una gondola sul comò potesse fare malinconia. Disse: “Ma perché malinconia? Un ricordo bello non fa malinconia, e un giro in gondola è un bel ricordo; un brutto ricordo fa malinconia, e la gondola dorata sul comò è un bel ricordo”. La donna replicò che poteva far malinconia anche un bel ricordo, anzi tutt’e e due le cose insieme: un bel ricordo poteva essere anche un brutto ricordo, e così la gondola sul comò poteva essere bella e insieme anche brutta. L’operaio, dicendo che per lui la gondola dorata era uno dei suoi più bei ricordi, aumentò l’andatura guardando fisso la strada.

Ora il buio stava scendendo più netto, e l’uomo accese le luci. “Tu sei troppo malinconica, parli poco: anche in fabbrica, smonti e via”. La donna non rispose. Nella penombra dell’automobile l’uomo, mettendo lievemente una mano su una gamba della donna, disse che però era stato un bel pomeriggio, nonostante lei si fosse dimostrata taciturna e scontenta. Scontenta? Cos’era quella tristezza? Perché triste? Giovane com’era e con un lavoro!, perché? eh? ma perché? Lei rispose che le era naturale essere triste. “Sei mogia”, continuò lui “sei come una che gli è capitato chissà che cosa…”. “Sono un affare andato a male” ironizzò la donna, “o sono come una giornata di pioggia, questa pioggia che ora sta avvicinandosi, vedi”. L’uomo, sorridendo, le disse: “Sei anche un po’ malmostosa*, però”. Lei scosse la testa, abbozzò un sorriso, poi disse che era triste come un catino vuoto in una stanza vuota. “Ah! ah!”, rise l’uomo, “ma cosa dici, questa è bella: un catino vuoto in una stanza vuota! Ma dove le vai a trovare certe cose!”, e diede una leggera spinta alla spalla sinistra della donna, che ripeté d’essere malinconica proprio come un catino vuoto. L’operaio le chiese perché non riempisse il catino, allora. Continuò: “Non mi sembra d’essere con una donna, proprio no, mi sembra d’essere con…”. Non terminò. Poi riempì l’imbarazzo sporgendosi dal volante ed esclamando: “Ma guarda te quel cretino di ciclista come va a zig zag… lo vedi?”. L’operaia si stava chiedendo con chi diavolo lui credeva d’essere, poi girò il viso di lato e si mise ad osservare il cielo nero. L’uomo allora tentò di ravvivare l’atmosfera un po’ cupa e allegramente disse che una ragazza così giovane e piacente come lei, che diamine, un po’ di vita. Non aveva due gambe per ballare, sgambettare? Che diamine! Voleva andare a ballare con lui? O preferiva andare al cinema? La donna guardava sempre fuori dal finestrino. Lui continuava: pensa d’essere ancora un catino? E parliamo di catini. Ricordava lei i catini della sua vita? “Tutti”, disse finalmente l’operaia, “tutti”. I catini smaltati che ricordava nella camera da letto della cascina dell’infanzia avevano raccolto acqua e poi mani, e poi brillantina sulle mani e mani di brillantina. “Anch’io ricordo i miei lavandini”, s’inserì l’uomo, “quelli delle case dove ho abitato”. Lavandini opachi, mangiati dalla ruggine dei rubinetti. Ora invece aveva un lavandino candido, smaltato, come si deve. “Lavandini da poveri”, continuò, “ho sempre visto lavandini da poveri, in pietra, ma ora, che lavandino! E per merito del lavoro in fabbrica. Vorrei tu lo vedessi”, disse l’uomo alla donna. La 600 correva con i copertoni maggiorati e l’operaio, nel buio, cantava sommesso un motivo. La donna vedeva apparire le prime case della periferia della città, le luci più fitte. “Stiamo arrivando”, mormorò un po’ dispiaciuta. L’operaio, rallentando un poco, disse che intendeva fermarsi a un certo bar, posto un poco più avanti, per ingollare qualcosa di forte, la corsa gli aveva asciugato la gola. L’automobile si fermò poi di colpo. Lui, strizzando un occhio, le chiese se le andava un cicchetto, ma lei, con un sospiro leggero, rispose di no, sarebbe rimasta lì ad aspettarlo. Allora l’operaio s’infilò a passo svelto nel bar. Si udirono subito risate e voci alte. La donna vedeva automobili e luci, un semaforo e bambini stanchi nelle automobili. Con un sospiro appoggiò il capo allo schienale e chiuse gli occhi. “Non fuma il motore”, disse lui, dopo che in quattro salti era risalito, “una macchina eccezionale la mia 600, dà la birra a molte. Ti piacciono le auto spinte? Guarda: si va, si va come fulmini! E cosa mi racconti, divertita o no? Ma perché hai chiuso gli occhi? Sei stanca?”. L’uomo si protese verso la donna che ora lo guardò dolcemente. Allora lui le chiese ridendo se si sentisse ancora un catino, poi, felice, accese il motore. La macchina in prima scattò, in seconda ruggì, in terza attaccò e in quarta volò. “Mamma mia!”, mormorò l’operaia. Lui tornò a ridere, le carezzò i capelli. “È così, la vita, bella!”, disse poi stentoreo, e pareva che i suoi capelli, volando, annuissero. “Non dirmi che hai paura”, riprese, “paura di che, poi? Ti faccio diventare allegra!”. “Non vorrai morire, a questa velocità!”, si spaventò l’operaia. L’uomo scosse il capo: “Devo andare in fabbrica, domani!”, e con la bocca fece il rumore delle trance. Scrutò la donna. Disse che lei non gli aveva concesso molto, quel pomeriggio, neanche un bacio piccolo, bastava un pomeriggio per un bacio piccolo? Certo che bastava, in un pomeriggio si poteva fare molto di più, e poi neanche una strizzatina a quel suo seno… un seno come la sua 600, era un seno come la sua 600: un bolide. Rise forte mentre l’operaia si mise una mano sugli occhi e poi sulla bocca, a difendersi dall’immagine del proprio seno. L’operaio le fece allora una carezza sul viso, lei s’imbarazzò mentre lui la guardava amorevolmente. Riprese a parlare dicendo che a lui, in fondo, la fabbrica piaceva, e la prossima automobile sarebbe stata, minimo, una 1100. L’operaia, con voce bassa, disse che a lei, invece, lavorare in fabbrica non piaceva. Una sua parente ci aveva perso un dito, mozzato di netto da una trancia. Gli altri operai s’erano portati lì, tutt’attorno. Guardavano quella donna svenuta e quel sangue, stringendosi nel pugno delle mani i loro pollici. “Ah”, disse l’operaia, “che dolore: un dito, il pollice, un dito di meno, poi il moncone aggiustato con la pelle di una coscia…”. Tacque fissando davanti a sé. L’uomo le strinse una spalla. Mesto, disse che poteva capitare, in fabbrica, di perdere qualche dito. L’importante era non perdersi nella malinconia. Ora le carezzò una gota, andando su e giù con la mano. “Guarda davanti”, gli disse l’operaia, “è buio”. Per un poco stettero in silenzio, poi la donna riprese a parlare dicendo della monotonia della fabbrica. In quel rumore era diventata più silenziosa, avesse dovuto parlare sarebbe stata soffocata dalle parole. Non pensava che ad uscire. “Non vedo l’ora di timbrare e andar via”, finì. “La mensa però non è male”, osservò l’operaio guardando speranzoso la donna, ma lei aveva piegato le labbra all’ingiù. Lui allora, come parlando a se stesso: “Che vuoi fare, siamo nati operai”. Ci fu un momento di silenzio. Poi riprese: “Ma non ci pensare, guarda come si corre, ti pare che piova o vedo male?” “Ha cominciato a piovere”, rispose la donna.

La 600 truccata ora imboccò veloce un viale alberato, quasi deserto. “Sono tutti a cena”, disse l’uomo, “anche noi fra poco… ma, senti un po’, perché non andiamo insieme da qualche parte a mang….”. Non terminò ciò che intendeva: l’auto gli sfuggì, sbandò incanagliendosi, andando diritta a sfasciarsi contro un platano, dopo aver salito e disceso varie volte il marciapiede.

La donna ora staccò il viso dai vetri. Si udivano le automobili schiacciare l’acqua, giù, nella strada. Raramente un clacson. Negli anni i suoi occhi parevano diventati più larghi. Invece di stringersi s’erano come spalancati, così ad ogni alba si aprivano di colpo in tutta loro vista, retrospettivi. La donna iniziò con la bocca a fare un rumore che pareva d’un motore d’auto, una 600 truccata, smettendo in un sibilo. Poi chiuse gli occhi. A volte chiamava piano l’operaio morto. Gli parlava delle gondole, delle barche di Como, dell’acqua sotto alle barche. Ma confondeva l’acqua con il sangue, trovandosi all’improvviso in un pasticcio caldo che andava raffreddandosi, coagulava insieme ad una mestizia infinita. Sussurrò qualcosa davanti alla finestra. Qualcosa che nemmeno lei udì. Da quel quinto piano le automobili passavano con rumori deboli, a volte stridii di gomme arrivavano fin lassù, facendo sobbalzare la donna che stringeva gli occhi quasi a volerli perdere entro le orbite. Quell’incidente mortale l’aveva resa ancor più taciturna, facendola scivolare piano piano dentro agli anni. Amore per l’operaio? Piuttosto amore per quanto l’operaio aveva rappresentato. Di domenica, ai giardini, seduta accanto ad un’amica, tra l’andare vario della gente e il correre fastidioso dei bambini, nelle ombre incombenti dei nuclei familiari privi di parole, l’operaia le confidava che la morte di quell’uomo le aveva segnato il passo. Come a un militare? Chiedeva l’amica all’operaia. Ma no, diceva l’operaia. La morte di quell’’uomo le aveva precluso ogni porta. “Non che io l’amassi”, raccontava l’operaia, “un pomeriggio insieme è poco per amare, ma il suo interessamento così pieno di vita mi permetteva di manifestare liberamente la mia malinconia, strano, vero? E questo mi consolava”. L’operaia diceva all’amica che i guai di ognuno vengono potenziati davanti a chi ascolta. È meccanico: convincendo l’altro ci si accorge di come i nostri guai stiano ingigantendo, e più si raccontano più questi aumentano, portando al pianto generale, tanto da non essere più distinguibile l’entità del male. “Ma questo ci preserva”, diceva l’operaia all’operaia amica, “dalla noia, ad esempio, di saperci malinconici. Ci preserva dal dubbio – sempre in agguato – se siamo effettivamente malinconici o vogliamo esserlo, se sia giusto dedicare la vita alla malinconia. Questa: una causa o una conseguenza? Meglio dire un mare di malinconia, o un fiume di malinconia? In fabbrica, un operaio anziano aveva detto che non c’era differenza. Un operaio di mezza età preferiva dire malinconia come non-mare, perché il mare d’estate era pieno di sole. Un terzo aveva aggiunto che non era giusto paragonare la malinconia al mare e nemmeno a un fiume. Era più giusto paragonare la malinconia a un bosco umido e buio. Siccome era ora di mensa, piano, il dilemma si propagò e molti operai, tranne i più affamati, urlarono definizioni addosso ai piatti del risotto allo zafferano. Così si udirono: “La malinconia è come un deserto!”, “… Come un risotto scotto!”, “… come i denti buchi!”, “La malinconia è una brutta bestia!”, “La malinconia è come un carnevale”, “È come il padrone!”, “È come la mia vita!”, “… come un serpente nel cuore!”, “No, è come un’attesa…”, “Ma va’, è come una conclusione!”, “La malinconia è la malinconia!”, “… è un cavallo rotto…”, “… una disgrazia!”, “La malinconia è una brutta felicità!”. L’operaia aveva detto poi ai colleghi che stava arrivando lo spezzatino in umido con le patate, così le ultime voci e le risate si persero in un brusio sempre più lontano, nel rumore dei piatti.

L’operaia diceva all’amica che l’operaio, con la sua morte, l’aveva resa ancora più incapace di reagire, e mai più aveva accettato la compagnia di un altro uomo. Con la perdita dell’operaio lei aveva perduto la possibilità di poter confondere le ragioni della propria malinconia. L’operaio morto non era malinconico, avrebbe seguitato a portarla a Como con la sua 600 truccata, e ancora in altri posti, chiedendole perché fosse malinconica, e a lei avrebbe fatto piacere sentirsi chiedere della sua malinconia, così lui avrebbe avuto qualcosa da chiedere, e lei qualcosa da rispondere. Del resto, che cosa ci si poteva aspettare di più? Un gelato? Una gita in battello? Ma lei avrebbe potuto – diceva l’operaia all’amica – essere malinconica senza vergognarsi, e addirittura giungere a chiedersi frequentemente cos’era la malinconia, da dove arrivasse. Forse, nel corso degli anni, durante quelle gite, sul battello, tra una bibita e un gelato, accanto all’operaio, avrebbe potuto darsi una risposta, chissà, ma solo accanto all’operaio e sulla sua 600 da rombo. Del resto, diceva, era sempre tutto così triste: prendi le autostrade per i laghi, o i giovanotti e le loro rosse Alfa Romeo di seconda mano, o i bar di periferia, i rientri dalle gite… L’operaio con la sua 600, a vedersi, erano estremamente malinconici, ma davano un senso alla sua malinconia. Ripeteva: “Lui, con la sua 600, dava un senso alla mia malinconia”.

Ora l’anziana operaia si staccò dalla pioggia e dalla finestra della cucina, schiacciando la sigaretta nel posacenere si diresse, come ogni sera, ad una stanza che aprì, chiudendosi dentro. Nell’interno spoglio, sul pavimento, tra le pareti nude c’era una enorme coperta stesa. La donna, con movimenti lenti, alzò la coperta e scoprì un plastico che riproponeva strade con ai lati campagne, e poi case che raffiguravano Como, e il lago di carta stagnola con un battello, poi ancora strade disseminate di insegne, qualche bar e, in fondo ad un viale, un grosso platano. Anche il modellino di una 600 era sistemato lì.

La donna sedette a terra e chiuse gli occhi. Rivide la macchina, il lago, le strade. La donna, lentamente, si mise a dondolare in su e in giù con il corpo, mentre le lacrime cominciarono la loro discesa. Con la mente la donna fece correre l’auto lungo una strada desolatamente spoglia d’alberi per farla fermare a lato della carreggiata. Il bar era dall’altra parte, l’insegna era illuminata. La donna attese: diede tempo all’operaio di andare al bar e di tornare, come in quel lontano pomeriggio. Risentì la voce di lui: “Divertita? Si va! si va! Ti senti ancora un catino? Malinconica?”. La donna ricominciò il viaggio. Lui ripeteva: “Non dirmi che hai paura! Quel tuo seno…”. Ancora poco e il viaggio sarebbe finito. L’automobile sarebbe giunta al platano. Un’ultima volata. Via, via. Come pioveva, ora. L’automobile era uscita di strada. Eccola andare a sbattere. L’ automobile era là, rovesciata. Il lago non dondolava più. Solo qualche increspatura. Lei cominciò a piangere forte. *malmostosa: voce lombarda. Persona scontrosa.

ANTONELLA PIERANGELI.  (dalla prefazione)

CANTO DELL’ABISSO E L’INTERROGAZIONE ERRANTE.

Cede ogni lotta, all’urto del Destino

Sofocle

“Scrivere, vuoi dire farsi l’eco di ciò che non può cessare di parlare, – e, proprio per questo, per divenirne l’eco, devo in un certo modo imporgli silenzio. Porto a questa parola incessante la decisione, l’autorità del mio silenzio. Rendo sensibile, con la mia silenziosa mediazione, l’affermazione ininterrotta, il mormorio gigantesco, sul quale il linguaggio aprendosi si fa immagine, immaginario, profondità parlante, indistinta pienezza che è il vuoto”.

Maurice Blanchot

Sabbie, la sovranità oscura del disastro amoroso, nella sua accezione categoriale. Mari, il culmine desertico del limbo dell’as¬senza. Tempeste, la vertigine dell’ineluttabile, lo iato tragico tra un “basso” fisiologico e un “sublime” cosmologico, che scarnifica la parola in un’essenzialità perfetta.

Si prepari, il lettone, alla fascinazione del dolore; si consegni al rischio dell’assenza di pietà. S’immerga nell’abisso del declino, in un tempo poco umano. Abbia, finalmente, coraggio. Il coraggio della purezza, il solo che liberi dal tempo distruttivo e perpetui lo sforzo a non rinnegare l’estremo, ad esporci, con umiltà, alla gravita assordante del “limite”.

Perché leggere Sabbie di Gabriella Maleti – l’intera raccolta prende il titolo dalla straordinaria, prima, sezione narrativa – significa, innanzitutto, subire un’esperienza limite e, come afferma Blanchot, “imparare a pensare con dolore”. Spingersi, segretamente dilaniati, fino alle frontiere del pensabile, in cui la trasparenza del soffrire dimori accanto all’angoscia del vivere e induca a fare un passo al di là delle forme comuni della temporalità. Affrontare lo scorrimento immobile del tempo, con silenzioso terrore, separando le difficoltà con fredda maestria e ritardando, forse, il naufragio.

Una lettura “pericolosa”, dunque, poiché l’arte della narrazione in Sabbie, lungi dal l’illuminare il mondo, ne lascia percepire il sot¬tosuolo desolato, chiuso ad ogni luce che lo sottende, e conferisce essenza d’esilio alle meraviglie delle nostre architetture mentali, reificando la loro funzione d’interrogazione errante. L’interro¬gazione sul vivere che si propaga, infatti, come un’onda concentrica che erode il bordo dell’uomo, dimorando nell’immobilità spettrale della sentenza: amare è una fertile caduta nel vuoto.

È il canto dell’abisso. L’amore, o meglio il logos dell’amore, in queste pagine impie¬tosamente disperso, opacizza e rende impenetrabile il vissuto del singolo, sostituendo alla sovranità della determinazione, l’incer¬tezza paziente, friabile, compromessa eppure illesa, di un esercizio che si chiama scrittura e che, qui, subisce un’incrinatura irre¬versibile. Nell’universo orrendo evocato dalla Maleti, emerge infatti uno spazio paradossale di soggettività, una libertà oltraggiosa che per¬mette ai personaggi di affiorare, in una sorta dì teatro pietrificato, le cui crepe costituiscono una qualche straniata forma di saldezza. Una sofoclea forza poetica, attraverso la metafisica della propria soggettività, traccia poi la lacerazione del linguaggio, per parlare una lingua fitta di astrazioni e vertigini, di “folli voli”e inabis¬samenti, in cui ciascuna pagina è scossa da un alto voltaggio cerebrale. Ancora, per il lettore, una dolorosa compressione della coscienza.

La tripartizione stessa del libro, nelle sue vivi–sezioni Sabbie – Mari – Tempeste, costruisce un’ontologia amara di noi stessi e del nostro presente, concepita come un ethos, una condizione di vita, in cui l’inquietudine del domandare prevalga sempre sull’urgenza del rispondere. Interrogare l’erranza del sentimento amoroso, lasciar affiorare le condizioni e l’origine stessa del senso, muovendo dai contenuti empirici che in esso si danno, ma affondando anche nel noumenico più profondo. Ne scaturisce un linguaggio dolente, un discorso perennemente in bilico tra l’empirico e il trascendentale, al tempo stesso ripiegato sulla negatività del senso amoroso ma sufficien¬temente appartato e distante da esso, fino al punto in cui sia possibile sfuggirlo, contestarlo, e infine deificarlo.

Si dispiega cosi nella prima sezione, Sabbie, un’affabulazione tragica che descrive dolorosi universi narrativi, dove si cerca di esorcizzare l’esistenziale parabola “discenditiva” verso il nulla, come la chiamerebbe Manganelli, che illustra l’enigmaticità della vita con figurazioni stranianti. Allucinati monumenti di pietra, a testimoniare l’indifferenza della parola nei confronti dell’identità, i personaggi maletiani rimandano ad una catarsi prudentemente scettica, quasi mancata e assai poco consolatoria, nel suo porsi come allegoria dell’impos¬sibilità di esprimere parole, iscritte in un codice di con–senso nei confronti del dolore. L’ unico codice ammissibile, quello del silenzio. […]

Nota: di N. Agustoni

[ Il racconto di Gabriella Maleti fa parte della raccolta Sabbie,  Edizioni Gazebo 2009.

Ho voluto proporre uno dei racconti della raccolta con la prima parte della bella prefazione di Antonella Pierangeli perché il lavoro di Gabriella Maleti merita tutta l’attenzione critica per il valore della scrittura e l’eticità che testimonia. Scrittore autentico, la Maleti ha restituito più volte voce a un universo di sconfitti, di perdenti, di gente senza futuro e lo ha fatto senza creare false consolazioni (basti pensare a un libro come Morta famiglia) . Aggiungo solo che la tensione che permea la sua scrittura è quella del testimone lucido davanti a un destino avverso e tuttavia colto nel suo farsi. ]

15 pensieri su “L’OPERAIA. Un racconto di Gabriella Maleti.

  1. Gabriella Maleti è una bravissima scrittrice, senza dimenticare la sua poesia e il suo mondo visivo come testimoniano le sue incredibili foto.

    un abbraccio

    "Mi piace"

  2. Grazie, Nadia, non conoscevo questa scrittura piana e intensa, sorprendente e profonda anche nel racconto della quotidianità apparentemente più “normale”.

    "Mi piace"

  3. Ringrazio Gabriella Maleti per avermi mandato un racconto dal suo ultimo libro Sabbie.

    Ho voluto inserire nel post parte della prefazione di Antonella Pierangeli perchè dice cose importanti e meriterebbe in verità di essere letta per intero.
    Vista la lunghezza del post ne ho proposto solo una parte.
    Ringrazio anche Antonella.

    E, non ultimi, grazie a Giorgio, ad Alessandro e ai lettori.

    "Mi piace"

  4. il racconto è molto bello perché sembra accogliere la lezione della verosimiglianza, al punto che sembra datato, uno di quei racconti propri degli anni ’50-’60, sul primo piccolo benessere degli “umili”. racconti in cui spesso il soggetto femminile ha silenzi e musonerie incomprensibili, al di qua del femminismo (solo la prospettiva successiva permetterà di capire quel disagio). ma il racconto sviluppa anche il “poi”: di colpo abbiamo un racconto moderno sull’angoscia dirupante che sposa l’attualità anche nelle forme, come prima aveva sposato nel ritmo lo stile arido di certa narrativa del secondo dopoguerra: “Sabbie” è dunque una raccolta dal titolo opportuno.
    grazie a nadia per la segnalazione.

    "Mi piace"

  5. più avanti pubblicherò anch’io qualcosa del bel libro di Gabriella che presentai a Firenze il 7 maggio scorso…

    "Mi piace"

  6. Bello! Scrittrice vera, come una volta… Mi compro il libro. Non conoscevo neanche di nome questa scrittrice.

    "Mi piace"

  7. Bello e struggente, strutturato in piani complessi dietro l’apparente semplicità di trama e prosa, un racconto sul punto prospettico di una vita.
    Vivissimi complimenti all’autrice, che non conoscevo e che seguirò.

    "Mi piace"

  8. comprare questo libro non sarà facile… forse nadia dovrebbe postare anche il link con la casa editrice Gazebo…

    "Mi piace"

  9. Cari amici,
    desidero ringraziare ancora Nadia Agustoni per aver inserito il mio racconto “L’operaia” su “La poesia e lo spirito”,e poi ringrazire di cuore tutti voi del blog. Grazie di aver letto il racconto e dei vostri giudizi veramente consolanti.
    Oso scrivere: chi desiderasse acquistare il mio ultimo libro “Sabbie” (e anche altri libri,) dove è contenuto anche il racconto “L’operaia”, può riceverlo scrivendo una mail a: gamalet@tin.it
    Grazie ancora, e un saluto amichevole a tutti voi.
    Gabriella Maleti

    "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.